Famiglia

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Le funzioni della famiglia

LE FUNZIONI DELLA FAMIGLIA

 



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Il patto dal quale nasce la famiglia, rappresenta il migliore esempio di collaborazione ed intesa tra il mondo affettivo relazionale e quello economico e dei servizi. Nella famiglia, infatti, sono presenti ed agiscono molti elementi dell’una e dell’altra realtà. Da una parte sono innegabili gli elementi di tipo economico: entrate, uscite, mutui, bollette e tasse da pagare, dall’altra la famiglia è il centro ed il cuore pulsante del mondo affettivo, perché è nella famiglia che si muovono ed agiscono i principali attori dell’affettività e della relazione.

La famiglia, dal punto di vista psicologico, può essere definita come il luogo primario ed insostituibile di quelle relazioni di fiducia, reciprocità e dono che sono essenziali per costruire, alimentare e proteggere lo sviluppo di altri esseri umani.

Dal punto di vista sociologico essa costituisce il fondamento della totalità delle società umane e può essere definita come un insieme di due o più persone legate da vincoli di sangue, di matrimonio o di adozione, che formano un’unità economica, sono responsabili della reciproca cura e dell’educazione di eventuali figli e spesso vivono insieme nel medesimo aggregato domestico.

Sono considerate facenti parte della famiglia, come membri aggregati ad essa, anche le persone addette in maniera continuativa e stabile ai servizi domestici, nonché le altre persone che, a qualsiasi titolo, convivono abitualmente con la famiglia stessa.

Quindi nella famiglia vi sono più persone, variamente assortite, ma che insieme condividono in un patto di mutuo aiuto ed assistenza un passato e rilevanti prospettive per il futuro. Ogni uomo ha più famiglie: quella in cui è nato; quella o quelle che si sono formate dopo il suo matrimonio o in seguito alla convivenza; quella presente durante gli anni del tramonto della sua vita.

Ogni famiglia lascia, nell’animo dei suoi componenti e consequenzialmente nei loro comportamenti e vissuti, dei segni indelebili, sia in senso positivo che negativo. Rimarranno allora in tutte le persone che vivono in essa, segni positivi lasciati da una realtà efficace, come rimarranno i segni negativi, lasciati da un gruppo che agisce e si relaziona in modo disfunzionale.

LE FUNZIONI DELLA FAMIGLIA

Se la famiglia ha un buon grado di funzionalità ed efficienza deve poter garantire numerose prestazioni. Questa istituzione è stata, infatti, in tutti i popoli ed in tutti i secoli, il principale strumento di mediazione tra la società ed il fanciullo. Ha provveduto non solo alle necessità biologiche, ma anche a quelle psicologiche ed educative della prole. Ogni cucciolo d’uomo, infatti, per diventare una persona affettivamente ricca, matura, serena e socievole, ha bisogno di una famiglia che lo aiuti nella formazione e strutturazione della sua personalità.

La famiglia si attiva per trasmettere la cultura di base e per far maturare nei figli le capacità necessarie per una buona integrazione, in modo tale che questi possano vivere correttamente dando il loro prezioso contributo alla società.

E’ quindi la famiglia un “seminarium civitatis” una istituzione naturale che “fa sorgere e fa crescere la città e dunque la società.”  Questo organismo è l’unità base affinché la società si evolva positivamente. Ma dalla famiglia dipende anche il destino dell’uomo, il suo benessere o malessere psicologico, la sua capacità di cogliere i piccoli piaceri e le gioie della vita, la capacità di dare senso alla sua esistenza.

Se le famiglie sono funzionali le future generazioni saranno forti, ricche di beni materiali, culturali, spirituali e materiali. In caso contrario saranno deboli, fragili, disturbate, malate fisicamente, psicologicamente o socialmente. La famiglia, pertanto, è il più importante capitale di ogni società umana.

Nell’unione familiare, più che in altre forme di convivenza, possono dialetticamente armonizzarsi libertà e responsabilità; autonomia e solidarietà; cura dei singoli e ricerca del bene comune; forza progettuale e disponibilità all’imprevisto; sollecitudine e discrezione; sana aggressività e perdono; disponibilità alla comunicazione ma anche all’ascolto.

La famiglia, se funzionale, riesce ad assolvere a numerose ed importanti funzioni:

Funzione emotiva, affettiva e sessuale.

Essendo la famiglia luogo privilegiato degli affetti, e quindi luogo dove nascono e si sperimentano i primi sentimenti d’amore, essa ha, come fondamentale funzione, lo sviluppo delle espressioni affettive e sessuali.

Se la famiglia è funzionale riuscirà a ricreare una serie di elementi psicologici fondamentali allo sviluppo e al benessere umano, come la soddisfazione dei bisogni affettivi, la sicurezza, lo scambio dell’amore, della gioia e del piacere.

Come luogo primario dell’amore, dell’accoglienza, dell’abbraccio, della carezza, della rassicurazione, della sollecitudine, questa istituzione è dispensatrice della fiducia di fondo, del bambino, del giovane e dell’adulto, rispetto alla vita e all’ambiente sociale.

Se la famiglia riesce ad essere luogo di calore, accoglienza e amore, sarà capace di produrre nella prole capacità e possibilità affettive e relazionali notevoli, in caso contrario oltre a numerose problematiche psicologiche (nevrosi, psicosi, caratteropatie, tossicomanie ecc.) darà vita a frustrazione, impotenza, aggressività, odio e rancore. Problematiche queste che inevitabilmente saranno trasferite nel contesto sociale, creando un danno economico e di funzionalità del sistema tanto più grave quanto più numerosi e importanti sono i problemi dei suoi componenti.

Funzione di sostegno nelle avversità.

Se armonicamente strutturata, la famiglia riesce molto efficacemente ad essere sostegno in occasione delle tensioni connesse alle inevitabili fasi di transizione della vita: sostegno negli eventi stressanti, in caso di disabilità, di malattie, come nella vecchiaia e in presenza di lutti o perdite.

Funzione economica.

La famiglia è una piccola impresa tra persone che condividono e si impegnano per dei progetti comuni. Tra questi ve ne sono sicuramente anche quelli di tipo finanziario. La famiglia provvede, infatti, a procurare, con il lavoro dei suoi membri, le risorse necessarie per la vita comune: cibo, vestiti, abitazione, cure sanitarie e altre necessità materiali. Giacché con le sue spese consuma, mentre nel contempo produce reddito mediante il lavoro dei suoi componenti, è la famiglia il principale motore dell’economia. Mediante il pagamento delle tasse essa provvede alle necessità dello Stato , mentre, a sua volta, utilizza gli aiuti dello Stato  per l’assistenza ai minori, agli anziani, ai malati e ai disabili.

Per Ackerman “La famiglia può essere paragonata a una membrana semipermeabile, a un involucro poroso, che permette un interscambio selettivo tra i suoi membri all’interno e il mondo esterno.” .

Il paragone è corretto. Infatti la membrana di una cellula di un corpo, ha la possibilità di aprire i suoi pori per prendere dall’esterno, dal sangue circolante, quello che le serve e nel contempo dare quello che è utile all’organismo.

La stessa membrana cellulare ha anche la possibilità di difendersi, chiudendo i suoi pori quando, nell’ambiente esterno, circolano sostanze tossiche o pericolose per il suo benessere. Allo stesso modo la famiglia dovrebbe avere la possibilità di scambiare con la società elementi utili ad entrambi, ma dovrebbe avere anche la possibilità di diminuire o chiudere questi scambi quando, all’esterno, circolano elementi deteriori, per qualcuno dei suoi membri o per tutta la famiglia.

Ciò però è possibile quando vi è un unico, attento responsabile al quale è affidata la scelta su cosa scambiare, come scambiare, quando scambiare e sull’eventuale chiusura o apertura nei confronti del mondo esterno. Questo meccanismo si inceppa e risulta pertanto inidoneo, se più responsabili si attivano, a volte contraddicendosi, in queste vitali operazioni.

Il paragone portato da Ackerman ci aiuta a capire anche altre situazioni che possono danneggiare notevolmente la famiglia. Se un individuo, in maniera frequente o costante, assume sostanze tossiche come potrebbero essere alcool, droghe o cibi tossici o adulterati, le possibilità della cellula di scambiare, senza correre rischi, si riducono notevolmente in quanto, da un momento all’altro, potrebbe essere messa in contatto con del materiale dannoso alla sua sopravvivenza.

Una situazione analoga è presente nella nostra società la quale, in modo assolutamente irresponsabile, non si cura di portare, mediante la TV e gli altri mass media, vicino alle famiglie e dentro le famiglie, insieme a materiale utile anche elementi molto dannosi per la vita di questa istituzione o per qualcuno dei suoi componenti più fragili e indifesi.

E’ possibile, ma non è affatto conveniente, come spesso si vorrebbe e si è tentato di fare, rompere questo intimo sodalizio tra famiglia e società, in quanto le cellule hanno bisogno dell’intero organismo per vivere, ma anche l’organismo ha bisogno delle cellule per la sua salute e per la sua sopravvivenza e quindi se la famiglia, ogni famiglia, ha bisogno della società, questa, a sua volta, non può fare a meno delle famiglie.

Funzione riproduttiva.

All’interno della famiglia nascono le future generazioni umane. Se le famiglie trovano nel proprio seno sufficienti capacità e all’esterno un ambiente favorevole, esse sono in grado di fornire alla società un numero di figli sufficiente a sostituire le persone decedute e ad ampliare, gradualmente, la diffusione della razza umana. In caso contrario, sia qualitativamente che numericamente, il “prodotto” di questa istituzione sarà scarso ed insufficiente a coprire anche solo le morti.

