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Le cause ambientali nell’autismo

 Negli ultimi anni si è posto sempre più l’accento sulle possibili cause organiche o genetiche dell’autismo, trascurando gli aspetti affettivo-relazionali e ambientali che, a nostro parere, hanno un’importanza prevalente, sia nel comprendere le cause di questa patologia, che nel prevenirla ed affrontarla in modo coerente ai bisogni e alle necessità dei soggetti che ne soffrono.

Ci sembra, quindi, doveroso far conoscere i motivi che ci hanno spinto a far nostre le cause ambientali, poiché è su queste e sulla sofferenza che da esse proviene, che è possibile intervenire, sia per prevenire questa patologia, sia per migliorare in maniera sostanziale le condizioni di questi minori, aiutandoli ad uscire dalla loro condizione di precoce e deleteria chiusura.

 

 

Ricordiamo a questo riguardo, quello che dice Imbasciati A. e altri: ‹‹Sappiamo che la maturazione cerebrale è in relazione all’esperienza e che questa inizia ad essere esperita già dal feto. È l’esperienza che regola lo sviluppo micromorfologico e funzionale del cervello››.[1]

Lo stesso autore aggiunge, inoltre:

‹‹Si è ritenuto a lungo, e in parte tuttora alcuni ritengono, che la maturazione del tessuto nervoso, quale si riscontra morfologicamente e fisiologicamente, dipenda esclusivamente dalla realizzazione del programma genetico che riguarda il completamento morfofunzionale di tutti gli organi corporei e che investirebbe pertanto anche il cervello, che verrebbe così “completato” gradualmente, prima e dopo la nascita, nei primi mesi. La nostra mente scaturirebbe così dalla maturazione biologicamente predeterminata del cervello. Al contrario si è dimostrato che la maturazione è un processo che avviene solo se c’è l’esperienza: non solo, ma che la qualità dell’esperienza determina il tipo di maturazione. […] Gli studi sugli animali hanno da tempo dimostrato che l’architettura istologica corticale è in relazione al tipo di apprendimento cui l’animale è stato sottoposto. Più moderne tecniche, tra cui i metodi di neuroimaging (PET), mettono in evidenza, anche nell’uomo, come sia l’esperienza che viene acquisita, ossia il tipo di apprendimento conseguito, che condiziona la cosiddetta maturazione neurale››.[2] 

L’importanza delle problematiche relazionale e ambientali, nella nascita e nell’evoluzione nel tempo di questa patologia psichica, è evidenziata da molti elementi che non possono essere sottovalutati.

Che cosa può essere successo a questo bambino?

L’ipotesi più plausibile rimanda proprio alla denominazione di questa patologia: Autismo= Chiusura in sé stesso. Che indica l'autoreferenzialità, la negazione dell'altro e di ciò che è differente da sé, e quindi la mancanza del senso della realtà.  

Questa difesa arcaica, che si traduce in una chiusura verso gli altri e il mondo fuori di sé, innesca un meccanismo perverso, poiché blocca le possibilità di crescita emotiva, affettiva, sociale e relazionale del bambino piccolo. Con conseguenze anche sul piano logico e cognitivo. Ciò per vari motivi:

  1. Un bambino molto piccolo è privo di quelle capacità di omeostasi e di quelle efficienti difese presenti nell’Io dei ragazzi e degli adulti. Per tali motivi egli reagisce al dolore emotivo senza alcun filtro, e quindi in modo molto più intenso e coinvolgente.
  2. Un bambino molto piccolo possiede conoscenze minime del mondo in cui si ritrova a vivere e ha uno sviluppo psichico fragile e immaturo. Pertanto, quando fugge, per un qualunque motivo da un ambiente, da lui avvertito come intollerabile, si ritrae dal mondo ancor prima che la sua umanità possa realmente venire alla luce.  In questa condizione egli non può trovare in sé stesso qualcosa di diverso che non sia la sua povera, instabile e fragile realtà del momento. Non può certamente sperare di trovare, anche solo con la fantasia, in qualche altro luogo, in un’altra casa o in un’altra famiglia, quella serenità, quella pace e calore che egli cerca, e che è indispensabile al suo sano sviluppo. Cosa che invece possono fare dei ragazzi più grandi o, meglio ancora, degli adulti.
  3. La personalità dell’essere umano si struttura e si espande soltanto mediante il proficuo e costante contatto con gli altri. Solo quando dalle relazioni con le persone care, che abbiamo accanto a noi, riusciamo ad ottenere la serenità, le attenzioni, le cure e il dialogo necessari, si possono sviluppare tutte le capacità umane, che, dal punto di vista genetico sono solo un progetto che attende di essere concretamente realizzato. Per tale motivo, nel momento in cui un bambino molto piccolo istintivamente si chiude in sé stesso, il suo Io non avrà più la possibilità di crescere e svilupparsi normalmente e sarà costretto a rimanere non solo piccolo e immaturo ma anche estremamente fragile, rispetto alle emozioni e sensazioni interne o esterne a sé.  Pertanto, questo bambino, non potendo sviluppare le normali capacità di comunicazione e socializzazione, sarà impossibilitato ad amare e farsi amare, sarà inadeguato ad accogliere e farsi accogliere, avrà notevoli difficoltà a sviluppare in maniera equilibrata e armonica le capacità comunicative, immaginative, intellettive e cognitive. Per Franciosi: “Le esperienze di reciprocità, nelle prime fasi della vita, favoriscono lo sviluppo e l’integrazione dei sistemi deputati alla processazione e alla modulazione delle emozioni e gettano le basi per la futura capacità del bambino di connettersi e sintonizzarsi ad altri esseri umani”.  Pertanto, la possibilità di entrare in sintonia con la mente dell’altro è fondamentale per la maturazione dei processi cerebrali interessati nella regolazione affettiva.
  4. Il costante stato d’immaturità, nel quale vive il bambino che si è chiuso in sé stesso, impedirà che si sviluppino quei meccanismi compensatori e di difesa presenti nei soggetti più maturi. Per tale motivo sarà facile preda della tristezza e dell’angoscia, sarà costretto a soccombere alle ansie e alle paure, che potranno espandersi nel suo Io senza incontrare sufficienti difese, creando nella sua mente instabilità, caos e confusione. In definitiva questo bambino, bloccato nel suo sviluppo affettivo e mentale a dei livelli primitivi, ogni qualvolta sarà costretto ad affrontare esperienze, sensazioni ed emozioni nuove e diverse, anche quando queste appaiono a noi adulti banali e possiedono modeste cariche di ansia e frustrazione, reagirà in maniera insolita, eccessiva e sproporzionata, mentre contemporaneamente si accentuerà ancor più la sua fragilità psichica e la sua insicurezza emotiva.
  5. Inoltre, per i genitori, la parziale o totale assenza nei propri figli di risposte emotive appropriate, sarà un’esperienza molto penosa. Mancherà a questi genitori la gioia e la gratificazione che nasce dalla relazione affettiva che s’instaura con il proprio bambino. I baci, le carezze, gli abbracci e le parole d’amore che i bambini molto spesso rivolgono ai genitori sono, per questi ultimi, fonte di gratificazione, piacere e gioia e servono a mantenere e rinforzare il legame con il proprio figlio. Ciò, a sua volta, aiuterà a migliorare la comunicazione genitori – figlio e controbilancerà efficacemente la fatica e le preoccupazioni necessarie per allevarlo. Quando è invece presente un allontanamento relazionale del bambino, può sopraggiungere un istintivo distacco da parte dei genitori nei confronti di questi, mentre la comunicazione, a causa dell’accentuarsi dell’ansia e delle preoccupazioni, tenderà a peggiorare sia in quantità sia in qualità.

