21 Giu Tre libri per la prevenzione e la terapia della chiusura autistica
Autismo e Gioco libero Autogestito

Nel primo, del 2013: ‹‹Autismo e Gioco Libero Autogestito – Una nuova prospettiva per comprendere e aiutare il bambino autistico››, avevamo descritto com’era nata, mediante l’osservazione dei bambini che erano portati alla nostra attenzione, la convinzione, suffragata dai casi in seguito osservati, che non bastava limitarsi a focalizzare l’attenzione e ad elencare tutti i diversi e a volte contrastanti sintomi presenti in questi pazienti e provare a contrastarli o eliminarli mediante una serie di terapie.
Era indispensabile andare oltre.[1]
Avvicinarsi al loro mondo interiore
Andare oltre, con lo scopo di avvicinarsi quanto più possibile alla comprensione del mondo interiore dei bambini, adolescenti o adulti, affetti da questo disturbo.
Andare oltre, al fine di capire i loro pensieri, i loro sentimenti ed emozioni e le loro paure e ansie, e soprattutto la notevole sfiducia e ansia che essi provano nei confronti degli altri e del mondo che li circonda.
Andare oltre per conoscere e scoprire i loro desideri e i loro bisogni più veri e profondi, in modo da rispettarli e soddisfarli pienamente.

La presunta inaccessibilità
Se si riesce a fare ciò, si può facilmente constatare che i bambini definiti oggi con disturbo dello spettro autistico non sono affatto inaccessibili da parte degli adulti e dei terapeuti. Anzi, avere un contatto e un rapporto con questi pazienti, piccoli o grandi che siano, non solo è possibile, ma è anche relativamente facile, se gli adulti e i terapeuti, nella relazione che instaurano con questi soggetti, si impegnano e riescono a mettere in atto, in ogni momento, un approccio e un atteggiamento particolarmente piacevole, allegro, attento e rispettoso dei loro bisogni più profondi, ma anche delle loro necessità del momento, al fine di poter poi accogliere, senza alcuna remora, il loro modo di comunicare e di relazionarsi.
La disponibilità ad instaurare dei profondi legami affettivi
Avevamo inoltre sistematicamente notato che questi pazienti riuscivano ad instaurare un legame molto ricco e intenso, tanto da aprirsi e diventare attenti, disponibili ed affettuosi, verso tutte le persone che si sforzavano di comprendere e rispettare i loro bisogni e le loro esigenze, che poi erano i bisogni e le esigenze del loro mondo interiore.
In particolare, avevamo osservato che essi dimostravano affetto, stima e fiducia verso tutti gli adulti che riuscivano a comprendere e accettare le loro necessità, come quelle di mettere in atto alcune difese atte a evitare di essere travolti dall’ansia e dalle paure che provenivano dal loro mondo interiore e da quello esterno.
Allo stesso tempo era evidente il rispetto che essi provavano nei confronti di tutti gli adulti che riuscivano a evitare di esercitare nei loro confronti quelle forzature di tipo educativo e normativo che erano, e ancora oggi sono spesso attuate quando essi manifestano i cosiddetti “comportamenti problema”: stereotipie, ecolalie, comportamenti oppositivi, irrequietezza psicomotoria e così via.

“I comportamenti problema”
In quel saggio avevamo potuto constatare come questi comportamenti non dovevano essere annoverati nell’ambito dei “capricci” infantili, né potevano essere considerati la conseguenza di carenze o deficit presenti in varie aree cerebrali, ma costituivano semplicemente la logica conseguenza della presenza, nel loro mondo interiore, di una grave sofferenza emotiva.
Pertanto, non aveva senso impegnarsi testardamente nel cercare di estinguere questi comportamenti ma era, invece, necessario attivarsi per migliorare il loro mondo interiore, notevolmente disturbato.
Desiderio di aprirsi agli altri e al mondo
Infine, avevamo potuto descrivere quanto queste persone, qualunque fosse la loro età e gravità, fossero desiderose e pronte ad abbattere, anche se con gradualità, le difese da loro elevate, nel momento in cui verso di loro si attuavano dei comportamenti e atteggiamenti ricchi di ascolto, accoglienza, comprensione e accettazione.
Tale abbattimento delle difese, anche quando non era completo e totale, permetteva un miglioramento della funzionalità psichica e una crescita emotiva e affettiva, con conseguente maggiore serenità e maturità in tutti i campi.
Al contrario, era palese il loro disappunto, che spesso veniva espresso con comportamenti oppositivi o crisi nervose, ogni qualvolta questi pazienti erano costretti a relazionarsi con adulti, non importa se genitori, insegnanti od operatori, che si ponevano nei loro confronti con un atteggiamento non confacente ai loro bisogni e desideri, come ad esempio, mediante dei comportamenti educativi ed istruttivi, al fine di stimolarli a effettuare determinate attività o, al contrario, a non attuare determinati comportamenti, ritenuti poco idonei al buon vivere civile. Verso questi adulti, chiaramente mal sopportati e per nulla accettati e amati, essi reagivano aumentando, e alzando ancora di più, una istintiva difesa di chiusura e rifiuto.