E’ quello che sta avvenendo nelle società occidentali ormai da vari decenni. Il “prodotto” delle famiglie è così modesto, sia dal punto di vista qualitativo sia dal punto di vista quantitativo, che le società occidentali, per sopravvivere, hanno bisogno di un numero considerevole di uomini e donne provenienti da ambienti più poveri economicamente e culturalmente, ma più ricchi sul piano umano.  Non vi è quindi, come spesso viene strombazzato dai mass media, “un’invasione” da parte di uomini, donne e bambini che provengono dai paesi extracomunitari. Quello che avviene è un’indispensabile “sostituzione”.

Importiamo braccia e muscoli per i lavori più pesanti e umili. Importiamo cervelli per le attività di ricerca e studio. Importiamo presenza, dialogo, capacità di cura ed assistenza per i nostri ammalati in ospedale, per le nostre persone anziane, per i nostri bambini. Questo è ciò che avviene e che in realtà è sempre avvenuto nelle società ricche di mezzi materiali ma povere nell’ambito familiare.

Funzione assistenziale, di cura, allevamento e solidarietà sociale.

E’ solo all’interno delle famiglie che le attenzioni amorevoli tra i coniugi, verso la prole, le persone ammalate, disabili o sole, hanno caratteristiche che le rendono uniche, insostituibili e particolarmente importanti. Psicologicamente, i membri della famiglia sono legati da una reciproca interdipendenza, per la soddisfazione dei bisogni affettivi. I servizi statali o quelli offerti, anzi comprati dai privati, raramente sono in grado di dare quanto promesso. Nessun servizio pubblico o privato è, infatti, capace di dare tanto e bene ad un costo così contenuto, come riesce a fare una normale sana famiglia, in quanto nessun servizio pubblico o privato riesce a creare, attorno ad un minore o alla persona ammalata, anziana, disabile, sola o bisognosa di cure, quel clima di affettuosa e attenta presenza che dà il necessario conforto, che lenisce la sofferenza, allevia i problemi, accelera la guarigione.

Funzione di protezione dai pericoli esterni.

La famiglia dovrebbe poter offrire a tutti i suoi membri, protezione e riparo, così da essere porto sicuro nei confronti dei fattori negativi dell’ambiente sociale nel quale è inserita.

I pericoli presenti nell’ambiente sociale sono di vario ordine: sono pericoli di tipo fisico, ma sono soprattutto pericoli di tipo psicologico: contatto con disvalori, violenze, abusi o offese di tipo spirituale, morale e relazionale.

La famiglia, se adeguatamente preparata, aiutata e sostenuta dalle istituzioni, ha gli strumenti per riconoscerli, ha gli antidoti per neutralizzarli, ha la forza per debellarli, così da impedire danni irreparabili ai suoi membri.

Abbiamo detto “se aiutata dalle istituzioni”. E’ indispensabile quindi che le istituzioni si facciano carico della protezione delle famiglie e dei loro membri, senza abbassare la guardia con la scusa della libertà di parola e di pensiero. Oggi, nelle società occidentali, questa protezione manca quasi completamente. Si ricercano e si puniscono severamente i pochi orchi pedofili, ma si lascia che un mare putrido di melma prodotto, anche a spese della comunità, invada, mediante i mass media, le menti ed i cuori di minori e adulti.

Funzione educativa.

“La famiglia, al di là delle sue diverse configurazioni, ci rimanda a quella struttura relazionale delle persone che definisce il nostro Io più vero e profondo.”  Pertanto la funzione educativa primaria e di base non può che essere affidata alla famiglia. Solo in questa le future generazioni trovano quel legame d’amore tra due esseri di sesso diverso, quell’affetto, quelle attenzioni e cure, capaci di sviluppare tutte le potenzialità dell’essere umano, in un clima di serenità, apertura alla vita, fiducia e sicurezza.

Solo in questa istituzione sono presenti quei presupposti di continuità e gradualità dei processi educativi capaci di sviluppare e far crescere persone con una stabile e sicura identità e personalità. Persone quindi non solo intelligenti e capaci ma anche serene, mature e responsabili.

Questo perché è soltanto nella famiglia che ritroviamo dei legami affettivi con quelle caratteristiche di intensità, stabilità, continuità e responsabilità. Qualità indispensabili nella formazione ed educazione delle future generazioni umane.

La funzione educativa della scuola o degli altri servizi non può che essere secondaria e sussidiaria a quella familiare, in quanto, questi servizi non hanno né la capacità, né la linearità, né la coerenza, né la responsabilità, presenti in una sana normale famiglia. Pertanto è soprattutto in questa che al bambino vengono trasmessi i valori fondamentali indispensabili per la sua esistenza e per la società. E’ nella famiglia che lui impara a limitare le sue esigenze; capisce come rispettare quelle degli altri; apprende ad inserire i bisogni in una corretta scala di valori. Ed è nella famiglia che impara a comprendere che la vera libertà si nutre di responsabilità e rispetto nei confronti degli altri, di se stesso e della verità.

Funzione socializzante.

Essendo il gruppo primario intermedio tra l’individuo e la più vasta società, la famiglia è la più piccola cellula sociale ma anche il principale mediatore sociale.

E’ nella famiglia che vengono posti i fondamenti dell’educazione all’integrazione dei ruoli sociali e l’accettazione delle responsabilità verso il più vasto mondo esterno ad essa. Ed è nella famiglia che inizia il cammino socializzante per i minori, che si amplierà e completerà poi mediante l’attività della scuola e delle altre agenzie educative.

Ed è sempre in questa istituzione che viene attuato il miglior tirocinio verso la comunità e verso l’altro. Si impara a limitare i propri desideri, a confrontarli con i bisogni degli altri, si impara a riconoscere nei propri comportamenti le conseguenze positive o negative che da questi comportamenti potrebbero scaturire.

Lo sganciamento dell’individuo dai rigidi legami dati dalla rete familiare, se da una parte offre maggiore libertà nelle scelte personali del coniuge, del lavoro, della professione o della residenza, dall’altra comporta tutta una serie di conseguenze negative facilmente individuabili, come: maggiore solitudine; netto aumento di comportamenti pericolosi, errati o poco congrui; infedeltà; maggiori difficoltà nel ricomporre le liti o i problemi che si dovessero presentare nella coppia. Per tale motivo gli uomini e le donne sposati godono, in genere, di maggiore considerazione sociale, in quanto i loro comportamenti sono considerati più vicini alla norma, meno egocentrici e più orientati al benessere comune.

Funzione religiosa ed etica.

E’ all’interno della famiglia che, nei vari popoli, si coltiva e viene espressa la religiosità più profonda e vera. E’ solo in questa istituzione che gli insegnamenti morali, religiosi, etici ed i valori fondamentali del genere umano vengono trasmessi dagli adulti alle nuove generazioni, senza orpelli o grandi manifestazioni esteriori ma nel modo più intimo, profondo e vero.

Nella vita di ogni giorno, tra le mura che racchiudono e uniscono le famiglie, lo spirito religioso viene trasmesso non solo come informazione culturale ma, goccia dopo goccia, è alimento prezioso ed essenziale nella strutturazione e formazione della personalità.

Non è un caso che in tutti i popoli di grande civiltà, è in seno alla famiglia che viene iniziato, alimentato e sviluppato il senso etico e religioso della vita, tanto che per la chiesa cattolica la famiglia rappresenta la “piccola chiesa domestica”.

Funzione di trasmissione culturale.

E’ la famiglia che provvede allo sviluppo della personalità dei singoli componenti.

E’ attraverso la famiglia che le fondamentali conoscenze e la cultura di base dell’umanità passano alle nuove generazioni. Mediante l’esempio quotidiano sono trasmessi gli insegnamenti riguardanti i rapporti con il prossimo, i principi educativi fondamentali per il buon vivere sociale, i valori morali, i ruoli sessuali, i compiti ed i legami generazionali.

Funzione di sviluppo dell’orientamento e dell’identità sessuale e personale.

La famiglia ha lo scopo di sviluppare l’identità sessuale e personale che si trova allo stato potenziale nei nostri geni. Almeno un terzo dell’identità e dei ruoli sessuali sono affidati all’ambiente affettivo relazionale nel quale il bambino vive. Questo significa che una buona parte della corretta identità sessuale necessita di idonei interventi da parte della famiglia di origine.

Basta scorrere e soffermarsi un attimo su queste che sono le sue funzioni basilari per rendersi conto che la famiglia non è un fossile storico, ma resta il migliore ed insostituibile strumento per la sopravvivenza della specie e della società.

 

Tratto dal libro: "MONDO AFFETTIVO E MONDO ECONOMICO" DI Emidio Tribulato

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Le convivenze

LE CONVIVENZE

 

Convivenza e coppie di fatto vengono messe insieme per comodità statistica, ma in realtà sono, nella vita della coppia, delle modalità di unione fondamentalmente diverse.

La convivenza.

Intanto vi sono vari tipi di convivenza.

Vi è una convivenza come primo passo verso il matrimonio. Convivenza prematrimoniale.  Come dire: “Il matrimonio è una realtà troppo ardita e complessa, facciamo un passo alla volta. Per adesso conviviamo, si intende senza avere figli, in un secondo momento speriamo di fare il passo successivo: il matrimonio.”

Vi è una convivenza intesa come prova. Prova di come lui o lei o noi come coppia ci comporteremo in una situazione che non sia più di fidanzamento ma di matrimonio.

A questo tipo di convivenza sono aperti soprattutto gli incerti ed i dubbiosi. Vi sono i dubbiosi nei confronti del partner. “Non mi piacciono le sorprese, meglio vedere prima come lei/lui si comporterà,” e poi deciderò.

Vi sono poi i dubbiosi della realtà matrimoniale. “Chissà come è fatta o cosa succede in questa situazione di cui tutti parlano, che si chiama matrimonio, perché accettarla a scatola chiusa? Meglio provarla prima.”

