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IL BAMBINO E LA SCUOLA(SECONDA PARTE)    

 

5. Quando il tempo trascorso nelle aule scolastiche è eccessivo.

Dopo gli anni sessanta il tempo trascorso nelle aule scolastiche è andato sempre più aumentando con l’inserimento del tempo pieno, del tempo prolungato, della settimana corta, ma anche a motivo dei vari progetti organizzati dalla scuola. Nello stesso tempo sono aumentate le occasioni nelle quali la scuola ha iniziato a sostituirsi alla famiglia con l’intento di aiutarla nei compiti che non riusciva più a svolgere. Prima il momento del pranzo: ‹‹Come può una madre che lavora e che ha solo due ore di intervallo ritornare a casa, preparare il pranzo per i figli e ritornare al lavoro? Per aiutare queste famiglie è più utile che il bambino resti a scuola e mangi insieme ai suoi coetanei. Ciò servirà anche come educazione alimentare e l’aiuterà a superare tanti capricci››. A ciò si è quasi subito aggiunto “l’aiuto” nell’effettuare i compiti scolastici: ‹‹Chi c’è a casa nel pomeriggio, se non una vecchia nonna lontana dagli argomenti didattici che oggi la moderna pedagogia propone ai suoi studenti? Come può questa vecchietta assistere e aiutare i bambini? È molto meglio che questo sostegno sia offerto da alcune insegnanti durante il tempo pieno o tempo prolungato››. E ancora per altre attività ludiche: ‹‹Ora che sono scomparsi i cortili e le aree attrezzate per i giochi per i bambini vi è il rischio reale che questi stiano tutto il pomeriggio a casa davanti alla TV e ai video-giochi; meglio, molto meglio attivarli con delle esperienze ricreative e culturali da effettuare durante il tempo pieno a scuola››.

Ma la scuola con il concorso del comune riesce a fare anche meglio. ‹‹Perché costringere i genitori ad accompagnare i figli a scuola quando è possibile avere dal comune degli ottimi scuolabus?››

In una società, come la nostra, nella quale i rapporti genitori –figli sono molto ridotti e limitati dalle necessità lavorative, un bambino, specie se piccolo, desidererebbe e ne avrebbe il diritto, di essere accompagnato a scuola da almeno uno dei suoi genitori o da una persona a lui legata affettivamente, come un nonno o una nonna. Questa funzione, infatti, ha delle notevoli valenze affettive ed educative. In quei minuti trascorsi insieme, mentre il bambino lotta contro il timore di staccarsi da un ambiente conosciuto e sicuro come la propria stanza e la propria casa per affrontare un contesto diverso, difficile e problematico, come quello scolastico egli, mediante il contatto della mano ferma e calda del genitore, ha la possibilità di percepire prima e poi far propria la sicurezza e la serenità di questi. Inoltre, mediante il dialogo, ha la possibilità di comunicare con la persona amata le nuove esperienze, le nuove gioie e soddisfazioni come quelle di un bel voto o di riuscire ad instaurare un nuovo rapporto d’amicizia ma gli è possibile anche confidare i timori e le difficoltà come l’accettare un cattivo voto, un richiamo dell’insegnante o le cattiverie di qualche compagno di classe.

In questi casi l’offerta e l’accettazione di un servizio come quello degli scuolabus, specie per un bambino piccolo o alle prime esperienze scolastiche, può comportare notevoli disagi e sofferenze, in quanto questi si ritrova ad affrontare da solo i suoi timori, le sue paure, i suoi dubbi, le sue difficoltà, mentre rimane privo dei preziosi consigli, suggerimenti, incoraggiamenti e chiarimenti, dei suoi genitori ma anche del contatto fisico offerto dalla loro mano o dal bacio dato al momento del distacco.

“L’aiuto” che la scuola o il comune cerca di dare ai genitori e alle famiglie, in realtà si traduce in una deresponsabilizzazione, ma anche in una collusione con il mondo economico o meglio finanziario, che tende sempre di più a gestire persone e famiglie a suo esclusivo beneficio, senza tener conto dei danni prodotti alle future generazioni.

