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I traumi psichici nel bambino

 

 

 

Traumi semplici e traumi multipli

Quando ripercorriamo per motivi clinici la storia di un bambino con dei disturbi più o meno gravi, ci accorgiamo come solo raramente, la situazione ambientale patogena, sia unica, mentre, il più delle volte, sulla vita psichica del minore si addensa una costellazione di eventi negativi, dovuti a fattori organici e/o psichici i quali, insieme, concorrono al suo malessere.

Molte di queste cause riguardano il suo passato, altre sono ancora attuali e tendono a mantenere o a peggiorare un ambiente non idoneo ad un sono sviluppo della personalità del bambino.

Soprattutto nei casi più gravi, come nelle situazioni di Disturbo Generalizzato dello Sviluppo, ritroviamo una molteplicità di elementi negativi che si succedono nel tempo, ma che spesso sono ancora attivi e quindi ancora in grado di mantenere uno stato più o meno grave di malessere nel bambino.

 

Il caso di Francesco di 44 mesi è emblematico di queste situazioni.

Il bambino presentava all’osservazione una regressione psicotica: si dondolava nel suo lettino, il contatto con gli adulti era incostante, l’attenzione appariva molto labile. A detta dei genitori “si fissava” in uno stesso gioco per mesi interi, avvertiva crisi di terrore, rifiutava la presenza della madre, non socializzava con gli altri coetanei della scuola materna. Questi compagnetti, a loro volta, lo prendevano in giro per il suo strano modo di parlare ( lo sviluppo del suo linguaggio non superava i 20 mesi) e a causa del suo gesticolare con le dita quando avvertiva un forte imbarazzo.

La sua storia era fatta di una serie di traumi, stress e frustrazioni che erano iniziati prima ancora della sua venuta al mondo.

Era nato in una famiglia composta da una madre di alto livello culturale, descritta dal marito come “iperansiosa, protettiva e assillante”, sia nei confronti del figlio che dello stesso coniuge, in quanto estremamente precisa e ordinata. Il padre, a sua volta, era descritto dalla consorte come “un uomo socievole ma incostante, irritabile e distratto”.

Tra i genitori i litigi erano frequenti, in quanto nessuno dei due intendeva recedere dalle proprie idee e dai propri propositi. Durante la gravidanza di Francesco la madre era stata molto nervosa: non si sentiva capita dal marito ed era preda di molte, intense paure. Soprattutto temeva di perdere, a motivo di un precedente aborto spontaneo, il bambino che aspettava.

Francesco era nato all’ottavo mese a causa dell’insorgere di una gestosi nella madre. Inoltre la donna, a causa di una successiva malattia, non l’aveva potuto allattare al seno. Nei primi mesi di vita il bambino già presentava una facile irritabilità, con pianto frequente e immotivato.

La comunicazione con i genitori era però ancora discreta: il bambino appariva vivace e si dimostrava affettuoso nei loro confronti. Verso i nove mesi però la madre, per motivi di studio e di lavoro, fu costretta ad allontanarsi dal figlio per qualche mese.

Quando ritornò, notò che questi tendeva a rifiutarla. Questo comportamento, piuttosto che farla riflettere sui bisogni del piccolo e sui problemi psicologici che questi già iniziava a presentare, la indispettì e innervosì ulteriormente, per cui accentuò verso Massimo gli atteggiamenti repressivi piuttosto che quelli comprensivi e affettuosi.

Nonostante ciò, in quel periodo, nel bambino, non era ancora presente una vera regressione. Questa comparve dopo il primo anno di vita, in coincidenza con il rientro della madre al lavoro.

La donna così descrive quel periodo: “Cercava le mie coccole e le mie braccia come fosse un bambino di pochi mesi e, come un bambino di pochi mesi, piangeva per un nonnulla. Inoltre, nonostante fosse stato già svezzato da un pezzo, voleva nuovamente attaccarsi al seno”. Tuttavia, fin verso i trenta mesi, le sue capacità sociali apparivano discrete: ”chiamava gli altri bambini affacciandosi al balcone, voleva giocare con loro, li salutava da lontano”.

In questo periodo però i genitori effettuarono un trasloco molto laborioso e, nel contempo, inserirono il bambino nella scuola materna, nonostante manifestasse chiari segni di insofferenza per il distacco dal nido familiare. Solo a questo punto, dopo il trasloco e il forzato inserimento nella scuola materna, si presentarono una serie di gravi sintomi autistici: il bambino si allontanava sempre più spesso dal mondo reale per chiudersi in se stesso; si era bloccata l’evoluzione del linguaggio, la notte il piccolo si svegliava di soprassalto piangendo, mentre, dicevano i genitori: “Spesso muove le dita in modo strano, senza alcun motivo”.

Dopo aver dato ai genitori i primi suggerimenti su come meglio rapportarsi con il bambino, li congedammo esplicitando l’assoluta necessità di colloqui sistematici, sia nei confronti del bambino sia nei loro confronti, in modo tale da cercare di migliorare le gravi condizioni psichiche del minore. Nonostante ciò, e nonostante la gratuità dei nostri interventi, solo dopo due mesi ci chiesero il primo e unico controllo.

La madre riferì che vedeva il bambino più sereno. Il linguaggio era migliorato e pertanto si faceva capire meglio. A scuola ora il figlio apprendeva le canzoni e le poesie. Le crisi di pianto si erano molto ridotte. Continuava però a dormire nel lettone dei genitori e tendeva a cercare più la nonna che la madre. Pur tuttavia, nonostante gli evidenti miglioramenti e la nostra piena disponibilità i genitori smisero di far seguire il bambino, del quale, da allora non abbiamo più notizie.

