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L’ansia negli adulti

 

 

Così come la serenità e l’equilibrio interiore possono condizionare positivamente il benessere del feto e poi del bambino, l’ansia e il conseguente scarso equilibrio psichico, possono avere un’influenza negativa, più o meno grave, sulla vita dei minori. “La prevalenza dei disturbi d’ansia negli Stati Uniti è stimata intorno al 10- 15% [1].

L’ansia è un’emozione che tutti noi facciamo comunemente nel corso della nostra vita. Chi non ha mai provato ansia quando da bambino o adolescente, seduto nel banco, a capo chino, aspettava che il professore aprisse il registro per scegliere, in base a sue profonde e imperscrutabili alchimie, chi interrogare quel giorno?

Chi non ha provato ansia, mentre in un’aula universitaria assisteva agli esami degli altri candidati e si chiedeva continuamente: “Questo domanda la so, questa non la so?”, “oh, Dio! fa domande troppo difficili! Cosa faccio? Non è meglio se mi ritiro e do la materia un’altra volta?” L’ansia fa compagnia anche a tutti i neo papà i quali, dietro la porta della sala parto, aspettano che la consorte metta al mondo il loro primogenito.

Accanto a queste ansie spiacevoli vi sono anche quelle piacevoli, come quando, con struggimento, aspettiamo l’amata o l’amato al primo appuntamento. Mentre in psicoanalisi i termini di ansia e angoscia sono usati come sinonimi, nell’ambito della psichiatria si preferisce usare il termine angoscia, quando l’ansia è molto intensa ed è accompagnata da paure irrazionali, da una sensazione di malessere generico e, a volte, da vertigini, sudorazioni, e palpitazioni cardiache, per cui ha un potere paralizzante, producendo confusione.[2]

Non è facile descrivere l’ansia: viene comunemente indicata come una sensazione di paura vaga e senza un oggetto specifico. In questo senso si distingue dalla paura nella quale vi è un ben definito oggetto che si teme. Per Bressa[3] : “l’ansia si può definire come quel fenomeno funzionale, destinato a sollecitare nel complesso mente-corpo che forma il nostro universo, una risposta sintonica ed adattativa agli stimoli esterni”. Lo stesso autore la definisce come quella sensazione di attesa penosa, quel malessere che ci impedisce una piena realizzazione facendoci vivere male anche le situazioni più banali[4]. Ma chiunque l’abbia provata, almeno una volta, sa che è qualcosa di più e di diverso. È un’emozione che impedisce di pensare correttamente e serenamente. È un’angoscia che blocca il respiro. È una sgradevole tensione che avvolge e sconvolge il corpo e la mente. È una bufera dentro la quale ci si ritrova sballottolati “come foglie al vento”. In altri casi si ha la sensazione di navigare su una fragile barchetta in mezzo alla tempesta, senza riuscire ad avere una meta precisa, senza riuscire a concentrarsi anche su compiti estremamente semplici e banali.

L’ansia viene considerata un’emozione normale, in quanto è notevolmente presente nella vita quotidiana: sia degli animali, sia dell’uomo. Essa è una forma particolare di paura che si sviluppa quando si è esposti a un pericolo che è ancora incerto, nella sua natura e indefinito nello spazio e nel tempo. L’ansia ha la funzione di mettere in allerta il corpo, in modo tale che possa affrontare al meglio: con più grinta ed efficacia, le prove più difficili ed ardue. Questa emozione si ritrova maggiormente nel sesso femminile, forse per permettere alle madri di attivarsi prontamente e rapidamente nella protezione e nella cura dei piccoli.

L’ansia è spesso accompagnata da una o più sensazioni fisiche sgradevoli: aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, sudorazione, dolori al petto, cefalea, respiro corto, nausea, tremore interno, formicolii, dolore di stomaco e secchezza alla bocca. A questi sintomi seguono stanchezza e spossatezza come quando si è compiuto uno sforzo notevole.

L’ansia si distingue dalla paura vera e propria per il fatto di essere aspecifica e vaga.

Ansia piacevole – Ansia sgradevole.

 

 

Tutti noi abbiamo sicuramente sperimentato, più di una volta, nella nostra vita l’emozione dell’ansia, e abbiamo imparato a distinguere nettamente l’ansia piacevole da quella sgradevole. Quando, aspettando l’arrivo della persona amata, abbiamo avvertito il cuore battere forte, mentre le tempie pulsavano, il respiro si faceva corto e la bocca diventava secca e asciutta, abbiamo provato cosa significa l’ansia piacevole. Altre volte, sicuramente, abbiamo provato anche l’ansia sgradevole, quando, in ritardo rispetto all’orario di rientro a casa, prevedevamo un’aspra e dura reprimenda da parte dei nostri genitori.

Le situazioni ansiogene

Le situazioni che provocano ansia possono essere una o più di una e possono variare nel tempo in base agli stimoli interni o esterni. Molto condizionati da quello che leggiamo nei quotidiani o vediamo in tv, il pericolo può assumere, di volta in volta, la veste di un pedofilo, di uno stupratore o violentatore pronto a ghermire noi o un nostro figlio all’angolo della strada. In altri periodi e per altri soggetti sono le malattie che possono metterci in allarme. Ad esempio, dopo il decesso di una persona amica per una malattia incurabile, diventiamo noi gli esperti nel riconoscere i primi sintomi di un tumore incombente, per cui ci sottoponiamo e costringiamo a sottoporsi le persone a noi care, a tutti gli esami possibili pur di scovare e distruggere in tempo questa insidiosa malattia.

Ma non sono solo gli esseri viventi, grandi o piccoli che siano, a stimolare la nostra ansia. Anche la natura ci può mettere in allarme. Dopo una catastrofe causata da un’alluvione o da un terremoto, guardiamo con trepidazione e sospetto il placido fiume della nostra città. Fiume che, fino a quel momento, aveva accompagnato i momenti più lieti e sereni della nostra vita e della nostra infanzia. Allo stesso modo, dopo un devastante terremoto avvenuto molto lontano da noi, con la visione di muri accartocciati e sventrati dalle onde del sisma, osserviamo con palpitazione e sospetto le travi della casa dove abitiamo. Travi che prima ci erano sembrate forti e robuste, mentre ora ci appaiono ridicolmente fragili e inefficaci a sopportare la minima scossa tellurica.

