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 L’ansia nei bambini

Dott. Emidio Tribulato

 

 

 

 

 

L’ansia è un’emozione che tutti noi proviamo comunemente nel corso della nostra vita. Chi non ha mai provato ansia quando da bambino o adolescente, seduto nel banco, a capo chino, aspettava che il professore aprisse il registro per scegliere, in base a sue profonde e imperscrutabili alchimie, chi interrogare quel giorno?

Chi non ha provato ansia, mentre in un’aula universitaria assisteva agli esami degli altri candidati e si chiedeva continuamente: “Questo domanda la so, questa non la so?”, “oh, Dio! fa domande troppo difficili! Cosa faccio? Non è meglio se mi ritiro e do la materia un’altra volta?” L’ansia fa compagnia anche a tutti i neo papà i quali, dietro la porta della sala parto, aspettano che la consorte metta al mondo il loro primogenito.

Ansia piacevole e ansia spiacevole

Accanto a queste ansie spiacevoli vi sono anche quelle piacevoli, come quando, con struggimento, aspettiamo l’amata o l’amato al primo appuntamento. Mentre in psicoanalisi i termini di ansia e angoscia sono usati come sinonimi, nell’ambito della psichiatria si preferisce usare il termine angoscia, quando l’ansia è molto intensa ed è accompagnata da paure irrazionali, da una sensazione di malessere generico e, a volte, da vertigini, sudorazioni, e palpitazioni cardiache, per cui ha un potere paralizzante, producendo confusione.[2]

Definizioni dell'ansia

Non è facile descrivere l’ansia: viene comunemente indicata come una sensazione di paura vaga e senza un oggetto specifico. In questo senso si distingue dalla paura nella quale vi è un ben definito oggetto che si teme. Per Bressa[3] : “l’ansia si può definire come quel fenomeno funzionale, destinato a sollecitare nel complesso mente-corpo che forma il nostro universo, una risposta sintonica ed adattativa agli stimoli esterni”. Lo stesso autore la definisce come quella sensazione di attesa penosa, quel malessere che ci impedisce una piena realizzazione facendoci vivere male anche le situazioni più banali[4]. Ma chiunque l’abbia provata, almeno una volta, sa che è qualcosa di più e di diverso. È un’emozione che impedisce di pensare correttamente e serenamente. È un’angoscia che blocca il respiro. È una sgradevole tensione che avvolge e sconvolge il corpo e la mente. È una bufera dentro la quale ci si ritrova sballottolati “come foglie al vento”. In altri casi si ha la sensazione di navigare su una fragile barchetta in mezzo alla tempesta, senza riuscire ad avere una meta precisa, senza riuscire a concentrarsi anche su compiti estremamente semplici e banali.

 

Ansia normale 

L’ansia viene considerata un’emozione normale, in quanto è notevolmente presente nella vita quotidiana: sia degli animali, sia dell’uomo. Essa è una forma particolare di paura che si sviluppa quando si è esposti a un pericolo che è ancora incerto, nella sua natura e indefinito nello spazio e nel tempo. L’ansia ha la funzione di mettere in allerta il corpo, in modo tale che possa affrontare al meglio: con più grinta ed efficacia, le prove più difficili ed ardue. Questa emozione si ritrova maggiormente nel sesso femminile, forse per permettere alle madri di attivarsi prontamente e rapidamente nella protezione e nella cura dei piccoli.

L’ansia è spesso accompagnata da una o più sensazioni fisiche sgradevoli: aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, sudorazione, dolori al petto, cefalea, respiro corto, nausea, tremore interno, formicolii, dolore di stomaco e secchezza alla bocca. A questi sintomi seguono stanchezza e spossatezza come quando si è compiuto uno sforzo notevole.

L’ansia si distingue dalla paura vera e propria per il fatto di essere aspecifica e vaga.

Ansia piacevole – Ansia sgradevole

Tutti noi abbiamo sicuramente sperimentato, più di una volta, nella nostra vita l’emozione dell’ansia, e abbiamo imparato a distinguere nettamente l’ansia piacevole da quella sgradevole. Quando, aspettando l’arrivo della persona amata, abbiamo avvertito il cuore battere forte, mentre le tempie pulsavano, il respiro si faceva corto e la bocca diventava secca e asciutta, abbiamo provato cosa significa l’ansia piacevole. Altre volte, sicuramente, abbiamo provato anche l’ansia sgradevole, quando, in ritardo rispetto all’orario di rientro a casa, prevedevamo un’aspra e dura reprimenda da parte dei nostri genitori.