6.     Quando non sono rispettati i fisiologici ritmi di impegno, svago e riposo.

Possibili effetti negativi si possono avere quando la scuola e le attività didattiche correlate non rispettano i bisogni di riposo, di gioco e di svago del minore. Negli ultimi decenni la scuola è sottoposta da parte della società a continue richieste formative, sia per l’aumento delle conoscenze, sia per la complessità delle attitudini indispensabili agli adulti per comprendere e padroneggiare le varie attività lavorative e sociali. Ciò comporta un carico di lezioni, compiti e attività, in alcuni casi insostenibili per le possibilità di un bambino. Tendono ad aumentare le ore di lezione e quelle di studio necessarie per prepararsi alle interrogazioni quotidiane o per superare le varie prove d’esame. Inoltre, la necessità di utilizzare al massimo il tempo trascorso dal bambino a scuola, ma anche la paura di incidenti che possono avvenire fuori delle aule scolastiche, ha fatto da una parte diminuire la durata della pausa di riposo, dall’altra, in molti casi, ha spinto gli insegnanti a costringere i bambini a consumare una frettolosa merendina nello stesso banco. Queste modalità di gestione degli alunni, assolutamente non fisiologiche per soggetti in età evolutiva i quali hanno bisogni di movimento, svago e gioco, ha comportato un aumento dell’instabilità e dell’irritabilità, una diminuzione delle capacità di attenzione, una maggiore svogliatezza, ma anche atteggiamenti aggressivi e disforici poco consoni ed utili in una classe. Insomma, piuttosto che liberare tensioni represse mediante il gioco libero, nelle giuste pause, è facile vedere un numero sempre maggiore di bambini, soprattutto maschietti, che per tutto il tempo delle lezioni ma soprattutto nelle ultime ore si alza spesso dal banco e vaga nella classe oppure, al contrario, resta imbambolato, apatico e addormentato nel suo banco per evitare rimproveri e punizioni. Questa modalità poco fisiologica di gestire i tempi dello studio e quelli necessari per il riposo ha, inoltre, determinato un calo nell’impegno scolastico soprattutto degli alunni maschi, con conseguenze anche sul piano del benessere psicologico.

7.     Ogni qualvolta viene sottovalutato l’obiettivo dello sviluppo di una corretta identità e ruolo di genere.

L’identità di genere è data dal vissuto che la persona ha di sé come maschio e come femmina.

Quando l’individuo avverte una costante, chiara e netta consapevolezza di appartenere ad uno specifico genere sessuale, per cui può dire a se stesso e agli altri: ‹‹Io sono maschio›› oppure ‹‹Io sono femmina››, la sua identità di genere è chiaramente ben definita. Al contrario, quando la persona, qualunque siano le sue scelte sessuali, qualunque siano le sue caratteristiche anatomiche, non riesce a collocarsi in un sesso specifico, non ha una chiara identità di genere.

L’identità sessuale va distinta dal ruolo sessuale che è dato dal comportamento che l’individuo attua esprimendo le sue caratteristiche. ‹‹Io sono maschio e quindi vivo e mi comporto da maschio nelle mie scelte, nel mio lavoro, nel modo di vestire, nelle mie scelte amorose e sessuali, ecc..

Anche l’impegno per un corretto sviluppo dell’identità e del ruolo di genere sembra scomparso nei programmi ma soprattutto nelle aule scolastiche.

Poiché l’identità ed il ruolo di genere sono solo in parte determinati dagli elementi genetici e pertanto necessitano del fondamentale contributo educativo della famiglia e della società, così come per i genitori anche la scuola, in quanto luogo che accoglie precocemente le nuove generazione e si propone di formarle, avrebbe il dovere di lavorare costantemente per aiutare il corretto sviluppo sessuale dei minori. Purtroppo tale contributo, almeno attualmente, appare molto scarso per vari motivi. Intanto le classi miste hanno sottratto agli alunni la possibilità di uno scambio prevalente di idee ed esperienze nell’ambito dello stesso genere; a ciò si è aggiunta la presenza di uguali programmi didattici sia per i ragazzi che per le ragazze. Non è indifferente, inoltre, la netta prevalenza di insegnanti donne non solo nella scuola dell’infanzia, ma anche in quella primaria, che impedisce una corretta identificazione. In queste condizioni entrambi i sessi sono mortificati, anche se i danni maggiori sono avvertiti dai maschi, i quali sono costretti a vivere in un ambito educativo strutturato e gestito prevalentemente con caratteristiche e valori di tipo femminile.

8.     Quando la scuola e le attività didattiche si inseriscono in modo invadente e prioritario nella vita dei minori.

La vita giornaliera di un bambino, ma anche quella di un fanciullo e di un giovane dovrebbe essere la più varia. Durante la veglia dovrebbero essere intervallati momenti di studio ad altri di gioco libero, periodi di riflessione ad altri di impegno, momenti di lettura e momenti di ascolto, occasioni di riposo alternate a sport o comunque ad impegno motorio. Momenti dedicati al dialogo, ai quali dovrebbero seguire periodi ricchi di silenzio interiore. Quando la scuola e le connesse attività didattiche diventano preponderanti nella vita dei minori, molte di queste possibili opzioni si riducono notevolmente, si annullano o non vengono neanche scoperte. In questi casi l’impegno scolastico fagocita ogni minuto, ma anche ogni energia del minore, rendendo monocorde la sua giornata ma anche la sua vita ed il suo sviluppo umano, con grave perdita delle sue globali potenzialità. Il concetto che la scuola dovrebbe essere solo una parte della vita del minore, per alcuni genitori e per tanti insegnanti sembra sconosciuto o nettamente rifiutato, tanto che il dialogo tra genitori e figli, ma anche tra coetanei spesso si riduce a temi quasi esclusivamente di tipo scolastico: ‹‹Sei stato interrogato? Quanto hai preso nell’ultimo compito? Come mai il tuo rendimento scolastico è diminuito in questo periodo? Ti piace la matematica?›› E così via.

