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LE STEREOTIPIE E LE RESISTENZE AL CAMBIAMENTO NEL BAMBINO CON DISTURBO AUTISTICO

 

Autore: Dott. Emidio Tribulato

Per stereotipie si intende la ripetizione di una sequenza invariata e costante di comportamento. Esistono pertanto molti tipi di stereotipie: motorie, nella comunicazione scritta o parlata, nei giochi, nel disegno e nei comportamenti, e così via.

Le stereotipie motorie consistono in movimenti ritmati nei quali il bambino sembra concentrato. Possono interessare le mani, il tronco, il viso o il capo. Quando interessano le mani queste sono come torte, mosse su una superficie, sventolate in aria o davanti agli occhi, strofinate o battute l’una sull’altra. Quando interessano il tronco questo può subire dei movimenti di dondolamento avanti – indietro o da un lato all’altro.

Le stereotipie negli interessi. Quando queste sono presenti i bambini si dedicano in maniera assorbente ad uno o più tipi di interessi ristretti anomali o per intensità o per focalizzazione e appaiono sottomessi ad inutili abitudini o rituali specifici.

Le stereotipie nella comunicazione possono riguardare il linguaggio o anche la scrittura. Alcuni bambini con Disturbo Autistico emettono continui suoni e gridolini con la voce, o amano fare sempre le stesse domande, anche se sanno benissimo le risposte. Altri scrivono lunghi elenchi di parole, frasi o nomi o richiedono di vedere sempre lo stesso film o lo stesso cartone animato.

Le stereotipie nei comportamenti sono spesso caratterizzate da richieste sempre uguali. Ad esempio di premere il bottone dell’ascensore, di bagnarsi le mani, di guardare la luce o anche di battere la testa sul muro. Possono rientrare nelle stereotipie, quindi, anche dei comportamenti di apparente autolesionismo.

Le stereotipie nei giochi. Il bambino  tende ad usare lo stesso giocattolo sempre allo stesso modo per un tempo infinito. Il bambino fa girare una trottolina, un pezzetto di cartone o di plastica. Oppure fa passare davanti agli occhi un oggetto come su uno scanner.

Le stereotipie del disegno sono anch’esse molto evidenti. I bambini che ne soffrono tendono a disegnare sempre lo stesso elemento che, per qualche motivo, in quel momento è predominante nel loro animo, senza che le capacità logiche o razionali riescano a fare da filtro a quanto disegnato. Pertanto questi bambini possono rappresentare una serie notevole di pali uno dopo l’altro, una casetta con tante, troppe finestre e porte, un cielo con più soli o più lune, un mare costellato da un numero notevole di boe e così via.

I comportamenti stereotipati possono variare nel tempo per caratteristiche, intensità e frequenza, in base ai cambiamenti ambientali e ai vissuti del bambino in un determinato momento.

I comportamenti ripetitivi nei soggetti normali

I comportamenti ripetitivi e le resistenze al cambiamento non sono, di per sé, condotte caratteristiche di una patologia. Molti comportamenti ripetitivi sono presenti nei soggetti normali. Molte mamme possono confermare come i bambini, specie se piccoli, amino molto che le cose si svolgano secondo una modalità ben conosciuta e più volte collaudata. Spesso i loro figli non accettano di mangiare con una tazza diversa dalla propria, così come rifiutano di utilizzare, per fare i loro bisognini, un vasetto che non sia quello consueto. Allo stesso tempo vogliono che sia una persona ben precisa a raccontare la favoletta della buona notte e un’altra a preparare la pastina. Le mamme, inoltre, sono concordi nell’osservare come più il bambino è nervoso, stressato o psicologicamente disturbato, maggiori sono queste pretese, ma anche maggiori sono le proteste quando non sono accontentati o non si tengono in giusta considerazione i loro bisogni del momento.

Sintomi di questo tipo, infatti, sono presenti nei bambini e negli adulti con tratti ossessivi. Questi bambini e questi adulti non sopportano non solo i quadri storti ma anche che si cambi posto a una statuina o che si modifichi il suo orientamento. Per quanto riguarda poi i movimenti stereotipati, non è raro trovare persone considerate perfettamente normali le quali, per scaricare la tensione che si accumula interiormente mentre leggono, ripetono o studiano, muovono tra le mani degli oggetti particolari: sigarette, chiavi, penne, matite, biglie, fermaglietti ecc.. Questi comportamenti sono ancora più evidenti in situazioni difficili e stressanti come l’affrontare un esame.