In definitiva, dal momento in cui il bambino si chiude in sé stesso, i suoi problemi psicologici piuttosto che diminuire aumenteranno, poiché crescerà in lui la diffidenza, l’ansia e le paure nei confronti di ogni stimolo interno o esterno che egli avvertirà.

Anzi, se vi era stata inizialmente una crescita normale, la chiusura che questi bambini sono costretti ad adottare tenderà a impoverire e a destrutturare gradualmente la loro fragile e immatura personalità. Pertanto, se avevano già acquisito una qualche forma di linguaggio o qualche altra competenza, ad esempio, nel campo dell’autonomia personale e sociale, a causa del severo deficit presente nel loro sviluppo emotivo ed affettivo ed essendo vittima dei processi regressivi rischiano di perdere anche queste competenze.

Ma che cosa può spingere un bambino a chiudersi in sé stesso e ad allontanare gli altri e il mondo fuori di lui, dalla propria vita interiore.

I motivi possono essere i più vari e non è assolutamente necessario ipotizzare “una madre frigorifero”, quindi una madre incapace di dare amore, affetto e attenzioni al suo piccolo oppure pensare a dei particolari traumi violenti che hanno squassato la vita del bambino. Può bastare molto meno, può essere sufficiente che, in un periodo anche breve della vita del piccolo, questi abbia avvertito che il mondo fuori di lui non era adeguato a quei primari bisogni affettivo-relazionali, indispensabili per creare e mantenere nel suo animo il senso di fiducia verso gli altri e l’ambiente fuori di lui.

Nella nostra esperienza gli eventi che possono avere inciso negativamente, disturbando l’intimo dialogo tra i genitori o comunque tra gli adulti e il bambino, disturbando gravemente la comunicazione e, in definitiva, la relazione tra il bambino e il mondo che lo circonda, costringendolo ad attuare una difesa arcaica e improduttiva come la chiusura autistica, possono essere numerosi. Ne elenchiamo solo alcuni.

  1. Il piccolo può aver sofferto a causa di un’intensa, anche se momentanea, situazione stressante, ansiosa, ossessiva o depressiva presente all’interno del nucleo familiare. Oppure può aver avvertito la presenza di un cronico, anche se non intenso, disturbo psicologico in uno o in entrambi i genitori o nelle persone alla cui cura era affidato.
  2. Possono aver inciso negativamente la presenza nei genitori di capacità relazionali modeste o inadeguate, a causa della scarsità o mancanza di esperienze nella gestione e nella relazione con un bambino piccolo.
  3. Possono inoltre aver influito le indicazioni che spesso provengono da una società consumistica, individualistica ed egocentrica come la nostra, basata sulla realizzazione e gratificazione personale, nonché sul profitto e sull’economia. Società che propone, come ragione del proprio successo personale e sociale, non la gioia della maternità o la paternità, non il piacere della dedizione e dell’educazione di un figlio, ma la ricerca della propria realizzazione nel campo professionale, lavorativo, economico, sociale, sentimentale e sessuale. Questa condizione, inevitabilmente tende a limitare il tempo, l’attenzione e l’impegno degli adulti nei confronti del proprio ruolo di genitore.  
  4. In altri casi possono aver influito negativamente nella relazione tra il bambino e l’ambiente che lo circonda le malattie fisiche, delle quali ha sofferto o ancora soffre il bambino. Come conseguenza di questi problemi organici possono essere insorti nel piccolo essere umano delle ansie e delle paure difficilmente controllabili a causa della sofferenza fisica, causata dalla malattia ma anche e soprattutto a causa di visite, esami medici, vaccinazioni, ricoveri e altri interventi, ai quali sono sottoposti i piccoli, allorquando non si tiene nella giusta considerazione la loro fragilità psichica.
  5. È noto, inoltre, come la gestione del bambino piccolo all’esterno della famiglia, mediante servizi come gli asili nido, o l’affidamento a delle persone estranee come le baby sitter, o in modo eccessivo a persone familiari, come i nonni, possa provocare una condizione di fragilità nel bambino.
  6. Vi è un’altra condizione che non riteniamo meno importante delle altre che è legata allo stile relazionale che ognuno di noi applica quando ci si confronta con gli altri.  Questo stile, oltre che essere influenzato dal genere sessuale, dalle caratteristiche di personalità e della realtà del momento, è condizionato anche dalle esperienze vissute durante la propria vita. Pertanto, quando lo studio, i tirocini e gli impegni di tipo lavorativo e professionale modellano le nostre capacità relazionali in funzione di un’attività lavorativa e professionale, inevitabilmente sarà dato molto valore alle caratteristiche più utili in questi campi: come la vivacità, la grinta, la determinazione, la forza, l’intraprendenza. Caratteristiche queste molto diverse, anzi opposte, a quelle richieste nella cura e nella relazione con un bambino piccolo, il quale invece richiede: lentezza, dolcezza, tenerezza, pacatezza, pazienza oltre che notevoli capacità di donazione e ascolto. 
  7. Infine, la continua ed eccessiva presenza dei mass media nella vita del bambino ad una età, prima dei tre anni, nella quale questi dovrebbe relazionarsi quasi esclusivamente con figure umane e soprattutto con i propri genitori, può aggravare la condizione psichica del minore, accentuando l’irritabilità e l’ansia mentre, nel frattempo, viene ad essere stimolato il desiderio di isolarsi davanti alla tv o al tablet.   