Per alcuni genitori la scuola e le attività didattiche diventano causa di ansia per loro e motivo di tormento nei confronti dei figli. Non basta la sufficienza è necessario un buon voto. Non basta un buon voto è necessario un rendimento scolastico eccellente. Tutto il resto della vita del minore sembra ruotare solo su questi termini di paragone. Per evitare che il bambino si distragga, nei momenti di riposo alcuni genitori sono felici se il figlio guarda la TV, ‹‹…così apprende qualche altra cosa e rimane concentrato sui compiti da fare.›› Compiti che spesso si prolungano fino a tarda sera. Si riduce il rapporto del bambino con i coetanei. Si riducono le sue possibilità di scelta. Il suo animo e la sua vita si atrofizzano.

Questi genitori spesso non sopportano che il loro figlio “non faccia nulla”. Vanno in ansia se lo vedono sdraiato nel letto a pensare guardando il soffitto. Quando si accorgono che, almeno apparentemente è inattivo, lo apostrofano pesantemente. Come fosse un crimine pensare, fantasticare, riflettere. Le conseguenze sono notevoli. La personalità del minore ha difficoltà ad espandersi. Non solo, ma egli comincia a credere, come i suoi genitori ed i suoi insegnanti, che il valore di una persona si misura dal suo successo scolastico; che essere buono e bravo significa prendere dei buoni voti; che le maggiori disgrazie della vita sono quelle che si hanno quando un compito va male e così via. Spesso, in questi minori cresce l’ansia da prestazione, la depressione, la tristezza, la colpevolizzazione e la svalutazione di sé, quando qualcosa non è andato per il verso giusto a scuola. Tutto il bene che essi possono chiedere a se stessi e al mondo si focalizza su questa istituzione.

Nonostante questo sia un pensiero molto frequente, resta un pensiero grossolanamente errato. La vita premia chi è più ricco globalmente, non chi è più bravo a scuola. Premia chi è capace di gioire, pensare, riflettere, scoprire, provare, dialogare, non chi prende tutti nove e dieci. Premia chi è pronto e desideroso di impegno verso il prossimo; chi ama arricchirsi della lettura, della musica; chi gode e difende la natura ed in essa cerca riposo e vigore. In definitiva, la vita premia chi è più capace di confrontarsi bene con sé stesso, con gli altri e con il mondo che lo circonda e non chi risponde meglio alle interrogazioni.

In questi bambini la cui vita ruota solo attorno alla scuola e allo studio, abbiamo evidenziato nei loro disegni e nei loro racconti, una scarsissima varietà di elementi. A volte tutti i loro sogni e le loro attenzioni sono focalizzate sugli oggetti tecnologici, altre volte sui video – giochi, altre volte sul calcio ma è come se il ventaglio della loro vita fosse enormemente ristretto e limitato e quindi, in definitiva, molto povero.

 

Un bambino “tutto studio e TV”

 

Il caso di Vincenzo è emblematico.

Questo bambino di nove anni con normali capacità intellettive e con buon profitto scolastico, arriva alla nostra osservazione in quanto presentava numerosi disturbi psicoaffettivi come paura del buio, della bambola assassina, dei ladri, della morte dei genitori e quindi di rimanere solo senza protezione. Presentava, inoltre, facile suscettibilità, ridotta autostima, e notevole tensione interiore. I genitori si impegnavano e lo impegnavano nel fare i compiti dalle quindici alle diciannove. Dopo i compiti l’unica altra attività che gli era concessa era vedere un po’ di TV. Nessuna vita sociale. Niente amici. Nessuna attività di gioco con i compagni.