A questo riguardo, la storia di Dario è emblematica.

Dario, mentre frequentava il liceo, aveva l’abitudine di tenere una penna in mano durante le interrogazioni. Aveva notato, infatti, che questo semplice gesto di girare un oggetto tra le dita faceva molto diminuire l’ansia che accompagnava quei momenti stressanti della sua vita di studente. Mediante quel semplice movimento le idee acquistavano maggiore fluidità, mentre si schiariva la confusione mentale iniziale che provava quando il professore lo chiamava per andare alla cattedra; insomma aveva notato che questo piccolo accorgimento serviva a farlo rispondere meglio e con più sicurezza, così da prendere dei voti migliori. Finito il liceo si era iscritto alla facoltà di medicina. Per Dario l’esame di Biologia era il primo del suo corso di laurea, pertanto aveva assistito a tutte le lezioni, aveva studiato per mesi, effettuando i suoi bravi schemi concettuali, così da ricordare ogni particolare della materia, insomma si era preparato a dovere. Presentandosi agli esami, tutto sembrava essere sotto controllo. Nonostante ciò, quando fu chiamato e si sedette sulla sedia posta di fronte al tavolo dei docenti, nella sua testa le idee, a causa dell’ansia notevole, giravano e si muovevano su e giù come i cavallini della giostra. Pertanto, quando il professore gli fece la prima domanda, non riuscì a focalizzare per un bel pezzo alcuna risposta coerente. Mentre sudava abbondantemente, vedeva come dietro un velo grigio il viso del professore che attendeva pazientemente che lui iniziasse a parlare. Ma niente! Gli argomenti che aveva così ben studiato sembrava si fossero volatilizzati dalla sua mente.

A questo punto come un naufrago in balia delle onde, Dario si accorse di avere bisogno di un salvagente. Con le ultime forze residue chiese al professore se poteva prestargli la sua penna. Il professore lo guardò sbalordito, ma acconsentì alla strana richiesta. Nel momento in cui quell’oggetto “magico”, cominciò a girare tra le sue dita, sudate per l’emozione, ogni cosa e ogni idea tornò al suo posto, per cui fu facile rispondere brillantemente, non solo a quella domanda ma anche alle successive. Dopo quella prima traumatica esperienza, ogni volta che la mattina si alzava per andare a sostenere un esame, la prima cosa che metteva nel taschino era il suo oggetto magico: una normale, semplice penna!

D’altra parte molti lavori ripetitivi, che in passato tenevano occupate soprattutto le donne, come sbucciare legumi e mandorle o lavorare a maglia, erano attività molto amate, in quanto avevano il dono di rilassare, proprio perché erano effettuate con gesti sempre uguali.

 

Anche in molte pratiche religiose sono presenti numerose componenti nelle quali è frequente l’elemento ripetitivo: ad esempio le litanie dei Santi o l’uso del Rosario, nel quale le stesse preghiere sono ripetute più volte. Rosario che, tra l’altro, è presente in diverse religioni ed è praticato da centinaia di milioni di persone. Quello cristiano è dedicato soprattutto a Gesù e alla Madonna, ma anche ai Santi. Quello musulmano: il Tasbeeh, è dedicato ad Allah. Nella religione indù viene usato il Japamala japa. Tutte queste pratiche avvicinano alla Divinità ed ai Santi, ma hanno anche l’effetto di dare a chi le pratica più serenità, più pace, più distensione.

La ritualità, cioè la ripetizione di determinati gesti e parole, non solo è presente nelle varie religioni ma anche nella vita di tutti i giorni. Vi sono i cerimoniali dei bambini ma anche quelli degli adulti, prima di andare a letto. Quelli attuati prima e dopo aver fatto all’amore. I rituali dei cartomanti e dei riti magici. I rituali nei matrimoni, nei funerali e nell’ambito delle feste religiose. In queste ultime manifestazioni ogni cambiamento nel cerimoniale, anche se potrebbe apparire logico, moderno o migliore di quello in atto da secoli, viene difficilmente accettato, proprio perché ogni partecipante, giovane o vecchio che sia, avverte il bisogno che tutto si svolga così come nelle precedenti edizioni.