C’è infine una convivenza come alternativa al matrimonio. “Noi speriamo di stare insieme anche tutta la vita e di avere dei figli insieme ma, meglio lasciarsi una porta aperta, se le cose non dovessero andare bene, se il nostro amore dovesse sciogliersi come neve al sole, possiamo sempre lasciarci senza molti obblighi.”

Approdano quindi alla convivenza soprattutto le persone insicure: di sé, dell’altro o dell’istituto matrimoniale. Vi approdano le persone che cercano e desiderano vivere e gustare qualcosa insieme piuttosto che le persone che hanno il desiderio di costruire insieme qualcosa che sia utile e importante per entrambi, per i figli che nasceranno, per la società. Qualcosa che duri nel tempo, che nel tempo si solidifichi e si espanda.

Entrambe queste situazioni psicologiche sono consequenziali alle modalità educative, mediante le quali i giovani oggi sono allevati. Un’educazione che ha come frutti perversi l’individualismo e l’edonismo.

Quando si vive con questi principi e con questo tipo di valori la persona, ogni persona, si arroga il diritto - dovere di scegliere e vivere in ogni momento ciò che le aggrada, come pure  di rifiutare e non accettare ciò che in quel momento non gli è congeniale o non più così piacevole ed interessante come prima.

Il fine nell’individualismo è quello di alimentare costantemente il proprio Io. Non vi sono gli altri se non come una delle tante possibilità e strumento per soddisfare sé stessi. Non vi è progettualità; non vi è disponibilità alla lotta o al sacrificio; non vi è il concetto di dono per un ideale, dono agli altri, dono alla società.

Questo tipo di scelte nasce anche da un’educazione che tende a produrre persone fragili, immature, insicure, scarsamente determinate e motivate. Persone povere affettivamente ma anche povere nei loro ideali e nei loro sogni. Persone spaventate. Spaventate da troppe realtà negative che si muovono e si agitano attorno a loro, nella loro famiglia, nel loro cuore, nella vita delle coppie che ruotano attorno a loro. Spaventate dalle troppe liti e dalle manifestazioni di aggressività tra persone che invece avrebbero dovuto amarsi, rispettarsi ed accettarsi.

Questo tipo di scelte nasce da un’educazione che non guarda né al passato né al futuro ma che si accontenta ed è felice di vivere solo del presente.

Questo spiega perché le coppie, che prima di sposarsi hanno fatto l’esperienza della convivenza, sono meno affiatate, hanno più disaccordi profondi, si sostengono meno a vicenda, hanno più difficoltà a risolvere i problemi coniugali ed infine si separano più facilmente.

Le coppie di fatto.

Nelle coppie di fatto la situazione è molto diversa. Le persone che vivono queste unioni non stanno insieme in attesa del matrimonio, non vivono assieme per sperimentare come si vive da sposati, né intendono mettere alla prova le proprie o le altrui qualità. Le persone che formano questo tipo di unioni sono certe delle proprie e altrui qualità, credono nell’indissolubilità della loro unione, hanno un piano concreto e stabile per la vita, vogliono avere una casa propria e dei figli. In esse vi è l’apertura alla procreazione, l’impegno alla fedeltà e alla stabilità della loro unione, ma non vogliono dare, a questa unione, né la forma sacramentale della chiesa, né vogliono sottostare agli obblighi e alle imposizioni dati dallo Stato. Insomma, le coppie di fatto non vogliono né la benedizione della chiesa, né quella dello Stato .

Questo tipo di coppie ricalcano una situazione così come doveva presentarsi nei primi millenni della storia umana, quando ancora il patto tra un uomo e una donna era un patto privato, non era stato codificato da norme e regole date dalla società e dalle religioni. Norme e regole le quali, ricordiamo, sono nate e dovrebbero essere finalizzate a rendere più affidabili, solidi, stabili e duraturi questi contratti particolari. E’ un ritorno alle origini che denota il disagio provato da queste persone nei riguardi di una società civile che ha imbrigliato questo istituto naturale con eccessive e pesanti implicazioni legali, con eccessive e contraddittorie norme e regole che, più che garantire confondono, più che dare solidità e stabilità sconvolgono la natura dell’istituzione e la vita delle coppie.

Entrambe queste scelte di vita familiare dovrebbero però far squillare un campanello d’allarme nei palazzi della politica, perché è la politica che ha reso l’istituto del matrimonio sempre meno appetibile, sempre più incerto, sempre più difficile da vivere serenamente ed in armonia, a causa di leggi inadeguate, contraddittorie e distruttive dell’unità familiare.

 

 

Tratto dal libro: "MONDO AFFETTIVO E MONDO ECONOMICO" DI Emidio Tribulato

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Il calo delle nascite

IL CALO DELLE NASCITE





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IL CALO DELLE NASCITE

Nonostante l’istinto materno sia molto forte, le cause principali del calo, o meglio del crollo delle nascite coinvolgono entrambi i sessi: uomini e donne,  mariti e mogli, ma anche nonni, familiari e amici spesso concorrono in modo negativo, non incoraggiando o chiaramente sconsigliando la procreazione.

I motivi sono tanti e tutti concorrono ad allontanare nel tempo o a limitare al massimo, se non ad escludere, nelle famiglie, l’arrivo di nuove vite umane.

La consapevolezza di non poter garantire un ambiente sereno. 

Sia istintivamente che razionalmente noi avvertiamo che un bambino dovrebbe essere concepito e nascere in un ambiente stabile, sereno, ricco di tenerezza, pace e amore. Come pensare di mettere al mondo dei figli quando le incomprensioni, le accuse, i dissidi, o i conflitti sono frequenti e gravi e sconvolgono e straziano quasi ogni giorno le coppie e le famiglie? Come pensare di mettere al mondo dei figli quando i litigi tra i coniugi non sono un fatto eccezionale ma il velenoso pane quotidiano; quando i padri fanno di tutto per mettere in cattiva luce le madri e viceversa; quando i nonni sputano veleno contro nuore e generi; quando gli “amici” si dividono per difendere a spada tratta o incolpare ora l’uno ora l’altro? Difficile pensare di mettere al mondo dei figli quando l’ambiente extra-familiare non brilla per armonia e serenità. Non solo per le tante guerre sparse per il mondo, ma anche e soprattutto per le atrocità in parte vere, in parte frutto di finzione, riversate nelle case in ogni ora del giorno e della notte da una televisione che cerca di attirare spettatori sollecitando emozioni e bassa istintività.

La consapevolezza di non poter garantire la soddisfazione dei bisogni essenziali di un bambino.

Quali probabilità vi sono che questo bambino possa continuare ad avere due genitori quando le separazioni ed i divorzi sono così frequenti? E poi come garantire a questo bambino l’educazione necessaria quando i “bisogni” che la società dei consumi propone sono sempre più numerosi, costosi e sofisticati?

Come garantire una corretta educazione quando, con l’avallo dello Stato , entrano fin dentro le case e quindi fin dentro l’animo dei bambini, mediante la TV, la radio, Internet e ora anche con i telefonini,  scene, pensieri, situazioni altamente diseducativi, nei quali la fanno da padroni il sesso, la violenza, la volgarità, la menzogna, l’aggressività? Elementi diseducativi e distruttivi dai quali è oltremodo difficile, se non impossibile, poter difendere la propria famiglia ma soprattutto i propri figli.

La mancanza o la scarsa quantità di gratificazioni.

Un figlio per essere desiderato dovrebbe essere fonte anche di gioia e gratificazioni. In una situazione di normalità il tempo, le energie, la fatica, la pazienza e i sacrifici necessari per la crescita di un nuovo essere umano dovrebbero essere, almeno in parte, ricompensati dal piacere e dalle gratificazioni. Dovrebbe essere fonte di gioia il neonato, per la dolcezza del suo visino, per le buffe espressioni con le quali accoglie le nuove esperienze, per i teneri sorrisi che dispensa. Dovrebbe essere fonte di gioia il bambino, quando comincia a conquistare il mondo con la sua infantile ma ricca personalità. Dovrebbero essere fonte di gratificazione per i genitori l’adolescente, che si affaccia alla maturità con la caratteristica esuberanza, forza e determinazione e poi il giovane che infonde con il suo lavoro e la sua nuova famiglia, nuova linfa nella storia dell’umanità.

Il giovane figlio dovrebbe essere in grado di prendere presto il testimone dalle mani dei genitori per portarlo sempre più lontano, ma nello stesso tempo, dovrebbe essere a loro vicino per aiutarli e assisterli negli anni difficili della vecchiaia, cercando di lenire problemi e limiti causati dall’età. Purtroppo molte di queste gratificazioni, piaceri e gioie non sono più appannaggio dei genitori.

Papà e mamma, quando il bambino è piccolo, inseguiti dalla fretta, dagli impegni e dalle necessità lavorative, sociali ed economiche, molto spesso non riescono ad apprezzare e gustare il dialogo, l’amore e la presenza dei loro figli. Quando poi questi figli si affacciano nel burrascoso periodo adolescenziale, spesso i genitori li sentono allontanarsi ogni giorno di più, mentre l’incontro e l’intesa rischiano di trasformarsi in scontri o in rapporti freddi, distaccati e superficiali.

Infine, pensare di essere accompagnati, sostenuti, assistiti, sollevati dai pesi e dalle limitazioni degli anni e della vecchiaia diventa sempre più frequentemente pura illusione in quanto, accanto ai vecchi genitori, per ascoltarli, assisterli e curarli, è molto più facile che vi siano braccia, volti, orecchie e occhi sconosciuti e stranieri provenienti da lontani paesi, che non occhi, braccia e volti da sempre conosciuti e amati come quelli dei loro figli.

In definitiva, si avverte nettamente che questo rapporto di dare e avere tra le generazioni si concluderà con una netta perdita per i genitori. Questa consapevolezza non fa che accentuare la frustrazione ed il rifiuto verso la maternità e la paternità.

