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LE CONVIVENZE


Convivenza e coppie di fatto vengono messe insieme per comodità statistica, ma in realtà sono, nella vita della coppia, delle modalità di unione fondamentalmente diverse.

La convivenza.

Intanto vi sono vari tipi di convivenza.

Vi è una convivenza come primo passo verso il matrimonio. Convivenza prematrimoniale.  Come dire: “Il matrimonio è una realtà troppo ardita e complessa, facciamo un passo alla volta. Per adesso conviviamo, si intende senza avere figli, in un secondo momento speriamo di fare il passo successivo: il matrimonio.”

Vi è una convivenza intesa come prova. Prova di come lui o lei o noi come coppia ci comporteremo in una situazione che non sia più di fidanzamento ma di matrimonio.

A questo tipo di convivenza sono aperti soprattutto gli incerti ed i dubbiosi. Vi sono i dubbiosi nei confronti del partner. “Non mi piacciono le sorprese, meglio vedere prima come lei/lui si comporterà,” e poi deciderò.

Vi sono poi i dubbiosi della realtà matrimoniale. “Chissà come è fatta o cosa succede in questa situazione di cui tutti parlano, che si chiama matrimonio, perché accettarla a scatola chiusa? Meglio provarla prima.”

C’è infine una convivenza come alternativa al matrimonio. “Noi speriamo di stare insieme anche tutta la vita e di avere dei figli insieme ma, meglio lasciarsi una porta aperta, se le cose non dovessero andare bene, se il nostro amore dovesse sciogliersi come neve al sole, possiamo sempre lasciarci senza molti obblighi.”

Approdano quindi alla convivenza soprattutto le persone insicure: di sé, dell’altro o dell’istituto matrimoniale. Vi approdano le persone che cercano e desiderano vivere e gustare qualcosa insieme piuttosto che le persone che hanno il desiderio di costruire insieme qualcosa che sia utile e importante per entrambi, per i figli che nasceranno, per la società. Qualcosa che duri nel tempo, che nel tempo si solidifichi e si espanda.

Entrambe queste situazioni psicologiche sono consequenziali alle modalità educative, mediante le quali i giovani oggi sono allevati. Un’educazione che ha come frutti perversi l’individualismo e l’edonismo.

Quando si vive con questi principi e con questo tipo di valori la persona, ogni persona, si arroga il diritto - dovere di scegliere e vivere in ogni momento ciò che le aggrada, come pure  di rifiutare e non accettare ciò che in quel momento non gli è congeniale o non più così piacevole ed interessante come prima.

Il fine nell’individualismo è quello di alimentare costantemente il proprio Io. Non vi sono gli altri se non come una delle tante possibilità e strumento per soddisfare sé stessi. Non vi è progettualità; non vi è disponibilità alla lotta o al sacrificio; non vi è il concetto di dono per un ideale, dono agli altri, dono alla società.

Questo tipo di scelte nasce anche da un’educazione che tende a produrre persone fragili, immature, insicure, scarsamente determinate e motivate. Persone povere affettivamente ma anche povere nei loro ideali e nei loro sogni. Persone spaventate. Spaventate da troppe realtà negative che si muovono e si agitano attorno a loro, nella loro famiglia, nel loro cuore, nella vita delle coppie che ruotano attorno a loro. Spaventate dalle troppe liti e dalle manifestazioni di aggressività tra persone che invece avrebbero dovuto amarsi, rispettarsi ed accettarsi.

Questo tipo di scelte nasce da un’educazione che non guarda né al passato né al futuro ma che si accontenta ed è felice di vivere solo del presente.

Questo spiega perché le coppie, che prima di sposarsi hanno fatto l’esperienza della convivenza, sono meno affiatate, hanno più disaccordi profondi, si sostengono meno a vicenda, hanno più difficoltà a risolvere i problemi coniugali ed infine si separano più facilmente.

Le coppie di fatto.

Nelle coppie di fatto la situazione è molto diversa. Le persone che vivono queste unioni non stanno insieme in attesa del matrimonio, non vivono assieme per sperimentare come si vive da sposati, né intendono mettere alla prova le proprie o le altrui qualità. Le persone che formano questo tipo di unioni sono certe delle proprie e altrui qualità, credono nell’indissolubilità della loro unione, hanno un piano concreto e stabile per la vita, vogliono avere una casa propria e dei figli. In esse vi è l’apertura alla procreazione, l’impegno alla fedeltà e alla stabilità della loro unione, ma non vogliono dare, a questa unione, né la forma sacramentale della chiesa, né vogliono sottostare agli obblighi e alle imposizioni dati dallo Stato. Insomma, le coppie di fatto non vogliono né la benedizione della chiesa, né quella dello Stato .

Questo tipo di coppie ricalcano una situazione così come doveva presentarsi nei primi millenni della storia umana, quando ancora il patto tra un uomo e una donna era un patto privato, non era stato codificato da norme e regole date dalla società e dalle religioni. Norme e regole le quali, ricordiamo, sono nate e dovrebbero essere finalizzate a rendere più affidabili, solidi, stabili e duraturi questi contratti particolari. E’ un ritorno alle origini che denota il disagio provato da queste persone nei riguardi di una società civile che ha imbrigliato questo istituto naturale con eccessive e pesanti implicazioni legali, con eccessive e contraddittorie norme e regole che, più che garantire confondono, più che dare solidità e stabilità sconvolgono la natura dell’istituzione e la vita delle coppie.

Entrambe queste scelte di vita familiare dovrebbero però far squillare un campanello d’allarme nei palazzi della politica, perché è la politica che ha reso l’istituto del matrimonio sempre meno appetibile, sempre più incerto, sempre più difficile da vivere serenamente ed in armonia, a causa di leggi inadeguate, contraddittorie e distruttive dell’unità familiare.


 

Tratto dal ibro: "MONDO AFFETTIVO E MONDO ECONOMICO" DI Emidio Tribulato

 

 

 

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