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L'isolamento nel bambino con sintomi di autismo 

 

Per accedere al mondo interiore dei bambini con disturbi autistici e comprenderlo meglio, è indispensabile iniziare ad esaminare il sintomo più importante e grave, che è poi quello che attribuisce il nome a questa patologia: l’autismo. Sintomo che, come vedremo, diventa a sua volta la causa prima del loro grave malessere psichico e di tutti gli altri segni che lo accompagnano.

L’isolamento autistico è una condizione che comporta l’autoreferenzialità assoluta, la negazione di tutto ciò che è differente da sé o si riferisce agli altri, la chiusura, parziale o totale, nei confronti del mondo esterno e, nei casi più gravi, anche nei confronti degli stimoli che provengono dall’interno della propria mente e del proprio corpo.

Il bisogno di chiudersi in se stessi e allontanarsi dall’ambiente esterno, non è caratteristico soltanto dei bambini che presentano questa patologia, tale desiderio o bisogno, che a volte si traduce in precisi comportamenti, lo ritroviamo, anche se in modo lieve, parziale e momentaneo, anche nei bambini normali di tutte le età, quando reagiscono, chiudendosi e isolandosi per qualche tempo, a causa di qualche grave ingiustizia subita o per l’impatto nella loro psiche di un ambiente eccessivamente stressante, frustrante o traumatizzante.

Nei bambini che presentano varie problematiche psicologiche, come reazione di difesa, non è raro avvertire il bisogno e la necessità di allontanarsi, almeno nell’immaginazione, dall’ambiente di vita. Questi minori, nei loro racconti e disegni, fanno frequentemente intravedere la necessità di distaccarsi fisicamente e psicologicamente dalla propria casa, dai loro genitori e familiari, dal loro consueto ambiente di vita, pur di sfuggire a situazioni ambientali eccessivamente frustranti e opprimenti, che causano loro notevole disagio o un’insopportabile sofferenza.

Alcuni di questi bambini immaginano, ad esempio, di fuggire in qualche bosco e, in quell’ambiente naturale, ricco di serenità e pace, trovare una casetta in cui rifugiarsi da soli, per poi essere eventualmente adottati da un’altra coppia di adulti più tranquilla, meno conflittuale, più gioiosa, più distesa e disponibile. Altri sognano di isolarsi con i loro amici o con l’animale d’affezione in un luogo tutto loro, in cui predominano soltanto elementi positivi fatti di gioia, luce, calore e protezione.

 

 

 

 

 

Il commento al disegno effettuato da Cettina[1] di anni sette, i cui genitori spesso litigavano, è molto esplicativo sia dei suoi bisogni che non venivano soddisfatti nella sua famiglia, sia della necessità di fuggire dalla realtà angosciante nella quale lei si trovava a vivere per rifugiarsi in un mondo immaginario in cui predominavano la luce, la protezione e il calore.

 

Fuga nella casa del sole

 

‹‹C’era una volta un sole che parlava con i fiori e gli diceva cose belle:

 “Che cosa state facendo?”

“Stiamo giocando con il mare e abbiamo visto una barchetta buttata dal mare, poi l’abbiamo presa e l’abbiamo portata a casa per ripararla. Quando è stata bene, abbiamo giocato tutti insiemi: il sole, i fiori, il mare e la barchetta”.

Un giorno la barchetta scappò a casa del sole e allora il sole l’ha detto a tutti i suoi amici. La barchetta è scappata nella casa del sole perché non stava bene a casa sua. Anche i suoi amici allora sono andati nella casa del sole, hanno chiuso la porta a chiave, hanno fatto la festa e dormirono tutti a casa del sole››.

 

Se interpretiamo questo toccante racconto, notiamo come riveli pienamente i sentimenti, i pensieri e i desideri di Cettina.

