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Aggressività: cause anatomiche, genetiche e ormonali 

 

 

Le cause dell’aggressività e delle conseguenti violenze sono molteplici. Alcune sono legate alle caratteristiche genetiche, anatomiche, a malattie e alterazioni organiche; altre sono dovute alle problematiche psicologiche presenti nella personalità del soggetto. Altri motivi di aggressività sono da ricercarsi in un ambiente sociale poco idoneo allo sviluppo di una persona, come nei casi di soggetti vittime di frustrazioni, oppressioni, discriminazione, isolamento sociale, povertà. Altre volte le cause sono da attribuire a politiche e leggi dello Stato non idonee alla prevenzione dell’aggressività tra i sessi, oltre che a sistemi giudiziari inefficienti.

Hacker [1] così le riassume:

“I fattori ereditari specifici, innati e genetici, le influenze psicologiche e culturali, le strutture del sistema nervoso centrale, nonché gli ormoni e i modelli sociali determinano, nei loro effetti e nei loro intrecci reciproci, il fenomeno dell’aggressività”.

In generale possiamo dire che la violenza aumenta quando l’uomo prova ansia e paura nell’ambiente in cui vive, quando si sente minacciato o quando è insicuro di sé.

ASPETTI ANATOMICI

Per quanto riguarda il comportamento aggressivo, il notevole progresso nella conoscenza neuroanatomica, si è basato su studi di fisiologia sperimentale effettuati sugli animali,  sui risultati delle osservazioni dirette ed indirette scaturite dalle lesioni chirurgiche e sulla stimolazione elettrica a fini terapeutici di alcune aree cerebrali di pazienti con gravi patologie. Altre indicazioni sono state fornite dalle numerose osservazioni ricavate da pazienti con lesioni cerebrali localizzate,  da soggetti affetti da epilessia, encefalite, traumi cranici, tumori cerebrali ecc.

Dal punto di vista neurologico, mentre negli anni venti le aree cerebrali deputate alla gestione dell’aggressività venivano collocate alla base dell’encefalo, in particolare nel locus niger, oggi si pensa che queste aree siano presenti in vari sistemi neuronali posti nel sistema limbico e nella regione centro encefalica. Andreoli [2] elenca diverse aree interessate all’aggressività: il bulbo olfattorio, l’ippocampo, i nuclei del setto, quelli del rafe nel pavimento del quarto ventricolo e l’amigdala.

Si pensa oggi che esista un’ampia regione la quale, quando è eccitata, provoca un comportamento aggressivo e di lotta. Questa regione inizia nel telencefalo, continua nel sistema limbico, attraversa tutto l'ipotalamo e finisce nel mesencefalo.

L'ipotalamo è connesso direttamente e/o indirettamente alle manifestazioni fisico-vegetative delle emozioni ed è quindi capace di modulare gli stati fisiologici associati alla paura, alla rabbia, alla fame, alla sete, al sesso e al piacere. Le alterazioni comportamentali associate con la funzione ipotalamica sono connesse con le espressioni di rabbia, aggressività e paura come risposta alle situazioni di stress, di pericolo o di difesa [3].

Anche le alterazioni dell’ippocampo possono danneggiare l’elaborazione delle informazioni emotive.

 Numerose prove cliniche hanno confermato l'importanza dell'amigdala come centro interessato alla mediazione dell'ansia e della paura, sentimenti questi che sono alla base dei comportamenti di attacco e fuga sia negli animali sia nei comportamenti aggressivi dell'uomo. L'amigdalectomia bilaterale, ad esempio, ha ottenuto nell'85% dei casi trattati in uno studio clinico la drastica riduzione di comportamenti violenti. In altri casi la presenza di lesioni dei nuclei amigdaloidi era associata a comportamenti violenti. 