La scarsa presenza di un sicuro e valido spazio affettivo.

Lo spazio affettivo sicuro e valido è quello spazio fatto di dialogo, attenzioni, ascolto, disponibilità, nel quale il bambino da una parte può muoversi in piena sicurezza, mentre dall’altra, in questo spazio, può ricevere e far propri preziosi apporti educativi e formativi. Lo spazio affettivo può essere ampio, come nelle famiglie allargate, nelle quali molte persone, sia adulti che minori, unite da legami di sangue o di parentela vivono insieme in armonia e collaborazione reciproca, oppure può essere limitato e ristretto soltanto ai due genitori o addirittura ad un solo genitore e a qualche sporadico amico di famiglia. Sappiamo che quanto più ampio è lo spazio affettivo e relazionale con caratteristiche positive nel quale il bambino può liberamente ed in sicurezza scambiare, tanto più facile è la sua gestione, in quanto i molteplici punti di riferimento positivi, diminuiscono l’impegno diretto e personale dei genitori. Al contrario, quanto più ristretta è la rete affettiva e familiare, tanto più difficile, penosa e snervante è la gestione della crescita dei minori. Quanto più rischioso e pericoloso è lo spazio delle relazioni, tanto più attenzioni sono necessarie per farlo vivere ai figli senza troppi rischi. Quando il mondo economico e le politiche familiari, non solo non favoriscono ma anzi rendono difficile o ostacolano una ricca, positiva ed efficace rete familiare, si vengono a strutturare le attuali mini famiglie, le quali da una parte non sono in grado di gestire correttamente l’educazione del minore, dall’altra rendono oltremodo difficoltoso l’impegno per il suo sviluppo.

La insufficiente presenza di uno spazio fisico.

Oltre allo spazio affettivo è importante anche lo spazio fisico. Se il bambino ha attorno a sé un ampio spazio strutturato in modo tale da potersi muovere liberamente senza rischio per la sua incolumità fisica e morale, come potrebbero essere cortili, giardinetti e altri spazi verdi attorno o vicino alle case, l’impegno diretto della famiglia diminuisce notevolmente, mentre nel contempo migliora l’umore ed il benessere psicologico del minore. Quando invece il bambino è costretto in spazi limitati e ristretti, come quelli presenti nei normali appartamenti in condominio, le limitazioni, i divieti, ma anche i rischi sono notevolmente maggiori, con conseguente aggravio dell’impegno e del controllo da parte dei genitori e maggiore frustrazione e tensione emotiva da parte del bambino.

I notevoli costi economici.

Un figlio, “una nuova bocca da sfamare”, come si diceva nelle società contadine di una volta, ha avuto sempre un costo economico, ma mai nella storia umana il costo economico della cura, allevamento, formazione ed educazione di un essere umano è stato così alto, com’è attualmente nelle società occidentali.  E ciò essenzialmente per due motivi.

Il primo riguarda gli stili di vita imposti dalla pubblicità e dalla società dei consumi, che condizionano pesantemente le scelte dei genitori i quali, non si sentono buoni genitori, se non si allineano a certi standard. Per sentirsi “un buon genitore” non basta comprare delle scarpe al proprio figlio ma, è necessario che queste siano di moda e, se possibile, griffate. Lo stesso vale per la cartella, il diario, i quaderni, i vestiti, i mobili della sua stanzetta ecc.. Non basta un telefono in casa ma ogni componente della famiglia ne deve avere almeno uno, se non due o tre. Come non basta in casa un televisore o una radio, ma è necessario che vi sia un televisore in ogni stanza. Per sviluppare normalmente il corpo di un bambino, non è sufficiente camminare, correre e giocare liberamente, ma un buon sviluppo fisico deve passare attraverso palestre o attività sportive da frequentare, naturalmente, a pagamento. Vi è poi la formazione culturale e scolastica che si associa al divieto di lavorare. Non viene considerata assolutamente sufficiente l’istruzione familiare, come non viene considerato sufficiente neanche qualche anno di istruzione nelle scuole pubbliche o private. Sono obbligatoriamente necessari molti, molti anni da trascorre sui libri e nei banchi di scuola. Perché lo Stato  lo impone e perché, per trovare un lavoro prestigioso, sono necessari certi standard formativi. Il fatto che lo Stato  imponga, con l’obbligo scolastico, una certa istruzione di base, attualmente in Italia fino a sedici anni, potrebbe essere un fatto positivo soltanto se la società civile potesse assumerne tutti gli oneri. Ci si aspetterebbe allora che fosse completamente gratuita la frequenza delle lezioni, ma anche completamente gratuiti dovrebbero essere i libri. Ma non solo.

Se lo Stato  impone alle famiglie per i minori lo studio, piuttosto che il lavoro con il quale questi potrebbero essere rapidamente indipendenti, questa operazione dovrebbe essere a costo zero per le famiglie, in quanto è la società civile che dovrebbe farsi carico del necessario mantenimento dei minori fino all’età nella quale persiste l’obbligo scolastico ed il divieto di lavorare. Per un minimo di correttezza e di giustizia, delle due una: o lo Stato  lascia libere le famiglie di regolarsi come meglio credono nelle loro scelte educative e formative o, se la società è consapevole che è un bene per la comunità civile che i propri concittadini abbiano un alto livello d’istruzione, se ne assuma tutti gli oneri che ne conseguono. In caso contrario? In caso contrario non può che accettare, senza incolpare i genitori di egoismo, quello che milioni di famiglie già fanno e cioè limitare al massimo il numero dei figli o escluderli del tutto, per evitare di affrontare spese ingenti per numerosi anni. 

Le limitazioni nella carriera professionale, politica o sociale.

Se la carriera professionale o politica è considerata importante, e messa al primo posto, non vi è dubbio che questa sarà limitata dalla nascita di uno o più figli. Come pensare alla carriera e seguire efficacemente e contemporaneamente un figlio? Com’è possibile, se richiesto dal datore di lavoro, spostarsi da una città all’altra e seguire un figlio? Stabilità nel lavoro, licenziamento, avanzamento di carriera e maggior stipendio spesso dipendono da quanto si riesce a dare nel lavoro, non da quanto si riesce a dare come genitori.

Le limitazioni nel tempo libero e nelle gratificazioni personali.

Un figlio o peggio, più figli limitano e condizionano molte scelte e necessità personali. Limitano la possibilità di utilizzare il tempo libero.  Limitano la possibilità di accedere alle cure del corpo. Limitano la possibilità di impegnarsi nell’agone politico e sociale. Limitano la vita di coppia. Se l’educazione delle nuove generazioni è stata impostata sulla valorizzazione dell’individuo e sulla conquista del massimo piacere e gratificazione personale e non sulla gioia della conquista e del dono queste, ed altre limitazioni della libertà individuale, saranno vissute con un senso di penoso sacrificio, che si cercherà di evitare sfuggendo o limitando al massimo le gravidanze.

L’inadeguatezza.

Vi è poi il problema dell’inadeguatezza. Nelle società avanzate del ricco e tecnologico occidente tutti i genitori dovrebbero avere caratteristiche da Superman. Essi dovrebbero contemporaneamente essere impegnati in una o più attività lavorative, “perché i soldi non bastano mai”; dovrebbero poi riuscire ad affrontare tutti gli impegni burocratici dettati ed imposti da una società avanzata e, contemporaneamente, dovrebbero riuscire ad impegnarsi ad educare e curare i figli.

La cosa detta così non sembra troppo difficile ma lo diventa a causa di una macchina burocratica e tecnologica sempre più complessa ed esigente. Non basta, infatti, essere disponibili a pagare le tasse ma bisogna avere una laurea in economia e commercio per poter assolvere, senza errori, a tutti gli impegni fiscali. Errori che tra l’altro sono poi puniti severamente come fossero dei crimini.

Per spedire un pacco non basta confezionarlo e portarlo all’ufficio postale, ma bisogna saper compilare i moduli giusti nel modo giusto. Per telefonare non è sufficiente alzare una cornetta e comporre il numero, ma bisogna fare un corso sulla comunicazione per poter capire come funzionano le mille diavolerie presenti nei normali cellulari.

Alte capacità e cultura tecnologica e fiscale sono solo due dei tanti requisiti che dovrebbero avere dei buoni genitori. Questi, come Sant’Antonio, dovrebbero poi possedere ampi poteri di bi o tri locazione per essere contemporaneamente presenti al primo e secondo lavoro; per essere pronti ad accompagnare i figli nelle varie attività sportive, musicali e scolastiche “indispensabili per farli crescere bene”; dovrebbero moltiplicarsi per essere sempre disponibili ad accompagnarli alle visite dei vari medici e specialisti per non trascurare problemi, una volta considerati assolutamente accettabili ma che vengono oggi presentati come importanti e fondamentali per la futura salute dei giovani rampolli.

Nel contempo i genitori dovrebbero essere attenti nel controllare che i figli non si mettano in situazioni di rischio con radio, Tv, Internet e telefonini tutto fare. Strumenti i quali, nonostante venga ripetuto costantemente che “di per sé non sono buoni o cattivi ma tutto dipende dall’uso che se ne fa”, costringono i genitori ad essere sempre disponibili e presenti mentre il figlio si collega in Internet e i pedofili ed i siti pornografici sono là pronti a ghermirlo appena si distrae un attimo.

E ancora i genitori devono essere presenti e disponibili, come viene giustamente consigliato dai buoni psicologi, a sedersi accanto ai giovani virgulti che assistono ai programmi TV per selezionare, con loro, i programmi più adatti e contemporaneamente dialogare su quanto visto o ascoltato.