La bambina, dopo l’esperienza traumatica vissuta a causa dei conflitti e poi della separazione dei genitori, nota che vi sono delle persone che navigano a loro agio nell’immenso mare della vita,  mentre altre, per motivi vari, in questo caso il conflitto tra i genitori e le caratteristiche di personalità della madre, sono gravemente danneggiate, tanto che vengono estraniate dalla vita (abbiamo visto una barchetta buttata dal mare). Per fortuna qualche persona buona (i fiori), ha cura delle loro ferite, ma la bambina, nonostante stia meglio, dopo quanto ha sofferto nella sua famiglia e quindi nella vita reale, piuttosto che ritornare a confrontarsi con le gravi difficoltà nelle quali si è trovata in passato, preferirebbe fuggire e rifugiarsi in un mondo caldo, luminoso ma irreale. È naturale che in questo mondo incantato la bambina non voglia restare da sola. Per tale motivo porta con sé gli amici ma esclude tutto il resto delle persone (hanno chiuso la porta a chiave).

 

‹‹C’era una volta un bambino che viveva solo in una casa in campagna. Un giorno decise di abbellirla mettendo dei vasi con dei fiori. Rasò il prato e vide degli uccelli volare nel cielo. Un giorno gli abitanti della zona andarono a casa del bambino, cenarono lì e alla fine gli fecero i complimenti per la casa che aveva. Abitava solo, perché tutti lo prendevano in giro. Andò a letto e sognò una famiglia: era pentito di vivere da solo. Sognò una famiglia molto ricca, fatta da papà, mamma, fratello e sorella. Sentì bussare ed era una famiglia che lo voleva accogliere. Erano buoni, comprarono un po’ tutto, erano sempre allegri››.

Michele, nella sua ricerca di un ambiente sereno, accogliente e ricco di pace, esclude la sua famiglia, ritenendola incapace di dargli quanto gli serve. Inizialmente la soluzione che trova è quella di vivere da solo in una casa in campagna, per avere quella serenità, pace, accoglienza e tenerezza che egli cercava. Si accorge ben presto però che un ambiente idilliaco ma privo del calore familiare, è per un bambino insufficiente. Inserisce allora una nuova famiglia, una famiglia ideale, che l’accoglie, dandogli tutto ciò che il suo cuore attendeva da tempo.

Anche negli adulti che rientrano nell’ambito della normalità, il bisogno di fuggire dal mondo, almeno in maniera parziale, è spesso presente. Pertanto alcuni di loro, pur di allontanarsi dai conflitti, dai traumi, dalle tensioni e stress, presenti nell’ambiente di vita, fuggono, con motivazioni varie. Alcuni abbandonano la vita vissuta fino ad allora per ritirarsi in qualche convento, non solo perché hanno una vocazione religiosa ma anche per un bisogno di serenità e pace, altri vanno in paesi o luoghi lontani, alla ricerca di un ambiente più semplice, meno ansiogeno e stressante. Vi sono alcuni che, come avviene nella sindrome di Hikikomori, si chiudono nella loro stanza, in compagnia soltanto del loro computer o di qualche video-gioco e rifiutano ogni contatto esterno, anche nei confronti dei propri familiari. Sono tante, inoltre, le persone che cercano di escludere dalla propria vita e dai propri contatti sociali, alcune categorie d’individui quando giudicano apportatori di problemi e sofferenze. Pertanto non vogliamo avere a che fare con il sesso femminile (misoginia) o con quello maschile, quando ritengono che uno dei due generi sessuali sia stato causa di grave delusione, frustrazione o amarezza; vogliono tenersi lontani dagli extracomunitari, quando pensano siano stati la causa dei loro problemi di lavoro; non vogliono avere alcun rapporto con le persone di etnia rom, perché hanno timore dei loro comportamenti, e così via. Altre volte questa fuga dalla realtà è attuata mediante l’uso di alcol o droghe le quali, almeno momentaneamente, allontanano il soggetto dai problemi psicologici e dalla sofferenza interiore.

Tuttavia, senza che a volte ce ne rendiamo conto, le chiusure, tutte le chiusure, se inizialmente ci apportano un senso di maggiore pace, protezione e sicurezza, nel tempo tendono a peggiorare la nostra condizione psichica, poiché ci privano di tutte le esperienze che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto, di tutte le relazioni, le amicizie e gli affetti che avremmo potuto avere e ai quali abbiamo volontariamente rinunciato. Ma soprattutto le chiusure fanno sorgere nell’animo, come fossero funghi velenosi, sgradevoli emozioni negative, che accentuano i nostri sospetti e le nostre paure, aumentano la nostra aggressività e irritabilità, esasperano il malumore che già ci opprime.