Abbiamo riportato questo caso in quanto indicativo di molte realtà.

Intanto ritroviamo molte possibili concause nei disturbi presentati dal piccolo Massimo:

  •  le caratteristiche psicologiche dei genitori che avevano influenzato negativamente l’ambiente di sviluppo del bambino già prima della sua nascita. Caratteristiche psicologiche con evidenti elementi di ansia e ossessività che, a loro volta, si erano accentuate a causa della paura per un nuovo aborto e per la malattia sopraggiunta subito dopo la nascita di Massimo;
  •   i frequenti conflitti coniugali;
  •   la nascita prematura del bambino;
  •   la mancanza dell’allattamento materno, con probabile conseguente difficoltà nella costruzione di un’efficace intesa e legame madre–figlio;
  •   l’allontanamento della madre da Massimo per qualche mese, per motivi di lavoro;
  •   la scarsa disponibilità, da parte della madre, a recuperare il rapporto con bambino, al suo rientro in famiglia;
  •   un ambiente familiare stressante, a causa del trasloco;
  •   l’inserimento nella scuola materna, nonostante il bambino manifestasse in modo evidente segnali di paura e malessere;
  •   la sofferenza e il senso di esclusione di Massimo in questa scuola, accentuata dal rifiuto da parte degli altri coetanei.

È come se su questo bambino si fossero riversati, uno dopo l’altro, a cascata, una serie di eventi negativi, di difficile se non di impossibile gestione da parte del suo Io, ancora fragile e immaturo.

 

D’altra parte non possiamo che annotare una serie di comportamenti poco opportuni nella gestione e nel rapporto con il figlio da parte dei genitori, i quali manifestavano notevoli difficoltà a riconoscere e a soddisfare i suoi bisogni, ed interpretavano erroneamente i segnali della sua sofferenza come “capricci” e quindi non si attivavano correttamente e prontamente per affrontare e risolvere la sua sofferenza, ma tendevano ad infliggere al piccolo ulteriori traumi. I genitori, inoltre, non riuscivano ad impegnarsi nella correzione dei propri errori quando questi erano fatti rilevare, né accettavano l’aiuto che veniva loro offerto, se non per brevissimo tempo.

In definitiva, questo caso ben evidenzia come spesso le problematiche psicologiche che affliggono i genitori, si riversano non solo direttamente sulla psiche del bambino, ma anche sulla successiva corretta gestione dei problemi da questi presentati.

 Le conseguenze

Per comprendere le conseguenze dei vissuti psicologici stressanti, frustranti o traumatici sulla psiche di un bambino, bisogna tener presente che tutti i sentimenti e gli eventi presenti nell’ambiente, sia positivi sia negativi, tendono a lasciare nell’animo dei minori delle tracce indelebili, che possono generalizzarsi, ampliarsi ed allargarsi non solo nello spazio ma anche nel tempo.

Pertanto, quando un bambino vive dei sentimenti di gioia, di amore o di sicurezza, questi si ampliano e si espandono anche a persone e ambienti sconosciuti. Allo stesso modo la tristezza, la sfiducia, l’ansia, le paure, il dolore provati, possono essere proiettati su persone, animali o cose assolutamente innocenti ed innocui.

Se il bambino, ad esempio, teme, date le esperienze del passato con uno o con entrambi i genitori, che i suoi bisogni di tenerezza non saranno soddisfatti, ma anzi prevede che si accentueranno la sua insoddisfazione e il suo dolore, egli reagirà, almeno per un certo tempo, con malevolenza verso chiunque si avvicini a lui. Lo stesso avviene per quanto riguarda il tempo. Se per un certo tempo la sua fiducia negli altri è stata ben accetta, riconosciuta e ricompensata, è facile che egli continui ad avere fiducia negli altri anche in futuro. Al contrario, se la sua apertura e disponibilità verso il prossimo gli ha lasciato nell’animo disillusione e sofferenza, egli si aspetta che la stessa cosa avverrà anche nel futuro.

Più il bambino è piccolo e più gravemente è stato ferito, più facilmente si realizzerà e si manterrà questo ampliamento dei suoi vissuti negativi. Pertanto mentre un bambino con lievi problemi psicoaffettivi, quando incontra delle persone degne di fiducia, facilmente e rapidamente aprirà il suo cuore alla confidenza, alla speranza e all’amore, un bambino affetto da gravi disturbi psicologici avrà notevoli difficoltà a fidarsi degli altri. Pertanto quando le frustrazioni ed i traumi che ha subito e che forse ancora subisce sono avvertiti con molta intensità, il compito di chi vuole a lui avvicinarsi, per portare aiuto ed sostegno sarà molto difficile, anche se sempre possibile. Ciò in quanto le esperienze stressanti, frustranti o traumatiche, anche in base agli ultimi studi di neurobiologia, determinano, soprattutto nell’età infantile, a livello delle varie aree encefaliche, delle modifiche strutturali stabili, per cui rimangono in queste aree cerebrali delle solide tracce di queste esperienze negative.

 


[1] De Ajuriaguerra J.,  Marcelli D., (1986), Psicopatologia del bambino, Milano, Masson Italia  Editori, p. 48.

[2] De Ajuriaguerra J.,  Marcelli D., (1986), Psicopatologia del bambino, Milano, Masson Italia  Editori, p. 47.