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Ansia e angoscia nel bambino con sintomi di autismo

Autore: Emidio Tribulato

 

L’ansia e l’angoscia

Sappiamo che l’ansia può essere fisiologicamente presente in tutte le persone normali di ogni età. Più rara è l’angoscia nella quale sono presenti delle manifestazioni somatiche, talvolta particolarmente vistose, come un senso di oppressione toracica.[1] Altrettanto noto è che queste due emozioni tendono ad accentuarsi nei bambini e negli adulti che presentano disturbi psicologici. Anzi, spesso, la loro gravità è direttamente proporzionale all’intensità di questi disturbi. Di conseguenza l’Io del soggetto è stimolato continuamente a utilizzare uno o più meccanismi di difesa, per cercare di gestirle e contenerle.

Poca attenzione si pone invece al fatto che queste due emozioni sono tra le più importanti componenti emotive presenti nei soggetti con disturbi dello spettro autistico. In questi, gli episodi di angoscia sono talmente gravi e costanti, da far dire a Rodríguez, citato da Bettelheim:

"Penso che l’intensità dell’angoscia del bambino autistico sia del tutto simile a quella causata dall’imminenza della morte". [2]

Anche la Grandin, non è da meno:

"Gli attacchi d’ansia più leggeri mi sollecitavano a scrivere pagine e pagine nel mio diario, mentre quelli più gravi mi paralizzavano e mi facevano desiderare di rimanere a casa, per paura che mi venisse un attacco in pubblico". [3]

E ancora la stessa autrice:

"Fin dalla pubertà avevo vissuto paure e ansie costanti, accompagnate da forti attacchi di panico, che si presentavano a intervalli variabili, da poche settimane a diversi mesi. La mia vita si basava sul fatto di evitare le situazioni che potevano scatenare un attacco di panico".[4]

Morello, un giovane con autismo, scrive:

"Voglio avventurarmi a parlare di continui, snaturali carichi di ansia in mare mosso da violento sciame di suoni fin da piccoli".[5]

De Rosa, un altro giovane con autismo, così descrive l’angoscia che provava:

"L’angoscia stessa rimaneva chiusa dentro di me perché non avevo modo di comunicarla. Ricordo che quando questa angoscia raggiungeva il limite, aprivo un cassetto in cucina, prendevo i cucchiai e correvo in salotto a lasciarli cadere per terra. Il rumore del metallo dei cucchiai sul marmo del pavimento era forte, disarticolato, sinistro, inquietante. Avevo trovato un suono, o forse a livello più basso un rumore, che esprimeva e comunicava la mia angoscia come una parola".[6]

E Franciosi:

"Il livello di allerta ansiosa è sempre dietro l’angolo, pronto a inondare la persona anche in assenza di richieste ambientali".[7]

Nei soggetti con sintomi di autismo l’ansia può nascere per motivi importanti come quelli descritti da De Rosa:

"E quando vi perdo (si riferisce ai genitori) entro in una sorta di panico perché ritorno al grande trauma della mia infanzia, di quando non capivo nulla del mondo intorno a me, non riuscivo a far capire niente di me e vivevo totalmente in balia dell’incomprensibile".[8]

La Grandin, una donna con autismo che lavorava come veterinaria, scrive: 

"Nel mio lavoro sono in grado di gestire le situazioni nuove, ma di quando in quando mi prende il panico se le cose vanno storte (…) se non sono preparata per una nuova situazione, soprattutto quando viaggio all’estero dove non conosco la lingua e non posso comunicare".[9]

Tuttavia i motivi che possono far scaturire l’ansia possono essere strani e apparentemente futili.

De Rosa racconta:

"Quando ero bambino quest’ansia si manifestava, per esempio, nelle crisi emotive che subivo per strada quando c’era da tornare indietro. I miei genitori impararono che se si faceva una passeggiata, poi bisognava recuperare il punto di partenza con un ampio giro. Io non potevo semplicemente fare in senso inverso la strada fatta all’andata perché mi sarei buttato a terra a piangere e urlare".[10]

Nei soggetti con sintomi di autismo sono presenti tutte le tipologie di ansia che conosciamo. La caratteristica che la contraddistingue, rispetto ai soggetti normali o con lievi turbe psicologiche, è la gravità, per cui l’ansia arriva spesso all’angoscia e agli attacchi di panico. Altra caratteristica è data dalla frequenza, per cui l’ansia, nella vita di queste persone, è quasi una costante.

