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Rabbia e collera nei bambini

 

 

 
 
 

Non è difficile farsi un’idea della collera e della rabbia in quanto tutti noi adulti, molte volte, abbiamo sperimentato direttamente queste emozioni o le abbiamo notate negli occhi, nel corpo e nei comportamenti altrui. Collera e rabbia sono reazioni primordiali emotive, intense, primarie, universali, presenti in tutti gli animali superiori. Da una frustrazione profonda e durevole che ci riguarda e che giudichiamo inaccettabile, nasce una reazione d’intensa insoddisfazione, che provoca questo tipo di reazioni, le quali si manifestano con modalità improvvise e travolgenti.

 

Quando dentro di noi cresce la collera avvertiamo un disagio e una tensione via via crescente, fino a quando non abbiamo la possibilità di scaricarla sulla persona che l’ha provocata o su altre persone, animali o cose, assolutamente innocenti che sono costretti, loro malgrado, a subire i nostri maltrattamenti e le nostre ingiurie. Solo allora, solo quanto rispondiamo attaccando la persona che avvertiamo fonte di minaccia o quando possiamo scaricare l’aggressività su altri, la tensione diminuisce e ritroviamo uno stato di momentaneo e parziale benessere.

Per quanto riguarda la distinzione tra rabbia e collera la prima è un’emozione, mentre la collera è il comportamento conseguente a questa emozione. In definitiva si prova rabbia, ma si agisce in modo collerico.

 La collera e la rabbia sono pertanto meccanismi di protezione che ci segnalano che c'è qualcosa che non va nel rapporto con gli altri. Ci mettono a conoscenza del fatto che qualcuno ci sta facendo del male, che i nostri diritti sono stati violati, che i nostri bisogni e i nostri desideri non sono stati soddisfatti. Queste reazioni ci stimolano a farci valere e ci danno le motivazioni per fare ciò, in modo tale da riaffermare noi stessi e i nostri giusti e sacrosanti diritti e bisogni.

Poiché queste emozioni fisiologiche fanno scattare l’istinto di sopravvivenza, che mobilita tutte le energie fisiche necessarie a difendersi, minacciare e colpire chi si ritiene nemico o avversario, il corpo viene posto in una posizione di difesa e di offesa, così che sia pronto e teso a scattare e a scatenare una lotta per eliminare o rendere innocuo chi si percepisce come fonte di irritazione, dolore, o peggio di pericolo. Durante tutto il tempo della reazione emotiva sono stimolate le ghiandole che portano alla produzione degli ormoni adrenalinici e noradrenalinici. Questi ormoni, a loro volta, provocano un aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca. In tal modo il cuore e i polmoni mettono a disposizione di tutto l’organismo il propellente energetico necessario per far fronte alla straordinaria ed improvvisa richiesta.

 

Le manifestazioni esterne sono eclatanti: il viso, a volte rosso, altre volte chiaramente paonazzo, è sconvolto dalla tipica espressione di rabbia. Gli occhi iniettati di sangue comunicano a chi ci sta di fronte come nemico, biasimo e repressione, e gli fanno capire che siamo pronti ad attaccare. La bocca, i denti e le mani, stretti per l’irrigidimento della normale tensione muscolare, sono pronti ad aggredire al fine di spaventare, mordere o colpire la persona o le persone che si ritengono minacciosi avversari. Ma se questo non fosse possibile, gli stessi ormoni preparano i muscoli degli arti inferiori ad una fuga precipitosa. Purtroppo però, in questa condizione particolare, la mente, accecata dall’odio e dal bisogno di far del male, mira soltanto a scegliere la migliore strategia di offesa o di difesa, trascurando le conseguenze degli atti aggressivi che si stanno per compiere. Cosicché l’efficacia della ragione diminuisce notevolmente. Per tale motivo le capacità comunicative prettamente umane e razionali sono ridotte al lumicino, per cui spesso si sopravvalutano le caratteristiche negative dell’altro, mentre, nel contempo, si sottovalutano quelle positive. Inoltre, nell’impeto della rabbia la mente si focalizza sulle cause scatenanti e cancella tutto il resto. Veniamo "accecati dall’ira” in una spirale distruttiva ma, a volte, anche autodistruttiva. Ciechi, diventiamo incapaci di spiegare le nostre ragioni con chiarezza. Le nostre parole, in preda all’ira, sono fatte di urla, muggiti e grugniti, come di animale inferocito, mentre prevalgono pensieri distruttivi e di vendetta.

