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La frustrazione nel bambino

 

Dott. Emidio Tribulato

 

 

La frustrazione viene definita dal Galimberti[1]come una “situazione interna o esterna che non consente di conseguire un soddisfacimento o di raggiungere uno scopo”. Proviamo quindi questo sentimento quando un'attesa risulta vana, quando qualcosa o qualcuno ci delude. L'attesa, e quindi la delusione, può riguardare un atteggiamento, un comportamento, una risposta ad un nostro bisogno, che abbiamo immaginato e pregustato, ma non siamo riusciti ad ottenere. Senso di frustrazione si ha anche quando ciò che abbiamo immaginato si è attuato, ma non ha affatto soddisfatto il nostro desiderio e la nostra aspettativa.

Il non raggiungimento di uno scopo o un non soddisfacimento, può derivare non solo dal mondo esterno, ma anche dal mondo interiore, quando, ad esempio, il Super Io non ci permette di ottenere un soddisfacimento ritenuto ingiusto o riprovevole.

La frustrazione è fatta di sofferenza iniziale, alla quale segue la tristezza e, dopo la tristezza, spesso si affaccia anche la chiusura. Questa può riguardare soltanto il rapporto con chi ci ha deluso, ma può ampliarsi a tutto e a tutti. Come dire: “Se questa persona, se questo sentimento mi ha deluso, io non solo non voglio avere a che fare con questa persona ma chiudo e difendo la mia vita anche da tutto ciò che essa rappresenta: l'amicizia, l'amore, la speranza, la fiducia, il piacere”.

 

La sfiducia si allarga nel nostro animo come le onde provocate da un sasso lanciato su un laghetto. Queste non si fermano nel punto dell'acqua in cui il sasso è caduto ma si allargano fino alla riva. Se una persona ci tradisce, la sfiducia conseguente alla delusione non riguarderà soltanto quella persona ma rischierà di espandersi a tutte le persone. E se ci tradisce un sentimento come l’amore o l’amicizia, il rischio è di non credere più a questi sentimenti.

Sono notevolmente più gravi le delusioni infantili, in quanto l’essere umano, ancora immaturo, non ha sviluppato efficienti meccanismi di difesa. Le frustrazioni del bambino vanno di pari passo e seguono la quantità e la qualità delle aspettative che egli ha nei confronti delle persone di riferimento. Le più gravi riguardano la madre, alla quale seguono il padre, i nonni, i fratelli, gli insegnanti, gli amici e così via.

Poiché il mondo del neonato e del lattante è fatto quasi esclusivamente della madre, quando questa lo tradisce nelle sue aspettative, è come se tutto il mondo l’avesse tradito. Pertanto, la depressione e la chiusura che ne seguono possono essere molto intense e durature. Non sempre, per fortuna, la reazione che ne consegue è la totale chiusura. Spesso il bambino manifesta altri tipi di reazione rispetto alla passività della chiusura, come può essere la rabbia, la collera e l’aggressività.

 

Nella frustrazione è implicito un sentimento soggettivo, per cui lo stesso episodio può essere vissuto da bambini diversi, in modo diverso, in base alle caratteristiche di personalità, ai vissuti del momento, alla loro età e alla fase di sviluppo che, in quel momento, essi vivono. I bambini differiscono, oltre che per una eterogenea tolleranza alla frustrazione, anche per un diverso modo elettivo di reagire. Alcuni rispondono chiudendosi o regredendo ad uno stadio inferiore di sviluppo, altri reagiscono manifestando aggressività e collera, altri ancora esprimono la loro sofferenza piangendo.

Naturalmente le frustrazioni più gravi sono quelle di natura affettivo–relazionale, le quali possono lasciare dei reliquati anche per tutta la vita. Tali sono le frustrazioni causate da una continua o frequente lontananza dei genitori, che impedisce di soddisfare il desiderio di cure, manifestazioni affettive e attenzioni stabili. Tali sono le frustrazioni che subisce un figlio a causa di genitori nei quali sono presenti disturbi psicologici rilevanti. Ad esempio, genitori molto ansiosi o depressi che rendono particolarmente penosa la vita dei figli, impedendo loro di soddisfare i bisogni di gioco, di scoperta, di condivisione. Tali sono le frustrazioni presenti in una famiglia che soffre di frequenti ed intensi conflitti che impediscono al bambino di godere della necessaria pace, tranquillità e sicurezza.

Per quanto riguarda l’età, il postergare una soddisfazione affettiva, come può essere il piacere e il senso di benessere dati dall’abbraccio o dalla parola affettuosa di una madre o di un padre, è più grave quanto più il bambino è piccolo, in quanto possiede poche possibilità di sostituire la persona che lo ha deluso con un’altra.