Il cambiamento, sia per l’uomo, sia per gli animali, significa la rottura di un equilibrio. Significa entrare in un mondo sconosciuto e quindi, di per sé carico di incognite. La ripetizione, invece, apporta sicurezza e quindi quiete e benessere psicologico. Il GALIMBERTI U. così si esprime a questo riguardo: ‹‹Questa tesi, oltre che da MALINOWSKI, che nella ripetizione rituale e codificata vede un efficace strumento di riduzione dell’ansia, è sostenuta anche da  VAN GENNEP A., che assegna al rito il compito di proteggere l’individuo nelle fasi di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dal celibato al matrimonio, dalla vita alla morte, e simili. Sulla stessa linea è l’interpretazione di De MARTINO E., per il quale il rito aiuta a superare e a sopportare le difficoltà che quotidianamente si incontrano, in quanto fornisce modelli di comportamento rassicuranti garantiti dalla tradizione››.[1] 

Le stereotipie, tra l’altro, non sono appannaggio solo degli esseri umani. Questi comportamenti sono presenti in molti animali. Nelle fattorie, negli zoo e nei circhi, i movimenti stereotipati degli animali sono frequenti e sono sistematicamente correlati dai veterinari e dai guardiani a situazioni di basso livello di benessere e stress eccessivo. Tantoché, questi comportamenti non si presentano o cessano quando viene data agli animali la possibilità di svolgere una normale vita sociale e relazionale e viene dato ad essi un sufficiente spazio vitale.

 Negli esseri umani, ritroviamo comportamenti stereotipati quando la psiche è sottoposta a un notevole e perdurante stato di tensione. Pertanto questi comportamenti sono frequenti nei bambini provenienti dagli orfanotrofi e brefotrofi, ma anche in alcuni ritardati mentali, come in alcuni soggetti affetti da sordità o cecità ogni qualvolta questi disabili sono mal gestiti dalle famiglie o dalle istituzioni per cui sono sottoposti a carenze affettive, frustrazioni e stress eccessivi.

Nei bambini con Disturbo Autistico

In questi bambini possiamo ritrovare tutti i tipi di comportamenti stereotipati che abbiamo sopra descritto, ma anche una  notevole resistenza al cambiamento. Caratteristica è la ritualizzazione di alcune abituali routine quotidiane, quali il mangiare, il lavarsi, l’uscire, che devono svolgersi secondo delle sequenze rigide e immutabili.[2]  Alcuni avvertono un terrore fobico quando sono allontanati dal proprio ambiente o se, nell'ambiente in cui vivono, si cambia la collocazione degli oggetti, del mobilio o comunque l'aspetto della stanza. Lo stesso può verificarsi se sono lasciati in disordine gli oggetti: per esempio non accettano il cambiamento della disposizione dei bicchieri e delle posate sulla tavola. In questo caso, alcuni bambini e alcuni soggetti con Disturbo Autistico, cercheranno di riportare le cose nel loro giusto ordine. Se sono limitati nel farlo potranno manifestare una netta inquietudine con crisi di pianto o peggio di collera con auto ed etero aggressività. Per tale motivi i genitori di questi bambini, per evitare crisi d’angoscia nei loro piccoli, sono costretti a ricorrere a ritualizzazioni ed all’uso degli stessi oggetti senza cambiarne la disposizione. Abbiamo detto alcuni, in quanto altri soggetti con la stessa diagnosi dimostrano una passività eccessiva verso i cambiamenti e li accettano come se la cosa non li riguardasse affatto.