Non sempre una sola di queste condizioni è sufficiente per spingere il bambino verso la chiusura e quindi verso quelle conseguenze delle quali abbiamo parlato sopra, spesso questa chiusura è la conseguenza di due o più situazioni negative.  

Esaminiamo adesso quali sono i fattori che ci inducono a pensare che le cause ambientali e relazionali siano molto importanti sia nel comprendere le cause di questa patologia, sia nel prevenirla ed affrontarla in modo coerente ai bisogni e alle necessità dei soggetti che ne soffrono.

1.      La presenza di sintomi molto simili a quelli presenti negli esseri umani è anche evidente in molti mammiferi.

Sintomi molto simili a quelli presenti nei bambini e adulti con autismo sono stati evidenziati in molti animali superiori: cani, gatti, cavalli, scimpanzé ed altri, ogni qualvolta l’ambiente di vita, nel quale erano costretti a vivere questi animali, non era idoneo ai loro specifici bisogni ambientali.

Allo stesso tempo, quando si riesce a modificare in senso positivo il loro habitat, così da ripristinare per questi animali una condizione di benessere ambientale, si assiste a un miglioramento o alla scomparsa di buona parte dei sintomi precedentemente rilevati.

Riferisce la dottoressa Grandin, una donna con autismo che lavorava come veterinaria: ‹‹Negli zoo gli animali tenuti in gabbie di cemento nudo si annoiano e spesso sviluppano comportamenti anormali come dondolarsi e camminare a piccoli passi o a zig-zag. Le bestie giovani collocate da sole in ambienti di questo tipo subiscono un danno permanente e manifestano comportamenti bizzarri simili a quelli autistici, diventando eccessivamente eccitabili e mostrando comportamenti di tipo autolesionistico, iperattività e relazioni sociali disturbate››. [1] E ancora la stessa autrice: ‹‹I cuccioli di cane allevati in cucce di cemento spoglie si agitano molto quando sentono un rumore. Le loro onde cerebrali continuano a mostrare segni di eccitabilità anche dopo sei mesi che sono stati tolti dalla cuccia di cemento e alloggiati in una fattoria››. [2]

 

2.      La presenza di sintomi molto vari e contraddittori presenti in questi soggetti.

Le persone con sintomi di autismo, sia bambini sia adulti, presentano delle anomalie e delle caratteristiche paradossali[3] che ci sorprendono continuamente. Cosa che ha spinto a creare la dizione di “spettro autistico” per poterli descriverli senza contraddirsi.

Facciamo solo qualche esempio:

  • Alcuni di loro ai test più comuni, risultano mentalmente ritardati, mentre altri, con la stessa diagnosi[4], hanno delle conoscenze così minuziose e precise su argomenti di loro interesse, hanno delle idee ed effettuano dei calcoli così complessi che ci sbalordiscono e ci fanno pensare di essere in presenza di persone geniali.
  • Alcune tendiamo a vedere questi bambini come fossero dei robot, poiché la loro bellezza fisica e le loro capacità intellettive contrastano con le enormi difficoltà cognitive, emotive, sociali e relazionali.[5] Invece, in altri momenti o in altri bambini con la stessa diagnosi, scorgiamo un solido e profondo attaccamento con le persone che riescono a capirli, accettarli e, soprattutto, sono in grado di rispettare i loro bisogni essenziali.
  • Lo stesso avviene per quanto riguarda i luoghi. Alcuni di loro sembrano essere indifferenti al luogo nel quale si trovano, per altri invece non è affatto così. Dice la Grandin, una donna con autismo: ‹‹Ritornare in un luogo dove è successo qualcosa di gradevole o osservare un oggetto associato a emozioni positive ci aiuta a rivivere quelle sensazioni piacevoli››.[6] Ciò fa capire chiaramente come, in molti di questi bambini, anche l’ambiente fisico sia importante per il loro benessere o malessere psicologico, poiché ogni luogo può richiamare nel loro animo delle esperienze emotive, che sono state vissute, in alcuni casi con gioia e piacere mentre, in altri casi, hanno creato in loro angoscia e terrore.
  • A volte sono descritti come fossero degli alieni provenienti da una galassia lontana che, per caso o per avventura sono capitati sulla nostra terra e si muovono nelle nostre case e nelle nostre scuole.[7] E invece, quando il miglioramento dell’ambiente di vita riesce a modificare in meglio il loro mondo interiore, si scopre la loro meravigliosa umanità, fatta di un’acuta sensibilità e di un’intensa emotività, che è desiderosa di vicinanza e tenerezza come avviene in tutti gli altri bambini. Si scopre insomma il loro profondo e caldo desiderio di comunicare, scambiare e offrire con gioia le tante potenzialità della loro mente e del loro cuore. 
  • In molte occasioni noi adulti non sopportiamo e ci innervosiamo notevolmente quando li scopriamo chiusi e difesi, come dietro un muro invisibile, che sembra non permettere alcun contatto con loro. Ancora peggio spesso li osserviamo guardare in modo vacuo non le persone ma ‹‹attraverso›› le persone,[8] tanto che sembrano non ascoltare nulla di quello che diciamo, per poi scoprire, in altri momenti e in altre occasioni, che non solo essi hanno ascoltato attentamente le nostre parole ma che le ricordano perfettamente e danno a queste il giusto significato e peso.
  • Viene spesso ripetuto che questi bambini non sono capaci di valutare le intenzioni dietro il comportamento degli altri. Ciò tuttavia contraddice le tante esperienze che abbiamo avuto, sia con soggetti in età evolutiva che con gli adulti che soffrono di sintomi di autismo i quali, abbiamo potuto constare, si legano intensamente a tutte le persone dalle quali si sentono pienamente accolti, capiti e accettati, mentre si allontanano e rifiutano, com’è logico e naturale che sia, le persone nervose, ansiose, irrequiete o che hanno difficoltà nel saper ascoltare con empatia i loro problemi e accogliere con grande disponibilità i loro bisogni e desideri.
  • Un’altra delle tante “stranezze” si può notare a livello sensoriale. Alcuni di loro sembrano avere un’ipersensibilità a determinati stimoli: sonori, olfattivi, visivi o dolorosi, altri o gli stessi, in altre occasioni e in altre situazioni, al contrario, sembrano avere una sensibilità molto ridotta, rispetto a quella presente nei soggetti normali, tanto da sopportare, senza affatto lamentarsi, odori nettamente ripugnanti o sensazioni molto intense, spiacevoli e anche dolorose.
  • Per quanto riguarda la gravità nel tempo di questa patologia, alcuni di loro sembrano rientrare perfettamente nella definizione di soggetti con autismo, quando sono piccoli ma non quando crescono. Altri, al contrario da piccoli non mostrano una sintomatologia che li fa rientrare in questa patologia, cosa che invece avviene da adulti.[9]
  • Altra caratteristica che ci sorprende è il costatare che non vi sono due bambini con questa diagnosi uguali: l’uno è diverso dall’altro, non solo per la gravità dei sintomi, ma anche per il loro modo di esprimere la loro grave sofferenza. Tanto che nello studio di Camberwell (citato da Frith) l’autore annota e descrive almeno tre tipologie di autismo, sostanzialmente diverse l’una dall’altra. L’autore denomina il comportamento di queste persone come: ‹‹Il riservato››, ‹‹Il passivo›› e ‹‹Lo strano: [10]
    • Il riservato: è un bambino ritirato in sé stesso, non risponde agli approcci sociali o al linguaggio, rifiuta di essere coccolato, non usa il contatto oculare, non cerca conforto quando è addolorato, rimane concentrato per ore su un gioco al computer, ma rifiuta di giocare con gli altri bambini.
    • Il passivo: è un bambino che accetta in modo indifferente gli approcci sociali da parte degli altri, fa quello che gli viene detto, è molto condiscendente, sa parlare e risponde sempre alle domande volentieri e con totale sincerità. Purtroppo, è spesso vittima di beffe o bullismo. Egli non sembra consapevole di poter ricevere aiuto dai suoi insegnanti e genitori, ha un comportamento da bonaccione, tuttavia, se vi è un cambiamento nella routine giornaliera, questo cambiamento può provocare delle violente risposte emotive, con pianto incontrollato o attacchi d’ira.
    • Lo strano: è un bambino cui piace stare con gli altri. Ama toccare ed essere toccato, gode nel farsi coccolare anche dagli estranei, tanto che va incontro a persone sconosciute e non teme di chiedere quello che a lui serve. È un bambino che chiacchera continuamente, fa domande ripetitive, ma non nota quando il proprio comportamento diventa inopportuno e spiacevole agli occhi degli altri.[11] Pertanto, oggi che la rete Internet permette dei facili contatti mediante i vari social, invia continuamente richieste di amicizia e ricerca momenti di dialogo anche con persone sconosciute.

 

Queste tre categorie già sono notevolmente diverse l’una dall’altra, tuttavia, chi ha esperienza e frequenta giornalmente questi bambini, potrebbe tranquillamente aggiungerne molte altre, o potrebbe accorgersi, perplesso, che un bambino inserito in un gruppo, si può ritrovarlo, in un momento diverso, ad esempio quando è migliorato il suo mondo interiore o quando si relaziona con altre persone, in un altro gruppo!

In definitiva i sintomi presenti in questa patologia sono troppo diversi e contrastanti per essere addebitabili, in modo prevalente, a cause organiche o genetiche, mentre sono coerenti con la presenza di una patologia psichica che altera in maniera notevole la vita emotiva di questi minori. Pertanto, i comportamenti da loro manifestati sono direttamente e facilmente collegabili alla loro grave sofferenza interiore, nonché alle varie strategie e difese psicologiche che essi, come tutte le persone che lamentano problematiche psicologiche, mettono in atto per cercare di limitare, arginare o diminuire la loro angosciosa realtà interiore.

Per tali motivi, poiché gli ambienti familiari e sociali, così come gli individui sono diversi l’uno dall’altro, il grave disturbo psicologico presente in questi bambini, si esprime diversamente mediante un notevole ventaglio di sintomi, che sono a volte molto sfumati, mentre altre volte sono contrastanti rispetto ad altri periodi della loro vita e altri soggetti.

 

3.      La variabilità dei sintomi in base ai luoghi e alle persone.

 

La variabilità in senso positivo o negativo dei sintomi, in relazione alle persone con le quali questi bambini si relazionano, alle circostanze da essi affrontate e ai luoghi frequentati, è troppo frequente e costante per pensare che ciò avvenga per caso.

