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L'autismo  che cos'è?  

 

Autrice: Elena D’Eredità

Intervista sull’autismo al dott. Emidio Tribulato, medico, nuropsichiatra infantile e psicologo.

 

 

Che cos’è l’autismo?

Questa patologia scoperta da Kanner nel 1943 ha alcune caratteristiche particolari.

  • La prima caratteristica è che colpisce soprattutto la sfera della comunicazione e dell’interazione sociale. Pertanto il soggetto tende a chiudersi o ha un rapporto alterato nei confronti del mondo esterno.
  • La seconda caratteristica è che inizia precocemente: prima dei due anni e sei mesi.
  • La terza caratteristica riguarda la sua gravità: questa può variare molto. I sintomi possono essere molto lievi, ad esempio nella sindrome Asperger (Autismo ad alto funzionamento) oppure possono essere molto gravi.
  • La quarta caratteristica riguarda la variabilità della sintomatologia. I sintomi possono variare molto in soggetti con la stessa diagnosi; possono variare nel tempo nello stesso bambino; possono essere diversi nella stessa giornata; possono essere più o meno gravi in base alle persone con le quali il bambino si relaziona. 

Per tali motivi si preferisce parlare di spettro autistico piuttosto che di autismo.

Tuttavia, globalmente è però sempre una malattia importante e invalidante.

  • Frequenza: 2/5 casi su 10.000 se questa patologia viene diagnosticata con metodi severi , 1 caso su 1000, se nel conteggio vengono inseriti tutti i soggetti dello spettro autistico.

Da cosa è generata: malattia genetica? Deficit neurologico?

Le ipotesi che si sono fatte e si fanno sull’autismo sono tante e aumentano ogni giorno di più. Ma grosso modo possiamo dividerle in tre categorie:

  1. Alcuni autori vedono l’autismo come un’alterazione genetica.
  2. Altri pensano che nel bambino autistico sia presente una disfunzione organica. Si parla di microlesioni cerebrali dovute a gravidanza difficile, nascita prematura, patologie neonatali, uso di droghe nei genitori. 

Entrambe le cause genetiche o organiche comporterebbero dei deficit o delle alterazioni a livello di alcune aree cerebrali (nucleo striato, ippocampo, sistema serotoninergico ecc.). Aree che sovraintendono proprio alla comunicazione e alla interazione sociale. Per tali motivi in base a queste teorie si avrebbe:

  • un’innata incapacità di interagire emozionalmente con l’altro; 
  • disturbo cognitivo che non permette al bambino di farsi delle rappresentazioni mentali degli altri; 
  • disturbo delle funzioni esecutive che risultano determinanti nell’organizzare e pianificare dei comportamenti che sono messi in atto nella risoluzione dei problemi; 
  • analisi incoerente degli stimoli che arrivano al bambino, per cui questi risponde agli stimoli usuali in modo atipico ed esasperato;  
  • un’elaborazione segmentata dell’esperienza con difficoltà ad accedere dal particolare all’universale;
  • incapacità di condividere esperienze significative;
  • polarizzazione esasperata su frammenti dell’esperienza;
  • difetto metà-rappresentativo, per cui il bambino autistico sarebbe in grado di comprendere solo l’azione svolta dagli altri ma non l’intenzione. Mancherebbe, secondo questa teoria, la capacità di capire ciò che le altre persone vogliono, sentono e credono;
  • deficit dei recettori sensoriali, con scarso uso dei recettori a distanza ( vista e udito) e maggiore uso dei recettori prossimali ( tatto e odorato);
  • difficoltà o impossibilità di vedere le persone e gli oggetti nella loro globalità;
  • inaccessibilità agli stimoli esterni per lesioni nel sistema reticolare;
  • disordine primario del linguaggio;
  • eccesso di barriera verso gli stimoli esterni e nello stesso tempo insufficiente barriera verso gli stimoli interni dolorosi;
  • eccesso di neuroni cerebrali, accompagnato però da una scarsità delle connessioni nervose;

