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SERVIZI E FAMIGLIE

Tratto da: "Mondo affettivo e mondo economico" di Emidio Tribulato
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“Con il termine - servizi alle famiglie- si intendono indicare tutte quelle forme di intervento atte a promuovere il benessere della persona e dunque di tutta la famiglia, ma anche e soprattutto le azioni mirate a sostenere l’organizzazione familiare in caso di presenza di gravi situazioni di difficoltà.”

I servizi sociali che lo Stato  ormai da vari decenni offre alla donna, alla coppia e alla famiglia sono sempre più numerosi e organizzati. Servizi di pediatria, consultori familiari, centri di mediazione familiare, centri per le famiglie in difficoltà, reparti di ostetricia e ginecologia, asili nido, scuole, università, servizi di neuropsichiatria infantile, centri medici psicopedagogici, centri di riabilitazione ecc..

Verso la fine degli anni ’60 la diffusione capillare, anzi l’esplosione di questi servizi, fu vista come una panacea ai mali degli individui, delle famiglie e delle coppie. Questi servizi dovevano nello stesso tempo servire a permettere alla donna di intraprendere, con più serenità ed abnegazione, la strada dell’impegno lavorativo, sociale e politico e quindi il suo “riscatto civile.”

Di questi servizi, in quegli anni, veniva sottolineata ed esaltata l’immagine di strutture che, utilizzando personale selezionato e qualificato, avrebbero dovuto offrire un valido sostegno, aiuto e supporto alle singole persone, ai genitori, ai minori e alle famiglie. Anche oggi, i gravi problemi educativi che si manifestano in modo eclatante nelle società occidentali, vengono imputati quasi sempre ad una “carenza dei servizi sociali”.

Le carenze quantitative vengono individuate soprattutto nella scuola ( rapporto docenti - alunni non ottimale in particolar modo per quanto riguarda i soggetti portatori di handicap); nel numero e diffusione degli asili nido: “Ogni bambino che nasce avrebbe diritto al suo asilo nido”;  nelle residenze per anziani: “Ogni persona che invecchia avrebbe diritto ad essere assistita da personale specializzato e competente in un luogo idoneo”. La stressa lagnanza viene ripetuta per i problemi delle coppie che “non si possono affrontare adeguatamente per la carenza di consultori familiari ben distribuiti nel territorio.” E così via.

L’altro corno del problema è stato ed è visto in termini di carenze qualitative. “Se le cose non vanno bene è perché non c’è personale adeguatamente qualificato e motivato nella scuola, negli asili nido, nei consultori ecc..”

Come conseguenza di questa visione del problema i servizi, in parte gratuiti, in parte a pagamento, si sono notevolmente moltiplicati e hanno ampliato di molto la loro sfera di competenza, soprattutto nelle regioni più ricche, meglio amministrate o più “sensibili ai problemi della donna e della famiglie”, mentre nel contempo sono stati proposti numerosissimi corsi di formazione e specializzazione per preparare al meglio o aggiornare il personale che dovrebbe far fronte a tutte o quasi tutte le emergenze sociali: bambini, adolescenti, anziani, tossicodipendenti, malati mentali, coppie, famiglie. Negli anni però, insieme alle possibilità reali dei servizi, che non possono e debbono in alcun modo essere dimenticati o svalutati, si sono evidenziati i loro difetti ed i loro limiti.

Il primo limite riguarda l’esatta natura dei fruitori del servizio.

Gli amministratori, nei discorsi d’inaugurazione, spesso con orgoglio e con una punta di commozione ( non si sa se vera o fasulla) sottolineano o promettono nuovi e più funzionali servizi. Ma nessuno si chiede se e chi se ne avvantaggerà. L’assioma che noi accettiamo acriticamente è che, se viene spesa una certa cifra per un servizio utilizzato ad esempio dai minori normali o disabili, ne trarranno vantaggio i minori o i disabili.

Naturalmente più la cifra è alta, più il personale che se ne occupa è numeroso, più l’iniziativa viene giudicata favorevolmente. Insomma noi accettiamo acriticamente che i soldi dedicati e spesi per i bambini e i disabili siano sempre soldi ben utilizzati. Eppure molte volte non è affatto così.