Le situazioni ansiogene

Le situazioni che provocano ansia possono essere una o più di una e possono variare nel tempo in base agli stimoli interni o esterni. Molto condizionati da quello che leggiamo nei quotidiani o vediamo in tv, il pericolo può assumere, di volta in volta, la veste di un pedofilo, di uno stupratore o violentatore pronto a ghermire noi o un nostro figlio all’angolo della strada. In altri periodi e per altri soggetti sono le malattie che possono metterci in allarme. Ad esempio, dopo il decesso di una persona amica per una malattia incurabile, diventiamo noi gli esperti nel riconoscere i primi sintomi di un tumore incombente, per cui ci sottoponiamo e costringiamo a sottoporsi le persone a noi care, a tutti gli esami possibili pur di scovare e distruggere in tempo questa insidiosa malattia.

 

Ma non sono solo gli esseri viventi, grandi o piccoli che siano, a stimolare la nostra ansia. Anche la natura ci può mettere in allarme. Dopo una catastrofe causata da un’alluvione o da un terremoto, guardiamo con trepidazione e sospetto il placido fiume della nostra città. Fiume che, fino a quel momento, aveva accompagnato i momenti più lieti e sereni della nostra vita e della nostra infanzia. Allo stesso modo, dopo un devastante terremoto avvenuto molto lontano da noi, con la visione di muri accartocciati e sventrati dalle onde del sisma, osserviamo con palpitazione e sospetto le travi della casa dove abitiamo. Travi che prima ci erano sembrate forti e robuste, mentre ora ci appaiono ridicolmente fragili e inefficaci a sopportare la minima scossa tellurica.

Oggi che i mass- media pur di vendere, pur di attirare e coinvolgere il pubblico riprendono, a volte per mesi e anni le notizie più truci e sconvolgenti, sottolineando i particolari più macabri, gli aspetti più morbosi purché capaci di provocare nei lettori e negli ascoltatori paura, rabbia, collera, disgusto, i motivi di ansia sembrano aumentare ogni giorno di più.

Ansia fisiologica e ansia patologica

L’ansia fisiologica è quella che si attiva quando l’essere umano, per evitare di correre dei rischi di fronte ad un pericolo reale o semplicemente immaginato, mette in moto i meccanismi di salvaguardia che lo proteggono da possibili conseguenze negative[5]. Per ottenere ciò, tutto l’organismo si attiva al fine di valutare rapidamente, mediante le sue conoscenze e le sue esperienze, l’ambiente che lo circonda, per poi affrontarlo nel modo migliore possibile con forza e determinazione.

Situazione diversa è quella di chi vive questa emozione con troppa frequenza o con un sentire dolorosamente accentuato (ansia patologica). In questi casi vi è una notevole discrepanza tra le situazioni da affrontare e la tensione che si mette in moto, per cui, anche problematiche molto blande, banali o poco difficili o pericolose, sono affrontate con enorme tensione. In molte occasioni, addirittura, senza che vi sia alcuno stimolo ansiogeno esterno, il cuore, la mente, il corpo, delle persone che soffrono di ansia patologica, sono come investiti e sconvolti per ore e a volte per giorni e notti intere, da questo stato d’allarme. Stato d’allarme che spossa, rende notevolmente indecisi su cosa fare e come farlo, altera e complica anche le attività più banali, mentre diminuisce le capacità di attenzione e concentrazione. Cosicché il rendimento, soprattutto il rendimento intellettivo, scade notevolmente. A questo proposito non bisogna dimenticare che esiste un parallelismo costante tra la vita affettiva e quella intellettiva, e che questo parallelismo prosegue lungo tutto lo sviluppo dell’infanzia e dell’adolescenza, in quanto per Piaget[6] “Ogni condotta presuppone degli strumenti o una tecnica: sono i movimenti e l’intelligenza. Ogni condotta però implica anche moventi e valori finali (il valore degli scopi): sono i sentimenti. Affettività ed intelligenza sono indissolubili e costituiscono due aspetti complementari di ogni condotta umana”.

