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L’autolesionismo nel bambino

Dott. Emidio Tribulato

 

Nell’autolesionismo il bambino, nei momenti di crisi in cui è particolarmente ansioso, nervoso, arrabbiato, depresso, ma altre volte anche senza apparente motivo, si fa del male in vari modi: batte la propria testa sul muro, si dà pugni e schiaffi, si graffia le braccia e le gambe ecc. Non vi è, quindi, qualcuno o qualcosa che gli fa del male, ma è lui stesso che si autoinfligge sofferenza, dolore, e a volte, anche mutilazioni. Le reazioni di chi assiste a questi comportamenti sono le più varie: alcuni sgridano il bambino per farlo smettere, altri lo abbracciano e cercano di consolarlo, altri si agitano e gridano scompostamente, altri ancora cercano di bloccare con tutti i mezzi le sue mani e il suo corpo.

Le cause

Le motivazioni di questo comportamento possono essere molte:

  •   desiderio di punizione per tacitare dei sensi di colpa:
  •   risposta ad una grave frustrazione subita:
  •  segnale di richiamo o di sollecitazione nei confronti dell’ambiente. Come dire “Io ci sono. Io ho dei bisogni. Ascoltatemi!”;[1]
  •   auto stimolazione in un contesto di isolamento;[2]
  •   modo per fronteggiare conflitti interni fatti di pensieri ed emozioni opprimenti ed insopportabili, mediante un dolore fisico auto procurato;
  •   modalità per concentrare la propria attenzione sulla realtà e non sulle idee fantastiche. Anche perché è stato sperimentalmente verificato che più i pazienti soffrono di tensione o di sensazioni dissociative, come il senso di irrealtà, minore è il dolore provato;
  •   bisogno di manifestare la propria rabbia verso gli altri. In questo modo il bambino evita di aggredire la o le persone chi gli stanno accanto e a cui tiene molto;
  •   piacere masochistico nel provare delle intense sensazioni dolorose;
  •   alterazione della differenziazione tra sé e non sé;
  •   percezione ed integrazione difettosa degli stimoli dolorosi;[3]
  •  alcuni autori associano l’autolesionismo ai tentativi di suicidio, partendo dal presupposto che si tratti di comportamenti autodistruttivi e di attacco al proprio corpo.

Non vi è dubbio che spesso questo aggredire se stessi è quasi sempre accompagnato da uno stato di notevole sofferenza interiore, associato a rabbia. Queste manifestazioni sono frequenti in bambini deprivati di cure materne, nei soggetti affetti da disturbo autistico o nei soggetti istituzionalizzati, ma anche in tutti i bambini nei quali la sofferenza e la rabbia non trovano mezzi o strumenti più idonei per manifestarsi se non quelli drammatici sopra descritti. Ne abbiamo una prova evidente nel fatto che quando questo stato di notevole disagio o sofferenza diminuisce, questi comportamenti come per magia scompaiono.

Le scorribande di Giovanni

Il caso di Giovanni è emblematico. Questo ragazzo adolescente, ricoverato in ospedale psichiatrico per paresi spastica agli arti inferiori e per gravi disturbi del comportamento era, sia di giorno sia di notte, costantemente contenuto, in quanto gravemente autolesionista: si dava pugni sul viso e metteva le dita in bocca fino a lacerare le guance così da far sgorgare rivoli di sangue. Questa sintomatologia sembrava resistente a qualunque terapia con psicofarmaci ma anche ai tentativi di comunicazione che, quando era possibile, vista la grave situazione del reparto, cercavamo di attuare. Poiché stimolati dalle idee del Prof. Basaglia eravamo riusciti ad aprire il reparto verso l’esterno cosicché gli ammalati venivano invitati ad uscire non solo nel giardino dell’ospedale, ma anche fuori dalle sue mura, Giovanni era l’unico paziente che rimaneva confinato dentro la sua camerata e, per giunta, contenuto nel suo letto. Un giorno, visti falliti tutti i tentativi, abbiamo pensato di provare a mettere anche lui fuori del reparto, anche se seduto e legato su una sedia a rotelle. Poiché i primi due-tre giorni urlava con rabbia e si dibatteva cercando di far capovolgere la sedia, così da farsi male cadendo, abbiamo pensato di mettergli accanto, per evitare che ciò avvenisse, un robusto paziente affetto da ritardo mentale, molto socievole, disponibile e allegro.