Oggi che i mass- media pur di vendere, pur di attirare e coinvolgere il pubblico riprendono, a volte per mesi e anni le notizie più truci e sconvolgenti, sottolineando i particolari più macabri, gli aspetti più morbosi purché capaci di provocare nei lettori e negli ascoltatori paura, rabbia, collera, disgusto, i motivi di ansia sembrano aumentare ogni giorno di più.

 

 

Ansia fisiologica e ansia patologica

L’ansia fisiologica è quella che si attiva quando l’essere umano, per evitare di correre dei rischi di fronte ad un pericolo reale o semplicemente immaginato, mette in moto i meccanismi di salvaguardia che lo proteggono da possibili conseguenze negative[5]. Per ottenere ciò, tutto l’organismo si attiva al fine di valutare rapidamente, mediante le sue conoscenze e le sue esperienze, l’ambiente che lo circonda, per poi affrontarlo nel modo migliore possibile con forza e determinazione.

Situazione diversa è quella di chi vive questa emozione con troppa frequenza o con un sentire dolorosamente accentuato (ansia patologica). In questi casi vi è una notevole discrepanza tra le situazioni da affrontare e la tensione che si mette in moto, per cui, anche problematiche molto blande, banali o poco difficili o pericolose, sono affrontate con enorme tensione. In molte occasioni, addirittura, senza che vi sia alcuno stimolo ansiogeno esterno, il cuore, la mente, il corpo, delle persone che soffrono di ansia patologica, sono come investiti e sconvolti per ore e a volte per giorni e notti intere, da questo stato d’allarme. Stato d’allarme che spossa, rende notevolmente indecisi su cosa fare e come farlo, altera e complica anche le attività più banali, mentre diminuisce le capacità di attenzione e concentrazione. Cosicché il rendimento, soprattutto il rendimento intellettivo, scade notevolmente. A questo proposito non bisogna dimenticare che esiste un parallelismo costante tra la vita affettiva e quella intellettiva, e che questo parallelismo prosegue lungo tutto lo sviluppo dell’infanzia e dell’adolescenza, in quanto per Piaget[6] “Ogni condotta presuppone degli strumenti o una tecnica: sono i movimenti e l’intelligenza. Ogni condotta però implica anche moventi e valori finali (il valore degli scopi): sono i sentimenti. Affettività ed intelligenza sono indissolubili e costituiscono due aspetti complementari di ogni condotta umana”.

Quando questo stato d’animo pervade la mente del soggetto ansioso ne soffrono anche i rapporti affettivi ed amicali in quanto l’ansia si diffonde alle persone con le quali ci si relaziona. Per tale motivo i rapporti interpersonali diventano difficili, dolorosi e conflittuali. È penoso stare in compagnia di una persona che emana spesso ansia (persona ansiogena), in quanto l’ansia si trasmette alle persone più vicine.

Il soggetto ansioso in modo patologico, valuta in modo errato gli eventi di cui è protagonista. Egli è pertanto coinvolto più dalle risonanze interne che dalle reali dimensioni dello stimolo[7]. Per tale motivo avverte la maggior parte delle situazioni come troppo grandi e rilevanti per le sue possibilità, pertanto tende ad evitare sempre di più le sollecitazioni per il timore, spesso ingiustificato, di non saperle affrontare. Oppure, al contrario, le affronta in maniera affrettata, convulsa, senza riflettere sufficientemente, per cui gli errori nella valutazione e nelle scelte sono numerosi e frequenti.

Per cercare di liberarsi dell’ansia, vi sono fondamentalmente due strategie: la prima è l’immobilità, per cui si cerca di allontanare questa sgradevole emozione cercando di distendere al massimo il proprio corpo, con la speranza che anche l’animo si distenda; la seconda è esattamente opposta alla prima: attivarsi notevolmente nel lavoro, negli impegni quotidiani o in attività motorie intense, come camminare, passeggiare, fare sport. Il tutto nella speranza di scacciarla mediante gli impegni, l’attività ed il movimento.

In sintesi, le conseguenze sono notevolmente disturbanti in quanto:

  • la persona vive molti momenti della sua vita con apprensione ed angoscia e sempre in allerta, in quanto pensa che i pericoli possono essere in ogni cosa e in ogni persona;
  • il soggetto ha difficoltà a vedere la realtà con occhi sereni ed obiettivi e gli avvenimenti nella giusta proporzione;
  • il suo stato di continua tensione gli rende difficile comunicare o ancor più mettersi in ascolto con gli altri, in quanto il soggetto è troppo impegnato a governare qualcosa difficilmente gestibile;
  • poiché il soggetto in preda all’ansia crea attorno a sé e negli altri un clima di allarme ingiustificato, rischia di accentuare il malessere di chi gli sta intorno. Pertanto la comunicazione sociale a seconda della gravità del vissuto ansioso, è più o meno compromessa;
  • le azioni della persona ansiosa sono dettate più dall’impulso del momento che non da un’analisi obiettiva e razionale della realtà, per cui gli errori che compie sono frequenti e le decisioni che attua spesso non sono coerenti ed efficaci;
  • questo vivere per lungo tempo in situazione di emergenza, pone la persona ansiosa in una condizione di facile irritabilità, stanchezza ma anche, a volte, maggiore reattività e aggressività;
  • poiché nei momenti in cui l’ansia è maggiore e più coinvolgente, il soggetto ansioso ha difficoltà a dare risposte efficaci, il suo rendimento è incostante e non armonico: maggiore in alcuni momenti e per alcune discipline, minore o molto minore in altri momenti e in altre discipline.
Le manifestazioni dell’ansia

L’ansia si può manifestare sotto forma di ansia generalizzata, di attacchi di panico, di somatizzazioni ansiose.

