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Emidio Tribulato "Morte del coniuge o del convivente"

 

 

 

 

 

Accanto alle famiglie mononucleari che non godono di una ricca, efficiente e calda rete familiare, chiuse in appartamenti condominiali, oberate di lavoro e di impegni vari, vi sono realtà ancora peggiori come quelle nei quali il bambino si trova a relazionarsi solo con un genitore.

Per fortuna, dati gli enormi progressi della medicina preventiva e curativa, la morte per malattia incurabile di uno dei due genitori, così frequente fino alla metà del secolo scorso, è diventata sempre più rara. Invece sono, purtroppo, in notevole aumento, le morti per incidenti stradali.

E’ noto che il lutto può contribuire allo sviluppo anomalo della personalità. Gli effetti nocivi sui minori possono però molto variare in base ad alcuni parametri come:

  1. 1.     le caratteristiche e la durata della malattia del coniuge;
  2. 2.     l’età dei figli orfani;
  3. 3.     le caratteristiche psicologiche e quindi le reazioni emotive del genitore e dei parenti sopravvissuti;
  4. 4.     il sesso del coniuge;
  5. 5.     la ricchezza e l’efficienza della rete affettiva, familiare e amicale.

 

 

 

 

  1. 1.     Le caratteristiche e la durata della malattie del coniuge.

Il tipo di malattia del coniuge, nonché la durata della stessa infermità, ha importanza nel procurare un più o meno grave stress emotivo nel genitore sopravvissuto e nel nucleo familiare. Sicuramente una malattia di lunga durata, che richiede un notevole impegno assistenziale, provoca maggiore ansia e stress all’interno della famiglia con conseguenti difficoltà psicologiche, economiche e di cura rispetto ad una malattia di breve durata.

Se l’impegno assistenziale è notevole ed è attuato per molto tempo e se, soprattutto, assorbe in maniera eccessiva le attenzioni del coniuge superstite, i figli, specie se piccoli, possono soffrire per la mancanza di un dialogo sereno e gioioso e per le scarse attenzioni e cure necessarie. In questi casi, da parte del coniuge sano, vi può essere un rifiuto di coccole e affettuosità ai figli, come sintomo depressivo o come bisogno di vivere in maniera intensa ed esclusiva il rapporto con la persona gravemente malata. Ma anche la situazione opposta e cioè la scarsità di cure e attenzioni verso il genitore infermo, può far emergere nei figli un certo risentimento verso il genitore che non si è impegnato quanto avrebbe dovuto.

Quando è presente una malattia con un lungo decorso le persone coinvolte spesso alternano momenti di intenso coinvolgimento emotivo con altri di apparente “normalità”. E così, mentre nei momenti di crisi le tensioni e gli scontri si accentuano, e quindi i bambini soffrono per i rimproveri eccessivi, per le accuse ingiuste o peggio per delle punizioni date a causa di stanchezza fisica e mentale, in altri momenti nei quali la malattia è vissuta con più rassegnazione, i familiari si sentono più uniti e vicini di quanto lo fossero prima e anche ai figli sono elargiti più carezze e baci, più segnali di affetto e vicinanza, in quanto vi è il forte bisogno di stringersi tutti insieme per superare le tristezze e le difficoltà.

L’atmosfera triste e ansiosa creata dalla grave malattia, e poi della morte, aleggia, come una nero sudario, sulle reazioni emotive del gruppo familiare, rendendo difficili, soffocanti, tristi e malinconiche, le relazioni affettive. Ciò nonostante, a volte, vi è da parte degli adulti un notevole impegno nel cercare di negare o camuffare l’evento luttuoso evitando, in tutti i modi, ai minori il senso di morte, allontanandoli anche fisicamente da tutte quelle incombenze e situazioni che possano ricordarli. In ogni caso il senso del lutto ed il dolore della perdita resta. Nelle esperienze professionali di WOLFF la maggior parte delle madri aveva ritenuto di tener nascosti ai figli i rituali che accompagnano la morte e molti figli non avevano visto la tomba del padre. Alcune madri addirittura avevano evitato di dire al figlio che il padre era morto.[1]