Ma cosa comporta per questi bambini, adolescenti o adulti, con tale patologia vivere incessantemente condizionati da una situazione di ansia così grave e costante?

L’ansia grave e costante limita tutte le capacità dell’individuo.

L’ansia è una barriera alla partecipazione sociale. Quando si è preda di un’intensa ansia è difficile parlare, spiegare, capire. Altrettanto difficile è programmare qualcosa.[11] Per tale motivo, per chi ne soffre, è difficile, se non impossibile, affrontare in maniera adeguata ogni attività che si propone di effettuare o che viene richiesta. Non importa se di tipo scolastico, familiare, sociale o lavorativo. Queste difficoltà sono più evidenti nelle occupazioni che richiedono discernimento, controllo e attenzione, come il relazionarsi con qualcuno, l’ascoltare, il parlare, il ragionare e l’apprendere. Cosicché l’ansia grave non solo può impedire l’apprendimento del linguaggio ma, anche quando esso è presente, può alterarlo nella forma e nel contenuto. Allo stesso modo può impedire l’apprendimento della lettura, della scrittura e dei vari contenuti culturali che sono proposti.

Un esempio di ciò l’avemmo qualche tempo fa quando fu inviata al nostro centro, per effettuare una terapia specifica Luisa, una bambina di nove anni, con diagnosi di dislessia. La madre era separata dal marito e impediva alla figlia di vedere il padre, poiché lo giudicava un poco di buono. Tuttavia la bambina aveva un grande desiderio di incontrare ed essere vicina a quest’uomo. La bambina presentava, oltre che notevoli difficoltà nella lettura e nella scrittura, anche importanti disturbi psicologici che si manifestavano con manierismi verbali e nel comportamento, chiusura, timidezza, paure e fobie, presenza di comportamenti infantili, incubi notturni. Dopo qualche mese la madre ci riferì della soddisfazione delle insegnanti, le quali avevano notato con gioia e stupore che la bambina finalmente aveva iniziato a leggere. Visto il successo che avevamo avuto con Luisa, nei mesi successivi le stesse insegnanti ci inviarono altri bambini che avevano difficoltà nella lettura e nella scrittura, certi che la nostra particolare metodologia per curare le problematiche dell’apprendimento, avrebbe avuto successo anche in quei casi.

Ebbene, nel programma rivolto a Luisa non vi era stato alcun momento dedicato all’apprendimento della lettura e della scrittura! Le uniche attività nelle quali la bambina era coinvolta consistevano nel partecipare con piacere e gioia ai giochi che lei proponeva e ascoltare i suoi problemi.

Poiché l’ansia è particolarmente grave nei bambini con disturbi dello spettro autistico, le loro parole, quando queste sono presenti, i loro ragionamenti e i loro comportamenti sono dettati più dall’impulso del momento che non da un ragionamento sereno e obiettivo della realtà. Per tale motivo gli errori e le incongruenze sono frequenti e ciò peggiora il rapporto che essi instaurano con le persone presenti nell’ambiente familiare, sociale o scolastico. Il che comporta anche un peggioramento dell’autostima.

L’ansia grave impedisce all’attenzione di permanere per il tempo necessario ad effettuare alcune attività più complesse, come disegnare.

In alcuni casi quando si chiede di effettuare un disegno ai bambini con sintomi di autismo, nel quale è presente un’ansia notevole, ci si accorge che essi riescono soltanto ad effettuare degli scarabocchi. 

L'ansia grave permette di produrre solo degli scarabocchi.

Solo quando l’ansia interiore diminuisce, riescono a mettere ordine nei loro pensieri in modo tale da poter controllare meglio la loro motricità fine.