Ansia generalizzata

L’ansia generalizzata dura nel tempo e non è concentrata su un particolare oggetto o situazione. Pertanto è aspecifica e fluttuante. Le persone che hanno questo disturbo avvertono una tensione interiore che non si collega ad una particolare paura. Questo tipo di ansia interessa soprattutto il genere femminile, tanto che colpisce due donne per ogni uomo e può portare ad una menomazione considerevole. Questa tensione si evidenzia con una continua sequela di malesseri fisici, psicologici e psicosomatici, che impediscono al soggetto di vivere bene sia il suo lavoro che i rapporti con gli altri. A causa della persistente tensione interiore queste persone possono soffrire di emicrania, palpitazioni, vertigini e insonnia. Nello stesso tempo è per loro molto difficile affrontare le normali attività quotidiane, soprattutto quelle che richiedono un maggior discernimento, controllo e attenzione.

Questa tipologia d’ansia può essere associata ad elementi depressivi con ricorrenti pensieri e sentimenti tristi e penosi. Spesso è avvertita maggiormente al mattino rispetto alla sera. Forse perché la sera l’organismo, dopo ore di tensione continua, ha bisogno di riposo e quindi si impegna maggiormente a far cessare quest’inutile stato di allarme o forse perché la sera gli impegni ed il lavoro cessano, per cui diminuiscono anche gli stimoli ansiogeni.

In alcuni soggetti però l’ansia continua anche durante il sonno, pertanto, quello che dovrebbe essere il periodo di maggior riposo viene alterato sia in qualità che in quantità. Quando l’ansia si presenta in modo continuo e cronico, alla lunga produce, oltre a vari disturbi psicosomatici, anche una reale diminuzione della resistenza alle malattie infettive, per una caduta delle difese immunitarie.

 

 

Gli attacchi di panico

L’ansia si può presentare in maniera brutale e acuta con gli attacchi di panico. Sebbene questi, qualche volta, sembrino nascere dal nulla, generalmente sono avvertiti dopo esperienze traumatiche o in seguito ad uno stress prolungato. Gli attacchi di panico hanno un inizio brusco per cui sono molto intensi già nei primi dieci minuti o anche meno. Spesso i soggetti che ne soffrono sono costretti a ricoverarsi al pronto soccorso in quanto avvertono, improvvisamente e in alcune particolari circostanze, come una bufera che si abbatte sulla loro mente e sul loro corpo: “Stavo bene, poi all’improvviso non riuscivo a mantenere il controllo della situazione, mi sentivo svenire, era come se stessi impazzendo, tutti i miei organi correvano all’impazzata”[8]. Essi avvertono intensa apprensione unita a tremore, scosse, vertigini e difficoltà respiratorie.

 

Anche se tutti gli esami risultano nella norma, le persone che soffrono di attacchi di panico continuano a preoccuparsi a causa delle manifestazioni fisiche dell'ansia che rafforzano il timore che nel loro corpo vi sia qualche grave malanno. A volte vi è la “paura di avere paura”. Si innesta un intenso timore di avere una crisi d’ansia. Ad esempio, i normali cambiamenti nella frequenza cardiaca, che si avvertono quando si sale una rampa di scale, possono far pensare a queste persone che nel cuore vi sia qualcosa che non va o che stanno per avere un attacco di panico. Pertanto, si bloccano ed evitano di andare avanti.

Questo tipo d’ansia lascia nell’individuo che ne è colpito un residuo di malessere, tanta paura per l’emozione subita e uno stato di grande prostrazione. Dopo aver fatto questo tipo d’esperienza, da quel momento l’individuo cerca in tutti i modi di evitare quei luoghi dove questa crisi è avvenuta.

Questo tipo di crisi d’angoscia è scatenato dalla concomitanza di quattro concause:

  1. percezione di pericolo incombente;
  2. informazioni inaffidabili o contraddittorie sulla natura e sulla entità del rischio;
  3. presentimento di non essere in grado di adottare adeguate contromisure di protezione e di difesa;
  4. sensazione che sia rimasto poco tempo per mettersi in salvo.

Quella maledetta autostrada

Un nostro paziente sessantenne, aveva avuto il suo primo attacco di panico in una galleria dell’autostrada che aveva percorso mille volte, senza alcun problema. Dopo quella prima crisi, per mesi aveva smesso di passare dall’autostrada, costringendosi ad effettuare un lungo tortuoso e lento percorso, per andare nel paese vicino dove lavorava. Un giorno, spinto dagli amici, nonché dalla consorte, decise di farsi coraggio, così da affrontare le sue paure. Messosi in macchina, con grande soddisfazione e stima per il coraggio che stava dimostrando a se stesso e agli altri, affrontò baldanzoso quella che era diventata la sua nemica: l’autostrada. Al casello prese il suo bravo biglietto, e mano a mano che procedeva nel suo percorso si sentiva sempre più forte, deciso, e sicuro di sé. Tutto sembrava andare per il meglio. Accanto a lui scorrevano le colline ed i panorami bellissimi che conosceva molto bene e che gli davano conforto e fiducia. Poi, all’improvviso, gli si parò davanti la galleria dove aveva avuto la prima crisi. In quel momento, nel suo corpo e nella sua mente, fu un vorticare di sensazioni e di emozioni che lo spinsero a bloccare la macchina e a fermarsi nella corsia d’emergenza, a pochi metri dall’entrata della galleria. Per un po’ rimase come stordito. Il cuore gli batteva all’impazzata, mentre avvertiva come una morsa stringergli lo stomaco. Riacquistato, dopo qualche minuto, un minimo di lucidità e di autocontrollo, riuscì a prendere il telefonino e a comporre il numero più facile che ricordava: il numero d’emergenza 113. All’operatore che gli rispose, con voce rotta dall’emozione disse soltanto: Sono in autostrada, venite a prendermi. Poi chiuse la comunicazione, spense il cellulare e si abbandonò sul sedile, spossato. In quella posizione, rannicchiato sul sedile, era assolutamente indifferente alle macchine e ai camion che sfrecciavano rombanti a pochi centimetri dalla sua auto. Solo dopo molto tempo, vedendo che nessuna volante della polizia veniva a salvarlo, ricordando la convulsa telefonata di soccorso, capì che nessuno sarebbe venuto a toglierlo dall’autostrada senza che avesse riferito il luogo dove si trovava.

