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I bambini e le malattie organiche

Tutte le malattie sono mal sopportate sia dagli adulti sia dai bambini. Per questi ultimi che amano correre, saltare, scorrazzare per la casa o per i giardinetti, inventando mille giochi e mille attività, non è sicuramente piacevole essere costretti a letto da mattina a sera, come non è gradevole ingurgitare orribili medicine, nonché offrire il proprio sederino alle dolorose, anche se indispensabili punture. Inoltre sono tante le malattie capaci non solo di debilitare i bambini ma anche di provocar loro una serie di sintomi notevolmente fastidiosi: come l’aumento della temperatura, il dolore, il vomito, la diarrea e così via.

A ciò si deve aggiungere che, sempre più frequentemente, a causa delle reazioni di paura e ansia delle figure di riferimento, ma anche dei medici, i piccoli sono costretti a ricoverarsi in luoghi particolari, come gli ospedali, che hanno caratteristiche molto diverse e contrastanti rispetto alle loro case e alle loro famiglie. Luoghi nei quali si è toccati e gestiti da persone e mani estranee, dove si è costretti ad alimentarsi con cibi inconsueti. Luoghi nei quali si è giornalmente in contatto con le sofferenze e le pene dell’umanità ferita. Ancora peggio, sono mal sopportati dai bambini i ricoveri e le malattie post traumatiche, come le fratture o le slogature, che li costringono all’immobilità più assoluta. I limiti alla loro autonomia, il bisogno insoddisfatto di movimento li rende nervosi e irritabili. Tutto ciò può comportare anche dei sintomi regressivi, specie quando i genitori e gli amici non sono a loro vicini e non procurano giochi e passatempi, anche perché “…quanto più il bambino è piccolo tanto meno potrà comprendere e razionalizzare gli interventi terapeutici che subisce. Egli avrà sempre la tendenza a interpretarli in senso aggressivo e primitivo, e quindi essi saranno causa di ansia.[1]

Le conseguenze psicologiche delle malattie sono legate a molteplici fattori dei quali bisognerebbe tener conto:

  •   la gravità e le caratteristiche del quadro clinico generale;
  •   il tipo di terapie alle quali è sottoposto il bambino;
  •   l’età del minore;
  •   le sue caratteristiche di personalità e quindi la sua maggiore o minore emotività;
  •   le risposte emotive dei familiari;
  •  le capacità relazionali e comunicative del personale medico ed infermieristico;

 

Per fortuna anche le malattie, se ben vissute e gestite, possono essere occasione d’incontro: con genitori, parenti e amici. Incontri per iniziare o portare avanti un dialogo ricco di calore e affetto reciproco. Incontri per sperimentare e vivere, più intensamente e tranquillamente, momenti di coccole e tenere effusioni. Incontri nei quali, se ben sfruttati, la dolcezza lasciata dalla maggiore vicinanza fisica e affettiva con i genitori, potrebbe rimanere nell’animo del bambino più a lungo delle sofferenze causate dalle stesse malattie.

Lo stare a letto ed essere accuditi può, per alcuni bambini, risultare un momento piacevole, in quanto è possibile godere di maggiore libertà dalla scuola e dai compiti, ma anche avere la possibilità di vivere un maggior dialogo affettuoso con i propri familiari i quali, quando il loro bambino è ammalato, spesso tendono ad essere più presenti, affettuosi, vicini, teneri e comprensivi.

Anche quando il bambino è ricoverato in clinica o in ospedale quei giorni possono provocare o non un trauma nel suo animo, in base a come la struttura ed il personale sapranno accogliere il piccolo paziente ed i suoi genitori. È sicuramente importante la durata del ricovero, che dovrebbe essere quanto più ridotta possibile.

Vi può essere, inoltre, un ricovero in un ambiente triste e tetro come lo sono ancora molti reparti pediatrici, oppure, come oggi per fortuna si cerca di fare nei migliori ospedali, è possibile vivere questa dolorosa esperienza in ambienti ricchi di calore umano e pieni di sollecitazioni positive.  Poiché la psiche di un bambino è estremamente sensibile, basta poco per procurare ai cuccioli dell’uomo dolore, paura e inquietudine, ma basta altrettanto poco per modificare in modo positivo un’esperienza, senza dubbio difficile e dolorosa.