 3. Un terzo gruppo di autori, tra i quali ci sono anch’io, pur non negando la possibile influenza delle cause organiche o genetiche vede l’autismo come un grave disturbo psichico, quindi una psicosi, dovuta a un ambiente relazionale carente, difficile o comunque non adeguato allo sviluppo di un bambino. Pertanto l’alterazione delle varie funzioni cerebrali non sono la causa del problema ma sono la conseguenza. Insomma le varie aree cerebrali si alterano a causa di un ambiente che precocemente e per qualche periodo o in modo sistematico non è stato adatto o ancora non è adatto allo sviluppo affettivo relazionale di un bambino. Non dobbiamo infatti dimenticare che il nostro cervello ha una grande plasticità e, nel bene e nel male, si conforma in base agli stimoli ambientali. In definitiva è soprattutto l’esperienza che regola lo sviluppo funzionale del cervello.

D’altra parte è su questa componente: è sulla sofferenza del bambino dovuta a un ambiente poco o non idoneo che è possibile intervenire sia per prevenire questa patologia che per curarla.

 

Che tipo di disturbi comporta?

I disturbi, che tuttavia come abbiamo detto possono variare moltissimo, sono numerosi:

LINGUAGGIO

  • Assente con solo qualche rumore , digrignamento o grida.
  • Comparsa del linguaggio tardiva: dopo i quattro – cinque anni, con l’uso di blocchi di frasi intere.
  • Nello sviluppo del linguaggio manca la fase della lallazione.
  • Può essere presente il cosiddetto neo linguaggio. Cioè l’uso di parole inventate dal bambino.
  • Il linguaggio può essere cantilenante.
  • Può essere presente l’ecolalia. Il bambino tende ad usare frequentemente frasi ascoltate dai genitori, dagli insegnanti, dalla Tv o dai video giochi.
  • Il bambino tende a usare la terza persona: Ad esempio: “Francesco vuole l’acqua” invece che “Io voglio l’acqua”. Oppure il bambino per chiedere dell’acqua usa la stessa frase della madre: “Vuoi acqua?”
  • Il “Si” raro. Il bambino tende ad opporsi fermamente alle richieste che gli sono fatte.
  • Il linguaggio può regredire e quindi aversi un mutismo secondario.
  • Il linguaggio non ha caratteristiche comunicative.
  • Il bambino può essere indifferente al linguaggio altrui o può recepire soltanto alcuni elementi di quanto ascoltato: “comprensione periferica”.
  • Questi bambini tendono ad essere attratti dalla musica.

I RAPPORTI CON GLI ALTRI

  • Il bambino appare chiuso nel suo mondo (autismo).
  • Il bambino se preso in braccio non si accoccola sulla mamma o sul padre.
  • I rapporti con gli altri sono assenti o “manipolatori”, egli usa gli altri per raggiungere i suoi scopi senza che si instauri un vero legame affettivo. 
  • Manca o è scarso il contatto oculare.
  • Nel gioco il bambino o non partecipa o è indifferente.

AGGRESSIVITA’

Può essere presente aggressività verso se stessi ( autolesionismo) o verso gli altri.

ALTERAZIONI AFFETTIVE

  • Oscillazioni rapide, improvvise e apparentemente imprevedibili dell’umore causate da una eccessiva reattività e notevole difficoltà ad accettare le frustrazioni.
  • Sensazione netta di una grave sofferenza di fondo.
  • Crisi di angoscia acuta o spontanea per minime frustrazioni o per situazioni e avvenimenti non particolarmente traumatici (rumori, visi, suoni).
  • Crisi di riso, pianto o grida senza apparente motivo.
  • Insonnia calma o agitata

USO DEGLI OGGETTI

  • Uso stereotipato degli oggetti.
  • Scelta di oggetti duri o rumorosi.
  • Presenza di un oggetto esclusivo.
  • Le bambole o le figure umane provocano aggressività.
  • Bisogno di fiutare, leccare, mordicchiare gli oggetti.

CONDOTTE MOTORIE

  • Ipotonia o ipertonia
  • Distonie.
  • Gestualità non abituale. Ad esempio gioco interminabile.
  • Nel camminare a volte puntano i piedi
  • Stereotipie motorie: con le mani, con la testa, con il viso oppure nel cammino. In quest’ultimo caso, ad esempio, il bambino va avanti e indietro nella stanza o cammina in cerchio.