“James Blair, del National Institute of Mental Health di Bethesda, nel Maryland, ha dimostrato con un esame diagnostico cerebrale (Pet), che negli psicopatici l’amigdala (la parte del cervello che elabora le emozioni) non si attiva come nei sani quando vedono un viso triste o adirato. Per gli psicopatici queste espressioni sono neutre: la disfunzione dell’amigdala impedisce loro di provare empatia per la sofferenza altrui, ma anche di provare paura per le conseguenze delle loro azioni e quindi non cambiano comportamento” [4]

È anche interessata l’area della corteccia frontale, dove le emozioni sono elaborate. Più precisamente la gestione dell’aggressività è gestita dalla porzione orbitale dei lobi frontali. Per dare via libera all’ira il cervello deve sopprimere proprio quest’attività corticale. Questa soppressione dell’attività corticale che controlla l’amigdala nelle donne è più difficile da attenuare mentre nell’uomo è relativamente più agevole fare ciò. Questo potrebbe spiegare le più facili esplosioni di aggressività nel sesso maschile. Inoltre alcuni risultati hanno rilevato una riduzione delle comunicazioni nervose tra l’amigdala, sede delle emozioni, e alcune aree della corteccia prefrontale che, generalmente, operano da filtro sull’amigdala, suggerendo che bassi livelli di serotonina rendono alla corteccia prefrontale più difficile il controllo delle risposte di paura.

ASPETTI GENETICI

Dal XIX secolo gli studiosi hanno cercato di individuare le basi genetiche dell'aggressività. Lombroso, fondatore dell'antropologia criminale, pensava che esistessero peculiari caratteristiche anatomiche nei soggetti che avevano un’innata inclinazione al male.

I fattori genetici sembrano importanti anche in alcune sindromi psichiatriche, dove condotte violente e asociali sono l'aspetto prevalente, come nel disturbo da scarso controllo episodico degli impulsi e nel disturbo antisociale di personalità.

In alcuni casi si è visto che le alterazioni dei cromosomi sessuali sono in stretta relazione con i comportamenti aggressivi. Ad esempio, i soggetti con il genotipo XYY a quarantasette cromosomi sono descritti come violenti impulsivi e tendenti ad azioni criminose.

Condotte aggressive aspecifiche e più rare sono state descritte anche nella Sindrome di Klinefelter, che colpisce i soggetti di sesso maschile, con cariotipo XXY. L’aggressività potrebbe essere legata al notevole ritardo mentale che questi soggetti presentano fin dalla nascita e alla presenza di: vulnerabilità emotiva, iperattività, irritabilità, scoppi di rabbia e bassa soglia alle frustrazioni. L'aggressività di questi soggetti, principalmente in età infantile e talvolta adolescenziale, è caratterizzata da un’aggressione indiscriminata contro tutti quelli che tendono ad avvicinarsi ed entrare in contatto con loro.

Anche per Moriconi citato da Tiziana M.,[5]: “Chi perde facilmente il controllo, fino ad agire in modo aggressivo, potrebbe avere una predisposizione genetica all’impulsività. Ad esempio una mutazione chiamata Q20 del gene HTR2B”. In quest’ultimo caso tuttavia, i risultati non sono univoci e numerosi ricercatori a proposito della personalità antisociale evidenziano un’interazione tra fattori biologici e ambientali.

ASPETTI ORMONALI

Gli ormoni più frequentemente studiati come modulatori dei comportamenti aggressivi nell'uomo sono quelli sessuali e steroidei in genere. Il rapporto tra ormoni e aggressività è complesso e non completamente chiarito.

Le ricerche neuroendocrinologiche hanno dato un importante ruolo al testosterone e in generale agli ormoni androgeni, per spiegare la maggiore aggressività maschile, mentre la maggiore docilità del genere femminile è stata rapportata alla presenza dell'estradiolo, considerato l'inibitore per eccellenza dell'aggressività.

Ciò sembra confermato dalla somministrazione di testosterone, eseguita in svariati studi su animali ed anche sull'uomo, che ha comportato un aumento di aggressività in entrambi i sessi, mentre alla castrazione nel sesso maschile ha fatto seguito una riduzione della spinta aggressiva. Inoltre è stato riscontrato un più alto livello ematico di testosterone in donne violente rispetto a quelle più tranquille.

Tuttavia, il comportamento sociale dell’uomo è molto più complesso rispetto alla quantità di un ormone. Pertanto alcuni autori non credono che il testosterone aumenti l’aggressività, mentre è vero invece che quest’ormone favorisce l’onestà e i comportamenti prosociali sia negli uomini sia nelle donne.