L’esempio degli asili nido è il più eclatante. Una città, una regione, ma anche un piccolo paesino di montagna, è tanto più orgoglioso di quello che fa per i cittadini amministrati, quanto più alto è il numero degli asili nido. Eppure da sempre la psicologia e la neuropsichiatria infantile hanno messo e mettono in guardia riguardo ai gravi rischi che corrono i bambini quando vengono allontanati precocemente dal nido familiare.

Per Winnicott: “Riconosciamo che il gruppo adatto al bambino ai primi passi è la sua famiglia e sappiamo che sarebbe un disastro per il bambino di prima infanzia se si rendesse necessaria un’interruzione nella continuità della vita familiare”

Dice ancora Winnicott: “Da parte mia sono convinto che la parte tecnica della cura del bambino possa essere insegnata e persino appresa attraverso i libri, ma che la capacità di comportarsi come una madre nei confronti del proprio bambino sia del tutto personale e che nessuno sia in grado di assumersi tale compito e svolgerlo altrettanto bene della madre stessa.”

Per Pellegrino: “Il quadro attuale è quello di una rete familiare fortemente atrofizzata, i cui componenti più giovani passano poco tempo con i genitori, sono allevati da figure esterne all’ambito familiare, o trascorrono gli anni della loro giovinezza in più famiglie, dato che i divorzi portano al formarsi di coppie in cui solo uno degli adulti è genitore del figlio con cui convive. Questo è in contrasto con le tradizionali teorie della psicologia dell’età evolutiva e dell’apprendimento, che considerano fondamentali per lo sviluppo dei figli l’apporto fornito dai genitori e il loro ruolo all’interno della famiglia”

Purtroppo, il rischio è alto qualunque sia la qualità del “nido” istituzionale nel quale il bambino viene inserito.

Non è quindi un problema di numero, né di preparazione più o meno accurata del personale, ma è un problema di istituzione. L’istituzione nido non è uguale all’istituzione famiglia. Non ha né caratteristiche uguali, né caratteristiche simili, è altra cosa, è cosa diversa.

Il fatto che il bambino resti nel nido “solo” qualche ora non cambia ai suoi occhi e al suo cuore la prospettiva. In realtà le “poche” ore che il bambino trascorre nel nido sono veramente “molte” se si pensa che il 40% lo frequenta per 40-49 ore la settimana, il 31,2% per 30-39 ore e il 21,4% per 20-29 ore settimanali.

La fisiologia vorrebbe che, almeno fino ai tre anni, il bambino fosse vicino ai suoi genitori o almeno a dei familiari molto vicini al suo cuore: nonni, zii, in modo stabile. Se questo non avviene e il piccolo, invece, viene inserito in un ambiente estraneo, come l’asilo nido o il baby - parking, questo gesto viene avvertito dal suo fragile animo come un abuso e una violenza fatta nei suoi confronti. Come fidarsi ciecamente e pienamente di una madre o un padre che tutte le mattine ti allontana dalla tua stanzetta, dal tuo lettino, dai tuoi giocattoli, dalle loro stesse braccia sicure e calde, per inserirti in un ambiente per te estraneo, freddo ed estremamente pauroso e difficile, a causa della presenza di persone verso le quale non si è stabilito alcun rapporto affettivamente valido?

Come voler bene, anzi amare, dei genitori che tutti i giorni ti costringono a restare per ore in un luogo privo delle loro presenze, le uniche capaci di darti sufficiente sicurezza, calore, conforto?

Come amare la realtà attorno a te e quindi il mondo che ti circonda, quando permette queste quotidiane violenze nei tuoi confronti?

Che la richiesta o il “bisogno” dei genitori sia stato esaudito, almeno nella forma, se non nella sostanza, non vi è dubbio, ma dovremmo chiederci se accanto al “bisogno” dei genitori è stato soddisfatto quello dei bambini.

Un altro esempio lo si trova nelle scuole. “Per venire incontro ai problemi delle famiglie, nelle quali entrambi i genitori lavorano,” i servizi scolastici, privati in primo luogo ma anche quelli pubblici, cercano in tutti i modi di prolungare l’orario di permanenza nella scuola inserendo il tempo pieno, il tempo prolungato, la mensa scolastica. Per completare la catena dei servizi spesso mettono a disposizione degli alunni, gli scuolabus per mezzo dei quali i bambini senza l’intervento dei genitori o di un altro familiare possono essere trasportati da casa a scuola e viceversa o in altre strutture richieste dai genitori.