Ma anche le morti improvvise, o la presenza di malattie che portano rapidamente al decesso, possono provocare problematiche psicologiche all’interno del nucleo familiare. Per le persone care il percorso verso la morte ha bisogno, per essere ben vissuto, di una certa quantità di tempo. Tempo per accettare l’inevitabile, tempo per chiudere serenamente dei contrasti e dei risentimenti presenti nell’animo, tempo per riparare gli strappi della relazione, tempo per spegnere vecchi rancori.

  1. 2.     L’età dei figli orfani.

Per quanto riguarda la immediata reazione alla morte del genitore per WOLFF, i bambini al disotto dei quattro – cinque anni ignorano il fenomeno, oppure reagiscono con un tipo di interesse imbarazzato e in qualche modo distaccato. Fra i cinque e gli otto anni cominciano ad essere affascinati dalla morte, la associano a sentimenti di aggressività e a timori, la considerano come una punizione di misfatti, ma anche come un evento reversibile. Soltanto verso i nove anni raggiungono una concezione razionale della morte e cominciano a manifestare tristezza di fronte al decesso di una persona cara.[2] Nonostante ciò, poiché il nucleo della nostra personalità che ci accompagnerà per tutta la vita, è ampiamente costruito intorno alle precoci esperienze infantili, più la perdita è precoce più il danno psicologico può essere grave. Pertanto, quando durante questi anni critici, un genitore è assente, lo sviluppo della personalità è danneggiato, per cui è probabile che il compito della formazione dell’identità nell’adolescenza riesca difficile. Al bambino mancheranno gli apporti caratteristici maschili o femminili, ed inoltre, sarà costretto a subire tutte le conseguenze sociali della perdita. Spesso, dopo la morte di un genitore, altre persone come zii o maestri di scuola, servono da modelli di identificazione per il bambino orfano, ma queste persone non sono mai conosciute così intimamente come il proprio padre e la propria madre e, sotto questo aspetto, sono meno soddisfacenti.[3]

  1. 3.     Le caratteristiche psicologiche del coniuge superstite ed i rapporti con il defunto.

La durata del lutto, le sue caratteristiche, i risvolti nei figli, sono legati anche alle qualità psicologiche del coniuge superstite ed ai rapporti che questi aveva con il defunto. Caratteristiche nevrotiche di personalità, unite ad un legame difficile o conflittuale, aggravano sicuramente la condizione di sofferenza dei figli. I bambini sono più facilmente disturbati se tra i genitori vi erano dei contrasti, in quanto sia nel genitore sopravvissuto sia in loro si instaurano dei sensi di colpa. Questi sentimenti hanno maggiore difficoltà ad essere affrontati e risolti nelle moderne società nelle quali i momenti della malattia e poi della morte sono sottratti ai familiari ed affidati quasi esclusivamente alle strutture sanitarie: medici, infermieri, personale ausiliario.

Dopo la morte del coniuge vi può essere un difficile ritorno alle condizioni affettive e relazionali preesistenti, oppure si può evidenziare, verso i piccoli, un morboso ed eccessivo attaccamento, come compensazione della perdita, come paura di nuove perdite, o come un modo per scongiurarle attraverso una presenza continua. Tutto ciò comporta, a livello individuale e familiare, una maggiore fragilità psicologica.

  1. 4.     Il sesso del coniuge defunto.