Quando questo stato d’animo pervade la mente del soggetto ansioso ne soffrono anche i rapporti affettivi ed amicali in quanto l’ansia si diffonde alle persone con le quali ci si relaziona. Per tale motivo i rapporti interpersonali diventano difficili, dolorosi e conflittuali. È penoso stare in compagnia di una persona che emana spesso ansia (persona ansiogena), in quanto l’ansia si trasmette alle persone più vicine.

Il soggetto ansioso in modo patologico, valuta in modo errato gli eventi di cui è protagonista. Egli è pertanto coinvolto più dalle risonanze interne che dalle reali dimensioni dello stimolo[7]. Per tale motivo avverte la maggior parte delle situazioni come troppo grandi e rilevanti per le sue possibilità, pertanto tende ad evitare sempre di più le sollecitazioni per il timore, spesso ingiustificato, di non saperle affrontare. Oppure, al contrario, le affronta in maniera affrettata, convulsa, senza riflettere sufficientemente, per cui gli errori nella valutazione e nelle scelte sono numerosi e frequenti.

Per cercare di liberarsi dell’ansia, vi sono fondamentalmente due strategie: la prima è l’immobilità, per cui si cerca di allontanare questa sgradevole emozione cercando di distendere al massimo il proprio corpo, con la speranza che anche l’animo si distenda; la seconda è esattamente opposta alla prima: attivarsi notevolmente nel lavoro, negli impegni quotidiani o in attività motorie intense, come camminare, passeggiare, fare sport. Il tutto nella speranza di scacciarla mediante gli impegni, l’attività ed il movimento.

 

Le conseguenze dell'ansia

In sintesi, le conseguenze dell'ansia sono notevolmente disturbanti in quanto:

  • la persona vive molti momenti della sua vita con apprensione ed angoscia e sempre in allerta, in quanto pensa che i pericoli possono essere in ogni cosa e in ogni persona;
  • il soggetto ha difficoltà a vedere la realtà con occhi sereni ed obiettivi e gli avvenimenti nella giusta proporzione;
  • il suo stato di continua tensione gli rende difficile comunicare o ancor più mettersi in ascolto con gli altri, in quanto il soggetto è troppo impegnato a governare qualcosa difficilmente gestibile;
  • poiché il soggetto in preda all’ansia crea attorno a sé e negli altri un clima di allarme ingiustificato, rischia di accentuare il malessere di chi gli sta intorno. Pertanto la comunicazione sociale a seconda della gravità del vissuto ansioso, è più o meno compromessa;
  • le azioni della persona ansiosa sono dettate più dall’impulso del momento che non da un’analisi obiettiva e razionale della realtà, per cui gli errori che compie sono frequenti e le decisioni che attua spesso non sono coerenti ed efficaci;
  • questo vivere per lungo tempo in situazione di emergenza, pone la persona ansiosa in una condizione di facile irritabilità, stanchezza ma anche, a volte, maggiore reattività e aggressività;
  • poiché nei momenti in cui l’ansia è maggiore e più coinvolgente, il soggetto ansioso ha difficoltà a dare risposte efficaci, il suo rendimento è incostante e non armonico: maggiore in alcuni momenti e per alcune discipline, minore o molto minore in altri momenti e in altre discipline.
Le manifestazioni dell’ansia

L’ansia si può manifestare sotto forma di ansia generalizzata, di attacchi di panico, di somatizzazioni ansiose.

Ansia generalizzata

L’ansia generalizzata dura nel tempo e non è concentrata su un particolare oggetto o situazione. Pertanto è aspecifica e fluttuante. Le persone che hanno questo disturbo avvertono una tensione interiore che non si collega ad una particolare paura. Questo tipo di ansia interessa soprattutto il genere femminile, tanto che colpisce due donne per ogni uomo e può portare ad una menomazione considerevole. Questa tensione si evidenzia con una continua sequela di malesseri fisici, psicologici e psicosomatici, che impediscono al soggetto di vivere bene sia il suo lavoro che i rapporti con gli altri. A causa della persistente tensione interiore queste persone possono soffrire di emicrania, palpitazioni, vertigini e insonnia. Nello stesso tempo è per loro molto difficile affrontare le normali attività quotidiane, soprattutto quelle che richiedono un maggior discernimento, controllo e attenzione.