Anche in questo caso, che il bisogno o la richiesta dei genitori e quella degli insegnanti che cercano un posto di lavoro sia stata esaudita, almeno apparentemente, non vi è dubbio, ma dovremmo chiederci se, accanto al “bisogno” dei genitori e degli insegnanti, siano state soddisfatte le necessità dei bambini.

Siamo certi che i bambini preferiscano andare a scuola trasportati da un pulmino in compagnia di vocianti e a volte aggressivi compagni e di un anonimo assistente e non accompagnati e confortati dalla mano, dal saluto, dal bacio e dai consigli del papà o della mamma?

Siamo certi che i bambini siano felici di trascorrere lontani dalle loro case, in un ambiente estraneo, molte, troppe ore della propria giornata seduti in un banco o tra le mura di una scuola?

Siamo certi che trascorrere buona parte della giornata in un ambiente istituzionalizzato lontani dalla loro casa, dai loro genitori, dalla loro famiglia, dai loro giocattoli, sia utile al loro sviluppo psicofisico?

Non vi è dubbio che, se i bambini interessati sapessero a quale deputato o assessore devono la loro prolungata presenza nell’ambiente scolastico, non gli riserverebbero molti applausi.

Ma anche noi adulti, penso, avremmo una visione diversa del problema se solo potessimo valutare appieno il danno causato nel rapporto madre – bambino, padre - bambino.

Rapporto fragile e delicato, che dovrebbe essere tutelato e salvaguardato in ogni modo ma che viene invece calpestato, messo in crisi, sfaldato e, a volte distrutto per sempre, proprio a causa dei “servizi” offerti alla donna e alla famiglia.

Se poi si ponesse attenzione all’importanza che hanno nello sviluppo del bambino, anche dal punto di vista culturale, i suoi genitori e la sua famiglia, non vi dovrebbero essere dubbi sulla scarsa utilità e bontà di tali servizi.

E la società civile? Anch’essa difficilmente potrebbe considerare positive queste scelte nel momento in cui sarà costretta ad occuparsi e preoccuparsi del disagio di questi bambini. Per questi, per valutare e cercare di affrontare le conseguenze di tali violenze, per guarire le piaghe purulente dell’anima di questi suoi figli, che sono anche il suo futuro, dovrà impegnare numerosi e valenti professionisti, con un costo notevole per l’erario dello Stato  e per le singole famiglie, con risultati molto dubbi e sicuramente limitati, in quanto le cicatrici affettive come quelle organiche non guariscono o guariscono molto lentamente lasciando quasi sempre qualche reliquato.

Per non parlare poi delle conseguenze che dovrà affrontare quando il disagio si evidenzierà sotto forma di disturbi nell’apprendimento o del comportamento: necessità di insegnanti di sostegno, necessità di terapie psicologiche e riabilitative.

Certamente non tutti i bambini che usufruiscono dell’asilo nido o del tempo pieno diventeranno bambini disturbati, caratteriali o con problemi nell’apprendimento, ma a quale scopo aumentare il rischio al quale sono esposti?

L’esperienza del passato sembra non sia affatto servita ad illuminarci o insegnarci alcunché. Eppure sono ancora tra noi, molti gravi adulti disabili, i quali, quando ancora erano bambini, in seguito ad una martellante campagna condotta da parte dei servizi sociali nei confronti delle loro famiglie, da queste venivano affidati a grandiosi e splendidi istituti specializzati.

Istituti costruiti e gestiti con amore e abnegazione cristiana, spesso da frati e sacerdoti nei luoghi più ameni delle periferie delle città. Istituti nei quali prestavano la loro opera insigni luminari nelle scienze psichiatriche, neurologiche e pedagogiche. In queste istituzioni si promettevano, per quei bambini, le migliori cure e la migliore assistenza, per affrontare e superare il loro handicap. Purtroppo i risultati non sono stati affatto quelli promessi o sperati.