 

Il bimbo molto piccolo manifesta la sua collera con grida e calci, con tentativi di colpire e mordere, con ostinato rifiuto di mangiare o con l’espulsione incontrollata delle feci. Quello più grande può già meglio esprimere i suoi sentimenti con parole e gesti più moderati. Bisogna tener presente che, per fortuna, la rabbia e la collera dei bambini, nonostante siano più intense di quelle degli adulti, sono anche più fugaci.

 

Nella collera del bambino vi è, come in quella degli adulti, una cieca irrazionalità, tale da far addirittura desiderare l’eliminazione e la distruzione dell’ostacolo frapposto all’esaurimento del desiderio infantile, anche se si tratta di una persona che in quel momento dovrebbe essere per lui fondamentale e molto amata.

 

Il caso che presentiamo ne è un esempio:

 

Fabio, di nove anni, era nato da una donna la quale aveva vissuto delle situazioni sentimentali sempre molto complicate e difficili. La madre si era sposata una prima volta con un uomo dal quale aveva avuto una figlia. Separatasi dal marito aveva convissuto per due anni con il padre di Lorenzo, dal quale si era allontanata quando il bambino aveva solo due anni. Subito dopo aveva iniziato una relazione con un uomo sposato. Relazione che era durata diversi anni. Quando la donna decise di lasciare l’amante, questi iniziò a perseguitarla, minacciandola in vario modo. Tale comportamento dell’uomo spinse la donna a decidere di trasferirsi con il figlio in un’altra regione d’Italia, allontanando così da lei il pericolo rappresentato dall’ex amante. Con tale decisione però, il figlio sentiva di essere costretto a restare lontano dal padre, dai nonni, dai compagni e dalla casa e città natale, nella quale fino a quel momento era vissuto.

 

Il bambino, molto risentito per questa situazione, nella ricerca di un minimo di benessere interiore, avvertiva nel suo intimo il bisogno di difendersi e punire chi gli aveva fatto e gli stava facendo del male. Come possiamo notare da questo suo racconto, questo bisogno di difesa e di sanzioni nella sua fantasia avevano assunto degli aspetti drammatici.

 

Il cavaliere, il drago e la strega

“C’era una volta un cavaliere che andò con il suo cavallo tanto lontano. Un giorno giunse a un punto e lì ha visto un drago. Pian piano avvicinandosi alla bestia il drago si svegliò e se ne andò via. Però il cavaliere con il suo cavallo lo inseguì e lo uccise. Lo uccise perché il suo comandante, il suo re, gli disse di uccidere il drago perché era una minaccia per il Paese.

Quando uccise il drago lo portò al Paese e lo mise davanti al re. Però il cavaliere non sapeva che il re era una strega che lanciò una maledizione sul cavaliere e lo fece diventare una rana. Il ranocchio andò a casa di una principessa. Questa ragazza era la figlia di un re di un altro Paese. Quando arrivò a casa della principessa, questa gli disse: “Ma tu chi sei?” Il ranocchio gli rispose: “Sono il cavaliere ma la strega mi ha fatto una maledizione. La principessa capì il problema e allora lo baciò, ed il cavaliere tornò normale.

Il cavaliere e la principessa corsero insieme con le guardie dalla strega e la imprigionarono nelle segrete. Da quel giorno in poi la strega era nelle segrete, così il cavaliere e la figlia del re vissero felici e contenti”.

 

Se interpretiamo il racconto di Fabio alla luce della sua storia familiare e personale, capiamo che egli sente prepotentemente il bisogno di eliminare in maniera definitiva l’essere cattivo che attenta alla sicurezza sua e della sua famiglia (C’era una volta un cavaliere che andò con il suo cavallo tanto lontano. Un giorno giunse a un punto e lì ha visto un drago. Pian piano avvicinandosi alla bestia il drago si svegliò e se ne andò via. Però il cavaliere con il suo cavallo lo inseguì e lo uccise).