Questa tipologia d’ansia può essere associata ad elementi depressivi con ricorrenti pensieri e sentimenti tristi e penosi. Spesso è avvertita maggiormente al mattino rispetto alla sera. Forse perché la sera l’organismo, dopo ore di tensione continua, ha bisogno di riposo e quindi si impegna maggiormente a far cessare quest’inutile stato di allarme o forse perché la sera gli impegni ed il lavoro cessano, per cui diminuiscono anche gli stimoli ansiogeni.

In alcuni soggetti però l’ansia continua anche durante il sonno, pertanto, quello che dovrebbe essere il periodo di maggior riposo viene alterato sia in qualità che in quantità. Quando l’ansia si presenta in modo continuo e cronico, alla lunga produce, oltre a vari disturbi psicosomatici, anche una reale diminuzione della resistenza alle malattie infettive, per una caduta delle difese immunitarie.

Gli attacchi di panico

L’ansia si può presentare in maniera brutale e acuta con gli attacchi di panico. Sebbene questi, qualche volta, sembrino nascere dal nulla, generalmente sono avvertiti dopo esperienze traumatiche o in seguito ad uno stress prolungato. Gli attacchi di panico hanno un inizio brusco per cui sono molto intensi già nei primi dieci minuti o anche meno. Spesso i soggetti che ne soffrono sono costretti a ricoverarsi al pronto soccorso in quanto avvertono, improvvisamente e in alcune particolari circostanze, come una bufera che si abbatte sulla loro mente e sul loro corpo: “Stavo bene, poi all’improvviso non riuscivo a mantenere il controllo della situazione, mi sentivo svenire, era come se stessi impazzendo, tutti i miei organi correvano all’impazzata”[8]. Essi avvertono intensa apprensione unita a tremore, scosse, vertigini e difficoltà respiratorie.

Anche se tutti gli esami risultano nella norma, le persone che soffrono di attacchi di panico continuano a preoccuparsi a causa delle manifestazioni fisiche dell'ansia che rafforzano il timore che nel loro corpo vi sia qualche grave malanno. A volte vi è la “paura di avere paura”. Si innesta un intenso timore di avere una crisi d’ansia. Ad esempio, i normali cambiamenti nella frequenza cardiaca, che si avvertono quando si sale una rampa di scale, possono far pensare a queste persone che nel cuore vi sia qualcosa che non va o che stanno per avere un attacco di panico. Pertanto, si bloccano ed evitano di andare avanti.

Questo tipo d’ansia lascia nell’individuo che ne è colpito un residuo di malessere, tanta paura per l’emozione subita e uno stato di grande prostrazione. Dopo aver fatto questo tipo d’esperienza, da quel momento l’individuo cerca in tutti i modi di evitare quei luoghi dove questa crisi è avvenuta.

Questo tipo di crisi d’angoscia è scatenato dalla concomitanza di quattro concause:

  1. percezione di pericolo incombente;
  2. informazioni inaffidabili o contraddittorie sulla natura e sulla entità del rischio;
  3. presentimento di non essere in grado di adottare adeguate contromisure di protezione e di difesa;
  4. sensazione che sia rimasto poco tempo per mettersi in salvo.
L’ansia somatizzata

Quando l’ansia si manifesta soprattutto con sintomi legati al corpo, per il DSM IV siamo in presenza di un Disturbo di somatizzazione.

I soggetti affetti da somatizzazioni ansiose manifestano e descrivono i loro numerosi malanni in termini eclatanti ed esagerati: “Ho un mal di testa da impazzire”. “Mi fa tanto male la schiena che non mi posso muovere dalla sedia”. “Mi gira tanto la testa che non riesco a stare in equilibrio”. “Mi sembra di vedere doppio”. “Ho come un bruciore sulla parte sinistra del capo”. Questi soggetti, nonostante gli esami obiettivi e di laboratorio ai quali si sottopongono non giustifichino la gravità dei disturbi lamentati, spesso, per la loro insistenza sui sintomi ottengono, dai medici consultati, terapie mediche ed anche interventi chirurgici che risultano, a posteriori, assolutamente inutili.

 

 

L'ansia nei bambini

L’ansia dei bambini, almeno apparentemente, è molto diversa di quella degli adulti.

Intanto il bambino difficilmente riesce a comunicare in modo diretto la sua ansia. Dirà che sta male, che non vuole uscire o andare a scuola.

