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La valutazione giuridica, sociale e morale

degli atti di violenza

 

Autore: Emidio Tribulato

 

La valutazione giuridica, sociale e morale degli atti di violenza è particolarmente difficile e problematica per vari motivi:

  1. Poiché sono considerati atti violenti tutti quei comportamenti che, dal punto di vista sociale, etico e giuridico, si configurano come tali, la distinzione tra atto violento o non violento può variare molto nel tempo e nei luoghi, in base alla religione, agli usi, ai costumi e alle leggi vigenti in quel particolare momento storico. Per tale motivo alcuni comportamenti sono accettati in un certo periodo o in una certa società, ma sono rifiutati in un altro periodo o in un altro contesto sociale. Per Andreoli [1]: “Esiste una correlazione tra cultura e violenza: se mutano i paradigmi culturali, le espressioni violente si modificano e possono aumentare o sparire. La violenza, insomma, è una manifestazione della cultura che domina un certo momento storico”. E ancora lo stesso autore fa un esempio: “Le punizioni pedagogiche sono state considerate per lungo tempo strumento di formazione ed erano non solo applicate, ma persino richieste; introdotta la pedagogia come gioco e non più sacrificio, esse sono diventate violenza”[2].
  2. La reattività del soggetto nei confronti dei comportamenti di un’altra persona nei suoi confronti può essere la più varia, e ciò in conformità a parametri molto numerosi e ampi. Questa reattività può essere strettamente legata alle caratteristiche sessuali, all’età, alle condizioni sociali e alle caratteristiche di personalità proprie e dell’altro. Ad esempio nel caso delle molestie, queste possono essere vissute come una violenza quando provengono da una persona che non ha le caratteristiche sessuali, l’aspetto fisico, l’età, lo stato sociale o l’etnia che sono adatti ai nostri gusti e desideri di quel momento. Mentre al contrario, gli stessi comportamenti possono essere bene accetti, anzi ambìti, quando provengono da una persona che per motivi vari si confà ai nostri bisogni e desideri.
  3. Un comportamento, obiettivamente giudicato lieve, può essere vissuto con grande sofferenza da parte di una personalità psicologicamente disturbata, eccessivamente sensibile o reattiva, mentre, al contrario, un comportamento obiettivamente più grave può essere tranquillamente accettato, ben metabolizzato e gestito da parte di un soggetto sereno che presenta una forte tempra psicologica.
  4. Uno stesso comportamento può essere vissuto come una violenza da parte di un sesso, mentre può non essere visto come tale da parte di un altro sesso.
  5. Per quanto riguarda poi gli atti di violenza psicologica, non avendo essi un supporto fisico che si possa esaminare e stimare, sfuggono facilmente a un esame di realtà; pertanto è difficile valutarne la gravità ma anche la reale consistenza.
  6. Altrettanto complesso è riuscire a valutare nei singoli casi chi è il colpevole e chi è la vittima poiché, in alcune situazioni, gli errati o irritanti comportamenti di un partner, anche se di scarsa gravità, possono aver provocato nell’altro un accumulo di tensione che in un secondo momento può  sfociare in chiari e netti comportamenti violenti, che sono frutto quindi di un animo esasperato. Dice Pasini [3]: “C’è chi ha sviluppato una forma di cattiveria che consiste nel frustrare gli altri con una forma passiva ma tenace. Sono le personalità cosiddette passive - aggressive, che si nascondono dietro una maschera di sottomissione e modestia”.
  7. Inoltre, certi comportamenti violenti possono essere la conseguenza di disturbi psichici che il soggetto porta con sé dall’infanzia oppure possono essere l’effetto di gravi stress o momentanei malesseri che il soggetto è stato costretto a subire nell’ambiente lavorativo, familiare e sociale. Per tali motivi il giudizio morale e sociale su questa persona non può essere, in questi casi, di netta e chiara condanna.

La falsa violenza

Così come vi sono atti di vera violenza, vi sono poi altrettanti atti di falsa violenza,che hanno lo scopo di mettere in cattiva luce il proprio avversario per ottenere degli scopi non leciti. Ad esempio, nel 50% dei casi di separazione extragiudiziale sono accampati episodi di brutalità. Questo non significa che la violenza ci sia stata veramente. Purtroppo attribuire comportamenti aggressivi alla controparte è una delle tante strategie utilizzate da alcuni spregevoli avvocati matrimonialisti, per ottenere qualcosa in più per il proprio cliente in sede di separazione. Come dice Roberto [4]: “ I maltrattamenti in famiglia stanno diventando un’arma di ritorsione per i contenziosi civili durante le separazioni. Solo in due casi su dieci si tratta di veri maltrattamenti. Il resto sono querele enfatizzate e usate come ricatto nei confronti dei mariti durante la separazione”.

Le false denunce o accuse costruite nell’ambito delle separazioni, dei divorzi e delle cessazioni di convivenza, sono presenti nell’inchiesta sulla violenza sugli uomini in 512 casi sul totale dei casi esaminati (48,4%)[5]. Inoltre, in alcune situazioni, gli atti di aggressività, esercitati da parte di un membro della coppia, possono essere stati provocati ad arte, per giustificare, presso i giudici le accuse di violenza. È evidente che in questi casi la vera vittima è chi, con parole e comportamenti, è stato provocato e non chi ha subito i consequenziali atti di violenza, frutto di una o più offese finalizzate proprio a provocare l’altro.

Tratto dal libro di Emidio Tribulato "Ti odio" Conflitto, aggressività e violenza tra i sessi.



[1] Andreoli, V. (1995), La violenza – dentro di noi, attorno a noi, Fabbri editore Corriere della sera, Milano, p. 29.

[2] Andreoli, V. (1995), La violenza – dentro di noi, attorno a noi, Fabbri editore Corriere della sera, Milano, p. 11.

[3] Pasini W. (1993), Volersi bene, volersi male, Milano, Arnaldo Mondatori Editore, p. 56.

[4] Roberto R., (2016), “La violenza intrafamiliare”, Il consulente familiare, aprile – giugno.

[5] Macrì  P. G.  et al.,  (2012), “Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile”, Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza , Vol. VI – N. 3 – Settembre-Dicembre 32.