La possibilità di costruire una buona relazione
L’utilizzo della tecnica del Gioco Libero Autogestito, e quindi di un gioco totalmente diretto da questi pazienti, ci aveva, inoltre, permesso di comprendere che era possibile costruire una buona relazione, ogni qualvolta venivano accolti e valorizzati i loro giochi, le loro attività e le modalità con le quali essi volevano condurli, senza mai mettere in discussione l’utilità o la bontà di questi giochi o di queste attività. In questi casi, sia le attività, sia i giochi da loro intrapresi, diventavano notevolmente numerosi, ricchi, vari e mutevoli nel tempo, mentre si assisteva a una diminuzione delle ansie, delle paure e della sfiducia verso gli altri e il mondo fuori di loro.
In tal modo, liberati dai condizionamenti negativi presenti nella loro mente, essi erano in grado di effettuare quanto voluto e desiderato.
Una migliore accettazione e accoglienza
Avevamo, infine, potuto constatare come i miglioramenti ottenuti con questo tipo di psicoterapia, fossero capaci di innescare una maggiore accettazione e una migliore accoglienza da parte dell’ambiente di vita del bambino: famiglia, scuola e gruppo dei pari.
Ciò innescava un circolo virtuoso che si traduceva in una più rapida conquista di un maggiore benessere mentale e, di conseguenza, anche il loro comportamento migliorava notevolmente.
La conclusione del libro sottolineava che, in definitiva, questi bambini non erano bambini da educare ma da liberare: dalle intense paure, dalle angosce opprimenti, dalle tante confuse emozioni che attanagliavano e sconvolgevano il loro mondo interiore, creando notevole sfiducia verso gli altri e il mondo esterno.
Pertanto, non erano pazienti disabili con disturbi cronici e irreversibili, come di solito venivano considerati.
“Bambini da liberare – Una sfida all’autismo”