Si lamenterà del male al pancino, vomiterà, piangerà, farà capricci, ma non vi dirà mai che avverte ansia. Quest’emozione interiore la dovremo capire dai suoi occhi e dal suo sguardo teso. Quest’emozione dolorosa la dovremo percepire dai suoi comportamenti: dagli abbracci alla madre o al padre dai quali non riesce a staccarsi quando deve andare a scuola o in un altro luogo, senza i suoi genitori. La dovremo interpretare osservando il modo convulso con il quale disegna. La dovremo percepire dai suoi racconti e dalle sue fantasie, nelle quali spesso prevalgono temi tristi e angosciosi. De Ajuriaguerra e Marcelli[1] così descrivono l’ansia del lattante:

 “…è sufficiente ricordare il viso perso, i grandi occhi sbarrati, le grida stridenti ed incessanti di angoscia, l’ipertonia generalizzata con la frequente agitazione degli arti inferiori del lattante di undici-dodici mesi, allorché viene ricoverato per un banale motivo intercorrente, …”.

 Per quanto riguarda i suoi comportamenti,  il minore ansioso si dimostra spesso irritabile, scontroso, ha difficoltà ad addormentarsi, ma ha anche difficoltà ad effettuare i compiti giornalieri; appare distratto, la concentrazione è altalenante, si mordicchia le unghie (onicofagia), il suo corpo, a volte, può essere scosso dai tic, ha difficoltà a respirare profondamente, per cui lamenta come un nodo alla gola, ha bisogno di rassicurazioni continue. Solo da queste e da altre manifestazioni del corpo o del comportamento riusciremo a capire quando e quanto è coinvolto da quest’emozione.

Le cause dell’ansia

Secondo la concezione costituzionalistica, l’ansia sarebbe il frutto di una predisposizione su base genetica che porterebbe a delle modalità di funzionamento neuropsichico in cui prevale l’iperemotività, l’ipereccitabilità neuro-muscolare, la labilità dell’equilibrio neuro-vegetativo, l’astenia, i tremori, e così via. [2]

Secondo la teoria comportamentale, così come le nevrosi sperimentali pavloviane mediante frustrazioni ripetute comportano negli animali stati di irrequietezza, ipereccitabilità, anoressia, insonnia, allo stesso modo anche nell’uomo gli stress, le frustrazioni e i traumi ripetuti porterebbero ai disturbi ansiosi. “Successive elaborazioni della teoria comportamentale hanno proposto che i sintomi ansiosi siano da interpretare come modelli di condotta appresi disadattivi”.[3] Secondo la teoria psicoanalitica, l’ansia fa parte delle nevrosi ed è quindi la conseguenza di un conflitto tra le esigenze dell’Es e quelle del Super-Io.

A nostro parere molti dei sintomi che notiamo nei bambini hanno come componente principale l’ansia, che è come il substrato di buona parte della patologia psicoaffettiva. L’ansia è commista alle paure e alle fobie; rappresenta l’altra parte della medaglia nei casi di depressione infantile; è nascosta dall’apparente indifferenza; è presente in modo massiccio nell’autismo; stimola in maniera abnorme la motilità nei bambini iperattivi; disturba notevolmente la funzionalità degli organi interni traducendosi, nei bambini che tendono a somatizzarla, in sintomi somatici come: dolori di stomaco, cefalee, nausee, vomito, palpitazioni, vertigini.

Ansia di separazione

Quando un bambino è costretto ad allontanarsi dai suoi genitori, dai familiari, dai suoi oggetti più cari, dalla sua casa, senza che abbia la maturità psicologica per fare ciò, la sua sofferenza si manifesta con un tipo di ansia che chiamiamo di separazione. Dietro l’ansia di separazione vi è sempre un bambino che soffre a causa della sua insicurezza o per le sue paure. Per questo bambino molto insicuro il padre, un altro familiare, ma ancor di più la madre, sono importanti fonti di sicurezza. Così come sono fonte di sicurezza, ma a un livello molto minore, la sua casa, la sua stanzetta, i suoi giocattoli. Queste persone e questi oggetti rappresentano per il bambino una possibile ancora di salvezza; sono strumenti capaci, almeno in parte, di tranquillizzare, rassicurare, scacciare le paure, allontanare gli incubi, dare sollievo all’inquietudine che l’attanaglia. Per tale motivo il suo malessere si accentua quando egli è costretto ad allontanarsi dagli oggetti, dai luoghi, ma soprattutto dalle persone che gli danno questa sensazione di tranquillità e sicurezza.