Questi comportamenti evidenziano molto chiaramente i vissuti di gravi stress e sofferenza presenti nella psiche di questi minori. Mediante le stereotipie essi cercano di diminuire e contrastare le ansie, le paure, le angosce ed i conflitti presenti nel loro animo. La dott.ssa GRANDIN T. descrive molto bene la necessità delle stereotipie per placare l’ansia quando dice: ‹‹Dondolarmi e girare su me stessa erano altri modi per escludere il mondo quando ero sovraccaricata da troppo rumore. Dondolare serviva a calmarmi. Era come prendere una droga che dà assuefazione: più lo facevo più avevo voglia di farlo››.[3]  Prova di ciò si ha che quando l’ansia e la sofferenza del bambino diminuiscono questo tipo di sintomi si attenua molto o scompare totalmente. Per tale motivo è assolutamente inutile e controproducente lottare per limitare o cercare di estinguere questi segnali di sofferenza, mediante rimproveri o peggio con l’uso di punizioni. Molto meglio è impegnarsi nell’offrire al bambino un ambiente più sereno, gioioso e dialogante, anche mediante l'uso della tecnica del Gioco Libero Autogestito, che si è dimostrata, in questi casi notevolmente efficace.

 

 Il gioco libero autogestito

i In questa modalità di gioco è soltanto il bambino interessato alla terapia a scegliere il gioco o l’attività da effettuare. L’adulto o il terapeuta, come un amico particolarmente disponibile e attento ai bisogni del minore, ha soltanto il compito di aiutare, incoraggiare e sostenere il bambino nelle sue attività e nelle sue istanze del momento. L’adulto avrà il ruolo di un affettuoso e paziente compagno di giochi che non critica e non mette in discussione quello che egli fa, tranne che la sua attività non comporti un reale e imminente pericolo per l’incolumità sua o di altre persone. In definitiva, nella tecnica del “Gioco Libero Autogestito” è lui, il bambino molto disturbato, il vero leader, mentre l’adulto o il terapeuta assume il ruolo di gregario

 

Questo tipo di terapia parte dall’assunto che per l’adulto, anche molto preparato, attento e sensibile, è difficile, se non impossibile, conoscere ciò che al bambino è utile e che può farlo stare bene, in un determinato momento, in quanto le conoscenze che egli ha della vita intima di un minore in un determinato frangente, sono molto scarse, incomplete e frammentarie. Inoltre la sua visione di adulto, le sue informazioni, ma anche i bisogni personali del momento, collaborano a deformare il suo giudizio sulla vita intima di questi bambini, impedendogli di vedere al di là delle proprie conoscenze razionali.. A ciò si aggiunga che le emozioni presenti nella psiche di questi minori sono talmente lontane dalla realtà vissuta quotidianamente dagli adulti, sono talmente intense, mutevoli e, spesso, anche tanto confuse e contraddittorie, da risultare, per gli adulti di difficile, se non impossibile comprensione.

 

Questo tipo di gioco permette di raggiungere l’obbiettivo di una migliore serenità interiore e di una maggiore fiducia negli altri, nel mondo e in se stessi, in quanto il piccolo viene messo al riparo da ogni possibile intrusione esterna. Intrusione che, in questi bambini, potrebbe comportare l’accentuazione o la stabilizzazione dell’ansia interiore e quindi del suo malessere. Ciò in quanto, più gravi sono le problematiche dei bambini con disturbi psicoaffettivi, maggiore è la loro sensibilità nei confronti delle frustrazioni. Pertanto ogni iniziativa degli adulti o dei terapeuti, anche la più lodevole, che però non è stata da questi desiderata e richiesta in quel momento, può essere giudicata come un’intrusione e una violenza da parte del mondo esterno.

 

Riscopriamo il bambino che è in noi

 

Questa tecnica richiede intanto che l’adulto riscopra il bambino che è in sé. Ciò lo aiuterà a capire meglio la realtà  infantile. Il ricordare ed il ripensare alle piccole gioie della propria infanzia, il ricordare il piacere provato per le piccole conquiste e per i gesti degli adulti che arricchivano di serenità, sicurezza e gioia il suo cuore, così come il riscoprire le proprie paure infantili, le tante delusioni subite, gli insoliti dispiaceri, i facili momenti di collera e rabbia, tutti questi ricordi saranno importanti nel suggerirgli durante la terapia, gli atteggiamenti più giusti e le parole più adatte da usare nei confronti del piccolo paziente.

 

Rispettiamo il suo spazio  fisico e psicologico

 

Poiché questi bambini hanno paura del mondo e degli altri esseri umani, l’adulto ha il dovere di limitare al minimo l’impatto che potrebbe  avere nel loro animo la loro presenza fisica, che non deve in nessun momento essere avvertita come invasiva o coartante. Lo stesso dicasi per l’invadenza psicologica.

