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L'evoluzione della chiusura autistica

 

 

L’evoluzione in senso positivo della chiusura autistica è resa più facile e completa o più difficile e parziale, in conformità a molteplici condizioni: la profondità e la gravità del ritiro autistico; l’età del bambino, ma soprattutto sono importanti la capacità e la disponibilità nel mettersi in gioco delle persone che sono vicine a questo bambino, così da impegnarsi a modificare in maniera sostanziale l’ambiente di vita nel quale si muove e si relaziona il minore.

Il mascheramento e la dissimulazione

Alcuni soggetti con autismo pur non abbandonando la chiusura autistica, riescono a nascondere la loro realtà interiore e utilizzano, come fossero dei mascheramenti, dei comportamenti che pensano possano essere più efficaci o socialmente meglio accettati. La Williams, ad esempio, utilizzava nel tempo due personaggi diversi: Carol e Willie. Questi due personaggi presentavano caratteristiche diverse: Carol incarnava la fuga dalle paure, mentre Willie era la personificazione esteriore di lotta alle paure.[1]

 Anche in alcuni nostri pazienti abbiamo potuto constatare lo stesso intento di mascherare la loro condizione di autismo, presentandosi, nei rapporti con gli altri, con degli atteggiamenti che nascondevano molto bene la loro vera realtà interiore. Questi pazienti riuscivano a presentarsi come dei bambini o giovani allegri, sorridenti e, soprattutto, molto socievoli. Esattamente l’opposto di quello che ci si aspetterebbe da soggetti con autismo. Altri si presentavano autorevoli e sicuri di sé, come fossero persone mature e responsabili, mentre in realtà erano psicologicamente molto piccoli, fragili e indifesi. Questi camuffamenti riescono a volte a trarre in inganno gli operatori, inducendoli ad effettuare, nei loro riguardi, delle diagnosi che nulla hanno a che fare con l’autismo.

I tentativi autonomi di uscire dall’autismo

A causa della notevole plasticità cerebrale, così come vi è sempre la possibilità di una regressione a livelli inferiori di sviluppo cognitivo, emotivo e affettivo, allo stesso modo vi è, per questi soggetti, la possibilità di raggiungere progressivamente dei livelli superiori di capacità relazionali, emotive e intellettive. Rimane quindi in loro, anche se latente, la capacità di riacquistare quella serenità, fiducia, maturazione ed equilibrio momentaneamente perduti.

In alcuni casi, come nella Williams, lo stimolo a cercare di uscire dalla condizione di autismo, era dato dalla sfida che la donna aveva intimamente ingaggiato con la madre e con il fratello maggiore, che sembravano gioire della sua patologia:

Sarei stata felice di “lasciar perdere” e ritirarmi nel mio mondo personale, se non fossi stata sicura che mia madre e mio fratello maggiore sembravano fiorire sulla mia diversità e la mia incapacità di stare al passo. Il mio odio e il mio senso dell’ingiustizia erano la forza che mi spingeva a dimostrare che sbagliavano.[2]



[1] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p.129.        

[2] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 52.

Gli interventi dei genitori

Attuazione di una modalità relazionale adeguata

Per quanto riguarda i comportamenti dei familiari, nel momento in cui questi hanno chiara la diagnosi effettuata sul figlio, in alcuni casi sono i genitori stessi, senza alcun aiuto o indicazione esterna, che attuano una modalità relazionale più adeguata, dialogante, affettuosa, attenta e responsabile, capace di riportare alla normalità un bambino con chiari segni di autismo.

La madre di Federico, di cinque anni ne è un esempio. La donna, accortasi della presenza nel figlio di chiari sintomi di autismo, confermati tra l’altro da un neuropsichiatra infantile, si attivò prontamente e, soprattutto, personalmente nel dare al proprio bambino, mediante degli atteggiamenti e delle cure particolarmente dolci e tenere, quella tranquillità e serenità che Federico aveva momentaneamente perduto e delle quali aveva assolutamente bisogno, per poter ritornare ad avere fiducia negli altri e nel mondo e così abbandonare la chiusura autistica riprendendo la sua crescita affettivo-relazionale, momentaneamente interrotta.

In pochi anni, senza far effettuare al figlio alcuna terapia abilitativa o riabilitativa, questa madre riuscì ad ottenere dei miglioramenti così vistosi e completi che quando venne da noi, per avere confermata o smentita la diagnosi che era stata fatta anni addietro al suo bambino, non avendo osservato in quel momento alcun sintomo della patologia pregressa, né altri disturbi psicologici di una certa rilevanza, rimandammo a casa lei e il figlio, senza prenderli in carico e quindi senza effettuare interventi di alcun tipo. Demmo alla madre un unico consiglio: continuare a comportarsi con Federico, così come aveva fatto fino a quel momento.