Il personale, sia medico sia infermieristico che tratta i piccoli ospiti, dovrebbe tener presente alcune regole essenziali:

Vi è sempre qualche terapia o esame in più che può essere evitato al piccolo ospite senza che questi ne risenta alcun danno fisico.

Spesso negli ospedali, ma anche negli ambulatori dei pediatri di base, si esagera nella prescrizione di esami che appaiono indispensabili per capire fino in fondo la patologia del bambino, o per mettersi al riparo da eventuali denunzie, ma che sono assolutamente inutili per quanto riguarda i potenziali interventi da effettuare. Ridurre gli esami, ma anche le terapie al minimo indispensabile, potrebbe notevolmente diminuire la sofferenza del bambino e le conseguenze che da questa possono derivare. Conseguenze che, come delle cicatrici indelebili, rischiano di rimanere nella psiche dei minori, instaurando ansie, paure e altri sintomi di sofferenza che possono negativamente influire sulla loro vita futura.

Non tutti gli esami e terapie hanno la necessità di essere effettuati nel momento in cui si decide di eseguirli.

Spesso è possibile postergare gli interventi traumatici ad un’età più adulta nella quale l’Io del bambino è più solido, maturo e ricco di difese. Quando poi è indispensabile intervenire, a volte basta qualche minuto in più nelle braccia della mamma, un giocattolo da tenere tra le braccia o poche parole di spiegazione e di rassicurazione, per trasformare il vissuto interiore del bambino da negativo e frustrante in positivo e gradevole. “Stupisce sempre constatare il grado di collaborazione che si può ottenere dal bambino in occasione di cure mediche quanto si sia avuto cura di dargli le spiegazioni che la sua età consente e di aiutarlo a “farsi una ragione”, insistendo sulla natura dell’intervento che deve subire e sui benefici che ne risulteranno”.[2] Molti bambini accompagnati bene dal punto di vista psicologico, ricordano la gratificazione di aver ben affrontato l’esame clinico, la cura o anche l’intervento, dimenticando il fastidio e il dolore fisico a questi collegati. Purtroppo sono visitati, ricoverati e curati più frequentemente proprio i bambini psicologicamente più disturbati e fragili. E ciò non solo perché il disturbo psicologico provoca, a lungo andare, una diminuzione delle difese immunitarie e quindi una maggiore probabilità che il bimbo si ammali, ma anche perché avendo questi minori accanto a loro dei genitori e familiari che vivono con ansia e paure ogni realtà, anche la più banale, sono da questi costretti a visite, esami, terapie ed interventi, il più delle volte inutili o superflui. In questi casi, preciso dovere del medico dovrebbe essere il sedare le ansie genitoriali, così da limitare al massimo le loro richieste di interventi impropri.

Evitiamo di aggiungere all’ansia del bambino la nostra ansia.

I bambini vivono e respirano l’atmosfera che hanno intorno. Quando questa atmosfera è carica d’ansia e di preoccupazione, ogni atto di tipo medico e chirurgico, anche il meno traumatico, è affrontato in maniera dolorosa, stressante e difficile. Quando, invece, l’atmosfera che è nell’animo delle persone che assistono il piccolo paziente è serena e fiduciosa, lo stesso tipo di esame, terapia o intervento è molto meglio affrontato e vissuto.

 

Non effettuare senza aver adeguatamente preparato il bambino visite, interventi ed esami.

Per evitare che il bambino pianga o protesti per la visita, l’esame, la terapia o l’intervento da effettuare, alcuni genitori con la complicità dei medici, preferiscono intervenire senza alcun preavviso. Ciò spaventa il bambino, ma soprattutto fa crollare la fiducia sia verso papà e mamma, ritenuti giustamente bugiardi, sia verso i medici che saranno visti, da quel momento in poi, come persone dalle quali ci si può attendere di tutto. In tal modo nasce la sfiducia nei confronti di queste persone e vi è il rischio che possa nascere la sfiducia anche nella vita, la quale viene avvertita non come una sequenza di eventi sostanzialmente positivi, nei quali si inseriscono delle parentesi negative, ma al contrario, come un’attesa di improvvisi, inspiegabili e inaspettati eventi negativi, immersi in un continuum di ansiosa attesa.