Inizialmente il posto migliore è quello più lontano da lui. E lì, con animo sereno, disponibile e fiducioso, aspettare. Nel momento in cui noteremo che ha meno paura, meno diffidenza, più fiducia, si potrà diminuire questa distanza iniziale avvicinandoci a lui per collaborare ai suoi giochi del momento. Se però si teme di essere inopportuni, è meglio aspettare che sia lui ad avvicinarsi. Abbiamo notato che, almeno inizialmente, questi bambini fanno ciò mediante dei contatti apparentemente casuali o mediati da un oggetto o da un gioco, mentre successivamente, il desiderio di una maggiore vicinanza fisica e di un contatto, sarà espresso più direttamente.

 

Parliamo poco

 

Poiché questi bambini non amano le parole, ma una vicinanza affettuosa e rispettosa è bene evitare  di sommergerli di parole nella speranza che, ascoltando le nostre parole e frasi ripetute più volte possano imparare a parlare bene o a parlare,  se ancora non hanno acquisito il linguaggio verbale.

Il bambino con Disturbo Autistico non ha bisogno che qualcuno gli insegni a parlare ma di qualcuno che gli faccia avere fiducia negli altri così da indurlo a volere comunicare. Egli ha bisogno anche di qualcuno che lo liberi dalle gravi paure e dall’intensa ansia interiore, così che abbia la possibilità di elaborare e ricordare i suoni, le immagini e le parole che gli permettano di dialogare.

 

Giochiamo ai suoi giochi

 

Mettiamoci nella condizione d’animo di assistere e accompagnare con piacere e gioia il bambino di cui ci occupiamo nel gioco da lui voluto e scelto in quel momento, per il tempo che lui desidera e con le modalità da lui scelte. Impariamo, quindi, a partecipare ai suoi giochi essendo noi adulti i gregari e lui, il piccolo paziente, l’incontrastato leader.

Il motivo di questo inusuale approccio sta nel fatto che questi bambini spesso reagiscono negativamente a tutto ciò che proviene dal mondo esterno, in quanto sono estremamente diffidenti e reattivi nei confronti degli altri esseri umani. Pertanto ogni iniziativa esterna a loro li blocca, li disturba, li mette in ansia o peggio fa aumentare di molto la diffidenza verso gli altri, la loro ansia e le loro paure che già sono a livelli molto alti. Per evitare, quindi, di aggravare il loro mondo interiore e il difficile rapporto che essi hanno nei confronti degli altri, limitiamoci soltanto a collaborare attivamente ai loro giochi, anche se possono sembrarci ripetitivi, inutili, sciocchi, o peggio, crudeli e perversi.

 

Evitiamo, quindi, di proporre le nostre attività e  i nostri giochi, anche se questi, a nostro parere, ci sembrano più intelligenti, più utili, più ricchi di valenze educative e costruttive, più interessanti e vari. Purtroppo la nostra esperienza continuamente ci conferma che all’animo e alla sensibilità di questi bambini, le nostre proposte di gioco, se non esplicitamente richieste, rischiano di confermare la nostra incapacità di essere rispettosi verso di loro e la nostra difficoltà nel capirli e accettarli pienamente.

 

Mettiamo pochissimi limiti ai suoi giochi

 

Spesso ci viene posta la domanda se vi devono essere dei limiti alle loro espressioni durante il “Gioco Libero Autogestito”. In realtà, nella nostra esperienza sono stati veramente pochi i “no” che abbiamo dovuto pronunciare. Raramente siamo dovuti intervenire per scoraggiare un tipo di gioco o di attività che avrebbe comportato un reale e importante rischio per il bambino e per gli altri. Anche perché i comportamenti auto ed etero aggressivi scompaiono rapidamente, appena il bambino avverte una migliore comprensione dei suoi bisogni.