Uno dei tanti episodi che abbiamo avuto nella nostra vita professionale l’abbiamo riportato nel libro “Autismo e gioco libero autogestito”[12]:

Marco era un bambino con autismo, di quelli che oggi si definiscono ad alto funzionamento. Sapeva parlare bene ma aveva gravi difficoltà nella relazione con i suoi coetanei per cui, quando lo conobbi, trascorreva quasi tutto il suo tempo fuori della classe con un’anziana maestra di sostegno. Io e l’équipe di cui facevo parte, visitammo il bambino mentre erano presenti sia la maestra sia la madre. A quanto diceva la maestra, il bambino, nonostante i suoi gravi problemi psichici, non solo sapeva parlare perfettamente, ma sapeva anche leggere e scrivere e fare piccoli calcoli. Per dimostrarci ciò la maestra ci fece vedere i suoi quaderni, non solo ricchi di contenuti didattici ma anche ben ordinati e puliti. Eravamo lieti di aver trovato un bambino il quale, benché affetto da autismo, non solo comunicava verbalmente ma anche, senza alcun problema, aveva imparato a leggere e a scrivere.

 

All’inizio dell’anno successivo fummo chiamati dalla scuola per una visita di controllo da effettuare allo stesso bambino. Ad aspettarci vi era sempre la madre, mentre l’anziana insegnante era andata in pensione e il suo posto l’aveva preso una giovane maestra di sostegno alle prime esperienze. Questa maestra, appena entrata nella stanza, ci disse subito e chiaramente che l’anziana collega, che l’aveva preceduta, aveva sicuramente mentito. A suo dire quel bambino era molto più grave di come era stato descritto, per cui, non solo non riusciva a socializzare con lei e con gli altri bambini della classe, ma non sapeva affatto leggere e scrivere e far di conto. Pertanto, chiedeva a noi il da farsi.

Restammo di stucco!

Possibile che l’anziana e dolce maestra avesse mentito così spudoratamente?

La risposta, quando l’insegnante andò via, ce la diede la madre, la quale confermò che il bambino durante tutto l’anno precedente, insieme all’anziana maestra, leggeva e scriveva regolarmente, mentre con quella attuale non faceva nulla di simile.

Questo episodio ci rese chiaro il fatto che l’operatore o gli operatori che si relazionano con questi bambini non sono, ai loro occhi, tutti uguali. Alcuni di loro hanno il dono di sapersi ben relazionare e quindi ottengono da questi minori molto, anche sul piano didattico, mentre altri, non solo non ottengono alcun risultato, ma possono anche inibire delle abilità e dei comportamenti già ampiamente acquisiti. L’episodio, in definitiva, ci confermò che questi bambini sono estremamente sensibili al tipo di relazione, che gli altri riescono a stabilire con loro.

 

4.      La notevole variabilità per quanto riguarda la gravità della patologia.

 

In molti bambini i sintomi specifici dell’autismo sono così lievi che spesso sfumano e si confondono non solo con quelli presenti in molte altre patologie psichiche, ma anche con le manifestazioni e i comportamenti che ritroviamo nei soggetti che rientrano nelle condizioni di normalità. Ed è per tale motivo che, a volte per anni, le diagnosi rimangono dubbie o controverse, così come rimangono controversi le percentuali dei casi di soggetti che presentano autismo.[13][14]

 

5.      La presenza degli stessi sintomi nei soggetti normali o con disturbi psichici.

 

Molti sintomi di questa patologia: come la resistenza ai cambiamenti, i comportamenti stereotipati, il bisogno di stabilità, i comportamenti oppositivi, le difficoltà nella socializzazione e nell’integrazione e tanti altri, possono facilmente essere evidenziati in molti bambini che rientrano nella norma, quando questi si trovano ad affrontare situazioni di grave tensione e stress ambientale.

 

6.      L’aumentata frequenza negli ultimi decenni.

 

L’aumento della frequenza di questa, come di tutte le altre patologie psichiche, che si è rilevato negli ultimi anni, nella popolazione generale, contrasta con delle cause genetiche od organiche, mentre, questo aumento può essere spiegato molto bene dai notevoli cambiamenti lavorativi, sociali e familiari, sopravvenuti nella nostra società negli ultimi decenni. Si pensi soltanto alla diminuzione delle ore trascorse dai genitori con i figli, alle loro condizioni di stress e ansia a causa dei vari impegni lavorativi e sociali, al notevole incremento delle separazioni, dei divorzi, dei conflitti coniugali, all’invasione dei mass – media nella vita familiare, alla grave carenza di possibilità di giochi liberi con i coetanei ai quali sono costretti buona parte dei minori, e così via.

 

7.      Il miglioramento o il peggioramento dei sintomi sono strettamente legati al miglioramento o al peggioramento dell’ambiente di vita del minore.

 

Uno dei motivi più importanti che ci fa pensare a una netta prevalenza delle problematiche ambientali, nella nascita e nell’evoluzione di questa patologia, deriva dal constatare un netto miglioramento di tutti i sintomi di autismo, quando si riesce a migliorare l’ambiente di vita di questi bambini. Al contrario, quando, dopo essere migliorati, si ritrovano nuovamente vittime di un ambiente relazionale frustrante, traumatico o comunque non idoneo ai loro bisogni affettivo - relazionali, il peggioramento che ne segue è consequenziale e facilmente prevedibile.

 

Alcuni casi che riportiamo sono emblematici di questa realtà.

Sappiamo che uno dei sintomi più gravi presenti nei bambini con autismo è rappresentato da una grave difficoltà nel coordinare i pensieri e le idee, così da tradurli in un pensiero logico, lineare e privo di inutili ripetizioni.

Un esempio lo abbiamo in Michele[15], un bambino di sette anni. I suoi racconti inizialmente erano di questo tipo:

‹‹C’era una volta un cow- boy che voleva un bel cavallo. Il venditore aveva un cavallo omaggio e gli piaceva, era suo. Lo vide e lo prese. Era un cavallo rosso di nome Ferrari. Decise di partecipare a una gara di equitazione e partecipò. Partì e vinse. E tutti furono felici e scoppiò una pioggia di asciugamani e il cavallo fece un balletto››.

Ancora un altro racconto poco lineare e scarsamente aderente alla realtà dello stesso bambino:

‹‹C’era Pinocchio che è salito sull’albero, ha raccolto altre mele con un cestino. Le ha mangiate è scoppiato e non era più il figlio di Geppetto, era arrabbiato e l’ha buttato via. Pinocchio era triste perché dormiva fuori della sua casa da solo. Il giorno dopo Geppetto gli diede da mangiare. La pancia di Pinocchio era quanto un pallone, ha avuto mal di pancia. Voleva il bagno››.