Ebbene anche nei bambini molto piccoli, quando non riescono ad affrontare delle situazioni troppo dolorose per il loro sentire, si mette in moto un bisogno istintivo di difesa, che li spinge ad allontanarsi dalle persone e dall’ambiente che li circonda, inserendo tra loro e gli altri qualcosa, come un muro o meglio una barriera psicologica, che sperano li isoli, li difenda e li protegga da emozioni troppo intense e penose per essere sopportate dalla loro fragile psiche. Chiudendosi in se stessi, come in un bozzolo, mediante il distacco dal mondo che li circonda, questi piccoli cercano di raggiungere l’anestesia dei sentimenti e delle emozioni, così da impedire agli stimoli eccessivamente dolorosi che provengono dall’ambiente esterno di arrivare alla coscienza.

Le varie persone affette da autismo, che hanno avuto la possibilità di descrivere questa condizione di chiusura, utilizzano parole e immagini diverse ma con un contenuto molto simile.

Un nostro paziente adulto con sintomi di autismo, Luigi, spesso amava disegnare due elementi apparentemente lontani e diversi l’uno dall’altro: un albero e un muro e, nei suoi racconti, descriveva strane e inusuali relazioni tra l’uno e l’altro.

L’albero e il muro

‹‹C’erano una volta un albero e un muro. L’albero era con le foglie, era piantato sottoterra. L’avevano piantato gli agricoltori. Faceva i fiori, c’erano persone che avevano piantato l’albero e fatto il muro››.

Domanda del terapeuta:‹‹Perché avevano costruito il muro?››.

Risposta: ‹‹Le persone avevano fatto il muro per fare bello l’albero. Erano muratori. Un giorno l’albero non c’era più e si era appassito e avevano buttato le foglie. Le persone erano tristi perché non c’era più l’albero, mentre il muro c’era ancora››.

Se proviamo a interpretare questo strano e insolito racconto, ci accorgiamo che vi sono alcuni elementi interessanti.

1. Il primo è simbolizzato dall’albero piantato sottoterra. Questa condizione dell’albero che sta sottoterra fa pensare a ciò che avviene quando i piccoli instaurano una chiusura estrema di tipo autistico. Naturalmente quest’albero dapprima è vitale e pieno di fiori ma poi appassisce e muore. Che è poi la condizione nella quale si trova il bambino nel momento in cui permane in una condizione di autismo: una morte sociale e relazionale.

2.  Il secondo elemento è il muro costruito dalle persone “per fare bello l’albero”. Quindi il muro era stato messo lì come a proteggere l’albero da elementi negativi. Questo muro, questa protezione, invece resta lì ben saldo. Questa condizione somiglia molto a ciò che succede ai bambini con disturbi autistici, nei quali il loro Io (l’albero ben vitale che faceva fiori) gradualmente tende a deperire e morire, mentre le difese che essi aveva messo in atto (il muro) rimangono ben salde.

3. Il terzo elemento è altrettanto interessante: la tristezza, “Le persone erano tristi perché non c’era più l’albero”. Questa tristezza è in fondo quella che ritroviamo nei genitori e nelle persone che si relazionano con questi bambini, ma è anche quella che troviamo nello stesso bambino, il quale si scopre isolato ed escluso dalla società civile e da quella condizione relazionale che è capace di procurare agli esseri umani sviluppo, vitalità e gioia.

 

Morello, un altro giovane che soffriva di disturbi autistici, che era riuscito a laurearsi in Scienze umane e pedagogiche, presso l’università di Padova, nel suo libro "Macchia, autobiografia di un autistico”, ha descritto, mediante l’uso del computer, le sue emozioni, i suoi ricordi e i suoi pensieri. In quest’autobiografia, mediante un linguaggio poetico e ricco di emozioni, così descrive questa condizione di chiusura verso il mondo esterno: ‹‹Cupola di vetro sopra laguna ghiacciata è l’autismo chiuso dentro se stesso››.[2]

In questa concisa descrizione ritroviamo alcuni elementi fondamentali di questa patologia:

1.  La cupola di vetro. È quella protezione che dovrebbe riuscire a tener fuori tutte le situazioni negative che possono venire dal mondo esterno. Questo tipo di chiusura, pur permettendo al soggetto di osservare ciò che succede fuori di sé, impedisce tuttavia di interagire, se non in minima parte, con l’esterno.