 

 

Quando è il momento di dormire, momento estremamente difficile per questi bambini, se l’ansia e le paure non sono eccessive, si accontenterà di restare nella stanza dov’è presente almeno uno dei genitori, ma se l’ansia è maggiore, chiederà che la madre gli stia vicina tenendogli la manina, fin quando non riuscirà ad addormentarsi. Se l’ansia è ancora più grave, chiederà che la madre dorma insieme a lui per tutta la notte nel suo lettino. Quando le sue paure e la sua tensione sono ancora più intense, non gli basterà stare nella stanza dei genitori, né sarà sufficiente dormire nel loro letto: egli chiederà di stare abbracciato alla madre o almeno toccare una parte del suo vestito o del suo corpo, soprattutto dei suoi capelli.

L’ansia di separazione si manifesta anche quando il bambino è costretto ad andare lontano dai suoi genitori, per dei motivi che per altri bambini potrebbero essere molto piacevoli: una gita, un viaggio premio, un pernottamento con gli scout, una festa con i suoi compagnetti. In questi casi, anche se è in compagnia di amici o persone che ben conosce, è assalito dalle paure e da intensi sentimenti di nostalgia, per cui, quando i genitori sono lontani, farà di tutto per restare in contatto con loro mediante il telefono. A volte teme che possa loro succedere qualcosa di male: che possano ammalarsi, morire o scomparire e, quindi, lasciarlo solo e abbandonato. In altri casi può aver paura che eventi catastrofici possano colpire la sua famiglia o lui stesso: che possa smarrirsi e non ritrovare più i genitori, che possa stare male e non avere alcun aiuto da mamma e papà, e così via.

Disturbo d’ansia generalizzato

Nel disturbo d’ansia generalizzato l’oggetto dell’ansia non è legato ad un elemento specifico, come avviene nelle paure e nella fobie, né ad una determinata situazione, come avviene nell’ansia di separazione. Questi bambini hanno paura di tutto, per cui mostrano ansia e preoccupazione per svariati motivi: quando sono lasciati da soli, quando devono fare nuove esperienze, quando sono chiamati a svolgere un compito e così via. Si preoccupano della qualità delle prestazioni, ad esempio dei voti nelle interrogazioni scolastiche, così come si preoccupano di eventuali eventi catastrofici: terremoti, guerre, temporali. Queste preoccupazioni procurano loro irrequietezza motoria, facile faticabilità, difficoltà a concentrarsi, irritabilità, tensione muscolare, disturbi del sonno, tensione mimica e manifestazioni neurovegetative. Questi bambini che soffrono d’ansia generalizzata, per Militerni,[4] tendono ad essere, inoltre, eccessivamente conformisti e perfezionisti, con sentimenti di insoddisfazione per le prestazioni effettuate.

Ansia somatizzata

Nei bambini il corpo rappresenta la via più comune per l’espressione dell’ansia. Questa si può manifestare con una serie di sintomi i quali, inizialmente, possono far pensare ad un problema di natura organica: tensione o dolore allo stomaco e all’intestino, vomito, diarrea, ma anche emicrania, dolori articolari che si manifestano in orari e in momenti ben precisi, vertigini, manifestazioni allergiche e così via. Sintomi apparentemente organici, ma che si rendono evidenti in alcune particolari situazioni emotive: quando mamma e papà si allontanano dal bambino, quando bisogna andare a scuola o in un altro posto, poco o nulla amato da lui. Sintomi che svaniscono completamente quando il minore ha la possibilità di restare con i suoi genitori o di rimanere lontano da certi luoghi e da particolari situazioni stressanti.