Per fortuna questa condizione non è stabile. Lo stesso bambino, nel momento in cui la grave tensione interiore era diminuita, riuscì a recuperare una buona efficienza mentale, così da poter controllare e coordinare molto meglio i pensieri e le idee. Il racconto che segue, molto più lineare e coerente, è dello stesso bambino, in un periodo nel quale era più sereno e rilassato, anche perché era appena ritornato dalle vacanze estive:

"C’era una volta un bambino che si chiamava Marco. Era il suo primo giorno di scuola. Per prima iniziò la matematica. Era intelligente, buono e sapeva le tabelline. Ha mandato un messaggio al suo amico Luigi per dirgli: “Le vacanze sono finite”. La maestra stava per iniziare la matematica. Come si faceva il 120. Semplice dice Marco: 1 centinaio, 2 decine e 0 unità. Marco era “superfelice” di aver meritato quel nove. L’ha detto alla mamma e a papà e tutti l’abbracciarono e gli dissero: “Sei stato bravissimo”."

 

Una situazione simile la troviamo in Salvatore di dieci anni, questo bambino presentava inizialmente un mondo interiore gravemente disturbato, tanto che nella scrittura le sue capacità di organizzare i pensieri e le idee erano minime. Questo è ciò che, nella fase iniziale della terapia era in grado di scrivere spontaneamente al computer:

 

“Paolonnee e

 

quello

 

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

 

un tanto giorno

 

di fa pensavo z

 

che qualcuno come noi

 

chiamavanoo’ il

 

loro mondo

 

Paolo sei un

 

brutto e di male

 

un fannullone

 

un imbroglione

 

un bruttissimo

 

codardo d’

 

imbranato

 

impastore.

 

Commedia

 

Teadraleritornell

 

O scrittura”.

 

In un periodo successivo, con il miglioramento dei suoi vissuti interiore, le frasi diventarono meglio strutturate, ma riportavano, senza molta immaginazione, alcuni episodi ricavati dai film che vedeva spesso alla tv.

 

“C’ERA UNA VOLTA CAPPUCCETTO ROSSO CHE

 

VENDEVA LA FRUTTA NEL BOSCO DOVE C’ERA LA SUA

 

NONNA DI NOME PINA.

 

TOTO’ ERA UN PRINCPE E SUO PADRE ERA UN DUCA

 

POI PAOLO VILLAGGIO NON RIUSCIVA A USCIRE DALLO

 

SPORTELLO MA USCIVA DAL COFANO.

 

ANDO’ IN UFFICIO PER ENTRARE E FARE LE SUE

 

FACCENDE E POI HA VISTO SUPERMAN E SI E’TRASFORMATO IB SUPERMAN.

 

POI VEDE CHE C’E’ UN ORSO IN ASCENDORE E SI SPAVENTA POI L’ORSO LO PRENDE CON TUTTA LA FORZA SI CHIUDE L’ASCENSORE E GLI STRAPPAI VESTITI E POI ESCE CON I VESTITI TUTTI QUANTI STRAPPATI”

 

Lo stesso bambino, tre anni dopo, in un periodo nel quale il suo mondo interiore era molto più sereno, riusciva a scrivere diversi racconti nei quali le parole, le frasi e i contenuti erano di gran lunga meglio organizzati e coordinati:

 

‹‹Io ero vicino e mentre sentii quel fischio, quel suono che veniva da lontano che sembrava che qualcuno mi chiamasse, girai la testa ma non lo vidi. Allora cercai la casa e la trovai e volevo entrare ma in mezzo c’era un tronco grandissimo, di albero tutto pieno di neve. Cercai di levarlo con tutta la mia forza, ma non ci riuscii. Allora presi un albero piccolo ma un pochino altino, cercai di togliere l’albero ma era troppo faticoso, così gettai quell’albero e mi avvicinai un’altra (volta) per toglierlo con tutta la mia forza, ma questa volta ci stavo quasi riuscendo, mentre inizialmente non ci stavo riuscendo, poi ci riuscii, ma stavo cadendo giù. Mi tenni e mi stava arrivando qualcosa sulla testa, mi spostai e mi arrivò di colpo, lo tenni fermo perché mi stava quasi prendendo nel sedere, ma poi lo tenni fermo, vidi che sotto c’era un burrone e lo gettai e poi salii, vidi che era chiuso e lo aprii e vidi che era caduta pure la sporcizia dal letto. Vidi anche un po’ di disordine, così feci un salto in mezzo alla sporcizia, vidi qualcosa per pulire tutto e passai la spazzola. Dopo quando finii, mi accorsi che era una spazzola, andai e la posai e mi venne fame››.

 

Le capacità nella comunicazione e nel linguaggio sono strettamente connesse alla serenità interiore e quindi alla presenza o meno di emozioni negative come l’ansia, le paure e le fobie, l’insicurezza, la sfiducia. Un esempio di ciò l’abbiamo nei due racconti effettuati da Francesco, un bambino con sindrome di Asperger di nove anni. Come si può ben vedere, inizialmente, quando l’ansia era notevole il linguaggio del bambino appariva spezzato, frenetico, confuso e molto ripetitivo.

 

L’elefante e il pappagallo[16]

C’era una volta un elefante che era stato abbandonato da un ragazzo giovane. Era senza genitori e decise di andare da un padrone che non c’era. Si chiamava Bernardo. “Questa casa è davvero in disordine” pensò il piccolo elefante. Bernardo era a caccia, ma l’elefantino non lo sapeva, va a vedere e camminava e non lo trova, torna e non lo trova. “Chissà dove sarà? È a caccia. È meglio che bisognerebbe tornare” disse l’elefantino. I genitori non c’erano. L’elefantino va di nuovo per tutta la città, ma non trova nessuno. Torna a casa, aspetta, aspetta ma Bernardo non torna. L’elefantino si sta annoiando, sente l’orologio ma Bernardo non torna. “Quanto ci metterà?”. Va di nuovo a controllare per tutta la città. Va dove vendono gli elefanti e gli chiedono se vuole essere comprato per fare la pelle di tamburo.