Morello, un giovane con autismo, descrive così le sue difficoltà dovute all’ansia:

"Il mio limite sta nell’ansia di dovermi troppo spesso specchiare nel dubbio e nel sospetto. Ansia è precipitare in disconnessione da me stesso. L’elemento più paralizzante è per me la mancanza di percezione del significato".[12]

Ed è per tale motivo che crediamo sia assolutamente inutile e fuorviante sottoporre tali bambini ai test intellettivi o cognitivi, poiché i risultati sarebbero sicuramente inquinati dalla presenza di questa emozione. Cosicché se un bambino manifesta un insuccesso, non si può in alcun modo essere certi che gli manchi la capacità di portare a termine il compito. Il suo insuccesso potrebbe essere stato causato, oltre che da una carenza motivazionale, da un elevato livello di ansia dovuto ai suoi problemi del momento.

Un esempio di quanto abbiamo detto, l’abbiamo evidenziato in Antonino, un ragazzo di dieci anni con sindrome autistica ad alto funzionamento, il quale, così come avviene spesso in questa patologia, aveva focalizzato in quel periodo la sua attenzione su un particolare soggetto: le auto. Pertanto inizialmente, nel disegno libero che amava fare, quando l’ansia era notevole, riusciva a malapena a disegnare solo una parte di un’auto. Già dopo pochi minuti, stanco e stressato nel cercare di attivare, per un tempo per lui notevolmente lungo, l’attenzione sul soggetto prescelto, smetteva esausto, senza riuscire a completare il disegno.

Soltanto dopo qualche tempo, con il miglioramento del suo stato psicologico generale, riuscendo meglio a controllare l’ansia che pervadeva la sua mente, riusciva a completare, nella stessa seduta, il disegno che si era proposto di realizzare.

Disegno assolutamente incompleto a causa dell'ansia notevole.

 

 

 

 

Il miglioramento dell'ansia permette al bambino di migliorare il disegno, colorandone qualche parte.

 

Solo quando i vissuti interiori del bambino sono nettamente migliorati egli riesce a completare il disegno.

 

L’ansia grave altera il linguaggio e la comunicazione.

Le capacità nella comunicazione e nel linguaggio sono strettamente connesse alla serenità interiore e quindi alla presenza o meno dell’ansia. Un esempio di ciò l’abbiamo nei due racconti effettuati da Francesco, un bambino di nove anni con sindrome di Asperger. Come si può ben vedere, inizialmente, quando l’ansia era notevole, il linguaggio del bambino appariva frenetico, spezzato, poco chiaro e molto ripetitivo.

L’elefante e il pappagallo

‹‹C’era una volta un elefante che era stato abbandonato da un ragazzo giovane. Era senza genitori e decise di andare da un padrone che non c’era. Si chiamava Bernardo. “Questa casa è davvero in disordine” pensò il piccolo elefante. Bernardo era a caccia, ma l’elefantino non lo sapeva, va a vedere e camminava e non lo trova, torna e non lo trova. “Chissà dove sarà? È a caccia. È meglio che bisognerebbe tornare” disse l’elefantino. I genitori non c’erano. L’elefantino va di nuovo per tutta la città, ma non trova nessuno. Torna a casa, aspetta, aspetta ma Bernardo non torna. L’elefantino si sta annoiando, sente l’orologio ma Bernardo non torna. “Quanto ci metterà?”. Va di nuovo a controllare per tutta la città. Va dove vendono gli elefanti e gli chiedono se vuole essere comprato per fare la pelle di tamburo››.

Elefantino: ‹‹Non c’è mio padre?››.

Venditore: ‹‹Dov’è?››.

Elefantino: ‹‹Non saprei!››.

Venditore: ‹‹Allora devi essere venduto perché non hai i genitori, sarai costretto…››.

Elefantino: ‹‹Quando tornerò a casa?››. (Vuole tornare, poverino!).

Mentre aspetta un pappagallo gli chiede: ‹‹Perché sei qui?››.

Elefantino: ‹‹I miei mi volevano vendere››.

Pappagallo: ‹‹Sono intelligente››.

Elefantino: ‹‹Perché?››.