2. La laguna ghiacciata. La cupola di vetro copre una realtà molto fredda, desolata e triste: una laguna ghiacciata, nella quale l’elemento predominante è, evidentemente, la mancanza di calore umano e di affetto.

3.  Chiuso dentro se stesso. Questa è la condizione nella quale vive il soggetto con autismo: la chiusura dentro il proprio Io.

Lo stesso autore in un’altra pagina del suo libro, così rappresenta questa sua esigenza interiore di estraniarsi dalla realtà e chiudersi nella sua cupola di vetro:

"La mia casa era la mia prigione. Preferivo restare a perdermi in camera. Mi lasciavo avvolgere dalla musica. La stanza allora si dissolveva in uno spazio incantato. C’erano molti animali, il leone mi girava attorno. La pecora saltava sopra la mia testa: mi sembrava di essere in un giardino tutto colorato (…) Ero libero dal mondo, libero da bisogni. La voce del papà poi mi scuoteva: “Cosa fai sempre solo in camera?” mi diceva. “Vieni a farti vedere” e l’incanto svaniva. Calava la realtà e restava solo il gesto continuo dello sfregarsi delle dita per dominare l’ansia".[3]

In questa seconda descrizione le immagini, sempre molto calde, allegoriche e poetiche, sono molteplici.

1.  La casa. Una prigione nella quale il soggetto con disturbi autistici si rinchiude volontariamente.

2.  La stanza, che si dissolve in uno spazio incantato. Il bambino che ha scelto la chiusura autistica cerca di ritrovare nella propria casa e nella propria stanza, con l’aiuto della musica, un luogo e dei momenti che gli permettano di estraniarsi dal mondo reale per scoprire, in un proprio spazio irreale ma incantato, la condizioni psicologica agognata, fatta di libertà, luce, colore, armonia, serenità e pace.

3.  L’intervento esterno. Quest’intervento è giudicato come inopportuno, perché riporta e costringe il giovane Morello ad affrontare una realtà triste, ansiosa e paurosa, che egli cerca di diminuire e combattere, utilizzando una stereotipia: lo sfregarsi delle dita.

 

Una donna con autismo: Temple Grandin, laureata in Scienze animali presso l’università dell’Illinois e professoressa lei stessa di scienze animali, descrive invece il suo stato mentale di chiusura autistica, utilizzando la similitudine dei pannelli di vetro:

"Mentre ero intrappolata tra i pannelli di vetro, era pressoché impossibile comunicare attraverso di essi. Essere autistici è come essere intrappolati in questo modo. Le porte di vetro simbolizzavano i miei sentimenti di distacco dalle altre persone e mi aiutarono a fare fronte all’isolamento".[4]

La Grandin usa come similitudine della condizione di autismo i pannelli di vetro. Questo simbolo è simile a quello usato dal Morello. Quindi non un muro opaco ma dei pannelli di vetro trasparente che, se da una parte proteggono dal mondo esterno permettono, se si vuole, di guardare fuori, senza tuttavia provare e soffrire di alcuna particolare emozione. Tuttavia, fa notare l’autrice come questa condizione sia anche una trappola dalla quale è difficile sfuggire.

La stessa autrice, parla anche lei, come Morello, della ricerca di una situazione dì trance e d’incantamento quando riusciva a estraniarsi dal mondo: ‹‹Quando venivo lasciata da sola, spesso andavo in una specie di trance, come ipnotizzata. Mentre andavo in trance mi tagliavo fuori dalle immagini e dai suoni che mi circondavano››.[5]

Donna Williams, un’altra donna che soffriva di autismo, aveva trovato da piccola altre strategie per fuggire dalla realtà e perdersi in un suo incantato mondo interiore:

"Scoprii che l’aria è piena di puntini. Se guardavo nel vuoto c’erano i puntini. La gente mi passava davanti, ostruendo la mia visione magica del nulla. Io mi mettevo davanti a loro. Protestavano. La mia attenzione era saldamente fissata sul desiderio di perdermi in quei puntini e ignoravo la protesta, guardando dritto attraverso l’ostruzione con un’espressione calma, addolcita dell’essere io persa in quei puntini".[6]