 

Elefantino: ‹‹Non c’è mio padre?››.

Venditore: ‹‹Dov’è?››.

Elefantino: ‹‹Non saprei!››.

Venditore: ‹‹Allora devi essere venduto perché non hai i genitori, sarai costretto…››.

Elefantino: ‹‹Quando tornerò a casa?››. (Vuole tornare, poverino!).

Mentre aspetta un pappagallo gli chiede: ‹‹Perché sei qui?››.

Elefantino: ‹‹I miei mi volevano vendere››.

Pappagallo: ‹‹Sono intelligente››.

Elefantino: ‹‹Perché?››.

Pappagallo: ‹‹Perché ti devono vendere››.

Elefantino: ‹‹Voglio andare via, non mi piace››.

Pappagallo: ‹‹È bello››.

Elefantino: ‹‹No, chiudi il becco, brutto pappagallo, se no ti frusto, te l’ho detto un miliardo di volte! Vuoi stare zitto?››.

Pappagallo: ‹‹Non posso››.

Elefantino: ‹‹Posso uscire?››.

Pappagallo: ‹‹Devi andare lì. Se vuoi andare via, chiedi al giudice. Ti dobbiamo addestrare››. 

Elefantino: ‹‹Quando torno a casa?››.

Pappagallo: ‹‹Mai più perché c’è una sbarra››.

Elefantino: ‹‹Ma mi aspetta mio padre!››.

Pappagallo: ‹‹Perché non lo hai detto prima? Dobbiamo addestrarti e portarti allo zoo››.

Elefantino: ‹‹Che significa?››.

Pappagallo: ‹‹Ti dobbiamo frustare e mandare al circo. Ma visto che sei un elefante, perché sei qui? Non puoi scappare, manette e via per sempre. Ti tapperemo la bocca così non potrai più parlare›› 

Elefantino: ‹‹Voglio andare via, testa di rapa! Perché non posso andare?››,

Pappagallo: ‹‹C’è il segnale››.

Elefantino: ‹‹Non c’è. Quanto vorrei tornare a casa. Cosa faremo?››,

Pappagallo: ‹‹Non ti faremo mangiare e visto che sei un brutto elefante dovremo addestrarti››,

Elefantino: ‹‹Che farò? Devo tornare a casa, devo bere››.

Pappagallo: ‹‹Allora bevi la minestra››.

Elefantino: ‹‹Non bevo la minestra››.

Pappagallo: ‹‹E acqua?››.

Elefantino: ‹‹È il mio cibo preferito››.

Pappagallo: ‹‹Non è un cibo, è bevanda››.

Elefantino: ‹‹Perché non c’è gente?››.

Pappagallo: ‹‹Sono stati portati via e questa è la tragedia››.

Elefantino: ‹‹Quando tornerò?›› .

Pappagallo: ‹‹Tutta la gente e i bambini sono andati via››.

Elefantino: ‹‹Perché?››.

Pappagallo: ‹‹Se lo chiedi alla polizia lo saprai. Sai cosa c’è qui? Accalappia animali e tu lì verrai spedito. È vero, non scherziamo. Non possiamo scherzare. Se vorrai andrai in prigione. Lì c’é un uomo, e la polizia che ha le manette per arrestarti. Fai meglio a nasconderti. Gravi conseguenze››.

Elefantino: ‹‹Che faremo?››.

Pappagallo: ‹‹Scappa. Dovrai aspettare che ti arresta››.

 

Il racconto continua ancora a lungo, ma sempre con le stesse caratteristiche strutturali e con gli stessi temi.

Diversa apparve, invece, l’organizzazione del racconto un anno dopo, quando la condizione psicologica di Leonardo era nettamente migliorata. Il tema è certamente truce e sono ancora presenti alcune ripetizioni ma la minore ansia permette al bambino di effettuare una narrazione molto più agile, comprensibile, coerente e lineare.

 

Il fantasma spaventoso

“C’era una volta un fantasma che era molto spaventoso e ogni notte veniva a spaventare le persone Queste persone non riuscivano a dormire e facevano brutti incubi. Loro pensano a cosa bisogna fare con questo fantasma: bisogna ucciderlo o mandarlo via? Poi la mattina le persone vanno a parlare col giudice e gli chiedono di far stare lontano il fantasma e far stare tranquille le persone. E lui dice: ‹‹Va bene, lo manderò via e così non tornerà mai più››. E finalmente le persone potranno dormire in santa pace. Però il postino suona una notte e dice che questo fantasma non se ne andrà più via. Un giorno sentono gli scricchiolii, poi sentono il fruscio del vento e sentono molti temporali. A un certo punto il fantasma arriva e va sopra le scale e le persone sentono dei passi e si spaventano e si nascondono sotto il letto in preda al terrore. Allora il fantasma bussa e le persone tremano dalla paura, lui entra e fa una risata molto spaventosa. Poi lui sente i rumori sotto il letto, arriva e apre la porta e prende le persone per il collo e le fa soffocare. Poi li porta via, prende un coltello con la sua mano e lo infilza dentro la testa delle persone. Poi attacca sul muro le teste con i chiodi e un martello. Dopo un po’ il fantasma se ne va nel villaggio per spaventare altre persone. Poi bussa alla porta e vede che non c’è nessuno, allora se ne va e vede qualcuno avvicinarsi come un’ombra scura e si spaventa, ma non c’è più tempo di scappare e allora il fantasma, in preda al terrore, cerca di scappare, ma ha le gambe deboli e non riesce a scappare. L’ombra si avvicina, lo prende con lui e lo porta a casa sua e lo chiude in un baule con un lucchetto. Poi il fantasma non riesce più a liberarsi, ma vuole uscire perché sta soffocando, perché dentro il baule non si respira. E allora riesce a liberarsi e va a casa di quel diavolo e mette un coltello dentro una lettera con una scritta. Poi se ne va e ritorna a casa sua, ma non riesce ad aprire la porta perché è chiusa. A un certo punto inizia una tempesta con temporali e fulmini che distruggono alberi, che poi vengono infuocati, ma non riesce più ad entrare e non sa più cosa fare. Sbatte cento volte la porta ma non riesce ad aprire, poi però gli viene l’idea di sfondare il vetro, così potrà entrare dentro la casa. Poi va a dormire; però vede qualcuno in lontananza dalla finestra, allora si nasconde sotto il letto, perché potrebbe anche essere una creatura mostruosa. Allora lui sigilla tutte le finestre e chiude tutte le tapparelle con un lucchetto per non farlo entrare. Mette i chiodi e poi sigilla tutto con un martello. Adesso è al sicuro. Poi il mostro ribussa, però non riesce a entrare. Poi se ne va dopo un po’ e dice: ‹‹Per fortuna che se n’è andato››. Poi va a dormire. Poi la mattina fa colazione e si accorge di qualcosa che non c’è più: le sue teste sono scomparse. Allora corre subito a vedere dove sono, ma non le trova. Allora fa colazione e poi va da qualche parte.