Naturalmente gli stessi genitori non possono mancare al loro ruolo di tassisti pronti ad accompagnare i figli nelle varie festicciole, ma anche alla danza, al teatro, al cinema “perché i figli hanno la necessità di migliorare la loro cultura e contemporaneamente relazionarsi con i loro coetanei.” Quando i figli sono più grandetti il loro servizio di accompagnatori si prolunga anche durante la notte. È normale che durante l’adolescenza, ma anche nei lunghi anni della giovinezza dei figli trascorsa in famiglia, la notte per i genitori non sia più fatta per riposare. Durante tutti questi anni il lavoro notturno dei genitori, infatti, consiste nell’accompagnare i giovani rampolli o le giovinette nelle varie discoteche o nelle case poste spesso in località fuori mano, come le ville in campagna e al mare, “dove è giusto che si divertano con i coetanei”, per poi aspettarli per ore in macchina, oppure rientrare in casa e dormicchiare sul sofà in attesa di andarli a riprendere. Se poi hanno raggiunto il traguardo dei diciotto anni e quindi della patente e hanno diritto alle chiavi e all’auto propria o di papà, le cose non migliorano affatto perché non è fino a mezzanotte che bisogna aspettare i figli, ma fino alle cinque - sei del mattino. E’ solo mentre albeggia che si avrebbe il diritto di riposare e ritrovare un po’ di pace e tranquillità, dopo aver sentito il rumore della macchina posteggiata nel condominio e il tonfo della porta di casa che, finalmente, indica il ritorno tra le mura domestiche dei giovani nottambuli. Questi due segnali sono essenziali per capire che, almeno per quella notte, i propri figli e la preziosa auto non sono andati a sbattere contro un albero o un muro, né si sono fracassati scontrandosi contro un’altra macchina. A quel punto, però, bisogna essere pronti e pimpanti per iniziare un’altra giornata di lavoro.

L’inadeguatezza si presenta anche nel momento della relazione. Uomini e donne educati ed istruiti entrambi allo stesso modo nella prospettiva e nell’attesa di un comune futuro impegno professionale e di carriera, con scarsa o senza alcuna preparazione alla vita genitoriale e familiare, dovrebbero essere capaci di atteggiamenti e comportamenti difficilmente compatibili. Ad esempio, se hanno scelto la carriera militare, dovrebbero andare per qualche mese in “missione di pace” per sganciare bombe e mitragliare senza pietà i ribelli che non vogliono accettare la nostra democrazia, dimostrando virilità, grinta, dinamismo, aggressività e sicurezza in questo loro quotidiano “lavoro”, per poi tornare a casa ad accudire amorevolmente il nuovo nato, preparandogli ottime pappine prima di cantare al suo capezzale dolci e tenere ninnenanne!

Nonostante l’inadeguatezza tra ciò che si richiede ai genitori e le loro reali possibilità sia notevole ed evidente, pochi si pongono il problema sia di preparare questi genitori, sia di facilitare e rendere possibile il loro compito. Si fa invece a gara nel complicarlo sempre più riversando ed inserendo, all’interno delle famiglie, bisogni, esigenze e strumenti sempre più difficili da governare e controllare.

Si vuole ad esempio che la famiglia educhi i figli all’amore, alla legalità, al rispetto e alle buone maniere ma poi si lascia, si dice per amore della libertà, che i mass media invadano le case, i cuori e le menti di ogni membro della famiglia con immagini e contenuti grondanti violenza, volgarità, superficialità, aggressività, opportunismo.

Tratto dal libro: "Mondo affettivo e mondo economico" Di Emidio Tribulato

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Famiglia ed adattamento

 



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Non si dovrebbe parlare di “crisi della famiglia” ma di un sistema sociale che produce delle famiglie disfunzionali attraverso una serie di decisioni individuali, leggi, disposizioni e norme.

LA FAMIGLIA DISFUNZIONALE

•    Non è funzionale una famiglia in cui sono presenti due responsabili con uguali compiti e medesime funzioni.

•    Non è funzionale una famiglia in cui molte responsabilità specifiche vengono sottratte al pater familias per essere assunte dall’ordine giudiziario.

•    Non è funzionale una famiglia in cui gli elementi della coppia che la costituiscono non hanno caratteristiche sessuali diverse, specifiche e complementari.

•    Non è funzionale una famiglia in cui ogni elemento della coppia non è stato adeguatamente formato, fin dall’infanzia, alle problematiche riguardanti l’allevamento e l’educazione dei piccoli ed ai bisogni relazionali della vita di coppia e familiare.

•    Non è funzionale una famiglia in cui le leggi dello stato non aiutano, nei fatti, la sua unità, ma provocano e stimolano conflittualità, fratture e disfacimento.

•    Non è funzionale una famiglia quando la società non protegge adeguatamente i componenti, soprattutto i minori, da condizionamenti negativi, idee diseducative, volgarità e sfruttamento economico ad opera dei mass – media. Non è funzionale una famiglia in cui, per la produzione di beni materiali o sociali, sono sottratte le migliori energie, a scapito della funzione formativa, educativa ed affettiva.

 

Spesso si parla della famiglia come di un’istituzione che si adatta alle varie condizioni ambientali. E’ questo un modo ottimistico di guardare la realtà, in quanto si intende in questo modo affermare che la famiglia essendo un organismo vivo e flessibile ha la capacità, modificandosi, di trovare delle modalità positive che le permettono di svolgere anche nelle situazioni più difficili il suo compito. Ne consegue che basta aspettare il tempo necessario al suo adeguamento affinché i problemi si risolvano.

Purtroppo non è così.

Il sistema famiglia nasce da una serie di scelte individuali e di coppia. Scelte libere ed autonome. Il padre che decide di lavorare in un’altra città fa una scelta, come fa una scelta la madre che decide di impegnare buona parte del suo tempo nel lavoro extrafamiliare, o il nonno che preferisce occuparsi del gioco delle bocce piuttosto che del suo nipotino.

 Fa anche delle scelte verso un tipo di famiglia piuttosto che di un altro ogni governo, ogni organismo pubblico o privato che emana o interpreta leggi, circolari, disposizioni e norme e ogni religione che è capace o no di dare indicazioni morali efficaci ed utili. Per tale motivo ogni tipologia familiare è costruita dalle scelte individuali o sociali, per cui il termine adattamento è usato in modo improprio. La conseguenza di quanto abbiamo detto è che non si dovrebbe parlare di “crisi della famiglia” ma di un sistema sociale che produce delle famiglie disfunzionali attraverso tutta una serie di decisioni individuali, leggi, disposizioni e norme.

Intanto lo spostamento di tempo, impegno, formazione e cultura a favore del mondo degli affari e dell’economia ha portato ad un aumento notevole del benessere materiale che ha fagocitato il mondo affettivo e delle cure che appare ridotto al lumicino.

 

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Tale realtà e sotto gli occhi di tutti. Dalla culla alla tomba, la deprivazione affettiva non risparmia nessuno: i bambini che devono fare a meno di mamma e papà entrambi impegnati nel lavoro: “ Perché con uno stipendio non si può vivere”. Gli adolescenti : “ Ascolta tuo figlio che ha sempre qualche problema perché ho una riunione importante”. Gli adulti ammalati: “Mi dispiace ma non mi posso assentare dal lavoro per farti compagnia.” Gli anziani: “ Immagina con tutte le cose che ho da fare se posso pensare ad assistere mio padre, gli procurerò una badante”.

Molti erano sicuramente in buona fede quando hanno accettato le nuove e più entusiasmanti regole del gioco, abbandonando le “vecchie, ammuffite teorie” che volevano un impegno privilegiato per il mondo degli affetti rispetto a quello della produzione. Molti pensavamo veramente di poter moltiplicare le proprie energie e di poter far tutto, ma proprio tutto, per contemperare esigenza diverse e contrastanti. Molti avevano e ripongono ancora oggi tutte le loro speranze su due buoni stipendi e sui servizi dello stato, perché è stato detto loro, fino alla nausea, che “con i soldi puoi fare ogni cosa, puoi comprare tutto.”  Ora si sentono traditi non sanno da chi o da che cosa ma la sensazione e di essere stati traditi: dal governo che non fa gli asili nido ed i servizi necessari per i bambini, gli adolescenti, i giovani, gli ammalati e gli anziani; dall’altro coniuge “Che non si impegna veramente quanto dovrebbe”; dagli insegnanti “Che non fanno il loro dovere e rubano lo stipendio”; dai pedofili, dai cattivi compagni e dagli spacciatori che hanno rovinato i figli: “ Che Dio  stramaledica questa gente che approfitta delle debolezze altrui.”

Difficilmente riescono ad intravedere la verità, ancora più difficilmente quando la scoprono riescono ad accettarla.

Un’altra delle conseguenze del privilegiare e mettere in primo piano il mondo della produzione rispetto al mondo degli affetti è stata quella di aver distrutto e disperso in poche generazioni, un patrimonio culturale  accumulato dall’umanità in millenni di storia. E’ come se tutti o buona parte degli agricoltori, disprezzando e sentendo poco esaltante la loro attività, avessero privilegiato l’impegno industriale. Questo cambiamento di ruolo avrebbe provocato non solo l’inaridimento o la desertificazione dei campi e quindi una crisi alimentare spaventosa, ma quel che è peggio si sarebbe perduta la cultura ed il piacere legati alla coltivazione della terra. Si sarebbe perduta la capacità di seminare e coltivare, ma anche il piacere  di vedere germogliare le piantine e di vederle crescere. Si sarebbe perduta la capacità di far diventare le esili piantine alberi grandi, forti e rigogliosi, ma sarebbe scomparsa anche la gioia immensa di ammirarle ricche di fogliame e maestose sfidare i venti, le nuvole e la pioggia. Si sarebbe perduto il piacere di vederle avvolte in una nuvola di fiori in primavera e più tardi, in estate, di raccoglierne i frutti succosi.