Com’è noto, la morte di una madre produce generalmente una maggiore disgregazione familiare che non la morte del padre.[4] Pochi uomini riescono ad accollarsi il doppio impegno verso il mondo economico e verso il mondo affettivo. Per tale motivo le cure affettive sono di solito affidate alle nonne o alle zie, cosicché è di vitale importanza, anche in queste occasioni, la ricchezza e l’efficienza della rete affettiva familiare. Anche le vedove, però, presentano delle difficoltà nel superare il lutto. Alcune di loro, ritenendo di non poter più aprirsi all’amore con un altro uomo, si isolano e si chiudono nei ricordi. Per WOLFF,poche di loro, anche dopo quattordici mesi, si sono riprese completamente e, nella metà di esse, la salute fisica in seguito alla disgrazia si era indebolita sia per disturbi psichici che fisici. Lo stesso autore nota in queste donne manifestazioni di apatia, risentimento e ostilità anche verso chi le aiuta, e di rifiuto dei rapporti sociali. Queste donne, inoltre, si sentono abbandonate, ma se qualcuno le aiuta si sentono disturbate nel loro dolore. [5]Altre, all’opposto, cercano al più presto possibile un sostituto, senza quella necessaria prudenza e riflessione che in questi casi è indispensabile per una buona scelta e per permettere ai figli di accettare una nuova figura paterna.

Per permettere al coniuge superstite di impegnarsi maggiormente nel lavoro, non è raro evidenziare una menomazione della vita familiare con conseguente maggiore utilizzazione degli asili nido, della scuola e dei servizi sociali di assistenza. Inoltre, il coniuge superstite, cercando di assumere un doppio ruolo nell’intendo di sostituirsi al genitore mancante, può essere costretto ad alterare e a modificare la sua primitiva immagine agli occhi dei figli. Le vedove, ad esempio, rischiano di allontanarsi emotivamente dalla prole, dopo la morte del marito, per il loro dolore, a causa del doppio impegno lavorativo, ed in quanto si sentono costrette a mettere in atto comportamenti anche di tipo maschile. Pertanto sono costrette a sfumare o non manifestare gli atteggiamenti tipicamente materni. In questi casi i bambini perdono non solo il padre ma anche una parte della madre!

A volte vi può essere come un affidamento o uno spostamento al figlio o alla figlia maggiore del ruolo del coniuge ammalato o defunto, con una precoce responsabilizzazione del figlio, soprattutto se maschio, che è stimolato ad assumere un ruolo non proprio.

 Da parte del figlio o dei figli, la morte del genitore può essere vissuta in vario modo: alcuni potranno avvertirla con un senso di colpa, ricordando tutto ciò che non è stato detto, tutto ciò che non è stato fatto, gli scontri avvenuti, le difficoltà nella relazione. Altri potranno viverla con un senso di liberazione, sia per la fine dello sconvolgimento familiare, causato dalla malattia, sia per la possibilità di riappropriarsi delle attenzioni del genitore superstite. A differenza dalla separazione e dal divorzio però, l’immagine di un genitore amato che è morto, è tenuta viva dal coniuge sopravvissuto e viene presentata ai figli con orgoglio e con affetto.[6] Pertanto il papà o la mamma scomparsi continuano ad essere vivi nella mente e nel cuore dei figli in modo positivo e quindi, anche se parzialmente, continuano a svolgere la loro funzione ed il loro ruolo.

 


[1] Cfr. S. Wolff, Paure e conflitti nell’infanzia, Armando Armando Editore, Roma,1970, p. 114.

[2] Cfr. S. Wolff, Paure e conflitti nell’infanzia, Armando Armando Editore, Roma,1970, pp. 105 - 108

[3] Cfr. S. Wolff, Paure e conflitti nell’infanzia, Armando Armando Editore, Roma,1970, p. 119

[4] Cfr. S. Wolff, Paure e conflitti nell’infanzia, Armando Armando Editore, Roma,1970, p. 111.

[5] Cfr. S. Wolff, Paure e conflitti nell’infanzia, Armando Armando Editore, Roma,1970, p. 111

[6] Cfr. S. Wolff, Paure e conflitti nell’infanzia, Armando Armando Editore, Roma,1970, p. 137

 

 

Tratto da "Il bambino e il suo ambiente" di Emidio Tribulato

 

 

 

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