E ancora:

"Riuscii alla fine a perdermi in qualsiasi cosa desiderassi – nei disegni, sulla carta da parati o sul tappeto, in un suono che si ripeteva all’infinito, nel rumore sordo che ottenevo, battendomi ripetutamente sul mento; persino la gente non fu più un problema. Le loro parole divennero un confuso balbettio, le loro voci uno schema di suoni. Riuscivo a guardare attraverso di loro fino a sparire e poi, più tardi, sentivo che mi ero persa in loro".[7]

L’autrice spiega che cosa provava in quella situazione psicologica particolare che lei stessa ricercava:

"In questo stato ipnotico potevo afferrare la profondità delle cose più semplici; ogni cosa era ridotta a colori, ritmi e sensazioni. Questo stato mentale mi dava un conforto che non potevo trovare in nessun altro luogo, a quello stesso grado".[8]

E ancora la stessa autrice:

"Da sveglia inseguivo implacabilmente il sogno: mi mettevo di fronte alla luce che brillava di fronte alla finestra, vicino al mio lettino e mi fregavo furiosamente gli occhi. Eccoli lì! Gli splendenti, vaporosi colori che si muovevano attraverso il bianco››. ‹‹Smettila!››, giungeva l’implacabile stroncatura. Io continuavo gioiosamente. ‹‹Slap!››"[9]

Nelle descrizioni di quest’autrice vi sono numerosi elementi di notevole interesse per capire la condizione mentale di chiusura autistica:

1.  Vi sono intanto un desiderio e una volontà di allontanarsi dalla realtà, giudicata come triste e desolante, per perdersi in sensazioni che danno sicurezza e piacere, anche se sono emozioni molto semplici e povere.

2.  Vi è la descrizione dei mezzi utilizzati per ottenere ciò: “Riuscii alla fine a perdermi in qualsiasi cosa desiderassi – nei disegni, sulla carta da parati, sul tappeto, in un suono che si ripeteva all’infinito, nel rumore sordo che ottenevo, battendomi ripetutamente sul mento”.

3.  Sono evidenti l’irritazione e il disturbo che l’autrice provava a causa della presenza delle persone e delle loro parole attorno a lei: “…persino la gente non fu più un problema. Le loro parole divennero un confuso balbettio, le loro voci uno schema di suoni”.

4.  È posto l’accento sul conforto che lei avvertiva in questa condizione: “Questo stato mentale mi dava un conforto che non potevo trovare in nessun altro luogo, a quello stesso grado”.

5.  Le reazioni degli altri, che di solito cercano di riportare alla realtà i soggetti che si chiudono nel loro mondo autistico non sempre sono adeguate, anche se non sono così brutali e violente come quelle che usava la madre della Williams: gli schiaffi.

6.  L’autrice vedeva la causa del suo isolamento nella paura di vivere delle emozioni negative che le avrebbero comportato notevole paura e sofferenza. In un altro brano dice: "La gente pensa alla realtà come a una specie di garanzia su cui appoggiarsi. E tuttavia, fin da bambina, ricordo di aver trovato la mia unica sicurezza affidabile nel perdere ogni consapevolezza delle cose che in genere sono considerate reali".[10]Per cui:"Era sicuramente qualche incontrollabile resistenza interiore che mi impediva di entrare nel mondo, in generale".[11]

7.  Per quanto riguarda la volontarietà o meno di questo comportamento, per la Williams: "Benché la sensazione che creava la perdita di me stessa si verificasse, la maggior parte delle volte, fuori dal mio controllo, scoprii che potevo arrendermi ad essa o combatterla".[12]



[1] Tutti i nomi presenti in questo articolo sono immaginari.

[2] Morello P. C. (2016), Macchia, autobiografia di un autistico, Milano, Salani editore, p. 28.

[3] Morello P. C. (2016), Macchia, autobiografia di un autistico, Milano, Salani editore, p. 18.

[4] Grandin T. (2011), Pensare in immagini, Trento, Erikson, p. 42.

[5] Grandin T. (2011), Pensare in immagini, Trento, Erikson, p. 49.