La chiusura in se stessi: chiusura autistica
Nel secondo libro: ‹‹Bambini da liberare – Una sfida all’autismo››[1] del 2020, utilizzando le esperienze acquisite degli ultimi anni e quelle degli adulti con questa patologia che avevano avuto la possibilità di descrivere i loro vissuti interiori, avevamo potuto constatare e dedurre che il nucleo causale di questa condizione patologica non bisognava cercarlo nei geni o nella compromissione di qualche area cerebrale lesa o scarsamente funzionale, ma nell’utilizzo, da parte di queste persone, della difesa più arcaica e primitiva di un Io estremamente fragile ed immaturo: la chiusura, parziale o totale, nei confronti degli altri e del mondo fuori di loro.
Chiusura attuata in un’età e in un momento della loro vita: la prima infanzia, a causa di uno, ma di solito più eventi o situazioni, eccessivamente stressanti o traumatici vissuti da questi bambini.
Conseguenze dalla chiusura in se stessi
Chiusura che, proprio perché effettuata in un momento molto precoce del loro sviluppo, impediva e alterava in maniera a volte lieve, il più delle volte in modo grave, il normale sviluppo evolutivo.
La conseguenza di ciò era che tutte le potenzialità insite nei piccoli venivano a essere gravemente alterate o ridotte, come fossero momentaneamente congelate, in attesa che gli adulti, e soprattutto i loro genitori, consapevoli di questa condizione, si attivassero nei loro confronti, nei modi dovuti.
I genitori sono i migliori terapeuti
Poiché durante gli anni di utilizzo della tecnica del Gioco Libero Autogestito avevamo notato che questo tipo di terapia era molto più efficace e si ottenevano dei risultati migliori, in tempi molto più brevi e, soprattutto, più stabili nel tempo, se era effettuata direttamente dai genitori, lasciando all’operatore il compito di fare da tutor nei confronti di mamma e papà, abbiamo modificato la strategia d’intervento.
Non più e non solo lo specialista terapeuta che effettua la psicoterapia direttamente al bambino, ma un operatore che aiuta i genitori a comprendere e venire incontro ai bisogni del figlio che presentava questa problematica.
Operatore che aveva il compito di sostenere questi genitori aiutandoli a creare tra loro e il figlio una relazione particolarmente ricca, empatica, vicina, affettuosa, allegra e piacevole. In definitiva, una relazione capace di far avvertire al figlio con problemi, le capacità di accoglienza, ascolto, dolcezza e disponibilità del mondo fuori di lui. In tal modo il bambino, l’adolescente o adulto con chiusura autistica poteva diminuire e in tanti casi abbandonare l’arcaica difesa messa in atto per proteggersi. Evento questo indispensabile affinché tutte le potenzialità potessero ritornare a scongelarsi, crescere e maturare.
La reversibilità delle patologia
Sappiamo, infatti, che la mente umana è capace di modificarsi in senso positivo o negativo in base ai vissuti presenti nell’ambiente di vita.[2]
Per sottolineare la condizione di reversibilità di questa patologia, in questo secondo saggio avevamo proposto di utilizzare non più il termine ‹‹bambino autistico o bambino con disturbi dello spettro autistico››, ma ‹‹bambino con sintomi di autismo››, o ancor meglio ‹‹bambino che attualmente è chiuso in sé stesso››.
Prevenire la chiusura autistica

Gli obiettivi
Quest’ultimo libro: ‹‹Prevenire la chiusura autistica›› vuole andare oltre. Esso mira a comprendere quali eventi negativi presenti nell’ambiente di vita del bambino possono creare in lui uno stress e una sofferenza tale da indurlo ad allontanarsi psicologicamente dalla realtà esterna, chiudendosi in sé stesso, provocando in tal modo, a cascata, quella serie di sintomi che conosciamo molto bene e che sappiamo possono compromettere, in maniera spesso grave, il suo benessere cognitivo, psichico, relazionale e sociale. Come dice Shapiro Lawrence E.,
“Tutelare la salute emotiva dei nostri bambini non dovrebbe essere un compito occasionale, più di quanto non lo siano una dieta equilibrata, una buona igiene orale o l’abitudine di lavarsi le mani prima di mangiare.”[3]
Ciò non dovrebbe portare a dei sensi di colpa, poiché, come dice Maté G.:[4]
“Noi genitori facciamo del nostro meglio per crescere i figli facendoli sentire amati e sicuri. Non abbiamo certo bisogno che qualcuno ci colpevolizzi più di quanto già facciamo noi stessi. Il senso di colpa è controproducente, mentre è utile acquisire una maggiore consapevolezza delle modalità con le quali la relazione genitore-bambino può essere utilizzata per promuovere lo sviluppo emotivo e cognitivo dei nostri figli”.
In definitiva, lo scopo di quest’ultimo saggio è quello di aiutare i genitori, gli operatori e gli organi istituzionali a promuovere ed attuare i comportamenti più idonei, al fine di prevenire questi eventi negativi, impegnandosi invece nel creare, accanto e attorno a ogni bambino che viene al mondo, l’ambiente più idoneo al suo sviluppo emotivo ed affettivo.
Tratto dal libro di Emidio Tribulato “Prevenire la chiusura autistica”.
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[1] Tribulato E., (2013), Autismo e Gioco Libero Autogestito – Una nuova prospettiva per comprendere e aiutare il bambino autistico, Milano, Franco Angeli.
[2] Tribulato E., (2020), Bambini da liberare- Una sfida all’autismo, Messina, Ed. Centro Studi Logos.
[3] Wolff S., (1969), Paure e conflitti nell’infanzia, Armando Armando Editore, Roma.
[4] Shapiro Lawrence E., (2003), Il linguaggio segreto dei bambini, Milano, Fabbri editori, p.15.
[5] Maté G., (2024), Una mente in frammenti, Roma, Astrolabio, p.10.