 

Accettiamo il bambino in maniera incondizionata

 

 Non è assolutamente importante quello che il bambino fa o non fa, ma come egli vive la realtà che lo circonda. Se la realtà attorno a lui è stressante e poco rispettosa dei suoi desideri si accentueranno i comportamenti di chiusura, l’auto ed etero aggressività e le stereotipie. Se egli invece vivrà con gioia l’ambiente e le persone attorno a lui e se avvertirà da queste persone un’accettazione incondizionata di ogni sua parola e di ogni suo gesto, si noterà un rapido instaurarsi di un legame affettivo solido e duraturo con l’adulto e, contemporaneamente, saranno evidenti, come abbiamo potuto osservare in tutti i casi che abbiamo seguito nel tempo, le sue maggiori capacità comunicative, relazionali e comportamentali, non solo con il terapeuta ma anche nell’ambito familiare, sociale e scolastico. L’ipotesi che abbiamo fatto per spiegare questa realtà è che il legame forte e intenso che si stabilisce in questi casi con il terapeuta che utilizza questa metodologia, stimola il bambino ad aprire una breccia nel muro di diffidenza e di sospetto che era stato costretto a costruire attorno a lui come difesa, e ciò gli permette di liberare, finalmente, tutte le energie dell’Io, indirizzandole verso la crescita affettivo – relazionale. 

 

Rispettiamo i suoi tempi

 

I bambini affetti da Disturbo Autistico sono diversi l’uno dall’altro per età, per composizione genetica, per i vissuti traumatici trascorsi. Sono diversi per il loro retroterra familiare, per la maggiore o minore gravità dei problemi presenti nella loro psiche. Non possiamo allora immaginare dei tempi che siano uguali per tutti. A ognuno di loro dobbiamo permettere di seguire una sua strada, senza mai forzare, senza mai avere fretta di arrivare ad una meta da noi prefissata e programmata. Anche in questo caso essi hanno bisogno del nostro rispetto, più che della nostre conoscenze.

 

Comunichiamo in modo efficace

 

Se riusciamo ad attuare quanto abbiamo detto sopra, ci accorgeremo molto presto del grande desiderio, presente in questi bambini, di comunicare e di vivere una relazione. Ma, anche in questo caso dobbiamo riuscire ad accettare in modo pieno ed incondizionato il loro modo di comunicare, senza cercare di imporre loro il nostro. Quest’accettazione non è così semplice come sembra. Per rispettare il loro modo di comunicare dobbiamo necessariamente accettare il fatto che il loro sviluppo psicoaffettivo e relazionale è gravemente limitato e/o disturbato per cui, nei casi più gravi, questo sviluppo si avvicina a quello di un neonato. E se lo sviluppo psicoaffettivo e relazionale del bambino è come quello di un neonato, egli si comporterà come tale: un neonato non guarda ancora sua madre, né le persone che gli stanno vicino; un neonato non parla; un neonato non esegue quanto gli si chiede; un neonato ha gravi carenze nella comunicazione. Egli strilla quando qualcosa non va per il verso giusto e si arrabbia se non ottiene quanto voluto e desiderato in quel momento. Un neonato è emotivamente molto fragile: ride per un nonnulla come piange e si dispera per niente. Per farlo crescere rapidamente e bene comunichiamo con lui allo stesso modo con il quale una buona madre comunica con un bambino appena nato, cioè con grande ascolto ed empatia. Se riusciamo a fare questo siamo già sulla buona strada. Se riusciamo a non imporgli, anzi a non chiedergli nulla o quasi nulla, ma nello stesso tempo ci mettiamo umilmente, ma anche gioiosamente, in ascolto ed in comunione con lui, dopo qualche settimana ci accorgeremo con stupore di quanto egli sia desideroso di dialogare con noi.

 

Tratto dal libro di  Emidio Tribulato  

"Autismo e gioco libero autogestito"

(Una nuova prospettiva per comprendere e aiutare il bambino autistico) - Franco Angeli Editore.

 Autismo e gioco libero autogestito. Una nuova prospettiva per comprendere e aiutare il bambino autistico

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[1] GALIMBERTI U., “Dizionario di psicologia”, Roma, Gruppo editoriale L’Espresso, volume terzo, p. 359.

 

[2] R MILITERNI, Neuropsichiatria infantile, Napoli, Editore Idelson Gnocchi, 2004, p. 255.

 

[3] T. GRANDIN, Pensare in immagini, Trento, Erickson, 2006, p. 51.