 

Giovanni un bambino con sintomi di autismo di quasi otto anni, commentando i suoi disegni, dettava inizialmente racconti come questi, nei quali predominano sangue, feci, urine, violenza ma anche una realtà interiore confusa, poco logica e lineare  

 

I colori

‹‹C’è un bambino che gli piacevano questi colori: rosso, blu, fucsia, arancione, verde, viola, marrone, nero, rosa. Una volta le città erano di tutti i colori: bianco, rosso, giallo, blu, fucsia. Il bambino era a Milano e fa la cacca addosso. Chiama a Martina e grida: Ha! Ha! Ha! Ha! Ha! Ha! Il bambino è contento perché ci sono tutti questi colori. Ha la spada perché vuole uccidere gli alberi. Con la legna degli alberi vuole fare la casa, così ci abita lui con la sua mamma. La mamma è contenta perché il bambino ha costruito la casa. Vissero felici e contenti››.

 

Il mare si è rotto

‹‹C’era una volta il mare che si è rotto perché c’erano tanti pesci. C’era un bambino gigante che gli ha fatto male la medusa ed esce sangue. Il bambino piangeva, poi ha fatto la pipì addosso al mare. Poi andò sott’acqua arrivò la balena e se lo mangiò. Nella bocca della balena il bambino stava male perché la balena lo masticava. Poi l’ha sputato. Al bambino usciva sangue da tutto il corpo ed è morto››.

 

Giovanni scoiattolo

‹‹C’è Giovanni scoiattolo che fa la puzza e poi fa profumo. Si fa la cacca addosso. Si mangia i cacciatori e tutta la casa. Gioca da solo con le macchinine. Rompe tutto il computer. Sua mamma Sacca dorme e lui fa la pipì in tutta la stanza. Lo scoiattolo va a ballare e fa puzza di cane. Mentre dorme la mucca lo sveglia, va dal maiale e gli fa il porcellino. Lo scoiattolo si fa la cacca addosso. Il cane mangia la mucca, non va a scuola e diventa un asino››.

 

Un bambino di nome Luca

‹‹Un bambino si è rotto due braccia e i piedi che sono piccoli. È senza compagni. La casa si è rotta. L’ambulanza lo porta all’ospedale. Il bambino si chiama Luca e fa la cacca addosso. Luca morì, era pazzo, lo portano al cimitero. Arriva la mamma e fa Ha! Ha! Ha! Ha!. (ride), Arrivano i bambini piccoli per guardare Luca ed erano tristi perché avevano sangue che poteva uscire da lui››.

 

Un bambino senza braccia

‹‹C’è un bambino da cui esce sangue da tutto il corpo. È senza braccia perché è caduto nella strada. La casa è vecchia e cade. Il bambino viene portato in ospedale, nell’ambulanza si fa la cacca e la pipì addosso. La nuvola è vecchia e cade sull’ospedale e muore. Il dottore anche lui si fa la cacca e la pipì addosso, gli esce sangue e muore››.

 

Dopo alcuni anni, durante i quali si era riuscito a migliorare il suo mondo interiore, i suoi racconti, si erano modificano in maniera sostanziale.

 

Pierino

‹‹C’era una volta un bambino che si chiamava Pierino che era buono e intelligente. Giocava a palla con i suoi amici, poi giocavano a nascondino: Pierino e il lupo. Un giorno giocava e mentre giocava andava a scuola. Studiava e andava a casa. A casa c’era sua mamma, suo papà, i suoi fratelli e basta. Sua mamma era buona e papà era buono e pure i fratelli che gli davano i bacetti. Poi giocava a nascondino. A casa mangiava, dormiva e faceva bei sogni››.

 

Luigi gioca al pallone

‹‹C’era una volta un bambino che si chiamava Luigi. Che aveva quattro anni e che giocava al pallone con gli altri compagni. Poi si è fatto male al ginocchio, si era graffiato, e poi gli è passato. Poi Luigi ha giocato con lo scivolo e con l’altalena con gli altri bambini che avevano uno cinque anni e si chiamava Marco e l’altro non lo so. Questi bambini erano buoni e giocavano tutti insieme, Un giorno hanno organizzato di giocare a nascondino e vinse Luigi che è buono, anche se gli altri si sono seccati. I genitori di Luigi erano buoni, bravi e gli volevano bene››.

 

Oltre che i racconti, anche i disegni rilevano sia la confusione sia la tensione presente in questi bambini quando la loro mente è pervasa da emozioni angosciose e incontrollabili.

 

Luigi, un nostro paziente adulto con sintomi di autismo effettuava con piacere ogni disegno e racconto che gli veniva chiesto. Ma questi disegni avevano delle caratteristiche scarsamente aderenti alla realtà.  

Figura 1 Da notare in questo disegno l’anomalia delle ciliegie che non nascono dall’albero ma dal muro.