L'ansia nei bambini autistici

 

Quest’emozione, a nostro parere, è presente in modo massiccio nei bambini con Disturbo Autistico. Tuttavia, in questa patologia, stranamente, la si riconosce più facilmente nei casi lievi o quando il bambino sta velocemente progredendo verso la normalità, che non nei casi più gravi, nei quali è mascherata dagli altri sintomi più eclatanti e vistosi come le stereotipie, gli importanti disturbi relazionali, del linguaggio e della comunicazione o dall’apparente apatia e indifferenza. L’ansia del bambino con autismo ad alto funzionamento è evidente da molti segnali: intanto dalla labilità nell’attenzione, dalla iperattività, dall’ipercinesia e dalla rapidità e impetuosità dei suoi giochi e dal modo “nervoso” con il quale affronta tutte le situazioni e tutti i compiti compresi quelli scolastici. Gli insegnanti e i genitori notano che il bambino ha notevoli difficoltà a vivere molti momenti della sua vita in modo rilassato e tranquillo. Riferiscono: ‹‹Passa continuamente da un oggetto all’altro, è precipitoso in tutto quello che fa, è  un vulcano sempre attivo, non sta mai fermo››.[1]  Notano, inoltre, che il bambino, quando è più teso o nervoso, quando deve affrontare qualche impegno più importante o quando ricerca nell’attività in cui è impegnato una maggiore concentrazione, si mordicchia le dita.

 

Gli adulti osservano che nel rapporto con i compagni, nonostante il bambino con Disturbo Autistico ad alto funzionamento, a volte, voglia e cerchi di entrare in relazione con loro e ci tenga alla loro amicizia, ha notevoli difficoltà a rispettare i turni e le regole e fa fatica ad accettare i desideri dell’altro, per cui, vinto dall’inquietudine interiore, tende ad imporre il proprio gioco ed i propri desideri, provocando il rifiuto e l’emarginazione da parte dei coetanei.

 

Nelle gravi forme di autismo quest’emozione la possiamo riconoscere dalle apparentemente imprevedibili, frequenti, rapide, improvvise oscillazioni dell’umore, dalle crisi d’angoscia acuta, a volte provocata da minime frustrazioni e dai racconti che, a volte, questi bambini riescono ad esprimere. Racconti nei quali prevalgono temi notevolmente paurosi e angoscianti. Racconti nei quali l’ansia riesce a scoordinare l’organizzazione strutturale delle idee, per cui viene alterata la sequenzialità con la quale gli avvenimenti sono riportati, così come viene alterata la logicità dei contenuti, che diventano slegati e ricchi di numerose interruzioni. Ed è sempre l’ansia che incide sui contenuti stessi dei racconti per cui questi bambini, negli avvenimenti che riportano, inseriscono temi coprolalici, aggressivi, violenti e ricchi di angoscia. Inoltre, proprio perché sono alla ricerca continua di modalità di difesa dall’ansia che li pervade, alcuni di questi bambini non sopportano i cambiamenti e/o gli spostamenti di oggetti intorno a loro, in quanto, come nei soggetti con disturbi ossessivi, ogni cambiamento comporta in loro maggiore instabilità che accentua l’ansia che pervade la loro mente. E ancora come spiegare il loro riso nervoso o non adeguato alle circostanze se non come dei tentativi per cercare di diminuire questa emozione che pervade la loro mente?

 

Dice la GRANDIN T.: ‹‹Quando ero più giovane, l’ansia alimentava le mie fissazioni e agiva da fattore di motivazione››.[2]  E ancora: ‹‹Ora mi rendo conto che a causa dell’autismo, il mio sistema nervoso era in uno stato di ipervigilanza, e ogni piccolo inconveniente poteva suscitare una reazione intensa››. [3]  ‹‹Gli attacchi d’ansia più leggeri mi sollecitavano a scrivere pagine e pagine nel mio diario, mentre quelli più gravi mi paralizzavano e mi facevano desiderare di rimanere a casa, per paura che mi venisse un attacco in pubblico››. [4]  Scrive ancora la GRANDIN T. : ‹‹Il mondo della persona autistica non verbale è caotico e le crea confusione››.[5] ‹‹Si immagini uno stato di iperattivazione nel quale si è inseguiti da un pericoloso aggressore in un mondo di caos totale››.[6]

 

L’intensità e la gravità con la quale questi bambini sono coinvolti da quest’emozione è facilmente evidenziabile, anche se in modo indiretto, dai notevoli e numerosi sistemi di difesa che essi sono costretti a mettere in atto, per cercare di contenerla, diminuirla o mascherarla. Pertanto le attività ripetitive, le stereotipie motorie e del linguaggio, le strane abitudini, i rituali, l’apparente indifferenza, il distacco, la chiusura, lo sguardo indiretto, non sono altro che modalità di difesa atte a contenere, limitare o mascherare, per quanto possibile, il notevole stato d’angoscia presente, quasi costantemente, nell’animo di questi  minori. Anche l’autolesionismo, così come avviene in pazienti borderline, può essere utilizzato per ridurre la tensione interiore, in quanto il dolore che viene ad essere provocato serve a distrarli per qualche momento dai vissuti angoscianti.[7]