Egli ubbidisce ai dettati del suo comandante e re, che in questo caso è la madre perseguitata da un uomo “cattivo”(Lo uccise perché il suo comandante, il suo re, gli disse di uccidere il drago perché era una minaccia per il Paese). Tuttavia sa bene che i suoi problemi non sono solo all’esterno della sua famiglia, ma vivono accanto a lui: il problema maggiore è proprio la madre che con i suoi comportamenti incongrui lo ha messo e lo mette sistematicamente in ansia e in grave difficoltà. (Quando uccise il drago lo portò al Paese e lo mise davanti al re. Però il cavaliere non sapeva che il re era una strega che lanciò una maledizione sul cavaliere e lo fece diventare una rana). A questo punto la soluzione non può che venire dall’esterno della sua famiglia. La soluzione può venire solo da una ragazza, una principessa buona, figlia di un vero re e non di una strega (Il ranocchio andò a casa di una principessa. Questa ragazza era la figlia di un altro re di un altro Paese. Quando arrivò a casa della principessa, questa gli disse: “Ma tu chi sei?” Ma il ranocchio gli rispose: “Sono il cavaliere ma la strega mi ha fatto una maledizione. La principessa capì il problema e allora lo baciò, ed il cavaliere tornò normale). Ed è alleandosi con questa ragazza che gli è possibile fare in modo che la madre, causa di buona parte dei suoi problemi, sia rinchiusa nelle segrete, così che non possa più nuocergli ( Il cavaliere e la principessa corsero insieme con le guardie dalla strega e la imprigionarono nelle segrete. Da quel giorno in poi la strega era nelle segrete, così il cavaliere e la figlia del re vissero felici e contenti).

 
Vi sono vari tipi di collera:
 

Quella che abbiamo descritto è la forma più grave ed eclatante della collera.Vi sono, per fortuna, forme più lievi nelle quali quest’emozione si manifesta soltanto con una lieve irritabilità, con fastidio o impazienza.

Quando la collera si manifesta immediatamente dopo un evento sgradevole o punitivo in modo esplosivo, viene chiamata collera disinibita. Se, invece, si accumula nel tempo e si esprime in un momento successivo con scoppi d’ira, viene chiamata collera implosiva o inibita.


Quest’ultimo tipo di collera è caratteristico di quei bambini i quali, essendo molto attenti al rispetto formale o per paura delle punizioni e delle reazioni degli adulti, riescono a tenere a bada o a mascherare la rabbia, sotto l'azione dell'inibizione educativa, per non compromettere la loro immagine agli occhi dei genitori o degli altri educatori. Tuttavia i riflessi di questa emozione violenta non scompaiono, ma si accumulano nel tempo, fino a quando i bambini sono capaci di contenerli. Quando la tensione ha raggiunto il massimo essi esplodono in atteggiamenti d'ira agitata e scomposta, perdono il controllo delle parole e delle azioni, ed oltrepassano la giusta misura. In questi casi, per effetto rimbalzo, più la rabbia viene repressa, tanto più facilmente viene manifestata come un'improvvisa esplosione.

Ciò può avvenire in qualunque momento, ma è più facile che avvenga durante l’adolescenza. In questa fase della crescita il ragazzo si scopre forte e deciso, per cui non teme più le punizioni fisiche. A quest’età la collera può manifestarsi in tutta la sua intensità, lasciando i genitori scioccati e perplessi per la presenza di un’emozione così violenta in un figlio che, fino ad allora, era stato giudicato come tranquillo ed educato.

Nella collera autopunitiva la forza distruttiva della collera si ripercuote e si dirige verso se stessi. La sua carica distruttiva diventa autopunitiva e autolesionistica. In questi casi il bambino si colpevolizza, si auto-rimprovera, si auto-accusa, si fa del male e rischia di perdere in modo stabile la stima di sé, in quanto non trova, o preferisce non trovare, un obiettivo su cui orientare il proprio scontento. La rabbia repressa, ritorcendosi contro di sé, lo induce a strapparsi i capelli, a mordersi le unghie, a dare testate nei muri. Nel contempo aumentano i sintomi depressivi e sono alimentati i sentimenti di inferiorità.