Buona parte di questi bambini, entravano in questi istituti specializzati con una disabilità e ne uscivano adulti con maggiori e più gravi problemi. Strappati dalla loro famiglia e dal loro ambiente sociale, al primitivo problema si aggiungevano anche gravi disturbi psicologici che peggioravano la loro condizione e rendevano molto più problematica la gestione di questi soggetti all’interno della famiglia e della società.

In definitiva, un’enorme quantità di tempo, professionalità e denaro veniva utilizzato e speso per aggravare, e di molto, la primitiva disabilità. Anche perché “una famiglia (così come gli operatori di un’istituzione) tollera in misura ben superiore i disagi che concernono la sfera fisica rispetto a quelli che riguardano la sfera psichica e comportamentale.”

Si dirà che poche ore di asilo nido non si possono paragonare alle prolungate istituzionalizzazioni del passato.

Purtroppo, offuscati da quelli che sentiamo come bisogni imprescindibili di una moderna società, abbiamo difficoltà a guardare la realtà ed il tempo con gli occhi e con il cuore di un bambino.

E’ noto, infatti, che tanto più piccolo è l’essere umano, ma lo stesso principio vale per gli animali superiori, tanto più forti sono i legami di dipendenza affettiva dalle figure genitoriali, tanto più grande è la paura del distacco, della perdita e dell’abbandono. Ciò in quanto, queste figure fondamentali, sono per lui le uniche ancore di sicurezza, le uniche fonti di serenità e gioia.

Tanto più piccoli sono i bambini, tanto più grande è il bisogno di sentire i loro genitori vicini alle loro mani, presenti al loro sguardo, disponibili alla protezione e all’accoglienza. Perché tanto più piccolo è il bambino tanto più pauroso è ai suoi occhi il mondo estraneo alla sua famiglia e alla sua casa.

Una dimostrazione eclatante di questa paura verso tutto ciò che non è familiare l’ebbi molti anni fa.

Le mie figlie giocavano spesso con una bambina del condominio. Un giorno, questa bambina portò anche la sorellina Simona di quasi tre anni. A me, che avevo già tre figli, a me che amo i bambini e ho sempre avuto un ottimo rapporto con loro, sembrò naturale invitarla a guardare un album di associazioni logiche che avevo appena pubblicato, per fare divertire lei, ma anche per avere la conferma dell’età mentale per la quale avevo proposto l’album. Ricordo i suoi occhioni passare, in pochi secondi, dall’ansia, alla paura, ed infine al terrore, prima di scoppiare in un pianto dirotto. Immediatamente fui costretto a smettere il tentativo di coinvolgerla in questa attività.

Mi stupii della sua reazione anche perché accanto a lei vi era la sorella maggiore e le mie due figlie, ma mi stupii ancora di più quando, negli anni successivi, dovendo accompagnare e prendere da scuola le mie figlie e le due bambine dei vicini, mentre la sorella non aveva alcun problema a venire nella mia auto, Simona si rifiutò per diversi anni di farsi accompagnare da me.

Ero diventato ai suoi occhi il mostro da cui stare perennemente lontani. Furono sempre inutili i tentativi di rassicurarla portati avanti dalla madre e dalla sorella, io rimasi per lei l’uomo mostro. Troppo fragile Simona, troppo goffo e prematuro il mio intervento o troppo piccola la bambina per un approccio di questo genere da parte di un quasi sconosciuto?


Trascuriamo, inoltre, il fatto che tanto più il bambino è piccolo, tanto più il suo tempo soggettivo si dilata. Quelle che per noi sono soltanto poche ore di distacco, per il bambino possono rappresentare lunghe ore di paura, di attesa e quindi di sofferenza. D’altra parte basta vedere quello che succede nella scuola materna con bambini non di uno – due anni o di pochi mesi ma di tre - quattro anni. Nonostante per la loro età cronologica questi dovrebbero aver superato la paura dell’estraneo e quella del distacco e dell’abbandono, alcuni di loro, quelli il cui sviluppo psicoaffettivo non è adeguato all’età cronologica, dimostrano ancora con il pianto, con il malessere fisico, con il rifiuto di andare a scuola, la loro sofferenza a volte per mesi, se non ascoltati e capiti. Per Osterrieth “Bisogna ricordare tuttavia che il nocciolo della vita infantile, a questa età, è di ordine affettivo familiare, e che se il bambino trae grande vantaggio dalle attività regolate, a contatto con gli altri, la sua personalità in formazione ha altrettanto bisogno di solitudine, di tranquillità, e di attività autonoma”.