Per Andreoli[6]: “L’aggressività come risposta a determinati stimoli dipende dalle condizioni emotive del soggetto, dalla sua capacità di assorbire le frustrazioni, dall’esperienza del dolore; su questo insieme percettivo – interpretativo giocano il loro ruolo il testosterone ed altri ormoni”. “Sarebbe un errore, in analogia a quanto osservato per il cromosoma Y, sostenere che il testosterone è l’ormone della violenza, sia perché esso risente enormemente delle condizioni ambientali, sia perché si conoscono condizioni in cui la correlazione non è confermata”[7].

E ancora  Andreoli [8]:

“Dal punto di vista dei parametri biologici la maggiore aggressività si lega, nel maschio, particolarmente durante la pubertà, a testicoli più voluminosi e ad una più elevata concentrazione plasmatica di testosterone. Anche in questi casi il comportamento non è indipendente dall’esperienza: in molti casi gli animali aggressivi che sperimentano situazioni sociali in cui l’aggressività risulti perdente possono apprendere un comportamento che limita quello aggressivo”.

L'APA nel 1994 ha riconosciuto il disturbo disforico premestruale, caratterizzato da labilità affettiva, sentimenti di rabbia e ostilità con una sintomatologia neurovegetativa associata. Durante la settimana premestruale sono più bassi i livelli di progesterone e di estrogeni. Recenti studi su diverse specie animali, hanno tuttavia dimostrato come questa relazione non sia così lineare ed automatica. Si è visto che gli ormoni sessuali possono avere effetti diversi sia su persone di sesso opposto sia dello stesso sesso ma appartenenti a specie differenti. Questi effetti cambierebbero inoltre, in rapporto a periodi della vita e risentirebbero dell'interazione con altri ormoni quali l’adrenalina e la noradrenalina. Il problema rimane pertanto controverso.

I neurotrasmettitori

Numerosi studi, da diversi anni, analizzano il ruolo dei neurotrasmettitori nei comportamenti aggressivi. I neurotrasmettitori sono sostanze chimiche che permettono il passaggio dell'informazione da neurone a neurone e costituiscono la base della funzionalità cerebrale, strettamente collegata ai molteplici fenomeni biochimici, psicopatologici e comportamentali dell'individuo.

Studi sugli animali hanno evidenziato come l'aggressività sia favorita da neurotrasmettitori quali l’acetilcolina, la dopamina e la noradrenalina, mentre un’azione inibente è svolta dalla serotonina e dal GABA. Un ruolo particolare spetta alla noradrenalina (che svolge un'azione favorente i comportamenti aggressivi) e alla serotonina (azione inibente). Un riscontro di queste osservazioni nasce a livello clinico quando constatiamo, ad esempio, l'azione anti aggressiva di composti quali i sali di litio; quest’azione sembra essere determinata dall’attività antinoradrenergica dei sali stessi e dall'altra all'azione bloccante il reuptake della serotonina. I continui progressi in campo biochimico e neurofisiologico, consentiti da sempre più perfezionate tecniche, hanno inoltre valorizzato il ruolo dei neuropeptidi (colecistochinina, CCK) e degli oppioidi (Luck e Struber, 2007, p. 35).

Tratto dal libro di Emidio Tribulato "Ti odio" Conflitto, aggressività e violenza tra i sessi.

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[1] Hacker F., (1971), Aggressività e violenza nel mondo moderno, Edizioni il Formichiere, Milano, p. 81.

[2] Andreoli, V. (1995), La violenza – dentro di noi, attorno a noi, Fabbri editore Corriere della sera, Milano, p. 73.

[3] Moruzzi G. (1975), Fisiologia della vita di relazione, UTET, Torino.

[4] Beltramini A. (2006), Focus, 02/ pag 34.

[5] Tiziana M., (2011), “Il lato genetico dell’aggressività”, Mente e cervello, n. 74, febbraio.

[6] Andreoli, V. (1995), La violenza – dentro di noi, attorno a noi, Fabbri editore Corriere della sera, Milano, p. 70.

[7] Andreoli, V. (1995), La violenza – dentro di noi, attorno a noi, Fabbri editore Corriere della sera, Milano, p. 69.

[8] Andreoli, V. (1995), La violenza – dentro di noi, attorno a noi, Fabbri editore Corriere della sera, Milano, p. 68.