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I disturbi della socializzazione e del gioco

 

Per quanto riguarda l’interazione sociale, cioè la capacità di entrare in relazione con l’altro, questa richiede dei vissuti interiori adeguati. L’altro non mi deve creare né disagio, né paura, anzi, l’altro, lo devo avvertire come amico, vicino, disponibile, attento e accettante. Ciò mi spingerà ad aprirmi a lui. Ciò mi stimolerà a cercare con lui un confronto ed un dialogo. Se ciò non avviene, se l’altro è avvertito come distante e freddo, se l’altro viene ravvisato come apportatore di ansie, paure, insicurezze e frustrazioni, l’interazione sociale sarà deficitaria o non avverrà affatto.

Il bambino acquista la possibilità di socializzare con gli estranei, solo se ha vissuto in maniera serena e soddisfacente il rapporto con le figure familiari. È solo la bontà di questo rapporto ed è la serenità dell’ambiente di vita nel quale è vissuto, che gli permetteranno di aprire il proprio animo, il proprio interesse e la propria attenzione costruttiva anche agli estranei. Le capacità di interazione sociale possono essere ottime, buone, normali, modeste o scarse e, quindi, patologiche.

Avremo, ad un estremo i bambini che socializzano facilmente con tutti, mentre nella parte opposta troveremo i bambini affetti da gravi forme di autismo, i quali non comunicano o hanno gravi difficoltà a comunicare. I bambini più vicini alla norma sono quelli che si aprono agli altri, quando e solo se sono certi di potersi fidare. Vi sono poi i bambini che interagiscono, ma con continui reciproci scontri, ripicche e aggressività. Seguono quelli che riescono ad interagire, in modo pieno e costruttivo, solo con un compagnetto che ha caratteristiche di personalità molto vicine o complementari alle proprie. Vi sono poi bambini che riescono a dialogare interagire solo con un adulto: di solito la madre, il padre, una zia o un nonno. I bambini più gravemente disturbati avranno difficoltà a comunicare anche con la propria madre o con il proprio padre.

Le difficoltà nella socializzazione si possono manifestare con inibizione o con disinibizione,

Forme con inibizione

In queste forma la mimica appare poco vivace, la postura è eccessivamente stabile, il bambino non aderisce alle consegne, o, se lo fa, le attua in maniera passiva; non prende l’iniziativa nello scambio; si limita a rispondere alle domande che gli vengono poste; il linguaggio è coartato e povero sul piano narrativo .[1] Troviamo queste forme di difficoltà nella socializzazione le nel bambino timido, inibito, nella fobia sociale, nei disturbi d’ansia e dell’umore, nel mutismo selettivo, nel disturbo oppositivo provocatorio, quando è presente una scarsa autostima per inadeguatezza o per malformazioni o disabilità e, naturalmente, nei disturbi pervasivi dello sviluppo.

Forme con disinibizione

In queste forme vi sono elevati livelli di attività motoria. Il bambino familiarizza in maniera eccessiva anche con gli estranei, appare particolarmente curioso, ma distraibile. Risponde alle domane che gli sono poste arricchendo le risposte con frasi poco aderenti al contesto. Fa continui quesiti senza interessarsi alle risposte. Anche in questa forma, se la quantità della socializzazione è buona, lo stesso non si può dire per la qualità della relazione, in quanto è compromesso il normale fluire degli scambi interpersonali. Questa forma con disinibizione è presente soprattutto nei disturbi dell’umore di tipo maniacale, nei disturbi della condotta e nel disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività.

Le difficoltà durante il gioco

È noto come il gioco abbia varie finalità e sia un elemento centrale nella vita del bambino. Il piccolo essere umano, mediante questo basilare strumento di crescita, sviluppa tutte le potenzialità umane: l’intelligenza, l’emotività, la socialità, l’affettività, le capacità motorie, quelle sensoriali ecc.