Effettuare l’anestesia preparatoria nella camera del bambino.

Quando è necessario effettuare un intervento sarebbe importante effettuare l’anestesia preparatoria nella camera del piccolo e non nel complesso operatorio. La cameretta del bambino con i suoi giocattoli, i genitori e le persone care vicine, è ben diversa dell’anonima e sterile sala operatoria o pre-operatoria. Anche questa ci sembra un’attenzione nei confronti del bambino che non costa nulla, ma che può evitare inutili sofferenze psicologiche.

Non ingannare il bambino.

A volte alla nostra equipe sono pervenute strane proposte e altrettanto strane richieste di visite ed interventi. Tali proposte e richieste sono in genere precedute da telefonate di questo tipo: “Buongiorno, dottore, vorremmo che lei ci aiutasse a risolvere un grave problema che abbiamo con nostro figlio”, e giù a spiegare il problema o i problemi del figlio, “…ma le raccomando, lui non deve sapere niente. Gli abbiamo detto che lei è un nostro amico che vorremmo andare a trovare. Lei lo osservi senza dire nulla, né a lui né a noi, poi ci faremo sentire per sapere il risultato della visita”. Naturalmente ci rifiutiamo di fare “visite” di questo genere. Non solo perché sono tanti i test, le prove e le osservazioni che effettuiamo con la collaborazione del bambino e pertanto è impossibile non accorgersi che non si tratta di visite di cortesia ma, soprattutto, perché sappiamo quanto le bugie irritino i minori. Queste, anche se dette a fin di bene, accentuano le loro paure e ammantano di nero mistero e dubbio anche le realtà più semplici e chiare. D’altra parte, com’è possibile aiutare un minore a superare i suoi problemi senza il suo intervento e la sua collaborazione e, soprattutto, in un clima di falsità? Spesso i genitori che fanno tali proposte hanno proprio loro difficoltà ad affrontare la realtà e con questo tipo di comportamento rischiano di trasferire nel bambino le loro ansie e paure.

Evitare l’effetto sommatorio degli stress e dei traumi.

Prima di aggiungere altri possibili stress e traumi, come può essere un allontanamento dei genitori, la presenza di un nuovo fratellino, l’inserimento nell’asilo nido o nella scuola materna, è necessario essere certi che il bambino abbia ben superato gli stress ed i traumi dovuti alle malattie e agli eventuali interventi che ha dovuto subire. In caso contrario, proprio per un effetto sommatorio, le conseguenze psicologiche potrebbero essere molto gravi.

Il caso di Antonio ne è un esempio.

Antonio arrivò alla nostra osservazione all’età di cinque anni, per importanti problematiche psicologiche, le quali però erano state precedute e accompagnate da una serie di malattie organiche. Il bambino a due mesi e mezzo aveva accusato una convulsione in seguito a ipertermia per cui era stato necessario il ricovero per accertarne la natura; a nove mesi era stato costretto a subire un intervento per il frenulo del pene e per idrocele; il bambino, inoltre, soffriva di stipsi, di ragadi anali e di iperemia diffusa, per la quale da anni effettuava varie terapie topiche e sistemiche. A questi numerosi problemi, dopo un precoce e traumatico inserimento presso un asilo nido, si aggiunsero: disturbi nella socializzazione, notevole instabilità psicomotoria, sintomi regressivi con atteggiamenti infantili, eccessiva reattività con comportamenti aggressivi e distruttivi se contrariato, incubi notturni e una notevole mole di paure: dei rumori, del mare, delle persone brutte, dei giochi d’artificio, di uscire da solo, della confusione nelle feste dei compagnetti, dei giochi movimentati e rumorosi, di allontanarsi dalla madre.

In questo, come in casi simili, la maggiore fragilità psicologica del bambino dovuta ai disturbi organici, al ricovero e alle terapie che Antonio era costretto ad effettuare, con molte probabilità si era trasformata in una ben più grave sofferenza psicologica nel momento in cui i genitori avevano deciso di inserire il piccolo nell’asilo nido.



[1] Osterrieth, P.A., Introduzione alla psicologia del bambino, Giunti e Barbera, Firenze, 1965, p. 127.

[2] Osterrieth, P.A., Introduzione alla psicologia del bambino, Giunti e Barbera, Firenze, 1965, p. 127.