[6] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, pp. 11.

[7] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 11.

[8] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 63.

[9] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 11.

[10] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 177.

[11] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 24.

[12] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 45.

Le conseguenze

Abbiamo detto che questa tendenza a fuggire da una realtà avvertita troppo frustrante o dolorosa è presente anche in tanti ragazzi e adulti. Tuttavia questa istintiva, ma anche a volte voluta e ricercata decisione di fuggire dalla realtà, per trovare rifugio in un mondo tutto proprio, quando avviene in bambini molto piccoli comporta delle conseguenze molto più drammatiche, gravi e destabilizzanti, rispetto a quelle che possono essere vissute da dei ragazzi o dagli adulti.[1]

E ciò per diversi motivi.

!. I bambini molto piccoli sono privi delle capacità di omeostasi e di quelle efficienti difese presenti nell’Io dei ragazzi e degli adulti.

Per tali motivi reagiscono al dolore emotivo senza alcun filtro e, quindi, in modo molto più intenso e immediato.

2. I bambini molto piccoli possiedono conoscenze minime del mondo nel quale si ritrovano a vivere e hanno uno sviluppo psichico fragile e immaturo.

Pertanto quando fuggono, per un qualunque motivo, da un ambiente avvertito come intollerabile, si ritraggono dal mondo ancor prima che la loro umanità possa realmente venire alla luce.[2] In questa condizione non possono trovare in se stessi qualcosa di diverso che non sia la loro povera, instabile e fragile realtà del momento. Non possono certamente sperare di trovare, anche solo con la fantasia, in qualche altro luogo, in un’altra casa o in un’altra famiglia, quella serenità, quella pace e calore che cercano e sono indispensabili al loro sano sviluppo. Cosa che invece possono fare i ragazzi più grandi e, ancor meglio, gli adulti.

3. La personalità dell’essere umano si struttura e si espande soltanto mediante un proficuo e costante contatto con gli altri.[3]

La prima infanzia non è altro che un graduale processo di costruzione della realtà. La consapevolezza di essa sorge gradualmente, mediante innumerevoli esperienze positive che provengono dall’ambiente di vita del bambino,[4] pertanto la maturazione e l’arricchimento della personalità degli esseri umani, che avverranno per gradi, si attuano prevalentemente mediante il dialogo e le relazioni con gli altri. Solo dai rapporti positivi con le persone care che abbiamo accanto a noi, riusciamo ad ottenere la serenità, le attenzioni, le cure e il dialogo necessari a sviluppare tutte le capacità umane, geneticamente presenti. Per tale motivo, nel momento in cui dei bambini molto piccoli istintivamente si estraniano dalla realtà per chiudersi in se stessi, il loro Io non avrà più la possibilità di crescere e svilupparsi normalmente e armoniosamente, pertanto sarà costretto a rimanere non solo immaturo ma anche molto fragile e in preda alle emozioni più disparate.

 Ricorda Morello:

"Da piccolo non pensavo a cose mie e non credo di aver mai capito la differenza tra le cose mie e quelle degli altri. Quando ero piccolo, credevo di non esistere; pensavo di essere la coda della mamma e non capivo la sua continua insistenza perché facessi le cose a modo mio".[5]

Per tali motivi questi bambini, che si sono chiusi nel loro mondo interiore, avranno notevoli difficoltà ad affrontare in ogni momento le emozioni e le sensazioni sia interne sia esterne. Non potendo sviluppare le normali capacità di comunicazione e socializzazione, avranno difficoltà ad amare e farsi amare, saranno inadeguati ad accogliere e farsi accogliere, avranno notevoli problemi nell’accrescere in maniera equilibrata e armonica le proprie capacità comunicative, immaginative, intellettive e cognitive, sarà per loro difficile modulare in maniera corretta gli apporti sensoriali, avranno difficoltà a mettere ordine nelle idee e nei pensieri.