Per quanto riguarda gli anziani inseriti nei gerontocomi chiamati nei modi più dolci e poetici: “Villa Quiete”, “Residenza dei Pini”, “Casa di riposo Le betulle”,” Parco delle Rose.” Non credo siano molti quelli disposti a ringraziare figli, nipoti e amministratori, per aver permesso loro di trascorrere gli ultimi anni della loro vita tra queste splendide ville, che però ai loro occhi si rivelano per quello che sono: tristi e grigi gerontocomi, in compagnia di altri poveri infelici vecchietti. E sappiamo anche che a poco vale scegliere la villa più accogliente con il personale più qualificato.

Il secondo limite è dato dalla visione parcellizzata della realtà.

I servizi, tutti i servizi, per loro natura, hanno una visione molto parcellare di realtà complesse e articolate come sono le realtà del cuore umano. Spesso la cura dell’organo interessato, ad esempio un braccino paretico o un cervello non pienamente efficiente, fa dimenticare che dietro a questi organi interessati dalla patologia, vi è un bambino piccolo, con la fragilità di un Io ancora in formazione. Un bambino con le sue paure, le sue angosce, i suoi bisogni.

Dietro alla necessità di una donna di abortire vi è una donna che avrebbe bisogno di vicinanza e conforto e vi è un bambino che avrebbe voluto vivere. Accanto a un uomo che vuole scindere il suo contratto matrimoniale vi è l’altro coniuge che vuole lottare per preservarlo.

La visione parziale dei problemi porta i servizi ad effettuare frequentemente interventi poco coordinati che spesso, più che affrontare globalmente queste difficili realtà, danno risposte parziali le quali, in definitiva, complicano il problema stesso o ne fanno nascere altri.

Il terzo limite nasce dal reclutamento del personale.

Nei servizi in contatto con persone e quindi con notevoli implicazioni sul piano affettivo ed emotivo, ci si aspetterebbe un’attenta selezione del personale soprattutto per quanto riguarda le attitudini specifiche e la maturazione umana, da completare poi, naturalmente, con delle ottime capacità tecniche e professionali. Troppo spesso però le cose non procedono in questo modo. Insieme a persone tecnicamente preparate e umanamente impegnate e disponibili, si associa, sia nei servizi gestiti dal pubblico, sia in quelli organizzati dai privati, una marea di persone poco preparate, per nulla motivate e spesso, a loro volta, disturbate. Nella nostra attività professionale abbiamo incontrato molte di queste persone che non solo non erano in grado di dare aiuto agli altri ma che, a loro volta, avrebbero avuto bisogno di aiuto in quanto affetti da gravi disturbi nevrotici, caratteriali o addirittura da forme psicotiche.

Le cause di ciò sono ben note:

•    intanto raramente viene effettuata una selezione che tenga nel dovuto conto la presenza di disturbi psicologici o di abnormi caratteristiche di personalità;

•    anche quando questa selezione viene effettuata, giacché, proprio a causa del disagio affettivo nel quale vengono educati i bambini, gli adolescenti ed i giovani, il numero delle persone in qualche modo disturbate è in notevole aumento, la scelta diventa molto difficile e laboriosa;

•    l’assunzione nei servizi, sia pubblici che privati, è spesso pilotata da politici, sindacalisti, o comunque da persone che, per un motivo qualunque, hanno la possibilità di esercitare il loro potere. Queste persone considerano i servizi pubblici un loro pascolo esclusivo nel quale sistemare parenti, amici di partito o conoscenti. In tal modo prevale, in definitiva, la logica clientelare che inserisce, in attività estremamente delicate, senza una selezione che tenga conto non solo della struttura della personalità ma anche semplicemente del merito puramente professionale, persone non in grado di garantire il minimo di funzionalità dell’istituzione stessa.

Il quarto limite è consequenziale ai diritti sindacali.