 

Mentre uomini e donne siamo sempre più esperti come medici, avvocati, commercialisti e con noncuranza usiamo i computer o navighiamo in internet, siamo sempre più insicuri ed imbranati  non solo quando si tratta di allevare un bambino, ma anche quando con lui vogliamo avere un dialogo profondo e intimo. Saper ascoltare e capire, saper consigliare e guidare, è diventata un’arte sconosciuta. Tra l’altro l’incapacità affettiva si ripresenta puntuale in molte altre occasioni, come quando ci cimentiamo in un rapporto profondo a due, o quando vogliamo capire e consolare un ammalato, o avvicinare e accarezzare il bianco capo di un vecchio per rassicurarlo. In queste ed in mille altre occasioni la carenza del mondo affettivo attorno a noi e dentro di noi ci rende incapaci ed insicuri, con notevole danno verso gli altri e noi stessi.

Già anche verso noi stessi perché sentirsi incapace non migliora l’autostima, né ci rende più sicuri e felici.

Abbiamo detto precedentemente che siamo molto bravi nelle attività professionali, ciò è vero solo in parte in quanto la carenza affettiva, si riflette alla lunga, in modo negativo, anche nelle attività tecniche e professionali.

Per cui siamo medici, avvocati ed ingegneri che hanno più conoscenze e strumenti sofisticati, ma il cui reale valore professionale decade inesorabilmente perché non sostenuto da qualità umane come l’equilibrio, la serenità e la saggezza, caratteristiche indispensabili in ogni attività, anche la più tecnica.

Molti per la verità, soprattutto nell’ambito cattolico, non avrebbero assolutamente voluto che il mondo della produzione fosse privilegiato rispetto al mondo degli affetti, in quanto prevedevano le conseguenze nefaste sulla coppia, sulla famiglia e sull’educazione della prole. Pertanto proponevano che l’uomo e la donna si dividessero equamente questi due fondamentali impegni. Era ed è ancora per molti educatori la proposta del 50%. In pratica la donna e l’uomo avrebbero e dovrebbero impegnare  il proprio tempo e le proprie energie dividendole equamente tra casa e lavoro; tra mondo dell’affettività e mondo della produzione. 

Tutto ciò purtroppo non è avvenuto. E’ avvenuto ben altro. E’ avvenuto quello che alcuni prevedevano. Nonostante alcune immagini folcloristiche di uomini che portano a spasso i propri figli nella carrozzella o lavano i piatti, l’uomo non si è mai veramente coinvolto ed impegnato ad utilizzare metà del proprio tempo e delle proprie energie a favore del mondo degli affetti. Ma quel che è peggio la donna, nonostante il tanto declamato istinto materno, dapprima gradualmente e ora, in Italia negli ultimi anni, precipitosamente ha quasi del tutto abbandonato il mondo degli affetti per riversare le proprie energie ed il proprio tempo sul mondo della produzione.

 

 

Tratto dal ibro: "MONDO AFFETTIVO E MONDO ECONOMICO" DI Emidio Tribulato

 

 

 

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Ruoli e responsabilità familiare

 

Esaminiamo cosa comporta l’assunzione di uno stesso ruolo di responsabilità al vertice dell’istituzione familiare. In questo campo ogni indicazione data dalla storia, dalla tradizione millenaria, dal buon senso e dalle esperienze manageriali, sembra non sia servita a nulla.

Cosa comporta mettere a capo di una famiglia due persone il marito e la moglie, così com’è stato fatto in Italia da parte del nostro attuale diritto di famiglia? Per capire ciò basta pensare a quello che potrebbe succedere in una qualunque industria, ente o istituzione pubblica o privata se al posto di un capo ve ne fossero due. Basta pensare a quello che succederebbe in un’industria se, al suo vertice, vi fossero due direttori generali con le stesse prerogative e funzioni; al vertice di un governo due presidenti del consiglio o due capi di stato; o in una scuola due dirigenti o al comando di una nave due comandanti. In quest’ultimo caso un osservatore esterno vedrebbe prima i due comandanti litigare per un bel po’, mentre la nave come ubriaca arranca zigzagando sul mare, per poi colare a picco dopo essere aver fatto collisione contro qualche scogliera.

Quando la responsabilità di vertice è affidata ad una persona questa, nel momento in cui accetta tale ruolo, gode del prestigio che da tale funzione gli conferisce ma si assume più facilmente e pienamente tutte le responsabilità e gli oneri che tale ruolo comporta: “onore e oneri.” Poiché l’autorità è servizio agli altri, San Paolo   espone in maniera egregia il rapporto che dovrebbe esistere tra il marito e la moglie. Da una parte (dalla moglie verso il marito) il riconoscimento dell’autorità, dall’altra ( dal marito verso la moglie ), un  amore grande e profondo ed un sacrificio che può essere spinto fino alla morte. San Paolo, come per millenni tutti gli studiosi di problemi familiari, sapeva che in un’istituzione così complessa e delicata come quella familiare è indispensabile, per il suo funzionamento, una guida unica, come sapeva anche che autorità si coniuga con responsabilità e amore verso le persone che sottostanno a questa autorità.

Quando invece tale ruolo è affidato a due o più persone, nessuno dei due lo sente veramente e pienamente proprio, per cui è facile il disimpegno da parte di uno dei due o di entrambi. Infatti, nelle nazioni, come la nostra, dove non esiste un responsabile all’interno della famiglia la ricerca di una figura autorevole che dia regole e norme  e che le faccia applicare risulta vana. E’ più facile che si attivi uno scontro continuo a causa del modo diverso di vedere e di agire nelle varie circostanze, mentre, nello stesso tempo, diminuisce il senso di responsabilità nei confronti dei propri doveri. Come dire: “Piuttosto che litigare ogni giorno ed ogni momento per decidere cosa fare o non fare e a chi tocca fare questo o quello, è molto meglio defilarsi e cercarsi altrove uno spazio più libero e sereno.”

L’assunzione di un ruolo già coperto da un’altra figura comporta molto spesso fuga dalle responsabilità oppure gelosia, concorrenza, scontro, aggressività, competizione e quindi disistima reciproca e lotta.

Ognuno dei due, consciamente o inconsciamente, cerca di acquisire sempre più potere a scapito dell’altro. Ognuno cerca di far valere il proprio punto di vista sottomettendo quello dell’altro, ognuno cerca di delegare l’altro nelle attività più faticose o noiose.

La mediazione, utilizzando il dialogo, diventa estenuante, infinita, ed alla fine sterile. L’aggressività si accumula ogni volta che l’uno è costretto a cedere al volere dell’altro, ogni volta che l’uno è costretto ad accettare le opinioni e gli indirizzi operativi dell’altro. Tutto l’opposto dell’aiuto, del sostegno e dell’intesa reciproca, che dovrebbe caratterizzare i ruoli di marito e di moglie, di padre e di madre. “ Io direi che l’uomo e la donna sono fatti per seguire strade diverse, per quanto vicine, e non per gareggiare tra loro.” 

Le conseguenze, spesso inevitabili, sono rappresentate dapprima da liti e musi lunghi sempre più frequenti e gravi, poi dal gran numero di separazioni e di divorzi, ed infine dalla ricerca affannosa di modalità di rapporto uomo-donna diverse, più semplici e meno coinvolgenti, come la “convivenza”, “il matrimonio con scadenza prefissata”, “il matrimonio senza convivenza”, “un’affettuosa amicizia”, “un rapporto affettivo aperto”, “un compagno di vita”, “un amico speciale” o più banalmente “ uno o una con cui uscire ed andare a letto ogni tanto.”

Si cercano nuove modalità di rapporto, per evitare legami, doveri o responsabilità eccessive, ma soprattutto si cercano nuove e diverse strategie per evitare continui e dolorosi scontri ed un perenne stato di conflitto. Questo perché i fondamenti stessi dell’intesa coniugale sono stati minati alla base. Non avendo dei ruoli chiari, né più bisogno l’uno dell’altro, non avendo più fiducia nelle promesse matrimoniali, i motivi che tengono uniti un uomo ed una donna, tendono a scemare e a scomparire.

Tutto ciò avviene più raramente quando i due campi d’intervento sono diversi e complementari. Nel tanto vituperato e frettolosamente abbandonato sistema patriarcale, i poteri ed i ruoli pur avendo molti elementi di contatto, avevano una parziale ma reale divisione che permetteva ad entrambi una concreta libertà d’azione, che si coniugava con il massimo della responsabilità e dell’impegno reciproco.

 Se l’uomo scavava un pozzo per l’acqua, era la donna che la tirava su e la utilizzava al meglio per cucinare e per la pulizia personale e della casa. 

Se l’uomo spianava la terra e ci costruiva una dimora, la donna l’arredava, la rendeva accogliente, calda, pulita.

Se il proprio uomo conduceva i propri affari nella città, lei era regina nei piccoli ma fondamentali commerci che si svolgevano attorno e dentro la casa.

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Se era l’uomo a provvedere al cibo, era la donna a scegliere quello più adatto, era lei che con maestria lo preparava e cucinava nel modo più opportuno, perché si adattasse alle varie età, ai bisogni e fosse appetibile per tutti.

Se era la donna che, con le sue qualità di dialogo, riusciva a far crescere dall’interno le potenzialità del bambino, era l’uomo che sapeva indirizzarle e guidarle verso obiettivi socialmente utili.

 

 

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Se l’uomo intesseva i rapporti di tipo politico con l’amministrazione della città, la donna aveva la responsabilità della gestione altrettanto importante delle relazioni parentali, sociali e amicali. Relazioni che riguardavano innanzi tutto il rapporto con e tra i figli, poi tra questi ed il loro padre, quindi tra questi e i nonni e gli altri componenti della famiglia di origine, ed infine tra più famiglie in qualche modo legate da vincoli di parentela o stretta amicizia. Lo scopo finale era creare una rete fatta di dialogo costruttivo, d’intesa, di aiuto e sostegno reciproco, in cui sia lei che tutta la sua famiglia potesse muoversi agevolmente e fruttuosamente.