L’ansia somatizzata

Quando l’ansia si manifesta soprattutto con sintomi legati al corpo, per il DSM IV siamo in presenza di un Disturbo di somatizzazione.

I soggetti affetti da somatizzazioni ansiose manifestano e descrivono i loro numerosi malanni in termini eclatanti ed esagerati: “Ho un mal di testa da impazzire”. “Mi fa tanto male la schiena che non mi posso muovere dalla sedia”. “Mi gira tanto la testa che non riesco a stare in equilibrio”. “Mi sembra di vedere doppio”. “Ho come un bruciore sulla parte sinistra del capo”. Questi soggetti, nonostante gli esami obiettivi e di laboratorio ai quali si sottopongono non giustifichino la gravità dei disturbi lamentati, spesso, per la loro insistenza sui sintomi ottengono, dai medici consultati, terapie mediche ed anche interventi chirurgici che risultano, a posteriori, assolutamente inutili.

Influenza dell’ambiente ansioso nello sviluppo del bambino

Abbiamo già parlato dell’ansia materna durante l’attesa del figlio. Nei genitori ansiosi la fine della gravidanza non significa la fine delle ansie ma l’inizio di nuove e più pesanti preoccupazioni. Per una madre ansiosa basta poco per perdere il controllo e la lucidità mentale.

Per i genitori ansiosi è già un grosso motivo di preoccupazione il peso alla nascita: troppo scarso o eccessivo.

 “Chiaramente, e in particolare per la madre, questo peso alla nascita entra immediatamente nel campo delle preoccupazioni consce, ma anche in quelle preconsce e inconsce, visto che rimanda direttamente alla sua capacità o incapacità, di mettere al mondo un bel bambino. Avere un bebè che pesa poco costituisce in un certo senso una ferita narcisistica che può comportare preoccupazioni esagerate riguardo alle capacità del piccolo di mangiare, e quindi di raggiungere un peso ritenuto più soddisfacente”[9].

Quando la madre nota una pur minima alterazione o variazione nel figlio che si allontana da tutto ciò che considera “normale”, viene assalita da dubbi, perplessità e tensione interiore. “Come si fa a non preoccuparsi se il bambino oggi non ha mangiato sufficientemente?” O al contrario: “Cosa bisogna fare per limitare la sua fame irrefrenabile che gli provoca degli indigesti, per cui poi piange perché ha male al pancino?” “Come non preoccuparsi se il bambino ha vomitato il latte che aveva poco prima succhiato con foga?” “È possibile assistere impotenti quando la bilancia segnala inesorabilmente che il bimbo non cresce come dovrebbe, o cresce troppo rispetto alla media?” “Come puoi rimanere tranquilla quando il bambino si sveglia spesso la notte?”

Ogni piccola variazione notata nel corpo o nell’atteggiamento del figlio, o peggio la presenza di sintomi che possono far sospettare una patologia, sollecita la madre ad interventi nei quali sono coinvolti il marito, i genitori, i parenti, gli amici e, naturalmente, i medici specialisti e non. Tutti sono mobilitati ad ascoltare i suoi dubbi e le sue perplessità. Allo stesso modo tutti sono stimolati a proporre il farmaco o l’intervento risolutore. In questi casi, se le persone coinvolte riescono in qualche modo a controllare l’ansia della madre e a indirizzarla correttamente, l’impatto negativo sul bambino sarà modesto; al contrario, se anche loro, o perché coinvolti dalle preoccupazioni materne o perché a loro volta ansiosi, si lasciano travolgere dal panico, il carico d’ansia si moltiplicherà ed investirà pesantemente il bambino con risvolti, più o meno gravi, sul suo benessere interiore.

In queste situazioni si manifestano nel piccolo i primi sintomi di sofferenza, che vanno dal piangere “come un disperato”, alla irrequietezza motoria, al rifiuto di attaccarsi al seno, ad alterazioni della flora intestinale per cui evacua delle feci anormali per consistenza e colore. A questi sintomi si possono associare anche i disturbi del sonno, sia in senso quantitativo che qualitativo. Il bambino non riesce a prendere sonno, piange, si agita e poi, quando dopo aver a lungo strillato finalmente sembra essersi addormentato, non è raro che presenti dei risvegli improvvisi, seguiti da ulteriori scoppi di pianto difficilmente consolabile.

Se poi i genitori ansiosi già dormono anche male e poco, il doversi svegliare per allattare, consolare, cullare, massaggiare il piccolo, accentua la loro tensione, per cui la mattina lo sguardo che lanciano al figlio somiglia molto a quello con il quale i primi cristiani guardavano le belve del Colosseo che fuoriuscivano dalle gabbie: “Cosa ho fatto di male per meritarmi questo?” “Dove e come poter sfuggire a queste continue angosce?”

È facile a questo punto che la madre e a volte entrambi i genitori, comincino a vivere male il rapporto con il loro figlio, avvertito come fonte non di gioie e gratificazioni ma di continue preoccupazioni, impegni e sofferenze. Se, inizialmente, il bambino era l’essere indifeso al quale capitavano sgradevoli esperienze, successivamente rischia di diventare lui la causa di esperienze negative nei confronti dei genitori. Tutto ciò spesso provoca nel bambino un’accentuazione dei suoi disturbi e dei suoi comportamenti, che rischiano di peggiorare il già precario rapporto con mamma e papà.

Queste dinamiche tendono a peggiorare quando entrambi i genitori sono impegnati in un’attività lavorativa. Conciliare gli impegni e le preoccupazioni genitoriali con i carichi di lavoro, in una situazione di prostrazione fisica e di stress psicologico dovuti anche alla mancanza di un buon sonno ristoratore, li rende ancora più nervosi, stanchi, sfiduciati e, in alcuni casi, anche facilmente irritabili, se non chiaramente aggressivi.