Pappagallo: ‹‹Perché ti devono vendere››.

Elefantino: ‹‹Voglio andare via, non mi piace››.

Pappagallo: ‹‹È bello››.

Elefantino: ‹‹No, chiudi il becco, brutto pappagallo, se no ti frusto, te l’ho detto un miliardo di volte! Vuoi stare zitto?››.

Pappagallo: ‹‹Non posso››.

Elefantino: ‹‹Posso uscire?››.

Pappagallo: ‹‹Devi andare lì. Se vuoi andare via, chiedi al giudice. Ti dobbiamo addestrare››.

Elefantino: ‹‹Quando torno a casa?››.

Pappagallo: ‹‹Mai più perché c’è una sbarra››.

Elefantino: ‹‹Ma mi aspetta mio padre!››.

Pappagallo: ‹‹Perché non lo hai detto prima? Dobbiamo addestrarti e portarti allo zoo››.

Elefantino: ‹‹Che significa?››.

Pappagallo: ‹‹Ti dobbiamo frustare e mandare al circo. Ma visto che sei un elefante, perché sei qui? Non puoi scappare, manette e via per sempre. Ti tapperemo la bocca così non potrai più parlare››.

Elefantino: ‹‹Voglio andare via, testa di rapa! Perché non posso andare?››,

Pappagallo: ‹‹C’è il segnale››.

Elefantino: ‹‹Non c’è. Quanto vorrei tornare a casa. Cosa faremo?››,

Pappagallo: ‹‹Non ti faremo mangiare e visto che sei un brutto elefante dovremo addestrarti››,

Elefantino: ‹‹Che farò? Devo tornare a casa, devo bere››.

Pappagallo: ‹‹Allora bevi la minestra››.

Elefantino: ‹‹Non bevo la minestra››.

Pappagallo: ‹‹E acqua?››.

Elefantino: ‹‹È il mio cibo preferito››.

Pappagallo: ‹‹Non è un cibo, è bevanda››.

Elefantino: ‹‹Perché non c’è gente?››.

Pappagallo: ‹‹Sono stati portati via e questa è la tragedia››.

Elefantino: ‹‹Quando tornerò?››.

Pappagallo: ‹‹Tutta la gente e i bambini sono andati via››.

Elefantino: ‹‹Perché?››.

Pappagallo: ‹‹Se lo chiedi alla polizia lo saprai. Sai cosa c’è qui? Accalappia animali e tu lì verrai spedito. È vero, non scherziamo. Non possiamo scherzare. Se vorrai andrai in prigione. Lì c’é un uomo, e la polizia che ha le manette per arrestarti. Fai meglio a nasconderti. Gravi conseguenze››.

Elefantino: ‹‹Che faremo?››.

Pappagallo: ‹‹Scappa. Dovrai aspettare che ti arresta››.

Il racconto continua sempre con le stesse caratteristiche strutturali e con gli stessi temi.

 

Diversa apparve, invece, l’organizzazione e la struttura del racconto un anno dopo, quando la condizione psicologica di Francesco era nettamente migliorata. Il tema era certamente truce ed erano ancora presenti alcune ripetizioni ma la minore ansia permise al bambino di eseguire una narrazione molto più agile, comprensibile, coerente e lineare.