FUNZIONI INTELLETTIVE

  • Vi può essere un deficit intellettivo che nel tempo può migliorare, stabilizzarsi o peggiorare.
  • Nei test spesso è presente una dispersione delle risposte. Cioè il bambino può rispondere male a domande semplici e rispondere bene a domande complesse.
  • Vi può essere uno scarto tra il livello verbale che può essere notevolmente superiore a quello di performance, il quale è spesso molto minore.
  • Riuscite strabilianti in alcuni settori. Ad esempio nel calcolo o nella memoria.
  • Difficoltà nell’integrazione dello schema corporeo.

ALTERAZIONE NEL CONTROLLO DEGLI SFINTERI

  • Enuresi.
  • Encopresi.

Quando è possibile diagnosticarlo?

In genere la diagnosi avviene dopo il primo anno di vita: spesso verso i due-tre anni. Poiché quello che mette in allarme i genitori e la mancanza o il ritardo nel linguaggio che invece nei bambini normali è già ben presente a questa età.

È possibile prevenire questa patologia? Come?

Se si accetta che l’autismo è dovuto a una grave sofferenza del bambino causata da un ambiente che per qualche motivo non è idoneo, la prevenzione si attua creando attorno ad ogni bambino che nasce un ambiente psicologicamente sano e adeguato al suo sviluppo.

È possibile curarla? Con quale tipo di intervento? 

Sono state proposte moltissime terapie

  • Logoterapia
  • Psicomotricità
  • Ippoterapia
  • Musicoterapia
  • Delfinoterapia e altre terapie con gli animali
  • Comunicazione facilitata
  • Training auditivo
  • Tempo passato a terra:
  • Terapie riabilitative ed educative:
  • Terapie comportamentali
  • Cromoterapia
  • Terapia familiare sistemica.

 

 

Noi proponiamo invece il “Gioco libero autogestito” in quanto è quello che più rispetta i bisogni del bambino.

 

 

Abbiamo parlato della patologia, ma parliamo del soggetto

Chi è il bambino autistico?

È fondamentalmente un bambino che ha una grave sofferenza interiore che gli provoca i sintomi che abbiamo descritto. I sintomi nascono come difesa nei confronti dell’ansia e delle paure ma anche come reazione al grave malessere psicologico che egli vive.

 

Qual è il suo mondo?

È un mondo fatto di ansia, tensione, paura, diffidenza e sfiducia verso gli altri, abnorme eccitazione interiore, difesa nei confronti degli altri e del mondo, pulsioni aggressive che a volte non sono manifestate ma che sono spesso presenti.

Il bambino come vede gli altri intorno a sé?

Li vede con sospetto, li vede come persone che non solo non lo capiscono ma anche non l’amano, non l’accettano, e sono pronti a far loro del male, costringendolo ad accettare le cose che gli creano fastidio o ansia e a non fare le cose che invece  lo tranquillizzano e lo rasserenano

Nel testo da lei pubblicato “Autismo e gioco libero autogestito” propone una terapia che vorremmo conoscere meglio.

C’è la illustra?

Da quale punto di vista è partito?

Siamo partiti dalle esperienze avute incontrando questi bambini e ci siamo accorti di alcune cose importanti:

  1. Intanto non è vero che questi bambini sono inaccessibili. Se si rispettano i loro bisogni, le loro paure, le loro difficoltà il loro modo di comunicare e di relazionarsi il contatto e il rapporto con questi bambini non solo è possibile ma è relativamente facile. Se invece li costringiamo a fare le cose che  vogliamo noi, che pensiamo siano utili per loro ma che loro non amano, essi si chiudono sempre di più e alzano ancora di più la barriera che li separa dal mondo esterno. E se insistiamo vi è il rischio che diventino aggressivi.
  2. Di conseguenza per loro gli adulti non sono tutti uguali. Rifuggono quelli che non rispettano i loro bisogni interiori, mentre si aprono e diventano attenti, disponibili ed affettuosi, verso tutti quegli che dimostrano verso di loro pazienza, disponibilità e rispetto del loro mondo interiore e rispetto verso i sintomi, come le paure e le stereotipie che mettono in atto per difendersi, proteggersi o semplicemente per avere un minimo di serenità interiore.
  3. Questi bambini se si accettano e si partecipa con gioia ai loro giochi, qualunque essi siano, sono in grado di costruire un loro specifico percorso terapeutico ed è facile giocare con loro: alcuni useranno soprattutto il linguaggio e il racconto, altri utilizzeranno i giocattoli o i materiali naturali come l'acqua, la sabbia, la creta. Questo tipo di gioco l’abbiamo chiamato Gioco Libero Autogestito” in quanto è il bambino stesso che lo scegli e lo gestisce e non l’adulto che invece ha l'importante ruolo di essere affettivamente vicino al bambino, partecipando con gioia e amore alle sue attività e ai suoi interessi.
  4. A mano a mano che migliora il loro mondo interiore diminuiscono tutti i sintomi: aumenta la fiducia negli altri; accettano più facilmente i “no”  e alcune piccole frustrazioni; diminuiscono e poi scompaiono le stereotipie e le paure; aumenta la ricerca del contatto sia con i coetanei che con gli adulti, migliora la comunicazione e così via per tutti gli altri sintomi.