Tale aggressività spesso è orientata verso l’altro coniuge, accusato di non capire o di non impegnarsi adeguatamente, per cui a causa delle reciproche accuse sul modo di gestire il figlioletto, anche il rapporto di coppia può subire delle conseguenze negative. D’altra parte il piccolo avrà difficoltà a vivere bene il rapporto con gli altri esseri umani ed il mondo circostante, in quanto avvertirà sempre di più attorno a sé un’atmosfera carica di tensione e irritazione.

Poiché un bambino piccolo non è in grado di attivarsi per tranquillizzare o rendere sereni dei genitori ansiosi, l’unica modalità che si può usare per diminuire l’ansia del bambino è quella di essere meno ansiosi anche mediante l’aiuto di una buona psicoterapia o utilizzando degli psicofarmaci.

 

I problemi legati all’alimentazione, alle malattie e al sonno

Nell’ambiente ansioso, quando il bambino è stato svezzato, alcuni problemi, come quello dell’alimentazione e del sonno permangono, mentre altri se ne possono aggiungere. Per quanto riguarda l’alimentazione, dopo l’allattamento i problemi più frequenti riguardano lo scarso appetito del bambino o una nutrizione non corretta con conseguente modesto aumento di peso e/o di altezza. Tensione e relativi scontri nascono quando il bambino non effettua quella che per i genitori o il pediatra dovrebbe essere una corretta dieta. “Mio figlio non mangia mai carne, frutta e verdure”. “Mio figlio si alimenta solo a merendine e patatine”. “Non sopporto che Giovanni non mangi a tavola agli orari stabiliti ma si nutra con delle porcherie fuori dei pasti”. Spesso inizia una lotta senza quartiere tra i genitori ed il figlio. La parola più frequente, nei dialoghi, all’ora di pranzo, è: “Mangia!”. Le frasi più frequenti sono: “Se non mangi non cresci, non diventi grande”; “Se non mangi muori”; “Non è possibile che mangi così poco”. Queste frasi e questi incitamenti spesso ottengono l’effetto opposto in quanto, se il bambino già affetto da conflitti o problematiche psicologiche non ama crescere, ma vuole rimanere in fase infantile, i genitori gli danno la soluzione: “Non deve mangiare.” Se il bambino vuole far soffrire, punire e nel contempo imporre la propria volontà a dei genitori tiranni che non ama, basta che rifiuti il cibo. Alcuni genitori, pur di ottenere quanto desiderato, tra un boccone e l’altro, gli permettono qualunque cosa: giocare, correre e scorrazzare per la casa, vedere la Tv.

Permangono anche le ansie per la sua salute. Spesso si innesta un circolo vizioso: essendo stressato, è più magro e gracile e ciò lo fa ammalare più frequentemente. Ma più si ammala, più i suoi genitori si mettono in allarme per il suo benessere, per cui sarà sottoposto a nuove visite mediche, ad accertamenti e a cure anche dolorose, con notevole aggravio di insopportabili stress per lui e per tutta la famiglia.

Accanto al problema del cibo e delle malattie, può permanere il problema del sonno. Questo disturbo costringe i genitori ad estenuanti ore trascorse nel cercare di fare addormentare il loro figlioletto. Spesso non basta leggergli libri di favole affinché Morfeo faccia il suo dovere, ma è necessario tenere la mano del bambino e lasciare la luce o anche il televisore accesi tutta la notte. Ma se l’inquietudine e le paure sono tante, non saranno sufficienti neanche questi stratagemmi; sarà necessario farlo dormire nel lettone, dividendosi: il papà sul divano, mamma e figlio nel lettone o viceversa.

I genitori ansiosi e la vivacità dei bambini

 

Quando il bambino comincia a gattonare o camminare, i contrasti con le persone ansiose aumentano, in quanto queste, per sentirsi tranquille, cercano in tutti modi di limitare la libertà nei movimenti, negli spostamenti e nelle esplorazioni dei bambini a loro affidati.

La persona ansiosa si mette in allarme già quando il piccolo comincia a gattonare, andando da una parte all’altra della casa. Per cui è quasi impossibile controllarlo nel suo desiderio di scoprire e sperimentare oggetti e materiali nuovi. Il genitore, il familiare o l’educatore ansioso si chiederà continuamente: “Cosa farà?” “Cosa toccherà?” “Cosa metterà in bocca?” “Cosa distruggerà?” “Con che cosa si farà male?” “A chi farà del male?”

Nella fase della scoperta del mondo che lo circonda, mentre il bambino si lancia per la casa aprendo tutti i cassetti, buttando in aria o a terra il loro contenuto con fredda e rapida determinazione, mettendo poi tutto in bocca per conoscere meglio tutto ciò che lo circonda, il piccolo è visto come un “Terminator “pronto a distruggere ogni cosa presente nella casa o a cercare qualcosa per farsi del male. Basta che egli si avvicini, interessato, al prezioso vaso regalato dalla zia Anna il giorno del matrimonio, perché la mente del genitore ansioso veda il vaso già ridotto in mille pezzi o peggio, lo stesso vaso, lo immagina cadere sulla testolina del suo tesoro, così da ferirlo gravemente.

Se in giro per la casa vi è una sorellina più piccola, è facile che la persona ansiosa veda la piccola sottoposta a mille torture da parte del fratellino geloso e aggressivo. Se poi il piccolo Attila si avvicina ad un rubinetto, per i genitori ansiosi è scontato che lo aprirà, allagando così tutta la casa, provocando dei danni ai preziosi tappeti e all’appartamento dei signori del piano sottostante. Se egli gioca in un angolo con qualche compagnetto, le previsioni sono che ben presto sulla testa di quest’ultimo calerà come una clava la piccola chitarra avuta in regalo per Natale.