Tra i due  era scoccata un’amicizia insperata. Il paziente con ritardo mentale, nonostante non riuscisse a parlare, imboccava Giovanni all’ora di pranzo e cena, gli permetteva di fumare porgendogli la sigaretta e lo faceva rientrare in reparto quando aveva bisogno di espletare i suoi bisogni fisiologici. Vedendo Giovanni più allegro e sorridente, mentre prima era perennemente triste e arrabbiato, abbiamo provato a lasciargli libero un braccio. Il ragazzo non solo non si picchiava più, ma era felice di poter fumare e mangiare senza bisogno di alcun aiuto esterno. Questo ci ha incoraggiato a lasciargli libero anche l’altro braccio e le gambe. L’autolesionismo era scomparso, non solo, ma egli, approfittando della forza notevole dell’amico che aveva trovato, utilizzando la sua sgangherata sedia a rotelle, aveva trovato il modo per divertirsi, facendo delle scorribande in tutto l’ospedale, ridendo e scherzando con tutti quelli che incontrava, comprese delle suore che non vedevano di buon occhio le sue corse su e giù per le stradine del nosocomio, unite ai tanti sberleffi che distribuiva a destra e a manca alle persone che incontrava.

I segnali di sofferenza di Fabrizio

Fabrizio, di anni cinque, è stato un altro caso nel quale insieme a molti altri sintomi legati alla sofferenza provata era presente aggressività sia verso gli altri sia verso se stesso.

Il bambino era figlio di una coppia di separati. Il padre veniva descritto dalla madre come un uomo introverso, egoista, poco attento e delicato nei confronti della moglie e del bambino. Questa, d’altro canto, si descriveva come una donna espansiva, un po’ aggressiva, ma sensibile.

Già dopo alcuni mesi dal matrimonio vi erano stati dei problemi nella relazione coniugale, che erano sfociati nella separazione. Giuseppe era, quindi, vissuto in una famiglia nella quale i rapporti genitoriali erano stati sempre conflittuali.

Le manifestazioni della sua sofferenza erano state, negli anni, molteplici: inizialmente presentava balbuzie, tendenza all’isolamento, facile pianto, attaccamento morboso alla madre e alla nonna materna. Successivamente, invece, si era chiaramente manifestata aggressività verso i genitori, i parenti e gli altri bambini, mentre aumentava il distacco emotivo verso il padre. Dopo la separazione dei genitori i sintomi prevalenti riguardavano un’accentuazione dell’isolamento, l’enuresi notturna, la tristezza, l’odio verso la casa nella quale viveva, la paura della solitudine, il bisogno di dormire sistematicamente nel letto dei genitori, anche su richiesta e bisogno della madre, ed infine la presenza di etero ed auto-aggressività,

Come si può ben osservare nei due casi che abbiamo presentato, l’auto ed etero aggressività non si evidenzia mai come sintomo isolato, ma è quasi sempre collegata ad una costellazioni di segnali che evidenziano una notevole sofferenza del bambino o dell’adolescente. Sofferenza che può essere nata in epoca precoce, ma che continua ancora nel tempo ad accompagnare il minore come un triste retaggio.

Una casetta per giocare

Mariangela aveva cinque anni ed era affetta da una grave forma di Disturbo Autistico che si manifestava, tra l’altro, con gesti di autolesionismo. La madre, nelle prime sedute, non faceva che raccomandarmi di starle molto vicino, così da bloccare le sue mani se avesse cercato di graffiarsi o farsi del male, come faceva nella sua casa.

 Mentre me ne stavo seduto nel punto più lontano dalla bambina, senza parlare e senza fare alcun gesto, pensavo a cosa avrebbe detto di me la madre della piccola vedendomi in quella posizione, mentre la figlia, per una buona mezzora, non faceva altro che battere ritmicamente la testa sull’anta di una libreria.

Per fortuna questo suo comportamento aveva più l’aspetto di una stereotipia che non di vero autolesionismo, in quanto la bambina, con il suo gesto non si faceva realmente del male. Era molto più evidente, invece, e questo mi colpì molto, la notevole angoscia e sofferenza interiore che traspariva dal suo viso.