Non sappiamo quanti siano i casi come quello di Federico, poiché è raro che un genitore vada da uno specialista per avere la conferma della risoluzione di un problema, temiamo però che non siano molti. Purtroppo pensiamo che invece siano più frequenti altri tipi di comportamenti.

La negazione delle cause ambientali

Molti genitori tendono a negare a se stessi e agli altri che, in un certo periodo anche molto breve, per uno o più motivi, si sia creato attorno al bambino, un ambiente relazionale talmente negativo e difficile, da indurlo alla chiusura. In questi casi per i familiari appare molto più agevole dare la responsabilità di quanto accaduto a elementi esterni, di tipo genetico o organico, come l’aver effettuato al figlio le vaccinazioni prescritte o l’aver dato degli alimenti non idonei. Questa negazione può riguardare i genitori, i quali è come se dicessero a se stessi: ‹‹Mio figlio è nato così, ha questo handicap che fa soffrire tutti noi, ma non possiamo fare altro che cercare di attenuare i suoi comportamenti problematici e migliorare le sue scarse capacità sociali, relazionali, intellettive e cognitive, utilizzando tutti i tipi di terapie educative e rieducative che conosciamo o che ci vengono indicate dagli specialisti››.

Il negare la presenza di un possibile problema ambientale, coinvolge spesso anche la società nella quale viviamo. È come se questa proclamasse a gran voce: ‹‹Anche se non sappiamo bene cosa succede e perché succede, le cause dell’autismo devono essere necessariamente di natura genetica o organica. L’ambiente di vita non ha certamente alcuna influenza sulla patologia di questi bambini e, chi afferma il contrario, vuole soltanto colpevolizzare i loro genitori e familiari, soprattutto le madri. Pertanto la società deve soltanto attivare i servizi socio- sanitari, al fine di assistere questi soggetti, dalla culla alla tomba, cercando di migliorare i loro inguaribili deficit utilizzando le terapie educative e riabilitative che in quel determinato momento appaiono più valide e opportune››. Tuttavia: ‹‹Pensare ancora che la dimensione affettiva chiami in causa necessariamente una colpevolizzazione delle madri, significa misconoscere gli sviluppi della scienza in ambito evolutivo ed eludere la fatica di revisionare le patologie in base alle nuove conoscenze››.[1]

 

 

La colpevolizzazione del bambino

Un altro modo ancora peggiore di affrontare il problema, è quello di colpevolizzare il bambino stesso, giudicandolo come cattivo, capriccioso e noioso, oltre che stupido. Un bambino che ama far disperare i suoi genitori e tutti gli adulti che hanno a che fare con lui, un bambino che non vuole crescere, non vuole imparare, non vuoleubbidire. Un figlio che in tante occasioni: a casa, a scuola, in pizzeria o nelle feste, ama mettere in imbarazzo le persone che hanno cura di lui.

Per fortuna vi sono dei genitori più responsabili e attenti che, affiancati da un operatore sensibile e attento alle problematiche psicologiche di questi bambini, riescono ad instaurare con i loro figli una relazione particolare, fatta di grande accettazione e profondo rispetto della realtà interiore di essi. Quando si rendono concrete queste due condizioni, i bambini con disturbi autistici riescono rapidamente a fare a meno di quelle difese arcaiche, rappresentate da muri, porte o cupole, che essi avevano messo in atto per difendersi nei confronti del mondo e sono pronti a iniziare un rapido cammino di crescita affettiva ed emotiva, che li può condurre alla piena normalità.

Crediamo pertanto che sia giunto il momento di guardare in faccia la realtà e non più nascondere la testa sotto la sabbia. Poiché solo avendo come obiettivo primario non la lotta ai singoli variegati sintomi, ma la diminuzione della grave sofferenza interiore esistente nei bambini che presentano questa patologia, mediante un’efficace relazione con essi, abbiamo la possibilità di incidere profondamente sul loro malessere, dando ai bambini stessi la concreta speranza di un armonico sviluppo.

Inoltre, nel momento in cui la società, nel suo complesso, avrà ben chiari i motivi che costringono questi bambini a isolarsi e difendersi dagli altri e dal mondo, utilizzando le difese più arcaiche e improduttive, sarà possibile mettere in atto una serie di attività volte a prevenire, in maniera razionale e incisiva, questa devastante patologia. Non possiamo, infatti, sottovalutare che l’autismo, pur manifestandosi in svariate forme, in modo sempre più frequente tormenta d’intensa e prolungata sofferenza i bambini che ne sono affetti ma anche le loro famiglie. E infine, come fare a non tenere in alcun conto o sottovalutare le spese necessarie che gravano notevolmente sui bilanci degli Stati, giacché, secondo l’Osservatorio Nazionale Autismo, in Italia oggi si pensa che addirittura un bambino su settantasette, potrebbe essere definito come bambino con sindrome autistica?

 
 
 


[1] Di Renzo M.  Bianchi  F. di Castelbianco, (2012), “Come uscire dall’autismo”,  in Famiglia oggi, N° 2.