Quando la mente non riesce più a gestire questi conflitti ne può soffrire il corpo, per cui si possono manifestare le affezioni psicosomatiche, come la cefalea, le gastroenteriti, il vomito. Nel contempo, diminuiscono le difese immunitarie e, conseguentemente, è facilitata l’insorgenza delle malattie virali e batteriche.

Un altro percorso della collera e della rabbia è quello dellimpotenza. In questi casi il bambino appare apatico, perde il tono corporeo, diventa flaccido, stanco, lamenta mal di testa, inappetenza e stanchezza. In questi casi la rabbia si nasconde dietro i lamenti, le lagne e lo scoraggiamento.
La collera può, inoltre, essere espressa oppure mascherata. Sono forme di collera mascherata gli attacchi psicologici come la maldicenza, la calunnia, l'ironia, le insinuazioni e le critiche denigratorie che si abbattono sull'oggetto ritenuto causa della frustrazione con lo scopo di porre questo in cattiva luce, sminuendone le qualità o cercando di colpevolizzarlo.

In definitiva però, tutti i tipi di collera possono essere di grave nocumento a se stessi e agli altri: la collera disinibita può comportare la rottura dei rapporti amicali e familiari. Le forme di collera autopunitive o impotenti possono essere nocive alla salute stessa del bambino che le prova. Inoltre, quando l’oggetto della collera è una persona che il piccolo dovrebbe amare o che gli ha fatto del bene, egli può provare dei sensi di colpa, per essersi lasciato trascinare da questa intensa, aggressiva emozione.

Il rancore

La rabbia non dura nel tempo. Essa può scomparire rapidamente così come rapidamente appare. Ma se si trasforma in rancore e astio tenace e profondo, può durare anche molti anni. Il rancore è quindi un sentimento di avversione profonda e di risentimento verso una persona, un ambiente o una situazione, per lo più celato nell’animo e non manifestato apertamente, che dura nel tempo. Si prova rancore soprattutto verso persone ben conosciute, a cui si è legati da vincoli di affetto o di parentela, che sono perciò rilevanti nella nostra vita. Nel rancore è presente la ruminazione, ossia il continuo rimuginare, giorno dopo giorno, sull’episodio che ci ha fatto soffrire e spesso anche sui modi per potersi rivalere. In questi casi la sofferenza per il torto subìto viene continuamente autoalimentata.

Lo spostamento della collera

In molte situazioni il bambino non potendo o sapendo reagire adeguatamente alla collera, finisce con lo sfogare la propria rabbia non sul reale oggetto che l'ha provocata, ad esempio la madre, il padre o uno dei familiari, che non ha il coraggio o non vuole affrontare, ma su un obiettivo meno temibile o più facilmente raggiungibile, che fa da capro espiatorio (spostamento della collera). Il capro espiatorio può essere di volta in volta il proprio fratello o la propria sorella minore, il debole e fragile compagno di classe, il disabile, il bambino “diverso” per lingua o colore della pelle. Anche gli innocenti oggetti ed animali possono subirne le conseguenze. Spesso i genitori si lamentano che il bambino distrugge le matite, i giocattoli, strappa i libri, sconvolge la sua stanzetta, rincorre e tenta di stritolare l’innocente gattino, senza comprendere che questi comportamenti nascono dalla sua difficoltà a manifestare direttamente la sua collera alle persone che lo fanno o lo hanno fatto soffrire.

La dissociazione della collera

Un’altra forma di reazione alla collera è la dissociazione descritta da Freud. In questi casi, una parte della personalità nascosta ma conscia nega che l’evento aggressivo, doloroso, di perdita, sia veramente accaduto, mentre, contemporaneamente, un'altra parte della personalità continuerà a credere che in realtà ciò è veramente avvenuto.

Quel che è certo è che il precipitoso attuarsi di processi difensivi: repressione o dissociazione, con conseguente fissazione, inizia molto più facilmente nell'infanzia che in età adulta. In ciò risiede la spiegazione del perché e del come le esperienze di perdita nella prima infanzia portino a uno sviluppo incompleto della personalità e a una predisposizione a disturbi psichici (Bowlby, 1982, p. 60).