Anche questo limite è insito nella logica stessa dei servizi. Gli operatori, come tutti i dipendenti, sono pagati per svolgere un dato lavoro ma hanno dei diritti sindacali che non possono essere sottovalutati o eliminati. Hanno diritto di lavorare un certo numero di ore e un certo numero di giorni la settimana e non di più e poi “staccare”, per andare ognuno nella propria casa e attendere alle varie personali occupazioni. Hanno diritto ad un certo numero di giorni di ferie e di permessi durante l’anno. Hanno diritto al trasferimento quando richiesto e se hanno i requisiti necessari. Hanno diritto di licenziarsi o di cambiare occupazione, e così via.

Questo significa che anche quando, nelle migliori delle ipotesi, viene inserito del personale perfettamente preparato e motivato, questo non ha e non può dare un legame affettivo stabile e continuativo ma saltuario, parziale e limitato nel tempo. Questo particolare non è insignificante perché è gravido di conseguenze. Se il bambino trova una persona particolarmente sensibile, affettuosa e vicina, le vorrà bene come ad una mamma o a un papà. Ma cosa succede quando questa persona dopo poco o molto tempo scompare? Come continuare a volere bene e riporre la propria fiducia sulle persone, se poi queste ti abbandonano? Non è assolutamente facile per un bambino capire, ma soprattutto accettare, che vi sono diritti sindacali e bisogni personali.

In definitiva, quando si pensa di potere sostituire, ad esempio, il nido familiare con il nido istituzionale, bisogna tenere in considerazione il fatto che, la presenza anche di personale altamente qualificato, al posto di una mamma, un papà o una nonna, non sarà in grado di dare al bambino qualcosa di più dell’ambiente familiare in quanto, questo personale, quasi sicuramente, sarà costretto a trascurare, per esigenze personali o gestionali, molte delle necessità del bambino, specie se piccolo.

 Il quinto limite deriva dalla tendenza all’autoalimentazione del servizio.

Se il servizio è modesto e occupa poco personale, la fama e la gratificazione per chi gestisce quel servizio sarà scarsa, ma anche la disponibilità occupazionale e di gestione del denaro sia pubblico sia privato sarà minima. Se un servizio è ampio, l’importanza e la fama per chi gestisce il servizio crescerà, come cresceranno anche le possibilità occupazionali ed il denaro da gestire.

Ciò significa che molte volte non è il bisogno che spinge a creare o ad ampliare un servizio, ma è il servizio che crea, stimola e amplia il bisogno.

Un esempio di ciò lo si ritrova nell’uso eccessivo di esami clinici e di interventi medici e chirurgici, non strettamente necessari, presenti nei servizi di ostetricia e ginecologia. Mentre nei paesi più poveri non si riesce a rendere operativo anche il monitoraggio più semplice e basilare della madre, dell’embrione e del feto, nei paesi più ricchi si moltiplicano le visite ginecologiche e gli esami che la donna in gravidanza “deve” effettuare. 

Alcuni di questi esami sono indispensabili, altri utili, molti, almeno per il bambino e per la madre, sono inutili o superflui. Se è sicuramente lodevole l’apporto dato dai servizi di ostetricia e ginecologia che hanno notevolmente diminuito i rischi e le conseguenze di patologie organiche, sia per i bambini sia per le loro madri, sempre di più negli ultimi anni, le madri sono spinte ad effettuare un numero crescente di esami clinici, ecografie, interventi diagnostici non sempre utili o strettamente necessari. La medicalizzazione di un evento fisiologico come la gravidanza si è sempre di più accentuata: ecografie, amniocentesi, esami genetici, episiotomie preventive, analgesie epidurali, parti cesarei. 

La grandiosità dell’evento della nascita viene così ridotto ad un insieme di pratiche di tipo medico e specialistico. La donna viene considerata un involucro che deve dare alla luce un bimbo perfetto. Si perde la naturalezza dell’evento. Come si perde il legame, la solidarietà ed il sostegno della comunità femminile.

A causa di tutti questi interventi la sensazione che si trasmette ai futuri genitori è che un figlio equivale a impegni notevoli, appuntamenti da prendere, file da fare, spese da sostenere, interventi chirurgici e medici da affrontare. Questo eccesso di visite, controlli, esami ed interventi chirurgici e medici, di fatto crea, nei genitori più ansiosi e fragili, una disposizione d’animo non sicuramente favorevole verso il nascituro, visto, ancor prima di venire al mondo, come fonte di sofferenze, impegni, problemi ed esborsi economici, piuttosto che come apportatore di gratificazione e gioia. La medicalizzazione se non la mercificazione di un evento fisiologico non è sicuramente il modo migliore per iniziare un rapporto.