Poiché il gioco gli è indispensabile per esplorare e conoscere il mondo materiale, affettivo, relazionale e sociale che lo circonda, è attraverso il gioco che egli impara a conoscere, comunicare e socializzare con gli altri. Il bambino, controllando e modulando le proprie emozioni e i propri impulsi, si rende gradualmente autonomo dai genitori e dagli adulti, rafforza la sua volontà, scopre la necessità delle regole e le modalità con le quali le può utilizzare al meglio, entra in contatto con se stesso e con il mondo della natura.

Il gioco è anche un ottimo strumento per capire le dinamiche relative al mondo interiore del bambino.[2] Mediante il gioco comprendiamo: la quantità e la qualità dei suoi bisogni; le sue capacità immaginative; le necessità più o meno normali o accentuate di ordine, di metodo, di pulizia; l’armonia o la disarmonia interiore; le sue abilità psicomotorie; la sua tolleranza o intolleranza alle frustrazioni; il maggiore o minore bisogno di comunicare con gli altri, e così via. Mediante il gioco si rendono evidenti la sua disinibizione o la sua inibizione; la sua serenità interiore o il suo stato di tensione e di eccitamento; il suo stato di benessere e gioia o il suo stato di tristezza e apatia; la sua maggiore o minore reattività; le sue tendenza all’aggressività e alla distruttività. In definitiva la varietà, la ricchezza e la qualità dei giochi del bambino ci permettono di osservare il suo mondo interiore e di conoscere la maggiore o minore gravità delle sue eventuali problematiche psicoaffettive.

Quando osserviamo un bambino che gioca, se le sue attività sono ricche e varie, se effettua dei giochi costruttivi e se riesce a giocare sia da solo che con gli adulti ed i suoi coetanei, possiamo essere abbastanza tranquilli che il suo mondo interiore non è molto disturbato.

Al contrario, sono segnali di una realtà interiore alterata:

  •   quando il piccolino, durante il primo anno di vita, non partecipa ai giochi semplici, proposti dalla madre e quando, più grandetto, non riesce a giocare, o gioca molto poco, con i suoi genitori o con altri adulti, con i quali si è stabilito un legame affettivo e di fiducia;
  •   quando verso i tre-quattro anni non riesce ad accettare anche i giochi e le regole proposte dagli altri, per cui prevalgono nettamente nella giornata i giochi solitari rispetto a quelli fatti in due o in gruppo;
  •   è un segnale negativo anche la situazione opposta, nella quale il bambino riesce ad effettuare solo giochi di gruppo, ma non riesce e non accetta di giocare, anche per breve tempo, da solo;
  •   quando il bambino non utilizza o impiega in maniera impropria e distruttiva i giocattoli adatti alla sua età o adopera solo pochi giochi ed in modo ripetitivo;
  •   quando nel gioco solitario, a due o di gruppo, prevalgono nettamente e costantemente attività e fantasie aggressive, distruttive o regressive;
  •   quando il gioco o i giochi sono troppo instabili, mutevoli e caotici;

La più grave alterazione la ritroviamo nei bambini con disturbo autistico, i cui giochi sono molto scarsi, ripetitivi, anomali. In questi minori spesso mancano i giochi di immaginazione, simulazione e imitazione sociale. Essi amano soprattutto i giochi solitari, in quanto spesso si rifiutano di partecipare a quelli proposti dagli altri e non rispettano alcuna regola. Si è notato però che questi stessi bambini accettano con piacere di effettuare il Gioco Libero Autogestito, in quanto, con questa modalità, si sentono perfettamente liberi.

Non è da sottovalutare, infine, che le terapie che utilizzano il gioco sono tra le più efficaci e diffuse.



[1] Militerni R., (2004), Neuropsichiatria infantile, Napoli, Editore Idelson Gnocchi, p. 108.

[2] Militerni R., (2004), Neuropsichiatria infantile, Napoli, Editore Idelson Gnocchi, p. 78.