La collera, pertanto,  è un sentimento secondario, ma deriva sempre da un sentimento primario. Gli animali spesso attaccano perché sono sofferenti, aggrediti, disturbati, tormentati. Attaccano per cacciare un intruso dal territorio o per difendere la prole.
Negli esseri umani il sentimento primario può riguardare una o più nostre paure dovute a dei comportamenti incongrui da parte di che ci sta vicino: paura di non essere amati, di essere allontanati, abbandonati, di rimanere soli, di essere rimproverati, puniti, sminuiti o denigrati ingiustamente.

La rabbia peggiora quando si attribuisce all'altro la volontà di ferire, quando si ha la sensazione che la persona che ci fa stare male commetta un sopruso, una mancanza di riguardo. Vi sono bambini che reagiscono con estrema facilità anche in seguito a motivi banali, mentre altri, invece, più sereni, equilibrati e più capaci di razionalità e controllo emotivo, accettano e sopportano stimoli anche molto intensi. Sono soprattutto i permalosi quelli che spesso si sentono feriti ed urtati per motivi, a volte insignificanti, ai quali reagiscono con acredine, ruminando rancore e vendette. Questi bambini trovano nelle parole e nei gesti degli altri sempre qualcosa che li colpisce ingiustamente.

Ogni bambino possiede un tipo particolare di rabbia che contraddistingue il suo tipo di personalità e ogni bambino ha un modo differente di manifestarla. Pertanto la rabbia e la collera hanno notevoli caratteristiche di soggettività, in quanto non conta tanto lo stimolo che le hanno scatenate quanto il cervello che le ha elaborate. La collera, se si manifesta eccezionalmente e per gravi motivi, ha di per sé una funzione positiva, in quanto serve a proteggerci dalle prevaricazioni degli altri. Se invece si manifesta frequentemente o in modo eccessivo è di grave danno alla persona, agli altri e alla società; essa, pertanto, dovrebbe costituire un campanello dall’allarme per i genitori, i quali dovrebbero riuscire a capire le cause più vere e profonde di questa eclatante manifestazione.

 La collera nella varie fasi della vita del bambino

Nei primi mesi di vita la collera e l’aggressività si manifestano quando le sequenze abituali non vengono rispettate o le consuete gratificazioni non compaiono al momento giusto. Nel bambino, dietro la collera c’è spesso la paura e la sensazione di minaccia per la propria sopravvivenza. Per Bowlby[1] la collera, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, è un'immediata, comune e costante reazione alla perdita, ed è parte integrante delle reazioni di dolore. Il piccolo dell’uomo, come altri cuccioli di animali, quando perde il contatto con il gruppo familiare si sente sperduto e angosciato, in quanto questa perdita può essere fatale per la sua sicurezza, il suo benessere, la sua stessa sopravvivenza. Pertanto reagisce cercando rapidamente di ritrovare le persone perdute e, quando le trova, le scoraggia ad attuare nel futuro un comportamento simile, mediante aspri rimproveri (Bowlby, 1982, p. 56).

E ancora lo stesso autore[2]:

 "L'ipotesi da me avanzata, dunque, è che nel bambino piccolo l'esperienza di separazione dalla figura materna sia particolarmente atta a suscitare processi psichici d'importanza cruciale per la psicopatologia, così come lo sono le infiammazioni ed i conseguenti fenomeni cicatriziali del tessuto per la fisiopatologia. Questo non significa che debba risultarne necessariamente una personalità mutilata, ma piuttosto che, come nel caso delle febbri reumatiche, troppo spesso la formazione di conseguenti tessuti cicatriziali può portare in seguito a disfunzioni più o meno gravi”. "Sembra che una persona colpita da una perdita combatta con il destino con tutto il suo essere emotivo, cercando disperatamente di capovolgere il corso del tempo e di recuperare quei giorni felici che le sono stati improvvisamente tolti. Lungi dall'affrontare la realtà, tentando di adattarvisi, una persona colpita da una perdita ingaggia una lotta con il passato”.[3]

Nel bambino di due – tre anni la collera può essere dovuta al fatto di essere frenato, contrastato, frustrato, nelle sue aspettative.

 

Nell’età scolare le crisi di collera sono spesso dovute alle difficoltà che può avere il bambino di ben relazionarsi con i coetanei e con gli insegnanti. Sempre a questa età il bambino riconosce facilmente i dissapori familiari, ma non riuscendo a porvi rimedio si arrabbia, a volte con l’uno, a volte con l’altro genitore, perché lo mettono in ansia ed in difficoltà. Spesso rivolge la sua rabbia anche verso se stesso, perché in qualche modo si ritiene responsabile dei loro contrasti o perché non riesce a porvi rimedio.