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Quali indicazioni ci può dare per i genitori e la famiglia?

  • Bisogna riconquistare la fiducia di questi bambini in noi, negli altri e nel mondo.
  • Bisogna mettersi in ascolto dei loro bisogni più veri e profondi.
  • Non bisogna vedere questi bambini come dei malati cronici da curare e assistere ma come degli esseri spaventati, sofferenti da capire e che hanno bisogno di essere liberati dalle loro paure e ansie.
  • Non bisogna assolutamente costringerli a fare le cose che pensiamo siano giuste per loro, ma fare le cose che li mettono più a loro agio, le cose che più li distendono e li fanno sentire bene.
  • È fondamentale giocare con loro ai giochi che loro vogliono effettuare. Senza giudicare la qualità di questi giochi. Un gioco che per noi è ripetitivo, inutile, che porta disordine o è una manifestazione di aggressività per loro, in qual momento, può essere importante e utilissimo.
  • Non cercare di eliminare i sintomi considerandoli dei difetti presenti nel bambino che bisogna cancellare, ma avere come obiettivo primario il fargli acquisire una maggiore serenità interiore, che poi è quella che farà scomparire i sintomi. 

Come relazionarsi con un bambino autistico?

  • Intanto mettersi in gioco nella terapia del loro bambino.
  • Non vederlo come un bambino che ha dei deficit da curare ma come un bambino che ha una sofferenza da eliminare. Questi bambini vanno liberati dalle paure, dalle loro ansie, dall’angoscia che li opprimono, dalla sfiducia che hanno verso se stessi, gli altri, il mondo.
  • Non puntare sull’apprendimento o sull'educazione. Queste aspetti verranno affrontati in un secondo momento, quando il bambino sarà più sereno; quando sarà più ottimista; più fiducioso, affettivamente più maturo.

In definitiva: 

  • "Non io che ti chiedo qualcosa, ma io che ascolto da te qualcosa".
  • "Non io che voglio da te qualcosa, ma io che, se vuoi, partecipo con te a qualcosa che tu mi proponi".

Il protagonista deve essere lui, il bambino non l’educatore.

 

Pensiamo che questa patologia comporti una complessità di bisogni e di disagi nella famiglia e nella coppia.

Come vengono affrontati dal punto di vista sanitario e psicoterapeutico?

Curando ed essendo vicini non solo al bambino ma a tutta la sua famiglia.

Spesso la famiglia di questi bambini ha bisogno di un vero e proprio Training familiare con il quale è possibile  affrontare e cercare di risolvere i traumi ancora attivi nel  suo ambiente. Ad esempio la disarmonia o la conflittualità presente tra i genitori o tra i genitori e gli altri parenti o tra i genitori e il bambino o gli altri figli.

È inoltre importante affrontare, se è presente, la patologia di uno o entrambi i genitori ( genitori gravemente ansiosi, ossessivi, depressi ecc.)

È necessario a volte affrontare, se sono presenti, eventuali carenze affettive o nella comunicazione genitore-figlio ( genitori assenti, poco presenti o scarsamente dialoganti con il bambino).

Risolvere le eventuali carenze nel rapporto educativo: rapporti educativi troppo severi, pignoli, ossessivi, frustranti.