Non sempre il figlio viene visto come un carnefice. In altre occasioni egli assume il ruolo di vittima sacrificale, mentre sono gli altri bambini i suoi torturatori, pronti a farlo ruzzolare per terra, a rubargli quanto gli appartiene, a scacciarlo dalla loro compagnia o ad utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione per farlo piangere e disperare.

Tali paure costringono questi genitori a seguire il bambino, o meglio ad inseguirlo, in ogni suo spostamento, costringendolo a lasciare “con le buone o con le cattive”, le cose o gli strumenti considerati pericolosi o preziosi.

Questo comportamento molto limitante accentuerà la collera e l’instabilità del piccolo, che si sentirà prigioniero tra le mura domestiche, con la conseguenza che aumenteranno i suoi sentimenti di rancore, se non di odio verso i genitori, mentre nel contempo diminuirà la stima di sé, in quanto si vedrà come “un bambino monello e cattivo che fa continuamente disperare mamma e papà”.

Se poi i genitori ansiosi attueranno la strategia di togliere dalla portata del piccolo, tutto ciò che potrebbe rompersi o tutti gli oggetti con i quali potrebbe ferirsi e farsi del male, la casa somiglierà più al deserto libico che non ad un luogo nel quale vivere insieme con piacere e gioia. Resteranno nell’abitazione solo i giocattoli “sicuri”. In realtà resteranno solo giocattoli di un unico materiale: la noiosa, banale plastica, che il bambino conosce benissimo, che è stufo di maneggiare e che odia, proprio per le sue caratteristiche di inalterabilità.

I rapporti dei genitori ansiosi con gli altri adulti

Dai genitori ansiosi giudizi poco lusinghieri sono riservati agli altri adulti ed educatori. L’altro, il marito o la moglie, è sicuramente incapace di controllare adeguatamente i movimenti del pargolo “indiavolato”, così da non lasciargli correre alcun pericolo o da non fargli rompere oggetti preziosi. Poca fiducia è riposta soprattutto nei nonni che, “per la loro età, non sono sicuramente in grado di badare al nipotino”. Scarsamente apprezzati se non notevolmente incolpati sono anche gli insegnanti ed i medici, giudicati spesso come persone che non sanno capire, aiutare, sostenere, giudicare e così via.

I genitori ansiosi ed i bambini di tre – quattro anni

Verso i tre - quattro anni, ad un’età nella quale il bambino potrebbe e dovrebbe giocare, correre e scorrazzare liberamente fuori casa con i suoi coetanei, le preoccupazioni si accentuano.

Già farlo uscire dalle mura domestiche diventa un problema di difficile soluzione, in quanto è necessario il concorso di molti elementi. Lui o lei che dovrebbe accompagnarlo deve sentirsi bene, pertanto non deve aver traccia di “quell’orribile mal di testa” che spesso l’opprime. Anche il bambino deve stare bene e quindi non deve aver avuto un colpo di tosse da almeno una settimana. Mentre il suo nasino deve essere asciutto e libero ed i suoi occhietti devono essere vispi e splendenti come non mai.

Altre condizioni riguardano il tempo atmosferico. Non vi deve essere troppo caldo, per evitare che il bambino sudi o peggio, rischi di subire un’insolazione. Non vi deve essere troppo freddo, né deve aleggiare un alito di vento, perché questo potrebbe portare con sé pollini, polvere ed “altre porcherie” pericolose per i polmoni del piccolo. Naturalmente non deve piovere o nevicare: “Solo un pazzo farebbe uscire il proprio figlio in queste condizioni climatiche!”

Ma anche la ricerca dei luoghi dove farlo giocare è ardua. Il cortile sotto casa è “pericoloso”, in quanto possono entrare delle auto ed è di libero accesso a bambini “sconosciuti e figli di chissà chi”. Nelle strade il piccolo rischia di essere investito da un’auto o da una moto. I soli luoghi accettabili, se non vi è assolutamente pericolo che siano frequentati da drogati e pedofili, sono le villette o i giardinetti del quartiere; che sono poi i soli posti nei quali, in epoca di scarsa natalità, è possibile trovare altri coetanei con i quali far svagare e socializzare il piccolo. Ma per praticare questi luoghi è necessario superare vari problemi: innanzitutto bisogna avere l’auto e poi provvedere al corretto vestiario del bambino. Se è molto coperto sicuramente “suderà e poi si ammalerà”. Se lo si veste leggero “c’è il rischio che si buschi una polmonite”.

È necessario, allora, provare mille vestitini prima di sceglierne uno adatto. Questa operazione, avvertita dai bambini come una lunga, estenuante, inutile tortura, inevitabilmente provocherà conflitti e scontri con il figlio. Quando poi, finalmente, è là che gioca nella villetta comunale con dei coetanei, appena si immagina possa aver sudato, la madre ansiosa è già pronta a togliergli qualche indumento sostituendolo con uno più leggero e asciutto oppure è svelta ad inseguirlo per mettere un po’ di borotalco sulle spalle sudate. Non mancano poi i rimbrotti ed i suggerimenti: “Non giocare con la terra: è sporca”; “Non salire sull’altalena: potresti cadere”; “Non giocare con quei legnetti, perché potresti farti male”; “Non raccogliere e buttare le pietre, potresti colpire gli altri bambini”; “Non correre, perché sudi” e così via. Spesso questi genitori, spossati dalla loro ansia, hanno degli atteggiamenti e dei comportamenti altalenanti e ambivalenti che rendono insicuro il bambino a loro affidato.

Nella nostra epoca, nella quale gli apparecchi della tv sono più d’uno, e addirittura in certe case sono distribuiti in tutte le stanze come fossero dei quadri, i genitori ansiosi, come soluzione ai loro problemi, trovano quella di arricchire la cameretta del bambino con tutti i migliori prodotti di intrattenimento: videogiochi, computer e televisore a grande schermo, con la speranza che se ne stia là buono per il maggior tempo possibile, senza correre alcun rischio.