Nell’adolescenza le crisi di rabbia e collera sono rivolte verso i genitori dai quali non si sente capito nei suoi bisogni di autonomia e di libertà, ma anche verso i compagni dai quali non si sente rispettato e verso gli amici, quando si sente tradito.

Le cause delle crisi di collera possono quindi essere dovute a qualcosa che è accaduto in quel momento o poco tempo prima, oppure possono trovare la loro origine in un tempo più o meno lontano. In molti casi risultano importanti le frustrazioni precoci che ha subito il bambino. Queste frustrazioni possono essere di vario tipo: un temporaneo abbandono da parte di uno o di entrambi i genitori, un clima familiare particolarmente teso, una madre o un padre con problemi psichici, che non sono in grado di rispondere in maniera adeguata ai suoi bisogni e così via.

La reattività ad uno stimolo non è mai uguale. Il bambino quando è sereno e soddisfatto può reagire bene a degli intensi stimoli negativi. Al contrario, in certi momenti e in particolari condizioni, può reagire male anche ad uno stimolo minimo. Ad esempio, è più facile che reagisca male quando è stanco e stressato per aver subito una giornata nella quale non sono stati rispettati i suoi bisogni fisiologici primari: sonno, cibo, gioco, movimento libero, attenzioni, coccole e serenità ambientale.

 

Altre volte le crisi di collera possono nascere in un bambino reso particolarmente irritabile a causa di uno stillicidio, nel tempo, di comportamenti poco opportuni, anche se questi comportamenti, esaminati singolarmente, non appaiono particolarmente intensi e gravi: troppi favoritismi a suo sfavore, troppe critiche e confronti negativi, troppi rimproveri e punizioni, troppi lievi scontri all’interno della famiglia, richieste eccessive per quantità o qualità, manifestazioni d’ansia eccessive da parte dei genitori o dei familiari ecc.

Non sono da sottovalutare le crisi dovute ad uno stato di fragilità e debolezza fisica che si trasforma in uno stato di debolezza e fragilità psichica, come quando il bambino si trova o è appena uscito da uno stato di malattia organica, per cui ha dovuto subire terapie e interventi in ambiente ambulatoriale, o peggio, in regime di ricovero.

Gli pasmi affettivi

Una particolare modalità espressiva della collera sono gli spasmi affettivi. Debray e Belot[4] così li descrivono :

“In una situazione di frustrazione, che provoca collera, il bebè si mette improvvisamente a singhiozzare, il respiro si fa sempre più rapido e, dopo un ultimo sussulto accompagnato da stridore senza risposta respiratoria, il torace si blocca in inspirazione forzata e il bambino va in apnea. Compare cianosi, il bambino perde conoscenza, cade come una bambola di pezza, talora vi è un rivolgimento degli occhi. L’attacco può condurre a una crisi convulsiva, spesso di tipo tonico con eventuali scosse cloniche, con o senza perdita delle urine”.

La durata della pausa respiratoria va da qualche secondo a un minuto circa. La forma pallida, più rara, è provocata dal dolore, da uno shock, da un’emozione o da una paura. Il bambino, dopo un grido, talora appena abbozzato, diventa pallidissimo e cade in sincope. Le forme più gravi di spasmi affettivi possono essere scambiati per crisi convulsive,  in quanto il bambino, sistematicamente, subito dopo un trauma presenta una crisi convulsiva.

Le cause della collera

Per quanto riguarda le cause della collera dobbiamo saper distinguere:

  1. La reazione a qualcosa di ingiusto che è stato fatto al bambino.
  2. Il bisogno ed il piacere di creare attorno a sé un momento di confusione e distruttività.
  3. I comportamenti pretestuosi.
1.      La reazione a qualcosa di ingiusto che è stato fatto al bambino.