Solo dopo alcune sedute, e solo dopo aver constatato che la bambina era più a suo agio, tanto da aver sostituito quegli aspetti stereotipati di autolesionismo, con il battere un piccolo pezzetto di legno sulla guancia, mi avvicinai un po’ di più a lei, ma senza mai cercare di avere alcun contatto fisico.

Già alla terza seduta avevo messo sulla scrivania qualche giocattolo tra cui una bella casetta di bambole. Giocattoli che, però, erano stati totalmente ignorati. Solo verso la fine della quinta seduta Mariangela aveva portato per qualche minuto il suo piccolo pezzetto di legno dentro la casetta delle bambole, facendolo sbattere tra le mura delle stanze e sulla scaletta interna, senza mai però guardarmi negli occhi. Anche questa volta mi tenni in disparte per rispettare il suo spazio fisico e le sue paure. Solo nelle sedute successive pensai fosse giunto il momento di propormi come un suo timido e tranquillo compagno di gioco. Compagno estremamente rispettoso di ogni sua emozione e quindi pronto a ritirarmi in buon ordine, se solo avessi notato una pur minima accentuazione del suo malessere.

Per fare ciò, stando dall’altra parte della scrivania, mentre la casetta restava al centro di noi due, imitavo il gioco della bambina infilando una penna nelle finestre e nelle aperture posteriori della casetta. Per diversi minuti non accadde nulla. Lei muoveva il suo legnetto da una parte, mentre io muovevo la mia penna dall’altra. Se cercavo di toccare con la mia penna il suo legnetto lei sembrava non accorgersi di niente però spostava la sua attenzione su una zona diversa della casetta. Sentivo nettamente che aveva ancora scarsa fiducia in me come compagno di giochi. C’era ancora tra noi un muro di sospetto e di diffidenza che, però, solo lei poteva demolire. Quando e come avrebbe voluto farlo non potevo saperlo, però non mi restava altro che continuare ad essere per lei una presenza sorridente, aperta, disponibile, accettante e mai invasiva, né con le parole, né con i gesti.

Mariangela iniziò a rompere il muro di sospetto nelle sedute successive quando, con il volto serio, sempre come distratto e soprappensiero, ma non arrabbiato, iniziò a spingere con il suo legnetto la mia penna, così da impedirmi di entrare nella sua casetta, mentre io fingevo, per gioco, un gran dispiacere per il suo gesto di rifiuto. Quando Mariangela capì che era un gioco e che io accettavo le sue espressioni di aggressività, sentii che la bambina aveva iniziato a rompere il muro che aveva costruito per difendersi da tutto e da tutti.

Frattanto, gli atteggiamenti di auto-aggressività erano totalmente scomparsi, e anche nelle sedute successive rifacemmo lo stesso gioco con sempre maggiore partecipazione e divertimento da parte di entrambi, fino a quando, e questo non era scritto nei libri di neuropsichiatria infantile che avevo letto, lei cominciò a proporre numerosissimi altri giochi ai quali mi invitava a partecipare e ai quali io aderivo ma sempre come un timido, buon scolaretto. A volte si trattava di giochi con intenti aggressivi e violenti come mettere tutti i giocattoli a terra cosicché potevamo calpestarli violentemente saltandoci sopra. Altre volte, al contrario, i giocattoli e gli oggetti che le avevo messo a disposizione venivano trattati come le reliquie dei Santi. Li metteva uno accanto all’altro in modo perfettamente ordinato, per poi osservarli a lungo in silenzio. Era come un’alternanza di guerra e pace, di bisogno di lasciarsi andare ad istinti aggressivi, per poi ricostruire e godere dei momenti di pace interiore.

 

A

[1] De Ajuriaguerra J.,  Marcelli D., (1986), Psicopatologia del bambino, Milano, Masson Italia  Editori, p. 187.

[2] De Ajuriaguerra J.,  Marcelli D., (1986), Psicopatologia del bambino, Milano, Masson Italia  Editori, p. 187.

 

[3] De Ajuriaguerra J.,  Marcelli D., (1986), Psicopatologia del bambino, Milano, Masson Italia  Editori, pp. 490-492.