 

Altri segnali della presenza costante e pervasiva dell’ansia troviamo nei disturbi del sonno e nello scarso controllo degli sfinteri. Il bambino con autismo può presentare disturbi del sonno come l’ insonnia calma, oppure l’insonnia agitata. ‹‹Nell’insonnia calma, il piccolo bambino tiene gli occhi spalancati nel buio senza dormire, ma senza manifestare né reclamare la presenza materna[...] Nell’insonnia agitata il bambino grida, mugugna, urla, senza potersi calmare per delle ore, ogni notte››.[8]  Spesso, nei bambini con autismo sono presenti disturbi nel controllo degli sfinteri per cui può essere presente enuresi, ma anche encopresi. Ciò conferma la presenza di un notevole stato di apprensione che rallenta, altera o rende difficile il controllo sfinterico.

I possibili interventi

Le manifestazioni ansiose del bambino rischiano di aggravare l’ansia dei genitori e dei familiari. A sua volta questa tenderà ad accentuare l’ansia del bambino.

Per tale motivo il primo compito dei genitori e degli operatori è quello di cercare di capire, mediante un attento esame della vita del minore, cosa può aver provocato l’ansia, in modo tale da eliminare le possibili situazioni ansiogene ancora attive. Successivamente, compito dei genitori e degli operatori sarà scoprire quali sono gli atteggiamenti più idonei, capaci di diminuire l’ansia del piccolo.

Molte volte, aiutati dal terapeuta è necessario che i genitori prendano delle decisioni coraggiose e forti: come allontanare momentaneamente il bambino dalla scuola, ridurre drasticamente il tempo dedicato allo studio, alla visione della tv, ai videogiochi, sforzarsi di modificare i propri comportamenti ansiosi, il proprio stile educativo non corretto o, quando è necessario, aumentare la propria presenza dialogante e giocosa. Si può, inoltre, intervenire dando più sicurezza e fiducia al bambino per quello che fa o dice. Molto utile si è dimostrato nella nostra esperienza stimolare il bambino a creare dei racconti come commento ai suoi disegni. In questi casi non bisogna assolutamente commentare se non positivamente i suddetti racconti. Utili si sono sempre dimostrati, presso tutti i popoli e in tutti i tempi, i racconti e le favole dei genitori, nelle quali i protagonisti della storia vivono delle difficoltà che però riescono a superare, così che vi sia sempre un lieto fine. Sarebbe inoltre importante far effettuare al bambino degli esercizi di rilassamento mediante il Training Autogeno.

A

[1] De Ajuriaguerra J.,  Marcelli D., (1986), Psicopatologia del bambino, Milano, Masson Italia  Editori, p. 277.

[2] Militerni R., (2004), Neuropsichiatria infantile, Napoli, Editore Idelson Gnocchi, p. 372.

[3] Militerni R., (2004), Neuropsichiatria infantile, Napoli, Editore Idelson Gnocchi, p. 372.

 

[4] Militerni R., (2004), Neuropsichiatria infantile, Napoli, Editore Idelson Gnocchi, p. 376.


[1] R MILITERNI, Neuropsichiatria infantile, Napoli, Editore Idelson Gnocchi, 2004, p. 256.

[2] T. GRANDIN, Pensare in immagini, Trento, Erickson,2006, p. 123.

[3] T. GRANDIN, Pensare in immagini, Trento, Erickson, 2006, p. 123.

[4] T. GRANDIN, Pensare in immagini, Trento, Erickson, 2006, p. 122.

[5] T. GRANDIN, Pensare in immagini, Trento, Erickson, 2006, p. 65.

[6] T. GRANDIN, Pensare in immagini, Trento, Erickson, 2006, p. 66.

[7] C. SCHMAHL, Farsi male per farsi bene, in “Mente e cervello”, n 98, 2013.

[8] DE AJURIAGUERRA J., MARCELLI, D., Psicopatologia del bambino, Milano, Masson Italia Editori,1986, p. 251.