Per Bettelheim:

"Una volta che il bambino ha smesso persino di comunicare con gli altri, il suo Io si impoverisce: ciò in misura tanto maggiore quanto più dura il suo autismo e quanto meno sviluppata era la sua personalità nel momento in cui si è manifestato questo blocco della comunicazione".[6]

Anche per Franciosi:

"Le esperienze di reciprocità, nelle prime fasi della vita, favoriscono lo sviluppo e l’integrazione dei sistemi deputati alla processazione e alla modulazione delle emozioni e gettano le basi per la futura capacità del bambino di connettersi e sintonizzarsi con altri esseri umani".[7]

E De Rosa:

"Tutto questo l’ho scritto per indicare e per illustrare che l’autismo non è solo una condizione: è esso stesso un trauma. Ogni limite che riduce la nostra capacità di gestire la realtà ci allontana dalla vita e diviene quindi un terrore di morte".[8]

4.      Il costante stato d’immaturità, nel quale vivono i bambini chiusi nel loro autismo, impedisce lo sviluppo di quei meccanismi compensatori e di difesa, presenti nei soggetti più maturi.

Per tale motivo questi bambini saranno facile preda della tristezza e dell’angoscia, saranno costretti a soccombere alle ansie e alle paure, che potranno espandersi nel loro Io, senza incontrare difese efficaci e mature. Pertanto con facilità potranno svilupparsi nella loro mente instabilità, caos e confusione. In definitiva questi bambini, bloccati e limitati nel loro sviluppo affettivo e mentale a dei livelli primitivi, tenderanno a reagire in maniera insolita, eccessiva e sproporzionata, ogni qualvolta saranno stati costretti ad affrontare esperienze, sensazioni ed emozioni nuove e diverse che, a noi adulti, possono apparire semplici e banali o con modeste e accettabili cariche di ansia e frustrazione. Infine, si accentueranno in loro sia la fragilità psichica sia l’insicurezza emotiva.

5. Poiché nei casi più gravi l’allontanarsi dalla realtà può riguardare tutto e tutti, questi piccoli non avranno quasi alcuna reazione nei confronti dell’ambiente che li circonda.

In tali condizioni cercheranno di evitare anche di agire, poiché fare qualcosa potrebbe comportare delle reazioni negative da parte dell’ambiente circostante. Inoltre se questi bambini pensano che quello che succede, per qualche motivo, possa essere colpa loro, quanto più credono di essere loro stessi i responsabili di eventi generatori di effetti sgradevoli, tanto meno agiranno,[9] mentre aumenterà sempre più la loro insicurezza e la loro instabilità psichica.

6. Per le famiglie, l’assenza o l’inadeguatezza di risposte emotive appropriate nei propri figli sarà un’esperienza molto penosa e frustrante.

Mancherà ai genitori la gioia e la gratificazione che nascono dalle relazioni affettive che s’instaurano con i propri bambini. I baci, le carezze, gli abbracci e le parole d’amore che i piccoli spesso rivolgono ai genitori sono, per questi ultimi, fonte di gratificazione, piacere e gioia e servono a mantenere e rinforzare il legame tra loro.[10] Ciò, a sua volta, servirà a migliorare la comunicazione genitori – figli, controbilanciando efficacemente la fatica e le preoccupazioni necessarie per allevarli. Quando purtroppo da parte dei figli viene attuata una fuga da queste fondamentali relazioni, può sopraggiungere nei genitori una consequenziale difficoltà relazionale, mentre il dialogo vero e profondo, a causa dell’accentuarsi dell’ansia e delle preoccupazioni, tenderà a peggiorare sia in quantità sia in qualità.

In definitiva, nel momento in cui i bambini si chiudono in se stessi, i loro problemi psicologici, piuttosto che diminuire, aumenteranno, poiché cresceranno in loro la diffidenza, l’ansia e la paura nei confronti di ogni stimolo proveniente dall’esterno ma anche dall’interno della loro mente e del loro corpo. Anzi, se vi era stata inizialmente una crescita normale, la chiusura che questi bambini sono costretti ad adottare, tenderà a impoverire e a destrutturare gradualmente la loro fragile e immatura personalità, per cui, anche se avevano già acquisito una qualche forma di linguaggio o qualche altra competenza, ad esempio, nel campo dell’autonomia personale e sociale, a causa del severo deficit presente nel loro sviluppo affettivo-relazionale che si è instaurato ed essendo vittime di processi regressivi, rischieranno di perdere anche queste competenze.