Non è difficile che qualcosa di ingiusto sia stato fatto al bambino da parte dei genitori, dei fratelli, di qualche compagnetto o dagli insegnanti. In questi casi avere il coraggio di dire al bambino: “Hai ragione, noi come genitori ci siamo comportati male”.  “Io come madre, come padre mi sono sbagliato, ti ho rimproverato ingiustamente”. “La maestra è stata troppo dura con te”. “Tuo fratello o il tuo compagno non dovevano trattarti in questo modo”.  L’avere questo coraggio, dicevamo, fa scomparire la collera come per magia. Queste parole hanno il potere di comunicare al bambino delle indiscutibili verità e realtà : tutti possono sbagliare. Possono sbagliare i bambini ma anche gli adulti. L’importante, quando questo accade, è ammettere i propri errori, chiedere scusa, e sforzarsi di evitare che la stessa cosa accada in futuro. Queste parole, o parole come queste hanno il potere di far sentire al bambino l’amore e la stima che nutriamo nei suoi confronti e l’attenzione che sentiamo verso i suoi sentimenti e le sue emozioni.

2.      Il bisogno ed il piacere di creare attorno a sé un momento di confusione e distruttività

L’impulso a disordinare in modo convulso gli oggetti o i giocattoli, così come il bisogno di distruttività, è molto forte nei bambini che soffrono e hanno molto sofferto. In questi, soprattutto se maschietti, è presente il desiderio ed il bisogno di scaricare l’aggressività, l’ansia e la tensione interiore su qualcosa o su qualcuno. Ma, sempre maggiormente nei maschi, un certo grado di impulso distruttivo è presente anche nei soggetti normali[5] (Isaacs, 1995, p. 69). Quando si evidenzia la necessità di esprimere in modo aggressivo la propria energia interiore, è importante assicurarsi che il bambino abbia una grande libertà e possibilità di fare ciò, senza far del male a se stesso o agli altri e senza dover incorrere in rimproveri e punizioni. Ciò è possibile utilizzando il gioco libero, o per mezzo di attività motorie altrettanto libere e spontanee, effettuate all’aria aperta.

3.      I comportamenti pretestuosi
 

 Alcune crisi possono essere sicuramente pretestuose. Sono queste delle pseudo-crisi finalizzate ad ottenere qualcosa di proibito: un uso eccessivo della tv o dei videogiochi, cibi, giocattoli e oggetti che in quel momento i genitori non ritengono opportuno concedere o non sono in grado di comprare. In questi casi le crisi vanno certamente ignorate, ma mai sottovalutate. Vanno ignorate in quanto rispondere ad una crisi nata da un capriccio, soddisfacendo il capriccio stesso, rischia di innescare un circolo vizioso, per cui il bambino “si fa venire la crisi” ogni volta che vuole ottenere qualcosa di proibito. Tuttavia non vanno sottovalutate, poiché spesso queste manifestazioni eclatanti di disagio, nascono da comportamenti incongrui dei genitori.

In altre parole, spesso il bambino si impunta ad ottenere un giocattolo costoso e inutile, ma dietro questa richiesta nasconde il suo disagio e la sua sofferenza, dovute a reali carenze molto più importanti: bisogno di regole chiare e comportamenti lineari; scarso dialogo o attenzione da parte dei genitori o familiari; saltuaria o limitata possibilità di giocare giornalmente, liberamente e per un congruo tempo con dei coetanei; presenza di comportamenti poco adeguati da parte dei genitori nei suoi confronti o nei confronti della loro relazione; e così via.

I possibili interventi
 

Abbiamo constatato in numerosi casi di bambini con questa sintomatologia quali possono essere i comportamenti poco utili o che, anzi, tendono a peggiorare queste manifestazioni e quelli più utili e produttivi.

 

Non ci appare utile:

 
  •   sgridare sempre di più o punire sempre più severamente il bambino. Insomma, non funziona il dispotismo a qualunque costo. In questi casi, anche se si ottiene in quel momento l’effetto voluto, rimane, si alimenta e si accentua, dentro l’animo del bambino, altra rabbia e altra collera;
  •   ignorare i motivi della rabbia e della collera. La mancanza di comprensione accentua la sensazione di solitudine e di tristezza nel minore e accresce la sua reattività nei confronti dei genitori, degli altri adulti o coetanei;
  •   non riflettere su quanto succede nell’animo del bambino. In questi casi è come chiudere gli occhi davanti alla realtà, sperando che non esista, o ancor peggio, sperando che esista solo un bambino cattivo e ribelle da domare con la frusta e con la cavezza, come un cavallo selvatico;
  •   rispondere con la rabbia e con la collera alla collera del bambino. In questi casi, si inizia un duello che sicuramente non farà bene né ai genitori né al bambino, in quanto o quest’ultimo sarà costretto a interiorizzare le sue emozioni, con conseguenziali autoaccuse, autopunizioni, somatizzazioni ecc., oppure aumenteranno i comportamenti collerici, sia verso i genitori sia verso i fratelli, le sorelle o altri bambini, assolutamente innocenti;
  •   a nostro parere è poco utile anche il cosiddetto “contenimento fisico”, messo in atto da parte dei genitori o degli educatori, per evitare che il bambino si faccia o faccia del male. In quanto il bambino già prigioniero e sconvolto dalle sue emozioni, avverte gli altri ed il mondo che lo circondano in maniera ancora più negativa e repressiva.

Ci sembra utile invece:

 
  •   riuscire a mantenere la calma, sforzandosi di capire quali possono essere state le cause che hanno comportato l’insorgere di quest’emozione nel proprio figlio;
  •   rispecchiare le sue emozioni e accettarle. “Capisco che sei arrabbiato perché hai dovuto lasciare il tuo gioco preferito per uscire con papà e mamma. Ma si era fatto troppo tardi e non potevamo aspettare ancora”;
  •   comunicare al bambino i motivi che ci hanno portato a rimproverarlo o punirlo. Anziché dire: “Sono arrabbiato con te…”, è meglio dire: “Ho avuto paura per ciò che poteva accaderti in quella situazione ed è per questo motivo che ho dovuto rimproverarti o punirti”;
  •   cercare di calmarlo con un atteggiamento affettuoso e sereno, impegnandosi nel contempo a risolvere i problemi di fondo, dai quali può essere scaturita la sua rabbia e la sua collera;
  •   distrarre e deviare la sua attenzione, su un’attività o un gioco piacevole o neutro;
  •    contenere in senso affettivo il bambino, cercando di fargli capire i nostri sforzi per capire i motivi della sua rabbia, mentre, nel contempo, ci sforzeremo di indicargli i modi migliori per evitarla, meglio gestirla o controllarla;
  •   mettere delle regole chiare. I bambini accettano le regole se queste sono chiare, lineari e non sono continuamente modificate. Ad esempio, per un bambino che chiede continuamente soldi o giocattoli è indispensabile mettere delle indicazioni precise, tenendo conto delle proprie possibilità economiche e della necessità di insegnare al bambino l’uso accorto del denaro: “Avrai ogni settimana la tua paghetta settimanale di tot euro che potrai spendere come vuoi. Solo per il tuo compleanno, per l’onomastico e per la fine della scuola avrai un bel giocattolo”.
  •    cercare di prevenire le crisi dando, ad esempio, al bambino, un preavviso di qualche minuto per smettere quello che sta facendo, evitando così di costringerlo ad interrompere bruscamente l’attività iniziata;
  •   intervenire con decisione, facendogli capire che non siete disposti a farvi ricattare da questi comportamenti incongrui, quando le crisi avvengono in luoghi pubblici: chiesa, ristorante, negozio, con lo scopo di ottenere più facilmente qualcosa di proibito o non adeguato al momento;
  •   abituare il bambino a manifestare il suo disagio e la sua sofferenza mediante un continuo ascolto, così da chiarire il vostro o l’altrui comportamento;
  •   insegnargli a dare risposte adeguate e non distruttive, senza farsi sottomettere dagli altri, ma anche senza arrivare agli scatti d’ira.
A

[1] Bowlby  J., (1982), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano, Raffaello Cortina Editore, p. 56.

[2] Bowlby  J., (1982), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano, Raffaello Cortina Editore, p. 60.

[3] Bowlby  J., (1982), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano, Raffaello Cortina Editore, p. 98.

[4] Debray R. e Belot, A., (2009), Psicosomatica della prima infanzia, Roma, Casa editrice Astrolabio, p. 57.

[5] Isaacs S., (1995), La psicologia del bambino dalla nascita ai sei anni - Figli e genitori, Roma, Newton, p. 69.