 Se era il marito che aveva l’ultima parola sugli indirizzi e le norme di comportamento sociale, il regno della donna e quindi della moglie spaziava e si allargava nella mente e nei cuori d’ogni figlio e d’ogni componente la famiglia, creando quella maturazione intellettiva e culturale, quel benessere affettivo e psicologico fondamentale per lo sviluppo e la crescita di ogni individuo umano e di ogni società civile.

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Se l’uomo si preparava e s’impegnava nel creare le difese, nell’affrontare le guerre e nel trattare la pace, era la donna che si occupava di gestire al meglio sia i momenti difficili sia quelli più tranquilli.

A lui l’impegno educativo per stimolare le capacità fisiche e morali dei figli, a lei la responsabilità di sviluppare le capacità affettive, amorose, sentimentali e di dialogo.

Il mondo degli affetti e il mondo della produzione e dei servizi.

Nel mondo femminile vi era una predominanza ed un impegno prioritario nello sviluppo degli affetti, delle relazioni e delle cure. Nel mondo maschile predominava l’impegno per la politica, la difesa, il commercio e la produzione di beni e servizi.

In definitiva l’uomo e la donna davano vita e si muovevano prevalentemente in mondi diversi: la donna nel mondo degli affetti e delle cure,  l’uomo nel mondo della produzione, del commercio e dei servizi.

 

IL MONDO DEGLI AFFETTI E DELLE CURE

•     Lo sviluppo affettivo e relazionale.
•    La gestione della casa come luogo d’incontro e di dialogo della cellula familiare;  caldo e protetto nido; culla della futura umanità.
•    L’allevamento delle prole.
•    L’arricchimento culturale della prole.
•    L’educazione dei figli.
•    La gestione della rete parentale.
•    La cura dei più piccoli e dei più deboli: anziani, malati, handicappati.

IL MONDO DELLA PRODUZIONE DEL COMMERCIO E DEI SERVIZI

 


•    Educazione alle regole e norme civili .

•    Arricchimento culturale e formativo.

•    Produzione di beni e servizi.

•    Gestione politica.

•    Commercio.

•    Creazione d’infrastrutture.

•    Difesa.

 

In tal modo i due settori di competenza, quello maschile e quello femminile, permettevano di gestire autonomamente un ampio spazio individuale. Spazio in cui potersi muovere, e da cui ricevere notevoli stimoli e gratificazioni, mentre gli attori principali dell’uno e dell’altro: l’uomo e la donna, s’incontravano nei momenti e negli spazi gestionali in cui era necessario l’aiuto e la collaborazione reciproca.

Con questa modalità ognuno dei due sessi:

•    si preparava e veniva preparato dalla rete sociale e parentale a gestire nel modo migliore possibile la realtà in cui sarebbe vissuto e avrebbe operato;

•    si attivava coerentemente e impegnava gran parte delle proprie energie educative nel preparare le future generazioni a svolgere nel migliore dei modi il proprio compito;

•    studiava e metteva in opera tutti gli accorgimenti affinché la gestione del proprio mondo fosse ottimale, difendendone i valori ed i principi indispensabili;

•    dalla società veniva responsabilizzato nel proprio settore di competenza e gratificato, confortato e rassicurato in base ai risultati conseguiti.


La figura del "pater familias" creava quel punto fermo e di riferimento per tutti. Riferimento indispensabile in ogni organizzazione, grande o piccola, che vuole essere efficiente e funzionale.

Tutto ciò portava alla complicità e complementarità, e questa facilitava di molte le intese e rendeva più stabili le unioni.

Un matrimonio è saldo, tanto più saldo quanto più le persone sono mature, responsabili e ricche di valori, ma anche quanto più è presente una reciproca interdipendenza ed una buona integrazione, quanto più l’uno trova nell’altro, ciò di cui ha bisogno, ciò che gli manca, ciò che non ha, ciò che cerca.

Un matrimonio è tanto più fragile quando più le due persone  hanno caratteristiche sessuali simili, quanto più l’uno lavora per non chiedere nulla all’altro o pensa di potere fare a meno dell’altro. Un matrimonio è tanto più fragile quando non vi è un’autorità ed una responsabilità riconosciuta ed accettata.

Per i figli vi erano due spazi diversi in cui muoversi liberamente: uno più tenero, più vibrante, più dolce, più affettivamente caldo; l’altro più deciso, più fermo, più sicuro; l’uno proiettato verso l’interno: della famiglia, degli affetti, della comunicazione, l’altro indirizzato verso l’esterno: verso la società, verso le attività. Sempre per i figli vi erano due livelli di autorità il primo più vicino, più tenero, più accettante e comprensivo, più flessibile, ed istintivo; il secondo meno emotivo, ma anche più fermo, più vincolante e lineare. L’uno e l’altro non in continuo conflitto o in opposizione ma entrambi legati da un’interazione ed un sostegno reciproco.

Si dirà che questo tipo di famiglia non era democratica, in quanto, l’ultima e definitiva decisione spettava al padre, ma guai alle istituzioni in cui la demagogia o un’astratta, vuota e falsa democrazia minano la sua funzionalità. Se l’albero si riconosce e ha valore per i suoi frutti, non si dovrebbe parlare di famiglia “democratica” o di famiglia “dittatoriale”, ma di sistema familiare che funziona e quindi porta benessere a tutti i suoi membri ed alla società, per cui assolve al ruolo che la natura gli ha dato  e di sistema familiare che non funziona, per cui tutti i suoi membri ne soffrono ma soprattutto è la società, nel suo complesso, che ne paga le conseguenze.

L’attuale sistema familiare si è rivelato fallimentare in quanto privo di molti elementi funzionali indispensabili.

 

 

Tratto dal ibro: "MONDO AFFETTIVO E MONDO ECONOMICO" DI Emidio Tribulato

 

 

 

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Separazione e divorzio

 

Una delle cause più rilevanti di assenza genitoriale è data dalla separazione e dal divorzio.

Il numero delle coppie che si separano o divorziano in tutto il mondo occidentale è in continuo, costante aumento. In Italia l’introduzione nel 1970 dell’istituto del divorzio, ha provocato un modo diverso di vedere e di affrontare il matrimonio e le crisi coniugali.

           Il legame matrimoniale si è trasformato, agli occhi e nell’animo di molti, da legame perenne, fonte di sicurezza, solidarietà e impegno, a legame temporaneo da cui ci si può sciogliere facilmente e unilateralmente. Naturalmente per fare ciò è necessario superare il problema educativo dei figli, ma a questo pensano studiosi compiacenti che cercano di dimostrare, arrampicandosi sugli specchi, che i figli dei divorziati non subiscono poi un gran danno dalla rottura del matrimonio o che in ogni modo è meglio vivere lontani da un genitore che vivere in una famiglia conflittuale.        

Per tale motivo il matrimonio viene sempre di più visto come un gravoso optional di un rapporto a due, in quanto gravato da minacce, da stress psicologico, economico o legale, più che come la realizzazione di un progetto agognato, una meta da raggiungere e vivere serenamente e pienamente, per cui, se nascono dissidi nella vita matrimoniale, non si cerca di affrontarli e risolverli, anche con molto sacrificio del proprio Io, ma si tende a gettare la spugna e quindi a separarsi.

    Le leggi che si sono succedute negli anni, le quali, in qualche modo, hanno interessato la coppia e la famiglia, non hanno fatto altro che peggiorare, e di molto, il clima familiare e l’intesa tra i coniugi. “ Tra moglie e marito non mettere il dito.” Questo detto popolare dovrebbe valere soprattutto per il legislatore e per la magistratura.

    L’istituto del divorzio, ad esempio, ha modificato in maniera notevole il concetto di separazione dei coniugi. Questa è vista non più come “…una pausa di riflessione consentita ai coniugi in difficoltà, per correggere comportamenti ed atteggiamenti pregiudizievoli alla prosecuzione della convivenza, bensì una fase intermedia del rapporto coniugale, spesso compromesso e proiettato verso lo scioglimento definitivo.”   Cambia la prospettiva stessa della famiglia e del matrimonio, il quale viene inteso non più come uno strumento per far crescere nel modo migliore le future generazioni, ma come uno dei tanti modi in cui la coppia può vivere e amarsi.  Una realtà in cui l’individuo può realizzare se stesso e i propri bisogni. Ciò che ci si aspetta dal matrimonio è il raggiungimento di un’elevata felicità personale, mentre si trascurano gli obblighi nei confronti dei figli e della società.

Affidamento dei figli.

Per consuetudine giuridica, i figli sono affidati in Italia alla madre (nel 2002 nell’82,7%) Questo affidamento è legato all’uso dell’appartamento comune. Recita, infatti, l’art. 155 c.c. “L’abitazione della casa familiare spetta di preferenza e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli…” Ciò comporta, spesso, un grave disagio e un cocente senso di ingiustizia, per l’altro coniuge, costretto a uscire, a volte, dall’abitazione che con tanti sacrifici aveva contribuito a creare.

I motivi sono noti: la madre viene vista come la persona più idonea a curare, seguire, educare i figli, in quanto viene evidenziato nella femminilità quel particolare carisma capace di instaurare un miglior dialogo con il bambino e una migliore comprensione e realizzazione dei suoi bisogni. La madre, quindi, in quanto tale, è giudicata come il coniuge più adatto a seguire e educare un bambino, specie nei primi anni della sua vita. Ciò, come vedremo, è solo in parte vero se si tiene conto delle capacità nell’allevamento e nell’accudimento; invece, per quanto riguarda le regole, le norme e linee educative, l’apporto paterno in tutte le età e specialmente nell’età adolescenziale è fondamentale.  In questo momento però non è di questo che vorremmo discutere ma delle conseguenze di queste scelte giuridiche.