Il mondo della produzione, a questo aggiunge i giudizi quasi sempre negativi sulla lavoratrice madre. Chi è la futura madre se non una donna che per capriccio o per imperizia mette in forse la sua carriera con una gravidanza, mentre nel contempo porta sconvolgimento al buon andamento dell’azienda, specie se piccola, privandola per diversi mesi dei suoi apporti lavorativi? Questo stimola le madri, più attente ai problemi del lavoro e della carriera, a continuare ad impegnarsi, se non fisicamente almeno psicologicamente, in favore delle ditte e degli enti per i quali danno la loro prestazione, mentre non riescono ad entrare in quell’intimo mondo particolare, necessario nell’attesa e nel rapporto con una nuova vita umana.

Il sesto limite nasce dagli effetti “domino” e “paradosso”.

Giacché per far funzionare uno o più servizi sono necessarie delle persone, a volte diverse centinaia di migliaia di persone, vi è il concreto rischio che per far funzionare al meglio un incarico se ne trascurino altri. Se una madre lascia il proprio bambino piccolo al nido, per andare a svolgere il lavoro di infermiera in ospedale, questa madre, da una parte richiede un servizio, dall’altra lo offre. A sua volta la o le donne che si occuperanno del bambino nelle ore nelle quali lei è impegnata in ospedale, sono costrette a trascurare altre persone per potere svolgere quest’attività, ad esempio sono costrette a trascurare la madre o il padre invalido o anziano. Questi, a loro volta, saranno affidati ad altre donne che hanno il compito di seguire persone invalide o anziane. Ma anche queste donne per svolgere questo servizio sono costrette a trascurare chi la pulizia della casa, chi il proprio marito ammalato, chi i propri figli.

Si innesca un effetto domino che lega tutte queste persone le quali, nel momento in cui danno una prestazione agli altri, sono costrette a chiedere ad altre persone, altri servigi che loro stessi avrebbero potuto eseguire forse meglio e con maggiori risultati positivi.

In questa situazione i servizi tendono ad ingigantirsi e si può arrivare all’effetto paradosso, meno frequente, ma altrettanto reale. Può succedere cioè che un’insegnante, molto occupata ed impegnata a svolgere nella scuola il proprio lavoro, tra lezioni, preparazione, riunioni, e attuazione di progetti specifici, sia talmente impegnata da avere bisogno, a sua volta, di una collega che aiuti il figlio o i figli nei compiti a casa. E così può capitare che un medico sia talmente oberato di lavoro che abbia bisogno di un collega per curare i propri figli.

Nel mondo economico l’effetto domino, non solo non porta conseguenze negative, ma permette, mediante la specializzazione, di migliorare e di rendere competitivi i prodotti. Se la mia specializzazione è quella di fare scarpe, è molto facile che riesca a produrne in gran quantità ad un prezzo competitivo.

Lo stesso purtroppo non avviene nel mondo affettivo. In questa realtà è fondamentale il rapporto ed il legame che si stabilisce o che si è stabilito tra la persona che dà un servizio e quella che lo riceve. Un bambino chiede, per il suo accudimento, non uno specialista, ad esempio un pedagogista o un puericultore, ma una persona ben definita con la quale ha instaurato un profondo legame affettivo e di fiducia: la propria madre, il proprio padre o al massimo i propri nonni.

Sono queste le persone in cui lui ripone assegnamento, ed è da queste e non da altre che accetta e cerca con piacere e gioia cure e attenzioni.

Lo stesso vale per gli ammalati specie se minori, come per gli anziani o i disabili. Pertanto, anche se il bambino, la persona ammalata, disabile o anziana, in mancanza dei propri familiari, stringendo i denti e facendo violenza su se stessa, riesce ad accettare l’aiuto, l’assistenza e cura di estranei, poiché quest’aiuto e questa assistenza sono vissute di malavoglia o controvoglia, non si ha l’effetto voluto. Spesso queste realtà si colorano di tristezza, risentimento, sfiducia e scarsa considerazione sia verso le persone che le privano delle loro attenzioni, sia verso la società che permette o peggio favorisce queste situazioni.