Nel periodo scolastico l’ansia si concentra soprattutto sulla scuola e sui compiti. I colloqui con le maestre sono quasi giornalieri per sapere come si sta inserendo il suo ometto e se apprende regolarmente e velocemente. Basta una parolina di critica in più da parte delle insegnanti, sia per quanto riguarda il profitto sia per il comportamento, per spingere la persona ansiosa ad aumentare le ore di studio ma anche i rimproveri e le punizioni verso il figlio.

Accanto ai genitori ansiosi vi possono essere anche dei nonni, altri familiari o anche insegnanti portatori d’ansia. Anche in questo caso i comportamenti, le parole, gli atteggiamenti che tutte queste persone assumono nella relazione con il bambino possono essere causa di eccessivo stress. Stress che ha sicuramente un effetto nocivo, anche se minore, rispetto all’atteggiamento ansioso manifestato dai genitori.

Quando i familiari lamentano attacchi di panico la sofferenza è trasmessa al bambino a motivo dell’angoscia direttamente vissuta ed espressa dal genitore ma anche a causa delle limitazioni ai quali quest’ultimo costringe se stesso e anche i figli.

Nelle somatizzazioni ansiose tutta la famiglia, ma soprattutto i piccoli, soffrono, in quanto avvertono attorno a loro la tristezza ed il dolore vissuto dal genitore. Questa tristezza si irradia anche a loro, sia direttamente sia indirettamente, come paura di una possibile grave malattia che li priverebbe del papà o della mamma.

Una bambina “indiavolata”

Nonostante durante la nostra attività professionale abbiamo direttamente conosciuto migliaia di madri ansiose, la più grave in assoluto ci è sembrata Francesca.

 

Questa madre aveva accompagnato insieme alla nonna la figlia, per la solita seduta di psicoterapia. Per tutta un’ora Luisa, una bambina alla quale era stata diagnosticata una grave forma di autismo, si era mostrata serena, distesa e anche, a modo suo, collaborante e vicina al terapeuta. Libera di muoversi nella stanza, libera di scegliere il gioco o i giochi che preferiva, libera di cercare o non il contatto con il terapeuta, libera di interromperlo in qualunque momento, mi aveva accettato in un gioco che lei stessa aveva inventato, manifestando un parziale, iniziale, ma prezioso contatto e legame. Finita la seduta, soddisfatto di come si era svolta, per la fiducia che la bambina aveva manifestato nei miei riguardi e quindi verso il mondo che in quel momento io rappresentavo, l’ho riconsegnata alla madre e alla nonna dicendo che avevamo giocato tranquillamente e che la bambina era stata serena per tutta l’ora. La madre, una giovane e colta donna, l’ha guardata, come cercando nella figlia qualcosa che si aspettava dovesse manifestare e poi, prendendola in braccio, con un’espressione del viso, con un tono della voce, e con il corpo da cui sprizzava angoscia, ha iniziato a dire con voce stridula e concitata: Ma che dice, dottore? Ma la guardi! Le sembra una bambina serena questa? Non vede come mi guarda? Non vede quanta tensione c’è nei suoi occhi? E poi questo viso tutto rosso che significa? E le braccia e le gambe, non vede come vorrebbe scappare via da me?” Mentre la madre finiva per gridare sempre più forte, anche la bambina, di contro, modificava il suo atteggiamento: si era fatta più tesa e spaventata, aveva allontanato lo sguardo dalla madre mentre la spingeva con le braccia e le dava calci con le gambe ed i piedi, fino a quando, pur di divincolarsi da lei, si lanciò con la testa ed il corpo all’indietro come cercasse di scappare da quelle braccia. E la madre ancora: “Vede com’è, dottore? Vede come fa? È terribile. È terribile questa bambina. Io non ce la faccio più”. Mentre tra la madre e la figlia era in corso come una lotta furibonda, anche la nonna cominciò a gridare: “Ferma, ferma, Luisa, dobbiamo andare via, ferma!” Intanto cercava di metterle a forza, ma inutilmente, il cappottino, prendendole ora l’uno ora l’altro braccino che la bambina, in piena crisi nervosa, divincolava e scuoteva. E ancora la nonna, sempre più rossa in viso gridava: “È un diavolo questa! Questa non è una bambina!”

Da quel giorno non ho più rivisto Luisa. Ho saputo di lei dopo circa due mesi, quando una pedagogista del centro mi telefonò dicendomi che era stata invitata ad una seduta di esorcismo su una bambina. La bambina in questione era lei, era la piccola Luisa.

 

Come commentare questo caso se non che l’ansia impedisce la comunione serena con gli altri. L’ansia si autoalimenta. L’ansia si trasmette agli altri. L’ansia incontrollata deforma la realtà. L’ansia impedisce di percorrere le strade più utili e più opportune e costringe a scegliere degli interventi non solo assolutamente inadeguati ma gravemente controproducenti.

Gli ultimi saluti

Un’altra madre ansiosa, oltre che invadente, fu la protagonista di una situazione tragicomica raccontatami dal marito, nonostante le gomitate e le occhiatacce della moglie.

Si trattava di uno dei primi episodi nei quali dovettero subire, come coppia, le “persecuzioni” della suocera.