Bettelheim descrive molto bene questo circolo vizioso nel quale si trova invischiato il bambino piccolo che si chiude in se stesso:

"Una persona profondamente angosciata può tentare di trovare un minimo di sicurezza riducendo dapprima il suo contatto con un mondo che, per l’appunto, la angoscia troppo. Nei casi più gravi può evitare del tutto tale contatto, perdendo ogni fiducia nelle proprie possibilità di trattare con gli altri esseri umani. Se il suo ritiro non è soltanto temporaneo, il soggetto può essere preso in un circolo vizioso nel quale l’angoscia lo porta ad allontanarsi dalla realtà e l’isolamento induce in lui un’angoscia ancora maggiore e quindi, in definitiva, un ritiro ancora più massiccio. A questo punto non fa più molta differenza che l’angoscia sia provocata da pericoli reali o immaginari oppure da processi psichici interni". [11]

Per Franciosi:

"D’altra parte, è quotidianamente sotto gli occhi degli esperti, clinici e genitori, quanto la disregolazione emotiva rappresenti uno dei fenomeni che meglio descrive l’esperienza autistica e quanto peso ha il ruolo giocato dalle risposte emotive disadattive e dai disturbi emotivi nella vita e nella salute mentale delle persone con autismo".[12]

Questo distacco e questa chiusura verso il mondo esterno, ma anche quest’alterazione e fragilità dell’Io, possono presentarsi in forme e gravità diverse.

In alcuni casi, come in Marco, un bambino di tre anni, che ancora non parlava, era presente intensa paura e sfiducia, con conseguente allontanamento e atteggiamenti di difesa non solo nei confronti di tutte le persone estranee ma anche verso i compagni di scuola, gli insegnanti e persino verso il papà e i nonni paterni. Rimaneva in lui soltanto un legame, un attaccamento, nettamente patologico e simbiotico, nei confronti della figura materna. Questa, pur non essendo in quel momento una figura amata, rappresentava per il piccolo la sua unica, possibile e parziale ancora di salvezza, alla quale aggrapparsi per difendersi e trovare un minimo di controllo emotivo, nei confronti delle paure e delle emozioni terrifiche che lo attanagliavano. Pertanto si avvinghiava fisicamente a lei, alla presenza di altre persone, rifiutando di essere lasciato nei locali della scuola materna e in tutti gli altri luoghi che non fossero la sua casa.

In questi casi Marco, anche se male, aveva ancora qualche possibilità di reagire all’ambiente, mediante le sue richieste e i suoi rifiuti e, se non accontentato, anche mediante le sue manifestazioni di rabbia, poiché riusciva a collegare la sua angoscia e la sua conseguente reattività e aggressività con il mondo esterno, con il quale restava in contatto, anche se in modo parziale.[13] Invece, nei bambini con sintomi più gravi di autismo, questo distacco può riguardare tutte le persone, compresi i genitori i quali sono soltanto “utilizzati” per raggiungere i propri scopi e i bisogni essenziali, come il mangiare, il bere o l’essere puliti.

 
 
 


[1] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Garzanti, Milano, p. 12.

[2] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Garzanti, Milano, p. 17.

[3] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Garzanti, Milano, p. 64.

[4] Winnicott D. W. (1973), Il bambino e la famiglia, Firenze, Giunti – Barbera, p. 136.

[5] Morello P. C. (2016), Macchia, autobiografia di un autistico, Milano, Salani editore, p. 13.

[6] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Milano, Garzanti,p. 32.

[7] Franciosi F. (2017), La regolazione emotiva nei disturbi dello spettro autistico, Pisa, Edizioni ETS, p. 41.

[8] De Rosa F. (2014), Quello che non ho mai detto, Cinisello Balsamo, San Paolo, p. 74.

[9] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Garzanti, Milano, p. 31.

[10] Bowlby J. (1988), Dalla teoria dell’attaccamento alla psicopatologia dello sviluppo,  in Rivista di Psichiatria , vol. 23, n°2, giugno.

[11] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Garzanti, Milano, p. 57.

[12] Franciosi F. (2017), La regolazione emotiva nei disturbi dello spettro autistico, Pisa, Edizioni ETS, p. 18

[13] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Milano, Garzanti, p. 57.