Queste considerazioni hanno notevoli implicazioni e spiegano perché le delusioni subite nella primissima infanzia, quando il bambino si affaccia alla vita, possono portare a dei quadri sintomatologici molto gravi, sia di depressione sia di chiusura.

In definitiva, la quantità, la qualità e la durata delle frustrazioni, nonché l’età di chi le subisce e il modo con il quale sono somministrate, hanno una notevole importanza nel processo di maturazione affettiva e nello sviluppo del carattere del minore.

Frustrazioni acute o croniche

Se un bambino viene rimproverato, picchiato, gli viene negato qualcosa a cui lui tiene molto, o viene deriso, insultato, o subisce altri tipi di violenza in un determinato momento, l’evento subìto determina una frustrazione acuta.Si ha invece una frustrazione cronica quando gli eventi che procurano la sofferenza si prolungano nel tempo. Possiamo paragonare la frustrazione acuta ad una ferita. Il bambino soffre, piange, il dolore permane per qualche giorno, ma poi la ferita si rimargina e guarisce. Se invece lo stesso bambino vive costantemente in un ambiente inquinato e non ha la possibilità d’allontanarsi da questo ambiente, egli avrà delle conseguenze molto più importanti e durature nel tempo. D’altra parte, un bambino con una ferita sanguinante suscita immediatamente l’attenzione di chi gli sta intorno: familiari o estranei che siano. Non avviene altrettanto quando lo stesso bambino vive per anni in un ambiente inquinato!

I motivi che portano ad una frustrazione cronica possono essere molti:

  •   l’istituzionalizzazione totale o parziale;
  •   le carenze affettive di tipo genitoriale o parentale;
  •  lo scarso o alterato dialogo;
  •   i comportamenti educativi errati;
  •   le eccessive limitazioni, incomprensioni, rimproveri e punizioni;
  •   le limitate possibilità di autonomia o di espressione dei bisogni di gioco, movimento e cure;
  •   i frequenti e costanti conflitti presenti nella coppia genitoriale o nella famiglia.

 

Il bambino si confronta molto meglio di fronte ad una frustrazione acuta, in quanto questa gli permette di manifestare rabbia e collera e lo stimola a cercare un rimedio, una mediazione, un aiuto o un sostegno esterno. Nella frustrazione cronica, invece, le possibilità di difesa del minore sono ridotte, in quanto è l’ambiente in cui egli vive stabilmente che limita in modo eccessivo e continuativo il soddisfacimento dei suoi bisogni e desideri. Spesso, purtroppo, gli effetti della frustrazione cronica, che sono quelli più frequenti e numerosi, non creano alcun allarme sociale e familiare, nonostante incidano negativamente in modo considerevole sullo sviluppo sereno del minore.

Da notare che nasciamo in una situazione di ottimismo di base per cui i cuccioli dell’uomo tendono istintivamente a vedere gli aspetti positivi di una situazione, piuttosto che quelli negativi. Pertanto, quando il bambino è sopraffatto dalla tristezza e dallo scoraggiamento, le cause devono essere state talmente pesanti e durature da sconfiggere il suo innato ottimismo.

Le conseguenze

Gli aspetti positivi delle frustrazioni, quando queste non sono eccessive per quantità e per gravità, sono dovuti al fatto che queste favoriscono una maggiore presa di coscienza, danno in maniera più chiara e netta il senso del limite all’Io del bambino, stimolano la sua forza e la sua determinazione, migliorano le capacità d’adattarsi al mondo che lo circonda, stimolandolo a trovare le strategie più idonee a superare le delusioni. Per tali motivi una frustrazione non eccessiva può comportare una reazione positiva, poiché stimola il soggetto ad intensificare il suo impegno ed i suoi sforzi in vista della soluzione del problema o della meta da raggiungere.

Una frustrazione eccessiva, invece,può portare ad una disorganizzazione psichica, che si evidenzierà con vari sintomi: tensione e conflittualità interiore, ansie, paure, inibizione, disistima di sé, degli altri e del mondo che circonda il minore, disturbi del comportamento, aggressività verso gli altri, verso gli animali o gli oggetti, ma anche, a volte, verso se stessi.

Una frustrazione risulta eccessiva o non eccessiva in base a molteplici fattori personali e ambientali, pertanto può essere ben retta e gestita quando non è frequente, non è eccessivamente intensa, e quando la persona che la vive è abbastanza forte, solida e matura per riuscire a sopportarla.

A

[1] Galimberti U., (2006), Dizionario di psicologia, Roma, Gruppo editoriale L’Espresso, vol.2 p. 203.