Il fantasma spaventoso

‹‹C’era una volta un fantasma che era molto spaventoso e ogni notte veniva a spaventare le persone Queste persone non riuscivano a dormire e facevano brutti incubi. Loro pensano a cosa bisogna fare con questo fantasma: bisogna ucciderlo o mandarlo via? Poi la mattina le persone vanno a parlare col giudice e gli chiedono di far stare lontano il fantasma e far stare tranquille le persone. E lui dice: ‹‹Va bene, lo manderò via e così non tornerà mai più››. E finalmente le persone potranno dormire in santa pace. Però il postino suona una notte e dice che questo fantasma non se ne andrà più via. Un giorno sentono gli scricchiolii, poi sentono il fruscio del vento e sentono molti temporali. A un certo punto il fantasma arriva e va sopra le scale e le persone sentono dei passi e si spaventano e si nascondono sotto il letto in preda al terrore. Allora il fantasma bussa e le persone tremano dalla paura, lui entra e fa una risata molto spaventosa. Poi lui sente i rumori sotto il letto, arriva e apre la porta e prende le persone per il collo e le fa soffocare. Poi li porta via, prende un coltello con la sua mano e lo infilza dentro la testa delle persone. Poi attacca sul muro le teste con i chiodi e un martello. Dopo un po’ il fantasma se ne va nel villaggio per spaventare altre persone. Poi bussa alla porta e vede che non c’è nessuno, allora se ne va e vede qualcuno avvicinarsi come un’ombra scura e si spaventa, ma non c’è più tempo di scappare e allora il fantasma, in preda al terrore, cerca di scappare, ma ha le gambe deboli e non riesce a scappare. L’ombra si avvicina, lo prende con lui e lo porta a casa sua e lo chiude in un baule con un lucchetto. Poi il fantasma non riesce più a liberarsi, ma vuole uscire perché sta soffocando, perché dentro il baule non si respira. E allora riesce a liberarsi e va a casa di quel diavolo e mette un coltello dentro una lettera con una scritta. Poi se ne va e ritorna a casa sua, ma non riesce ad aprire la porta perché è chiusa. A un certo punto inizia una tempesta con temporali e fulmini che distruggono alberi, che poi vengono infuocati, ma non riesce più ad entrare e non sa più cosa fare. Sbatte cento volte la porta ma non riesce ad aprire, poi però gli viene l’idea di sfondare il vetro, così potrà entrare dentro la casa. Poi va a dormire; però vede qualcuno in lontananza dalla finestra, allora si nasconde sotto il letto, perché potrebbe anche essere una creatura mostruosa. Allora lui sigilla tutte le finestre e chiude tutte le tapparelle con un lucchetto per non farlo entrare. Mette i chiodi e poi sigilla tutto con un martello. Adesso è al sicuro. Poi il mostro ribussa, però non riesce a entrare. Poi se ne va dopo un po’ e dice: ‹‹Per fortuna che se n’è andato››. Poi va a dormire. Poi la mattina fa colazione e si accorge di qualcosa che non c’è più: le sue teste sono scomparse. Allora corre subito a vedere dove sono, ma non le trova. Allora fa colazione e poi va da qualche parte››.

L’ansia grave rende difficile o impedisce la comprensione.

Poiché i soggetti con sintomi di autismo sono continuamente impegnati a limitare, controllare e se possibile respingere l’assalto di questa emozione, così sconvolgente, difficile da gestire e governare, per loro è arduo interpretare correttamente le parole ascoltate o scritte, nonché le intenzioni, le espressioni del viso, i gesti e i comportamenti delle persone. Altrettanto difficile interpretare le immagini viste, i suoni ascoltati, le sensazioni avvertite. Di conseguenza, ad esempio, ascoltare semplicemente e soprattutto interpretare correttamente ciò che un adulto o un coetaneo dice o chiede, è per i bambini con sintomi di autismo particolarmente arduo e penoso. Così com’è molto complicato, se non impossibile, rispondere adeguatamente alle persone con le quali si relazionano, evitando di ferirle, infastidirle o annoiarle con delle parole o risposte inappropriate, ripetitive, insulse o poco coerenti.

Di conseguenza vivendo costantemente in apprensione e in allerta, questi bambini hanno difficoltà a giudicare la realtà con occhi sereni e obiettivi, dando a ogni cosa e ai tanti avvenimenti della vita la giusta dimensione e il corretto significato.

Pertanto, poiché i pericoli, le critiche e i comportamenti malevoli possono provenire da ogni cosa e da ogni persona, è facile che insorgano in loro delle patologiche impressioni di non essere compresi e accettati oppure di essere costantemente mal giudicati, criticati, rifiutati e anche perseguitati. Pertanto avvertono di essere costantemente in pericolo per ogni evento, anche il più frequente e naturale come può essere, nel caso di Federico, un ragazzo diciassettenne con sindrome di Asperger, la pioggia. Egli raccontava in questi termini la paura che provava ogni volta che pioveva: ‹‹Lo scrosciare della pioggia mi atterrisce soprattutto quando sono a letto. È come se da sotto il letto e da tutta la stanza potessero provenire delle presenze maligne, pronte ad assaltarmi e distruggermi››.