“Ci eravamo sposati la mattina e lei può immaginare la stanchezza e la fatica che si avverte in queste circostanze, dopo tutte le cose da preparare: la cerimonia, il lunghissimo pranzo di nozze con centoventi invitati da salutare, baciare, intrattenere, trovando per tutti, non si sa con quali energie, una parola gentile e affettuosa. Finalmente tutto sembrava finito. Mia suocera e suo figlio ci avevano voluto accompagnare alla stazione per prendere il treno e così iniziare il nostro breve ma, sognavamo, meraviglioso viaggio di nozze. Scendendo dall’auto avevamo tentato di salutare in fretta i nostri affettuosi accompagnatori, ma fu un tentativo infruttuoso. Con un “Ma noi vi accompagniamo fino al treno”, erano già dietro di noi. Dopo aver aspettato una buona mezzora nella sala d’aspetto e aver ascoltato, così, per la decima volta, tutte le raccomandazioni della mammina, l’annunciatrice diffuse, con la sua solita voce anonima, il prossimo arrivo del treno. Questo annuncio, sia da me che dalla mia giovane mogliettina, fu avvertito come l’avviso di una prossima liberazione. Tenendoci per mano e correndo, con la scusa di salire in tempo sullo scompartimento giusto, pensavamo di aver seminato tutto il parentado e soprattutto la suocera che, grassottella com’era, non ci avrebbe mai potuto raggiungere. Per capire il nostro stato d’animo, dottore, lei deve pensare che era la prima volta che prendevamo un vagone letto, ma era anche la prima volta che potevamo stare insieme da soli, in quanto, per tutti gli anni del fidanzamento, nonostante mia suocera dicesse di fidarsi totalmente di me, chissà come, era sempre ed in ogni luogo presente quando io e la figlia eravamo insieme. Per cui, tranne qualche bacetto di sfuggita non c’era stato niente, ma proprio niente, lei mi capisce, dottore! Salendo i gradini dello scompartimento del vagone letto di prima classe, quasi avevamo voglia di abbracciare il conduttore che ci chiedeva i documenti e urlare: “Finalmente soli!” Ma non era così. Avevamo appena iniziato a sistemare le valigie che sentiamo gridare il mio nome e quello di mia moglie. Era mio cognato che con la sua voce baritonale ci cercava, come fosse l’ultima cosa che dovesse fare prima di spirare, mentre la madre, nonostante la mole, arrancava veloce, rossa in viso per l’affanno e per l’ansia di non ritrovarci in tempo per darci gli ultimi saluti. Non so per quale motivo, ma quel benedetto treno che era arrivato sferragliando veloce alla stazione sembrava essersi bloccato là su quei binari, come volesse trascorrere la notte nella stazione. Ogni tanto sfiatava, ogni tanto aveva come un tremito, ma non si muoveva di un solo millimetro. Mi sembrava come quei cavalli che, finalmente, la sera, arrivano nella stalla e si mettono a mangiare nella mangiatoia godendosi ogni filo d’erba, ignari di tutto e di tutti. Dopo un po’ di attesa affacciati al finestrino, ci è sembrato giusto scendere per gli ultimi saluti, per poi risalire veloci, non si sa mai il treno dovesse partire! Ma quel mucchio di ferrame non voleva saperne di spostarsi, pertanto, dopo un po’ anche loro si sono sentiti in dovere di salire per gli ultimi baci. E così più volte. O erano loro a salire o eravamo noi a scendere: per prendere la busta con i soldi dei regali…“Che vi possono essere utili se dovete fare qualche spesa in più” o perché la madre si era accorta che sul vestito nuovo della figlia un bottone penzolava e per evitare il rischio di perderlo era meglio attaccarlo subito, con l’ago di emergenza che portava sempre con sé, mentre il treno era là fermo, immobile, tanto che sembrava saldato ai binari. Finalmente vedo il berretto rosso del capostazione, con la magica paletta. Finalmente il fischio prolungato del treno che si muove. Inutile dire come ci sentivamo: spossati per tutta quella giornata convulsa e poi per quella infinita attesa prima della partenza. Ci sediamo uno accanto all’altra, lei con il vestito rosso fiammante, elegante ma da viaggio; io con la stessa giacca e cravatta del matrimonio, perché mi era sembrato inutile perdere tempo per cambiarmi. Era bello guardare il nostro set di valigie nuovissime affacciarsi dal portapacchi. Ma era ancora più bello vedere la mia giovanissima sposina che aveva allungato una mano per stringere la mia. Intanto si era fatta notte e ci è sembrato giusto, a questo punto, metterci il pigiama e approfittare delle piccole comodità offerte dal vagone letto. Avevamo appena messo mano ai pigiami nuovissimi di mussola, comprati apposta per questa occasione, che sentiamo gridare fuori del corridoio i nostri nomi e poi battere furiosamente alla porta del nostro scompartimento. Non potevamo fare altro che aprire per capire cos’era successo. Dietro la porta, nello stretto corridoio vi erano gli altri viaggiatori che ci indicavano di guardare fuori dal treno, di nuovo fermo, ma in un’altra stazione. Fuori, come per magia, vi erano ancora suocera e figlio, desiderosi e felici di poterci salutare una volta di più! Avevamo dimenticato di essere a Messina e che tra la stazione centrale, dove eravamo saliti e quella marittima vi sono poche centinaia di metri, e questa distanza non rappresentava certo un ostacolo per una madre in ansia per la figlia che iniziava una nuova vita con l’uomo amato!”



[1] Kaplan, H.I., Sadock B. j., (1993), Manuale di psichiatria, Napoli,  Edises, p. 438.

[2] Sullivan H.S.,      (1962), Teoria interpersonale della psichiatria, Milano, Feltrinelli Editore, p. 27.

[3] Bressa G.M., (1991), Mi sentivo svenire – Conoscere e affrontare l’ansia, Roma, Il pensiero Scientifico Editore, pp. 1-2.

[4] Bressa G.M., (1991), Mi sentivo svenire – Conoscere e affrontare l’ansia, Roma, Il pensiero Scientifico Editore, p. 4.

[5] Bressa G.M., (1991), Mi sentivo svenire – Conoscere e affrontare l’ansia, Roma, Il pensiero Scientifico Editore, p. 3.

[6] Piaget J., (1964), Lo sviluppo mentale del bambino e altri studi di psicologia, Torino, Giulio Einaudi Editore, p. 23.

[7] Bressa G.M., (1991), Mi sentivo svenire – Conoscere e affrontare l’ansia, Roma, Il pensiero Scientifico Editore, p. 4.

[8] Bressa G.M., (1991), Mi sentivo svenire – Conoscere e affrontare l’ansia, Roma, Il pensiero Scientifico Editore, p. 4.

[9] Debray R. e Belot, A., (2009), Psicosomatica della prima infanzia, Roma, Casa editrice Astrolabio, p. 44.