Come commento al disegno che raffigura un bambino che gioca al pallone, riferisce:

 

‹‹C’era una volta un bambino di nome Luigi che palleggiava. Sapeva giocare bene a pallone. Andava a calcetto, mangiava, dormiva, ecc. Un giorno un topo gli ha bucato il pallone e lui si è messo a piangere. Dopo se ne è comprato uno nuovo e ha giocato di nuovo a pallone. La madre aveva i capelli ricci e neri e suo papà aveva i capelli ricci e neri. Papà faceva il medico e la mamma faceva il medico. Erano buoni. Papà si arrabbiava se gridava e la mamma per le grida e se non studiava. Era solo e giocava solo!››

 

Nonostante il disegno ed il relativo commento fossero, almeno in parte, una proiezione dei suoi desideri insoddisfatti in quanto, nella realtà, il bambino non era iscritto a calcetto e non aveva tempo di giocare a pallone, colpiscono in questo racconto tutta una serie di elementi scialbi e monocordi di persone e giornate sempre uguali (Un giorno un topo gli ha bucato il pallone e lui si è messo a piangere. Dopo se ne è comprato uno nuovo e ha giocato di nuovo a pallone) (La madre aveva i capelli ricci e neri e suo papà aveva i capelli ricci e neri). (Papà faceva il medico e la mamma faceva il medico).

Colpisce, inoltre, la sua frase finale (Era solo e giocava solo!)

5.     Quando il gruppo classe deve affrontare problemi più gravi e pesanti rispetto alle sue possibilità di dare adeguate risposte.

La possibilità che ha una classe di dare risposte adeguate dipende da molti fattori: equilibrio psichico e capacità degli insegnanti, numero degli allievi, quantità di problematiche da affrontare. In definitiva, una maggiore qualità e capacità dei docenti permette di affrontare positivamente anche un numero maggiore di alunni, anche se tra questi vi sono più alunni con problemi. Al contrario minori capacità e qualità sono presenti negli insegnanti, minori possibilità vi sono di affrontare un alto numero di alunni soprattutto se fra questi sono presenti degli alunni con qualche disabilità. Pertanto più una classe è numerosa, più all’interno della classe sono presenti bambini con problemi, anche solo di disagio psichico, più è difficile la sua gestione e più capacità si dovrebbe richiedere ai docenti.

6.     Quando è presente una eccessiva competizione.

Una giusta competizione stimola l’interesse e la motivazione ed aiuta a raggiungere gli obiettivi didattici programmati. Quando invece la competizione è eccessiva si crea un clima di ansia, tensione e scontro tra gli allievi, per cui gli alunni meno capaci e bravi rischiano di soffrire per i sentimenti di fallimento e di insufficienza.

 

7.     Quando la scuola non riesce ad attuare un rapporto ed un insegnamento individualizzato.

Ogni bambino ha per sua natura delle potenzialità e dei bisogni particolari in quanto portatore di diversa personalità, di diverse capacità intellettive, di attenzione, di memoria e così via. Anche se è illusorio pensare che un insegnante possa far effettuare ad ogni alunno della classe, la quale spesso è numerosa, un suo percorso individualizzato di apprendimento, una buona scuola e dei bravi insegnanti dovrebbero riuscire a dare ad ogni allievo l’attenzione necessaria affinché non si sentano e non vengano trattati in maniera anonima. Il racconto di Bruno è, a questo proposito, eloquente.

 

Un bambino con la paura delle interrogazioni.

 

C’era una volta un ragazzino di nome Carlo il quale prima di essere interrogato era molto spaventato perché temeva che il professore gli avrebbe messo due se non avesse fatto bene. La mattina Carlo cercò in tutti i modi di non andare a scuola, fingendo di sentirsi male. Però non riuscì, doveva solo affrontare il professore. Quando lo chiamò alla lavagna, nessuno capiva perché lui scriveva tremolante. Appena il professore disse di disegnare un parallelogramma lui riuscì a farlo perfettamente. Questo professore di cui tutti avevano paura era diventato amico, perché appena finita la lezione lo portò fuori con lui dicendogli di continuare così con buona volontà. Il bambino passò alle classi superiori e fece notare a tutti di essere un piccolo grande genio.

 

Il racconto di Bruno evidenzia molto bene il “miracolo” che può fare un buon professore con un piccolo, semplice gesto.

Intanto viene presentato, in questo racconto, un bambino spaventato dalle interrogazioni che, di conseguenza, presenta paura della scuola (C’era una volta un ragazzino il quale prima di essere interrogato era molto spaventato perché temeva che il professore gli avrebbe messo due se non avesse fatto bene). (Quando lo chiamò alla lavagna, nessuno capiva perché lui scriveva tremolante). Questo ragazzino fa di tutto, fingendosi malato, per non andare (La mattina Carlo cercò in tutti i modi di non andare a scuola, fingendo di sentirsi male). Tuttavia, nonostante il terrore, è bastato poco a questo professore per sminuire di molto le sue paure (Questo professore di cui tutti avevano paura era diventato amico, perché appena finita la lezione lo portò fuori con lui dicendogli di continuare così con buona volontà).