Poiché a causa dell’ansia diminuiscono le capacità di attenzione e concentrazione, scade anche il rendimento nella sfera cognitiva. Come conseguenza di ciò i bambini con sintomi autistici tendono a giudicare la maggior parte delle situazioni della vita, come troppo grandi e rilevanti per le proprie capacità e possibilità e quindi vi è in loro la tendenza a evitarle per il timore di non saperle affrontare. Anche perché, quando si decidono a farvi fronte, il loro impegno è esplicato in maniera talmente convulsa, affrettata e insicura che, dagli errori commessi, si convincono ancor più della loro incapacità.

Per i bambini in preda all’ansia costante, anche semplicemente giocare con i coetanei può diventare impossibile, perché significa coordinare le loro parole e i loro comportamenti con la realtà del momento ma, soprattutto, significa adeguarsi e collaborare con gli altri. Non riuscendo a fare ciò è frequentemente compromesso ogni tentativo d’integrazione e comunicazione sociale. Inoltre poiché il loro rendimento è incostante e non armonico, giacché è influenzato dalla tensione e dalle emozioni del momento, le loro capacità sono migliori in alcune situazioni e per alcune discipline, ma sono minori o totalmente assenti in altri momenti o in altre discipline.

L’ansia grave disturba i momenti di sonno e quelli dedicati al semplice riposo.

A causa degli incubi e dell’ansia grave questi bambini sono deprivati anche degli indispensabili momenti nei quali il corpo ha la possibilità di rilassarsi e la mente può riorganizzare le esperienze, le sensazioni e le emozioni che si sono vissute durante il giorno, eliminando quelle non importanti e fissando nella memoria a lungo temine solo quelle più utili alla persona. Anche per tale motivo, vivendo costantemente in una situazione d’emergenza, questi bambini si ritrovano in una condizione di facile irritabilità e stanchezza ma presentano anche più facilmente dei comportamenti oppositivi, reattivi e aggressivi.

L’apparente genialità

Se l’alterazione psichica non è eccessivamente intensa, alcuni bambini riescono a creare nella loro mente delle piccole, piacevoli, gratificanti nicchie, nelle quali riescono a eccellere (isole di abilità), utilizzando l’iperattivazione cerebrale frequentemente presente nei propri circuiti neuronali. Si ritrovano allora bambini e adulti con autismo che, per sfuggire all’angoscia che li opprime, giocano con i numeri e si divertono a risolvere rompicapi, espressioni e teoremi matematici molto complessi. Altri amano ricordare ed elencare i nomi e le caratteristiche degli animali esotici o di altri oggetti che hanno colpito la loro immaginazione: ad esempio, conoscono e sanno perfettamente descrivere le caratteristiche di molti dinosauri, riescono a disegnare le entrate e le uscite delle autostrade di una o più regioni d’Italia, sono capaci di ricordare molte targhe automobilistiche, conoscono il nome e sanno disegnare centinaia strumenti musicali.

Questo crearsi mentalmente degli impegni, o se volete delle isole, nelle quali gustare un minimo di piacere e gioia, è in realtà solo uno dei tanti espedienti che essi mettono in atto per cercare di difendersi dall’ansia, dalle paure e dalle tante gravi inquietudini delle quali soffrono. Anche perché, quando queste notevoli performance sono conosciute dagli altri e provocano il loro stupore, hanno la possibilità di provare un pizzico di gratificazione e di piacere interiore.

Quando frequentavo da studente il liceo classico, era presente nella nostra classe un compagno molto particolare e strano, che noi, allora, non riuscivamo a definire, ma che oggi sarebbe stato facilmente diagnosticato come affetto dalla sindrome di Asperger. Questo compagno s’isolava sistematicamente, sedendo da solo in un banco ai margini della classe, senza mai rivolgere la parola ad alcuno, ma anche senza rispondere, quando uno di noi gli rivolgeva la parola, se non con qualche semplice borbottio o al massimo con qualche monosillabo.

