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Autismo e gioco libero autogestito

 

 

PREFAZIONE

 

Sul Disturbo Autistico, negli ultimi anni, si sono scritte diverse decine di migliaia di pagine tra libri ed articoli. Pagine dedicate a descrivere puntigliosamente ogni caratteristica di questa patologia, pagine per sviluppare tutte le possibili ipotesi patogenetiche, pagine per comprenderne lo sviluppo e per esporre le numerose proposte terapeutiche.

 

In ciò non vediamo nulla di male, anzi. La scienza, fin dai suoi primi albori, e durante tutto il suo sviluppo, non ha mai avuto e forse non avrà mai un pensiero unico. Essa progredisce proprio in quanto ogni studioso mette a disposizione di tutti le proprie osservazioni, le proprie esperienze, i propri studi e le proprie riflessioni e, quindi, mette a disposizione di tutti una sua verità.

 

A volte questa sua verità è originale e, quindi, appare in contrapposizione o in alternativa a quella degli altri, mentre in altri casi, i propri studi e le proprie ricerche servono soltanto ad aiutare e a meglio definire, chiarire e completare, le idee e le rilevazioni già presenti nell’ambito scientifico.

 

Purtroppo però, in questa nostra attuale società, caratterizzata spesso da atteggiamenti intolleranti in tutti i settori della vita civile, su questi disturbi si sono scatenati violenti contrasti tra i vari studiosi e tra le varie scuole, al fine di far prevalere, nell’ambito scientifico, una teoria rispetto ad un’altra, un piano terapeutico rispetto ad un altro. Ciò comporta per i giovani studiosi, ma soprattutto per le famiglie di questi bambini e per l’opinione pubblica in generale, un pessimo esempio di come la scienza non dovrebbe essere e di come gli studiosi non dovrebbero comportarsi.

 

A nostro parere le battaglie, tutte le battaglie, quando assumono l’aspetto di violenti scontri ideologici non servono ad una migliore comprensione e, quindi, non sono affatto utili al progresso della scienza, perché tendono a creare schieramenti contrapposti che confondono e scoraggiano, in quanto possono provocare un senso di impotenza, di fronte a una malattia ritenuta, a torto, incomprensibile. 

 

Pertanto, queste considerazioni, che scaturiscono dalle esperienze effettuate nella nostra vita professionale, non vogliono mettere in forse, né tantomeno tendono a smentire o sminuire le idee e le esperienze degli altri esimi studiosi della materia. Desideriamo soltanto offrire a tutti i lettori, ed in particolare ai genitori e agli operatori, alcune osservazioni e suggerimenti atti a meglio capire e, quindi, meglio affrontare, questa grave patologia. Insomma vorremmo che queste note fossero soltanto una piccola luce che, unita alle altre, potesse maggiormente illuminare il cammino della scienza, per meglio far riflettere, per meglio far capire e, quindi, per meglio far operare.

 

Ci siamo chiesti allora chi è il bambino con Disturbo Autistico? Cosa prova dentro il suo animo? Cosa ci chiede? Cosa cerca da noi adulti “normali”?

 

L’immagine che si ha dell’altro è, infatti, fondamentale in ogni tipo di relazione, in quanto condiziona in maniera notevole ogni nostro comportamento.

 

Ebbene, se del bambino con Disturbo Autistico abbiamo l’immagine che, attualmente, è quella prevalente, di un soggetto con una grave, gravissima disabilità il quale, per motivi genetici, per malattie intercorrenti, a causa di un deficit a livello neurologico o per un’altra delle tante cause neurobiologiche ipotizzate, ha una serie di deficit che condizionano la sua interazione sociale, la comunicazione ed il comportamento, per cui ha bisogno di particolari stimoli e strumenti atti a migliorare questi suoi limiti, allora ci attiveremo e comporteremo di conseguenza: insisteremo nei tentativi di educarlo, fino allo sfinimento, nostro e suo, affinché impari a parlare e a comunicare con noi e con i suoi coetanei; ci impegneremo affinché apprenda le buone maniere, e, soprattutto, cercheremo di fargli comprendere che vi è un tempo per ogni cosa, così che capisca che non bisogna fare capricci nel vestirsi, nel lavarsi, nell’andare a scuola, perché i capricci non pagano; gli insegneremo, naturalmente, che è assolutamente da evitare che egli si faccia del male o che faccia del male a qualcuno. Insomma, impegneremo il nostro tempo e le nostre migliori energie affinché impari a diventare un bambino buono, bravo, colto e intelligente, come dovrebbe essere ogni bambino, così da dare le giuste e meritate soddisfazioni ai suoi genitori e ai suoi insegnanti.

 

Se invece, come noi pensiamo, quello che abbiamo di fronte è un bambino il quale, soprattutto per motivi vari legati alla sua storia personale e al suo ambiente di vita, ha un animo lacerato e ferito, se riusciamo, almeno in parte, a comprendere cosa significa per questo bambino vivere, giorno dopo giorno, notte dopo notte, immerso in una realtà spaventosa, truce e insicura, che gli procura sofferenze indicibili, fatte da ansie e angosce insopprimibili, fatte di rabbia e aggressività verso se stesso ed il mondo che lo circonda, se riusciamo ad immaginarlo e avvertirlo come un piccolo essere umano, preda di conflitti interiori difficilmente risolvibili e controllabili, allora, ne siamo certi, capiremo di più e meglio. E, capendo, il nostro atteggiamento nei suoi confronti non potrà che essere diverso, molto diverso rispetto a quello consueto e, attualmente suggerito da parte di molti studiosi.

 

Questo atteggiamento differente non potrà che stimolarci ad un impegno personale e sociale nel cercare le migliori strategie possibili, al fine di prevenire questa patologia e, nei casi nei quali non siamo riusciti a fare ciò, ci impegnerà ad intervenire per diminuire la sua angosciosa sofferenza.

 

È da queste considerazioni che è nata la terapia che proponiamo. Una terapia che mette al centro del problema non i sintomi del bambino ma le sue ansie e le sue sofferenze. Ed è ad esse che si rivolge questo approccio terapeutico, con lo scopo di diminuirle progressivamente fino ad ottenere una piena liberazione, che permetta al bambino di intraprendere un sereno cammino di crescita e maturazione.

 

 

 

 

 

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