Quando questo particolare compagno di scuola era interrogato, era evidente la sua sofferenza nel dover parlare di fronte al professore e a tutta la classe: si torceva le mani per l’ansia e parlava con solo un filo di voce, in modo esitante e cantilenante. Quello che ci appariva il suo unico, piacevole passatempo, era scrivere numeri, equazioni e formule matematiche sul quaderno. Erano formule ed equazioni particolarmente complesse, per quello che noi, poco avvezzi alla matematica, potevamo comprendere. Le scriveva utilizzando una calligrafia minuta, anche se ben ordinata, come avesse paura di mostrarne il contenuto agli altri.

Poiché avevamo un professore di matematica alquanto pasticcione, quando questi, per spiegare alcune formule o teoremi, li scriveva sulla lavagna, mentre noi sonnecchiavamo, solo Carlo appariva attento e restava teso, come in allerta. Guardava la lavagna con la coda dell’occhio, ma tutti noi sapevamo che nulla di quello che il professore vi vergava sopra, sfuggiva alla sua osservazione. Infatti, ogni volta che il professore, vuoi per sbadataggine, vuoi per scarsa preparazione, commetteva qualche errore egli, senza mai interloquire apertamente, agitandosi nel banco ed emettendo degli inconfondibili mugolii, come fosse in preda ad un’acuta sofferenza, per quello che era costretto a leggere o al massimo indicando con il dito, faceva chiaramente comprendere al docente che nelle formule e nelle equazioni da lui scritte sulla lavagna, vi era qualche errore. Ogni volta che ciò accadeva, il professore entrava nel panico: rosso in viso, sudato e tremante, cancellava immediatamente gli ultimi numeri, cercando poi, mediante vari tentativi, di ricontrollare tutto il procedimento, per autocorreggere quanto aveva precedentemente scritto.

Il povero docente riusciva a respirare tranquillamente solo quando, guardando Carlo, lo vedeva, nuovamente tranquillo, ritornare alla sua occupazione preferita: scrivere le sue espressioni e le sue formule matematiche, molto più complesse di quelle che normalmente egli spiegava a noi. Naturalmente questo compagno di classe, almeno da parte nostra, non solo non era fatto segno di alcun atto di bullismo per il suo strano comportamento, ma anzi era costantemente corteggiato, poiché era la nostra unica ancora di salvezza, quando dovevamo affrontare e risolvere qualche compito di matematica particolarmente ostico!

 

Tratto dal libro di Emidio Tribulato: "Bambini da liberare - Una sfida all'autismo".


[1] Galimberti U. (2006), Dizionario di psicologia, Roma, Gruppo editoriale L’Espresso, Vol. 1, p. 130.

[2] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Milano, Garzanti, p. 43.

[3] Grandin T. (2011), Pensare in immagini, Trento, Erickson, p. 122.

[4] T. Grandin T, Pensare in immagini, Trento, Erickson, p. 70.

[5] Morello P. C. (2016), Macchia, autobiografia di un autistico, Milano, Salani editore, p. 59.

[6] De Rosa F. (2014), Quello che non ho mai detto, Cinisello Balsamo, San Paolo, p. 16.

[7] Franciosi F. (2017), La regolazione emotiva nei disturbi dello spettro autistico, Pisa, Edizioni ETS, p. 20.

[8] De Rosa F. (2014), Quello che non ho mai detto, Cinisello Balsamo, San Paolo, p. 50.

[9] Grandin T. (2011), Pensare in immagini, Trento, Erikson, p. 67

[10] De Rosa F. (2014), Quello che non ho mai detto, Cinisello Balsamo, San Paolo, p. 72.

[11] Morello P. C. (2016), Macchia, autobiografia di un autistico, Milano, Salani editore, p. 105.

[12] Morello P. C. (2016), Macchia, autobiografia di un autistico, Milano, Salani editore, p. 27.

 

Tratto dal libro di Emidio Tribulato: "Bambini da liberare - Una sfida all'autismo".