Il rischio è che, da parte della donna, discenda un pensiero consequenziale: “Potrò separarmi tranquillamente in quanto il giudice quasi sicuramente mi farà dare un assegno di mantenimento, mi affiderà i figli e mi permetterà di continuare a vivere nella casa dove già abito, utilizzando tutti i mobili e gli arredi che contiene, senza nulla perdere, se non un ingombrante marito.” Quest’ipotetico pensiero c’è il rischio che corrisponda spesso alla realtà se lo colleghiamo ad un altro dato statistico, il quale evidenzia il fatto che sono soprattutto le donne a chiedere la separazione ed il divorzio.

Da parte dell’uomo il discorso potrà essere diverso ma altrettanto distruttivo: “La legge riconosce l’importanza primaria della donna nell’educazione dei figli, per cui, se mi separo, perderò quasi sicuramente i miei figli, la casa dove abito, i mobili, gli arredi e una parte del reddito che dovrò dare alla mia ex come assegno di mantenimento, in compenso non dovrò più occuparmi della salute e dell’educazione dei bambini, in quanto sono le donne e le madri che si occupano di queste cose. Io potrò tranquillamente pensare ad un nuovo amore ed a nuovi rapporti affettivi”; infatti, nell’80% dei casi, l’uomo riesce a trovare un altro legame e “…il 21% di loro (dei padri) vede i figli meno di una volta al mese a due anni dalla separazione. E tale percentuale sale con il passare degli anni rompendo dolorosamente i rapporti padre-figli.”   

Abbiamo cercato di tradurre anche se in modo molto rude e grossolano, ma pensiamo molto vicino alla realtà, il pensiero più probabile dell’uno e dell’altro coniuge, solo per evidenziare come certe prassi giurisprudenziali possono portare a conseguenze sicuramente non volute, ma psicologicamente prevedibili. E’ per tale motivo che vi sono numerose istanze da parte non solo delle associazioni degli uomini separati, ma anche da parte di associazioni cattoliche, che hanno a cuore il futuro delle famiglie e delle nuove generazioni, affinché tale prassi cambi sostanzialmente.

Si vuole che in queste tristi situazioni si esaminino con accuratezza le reali possibilità e capacità educative dell’uno e dell’altro coniuge. Soprattutto si tenga conto delle reali necessità del bambino ad avere non uno ma due genitori educandi, quindi si attui, per quanto possibile, un affidamento congiunto.

L’affidare ad entrambi i genitori la cura e l’educazione del bambino così come si profila nella nuova legge, sicuramente non risolverà tutti i problemi educativi, in quanto persisteranno molti dei problemi di cui parleremo. In compenso, questo atteggiamento, potrebbe dare ai genitori un segnale ben preciso: i figli hanno dei diritti che travalicano le problematiche, le scelte e i bisogni individuali e personali dei loro genitori. Una nuova formulazione dovrebbe portare, se non altro, ad una maggiore responsabilità da parte di tutti.

Il padre separato.

Chi è il padre separato?

Può essere un uomo che in solitudine lecca le ferite ricevute nel matrimonio, soprattutto negli ultimi periodi che hanno preceduto la separazione. Periodi questi ritenuti dagli psicologi tra i più tesi, stressanti e drammatici che un individuo può subire durante tutta la sua vita (nel punteggio degli stress al primo posto vi è la morte del coniuge, al secondo il divorzio, al terzo la separazione coniugale). Quest’uomo spesso cerca una rivincita che lo compensi, in qualche modo, della sofferenza subita.

Può essere lo sposato, finalmente di nuovo scapolo, che approfitta della sua ritrovata posizione e della nuova condizione di libertà per fare nuove conquiste, trascurando la famiglia d’origine che avverte carica di tensione e aggressività verso di lui.

Altre volte è il padre affettuoso che cerca la continuità nel rapporto con i figli, che si lega con altri padri in associazioni per rivendicare il diritto alla paternità, all’affidamento e all’educazione della prole.

 In rari casi, per fortuna, potrebbe essere il padre disperato che, pur di non concedere l’amore e l’educazione dei figli alla moglie, preferisce uccidere questa e togliersi la vita.

Ancora può essere l’amante che spera in un riavvicinamento della propria compagna. Ascolta e interpreta, a volte in maniera ottimistica, ogni telefonata o sguardo che possa essere interpretato come il rinascere di un sentimento d’amore, la scintilla di una nuova e ritrovata passione.

Al contrario potrà vestire i panni dell’amante deluso che cerca in tutti i modi di vendicare i torti e le angherie subite da parte della sua ex compagna anche mediante l’uso della violenza.

Può essere un uomo che esclude ogni rapporto affettivo con una donna o, al contrario, che cerca in un altro essere femminile ciò che non ha trovato nella prima moglie: una presenza, un affetto, una compagnia, un amore.

La madre separata.

Anche la donna separata può vivere molte delle realtà maschili che abbiamo descritto ma, poiché si sente dalla legge economicamente protetta e più appagata nel suo ruolo di madre che, a differenza del padre, in giudizio non le viene quasi mai negato, raramente arriva ad atti inconsulti.

Il suo vissuto si caratterizza soprattutto, per un legame più stabile e continuativo con i figli che le sono affidati. Legame che però difficilmente riesce a vivere in maniera serena e produttiva. 

Per difficoltà intrinseche al suo essere femminile, senza l’apporto di un uomo ha difficoltà ad essere guida serena, equilibrata e lineare per i figli.

In quanto coinvolta anche lei in una spirale fatta d’aggressività, di difese e di sospetti non riesce a garantire loro un minimo di serenità ed equilibrio.

Bisognosa di un appoggio morale e materiale, è portata molto spesso ad essere riassorbita nella casa paterna, regredendo di nuovo al ruolo di figlia. Infine, poiché più coinvolta nel ruolo di madre, più raramente dell’uomo riesce a trovare con un nuovo compagno un sano e sereno rapporto affettivo.

LE DIFFICOLTA' EDUCATIVE  NEI SEPARATI E DIVORZIATI

Il mondo del bambino inizialmente è limitato alla propria casa e ai propri genitori, per tale motivo è diverso dal mondo degli adulti che è ampio, perché fatto di numerosi e complessi rapporti familiari, amicali, professionali e di mille conoscenze. Compito degli adulti dovrebbe essere pertanto quello di dargli un mondo pacifico anche se non dell'Eden; invece, quando avverte tra loro conflitto, freddezza, aggressività, tutto il suo essere è pervaso, sconvolto e squassato dal conflitto, dall'aggressività, dalla tensione; pertanto ogni disturbo della relazione dovrebbe essere ”curato” o con l’aiuto di persone mature e responsabili o mediante specialisti nella terapia della coppia e della relazione.

D’altra parte, anche quando la separazione è già avvenuta, le conseguenze e le tensioni non diminuiscono di molto. Per tutti questi motivi, nel caso di separazione o di divorzio, è raro che entrambi i genitori riescano a seguire e curare l’educazione e la crescita dei figli in maniera adeguata, a causa della mancanza di stima, affetto, apertura e disponibilità reciproca e a motivo della perdita d’autorevolezza. Inoltre, lo scontro tra i genitori, che spesso si trasforma in guerra aperta, coinvolge anche i figli che sono costretti a schierarsi con l’uno o con l’altro.

In genere questi tenderanno ad allearsi con il genitore al quale sono stati affidati, in quanto  è il genitore più vicino, quello che li cura di più, ma anche quello che ha tutta la possibilità di parlare male dell’altro, senza che quest’ultimo possa difendersi.

    Lo schierarsi, porta inevitabilmente ad una perdita di stima e quindi di autorevolezza nei confronti del genitore avvertito come colpevole. A sua volta, quest’ultimo, non sentendosi più amato e rispettato, tenderà a rispondere con altrettanta acredine o con freddezza.

Il rapporto genitori – figli, pertanto, si deteriora rapidamente, e molto spesso anche definitivamente.

    Da ciò nasce quella “lacerazione interna” di cui parlano i figli dei separati o divorziati.  Lacerazione in quanto, ogni figlio vorrebbe apprezzare e amare entrambi i genitori.

Dalla lacerazione discende il frequente vissuto di colpa.

Non è raro, come conseguenza di quanto abbiamo detto, il rifiuto del figlio di restare anche per poche ore con il genitore non affidatario, sia per sfuggire al senso di colpa e alla tensione interiore, sia per l’acredine reciproca, che spezza rapidamente i legami affettivi preesistenti.

Più raramente, specie nel periodo adolescenziale, con la fine della fase edipica, può accadere che il genitore accusato, diventi quello con cui il figlio convive. Ciò è facilitato dall’atteggiamento polemico e contestatore caratteristico di quest’età e dalla necessità, da parte del genitore affidatario, d’interventi educativi tendenti a limitare o reprimere i comportamenti e gli atteggiamenti più problematici.

L’adolescente tenderà allora a manifestare aggressività, irritabilità ed atteggiamento dispettoso ed irrispettoso nei confronti del genitore che si cura di lui e che vorrebbe, anche per questo, tutta la sua solidarietà e comprensione. La risposta di quest’ultimo, a tali accuse ed aggressività che ritiene assolutamente illegittime ed ingiuste, scatena spesso altrettanta aggressività e rifiuto verso il figlio ritenuto immeritevole di tanti sacrifici.

Manca spesso inoltre, in queste situazioni, un dialogo efficace.

Questo, che dovrebbe essere continuo e spontaneo, è limitato per il genitore non affidatario alle poche ore settimanali concesse dal giudice, spesso in un clima di sospetto e diffidenza reciproca. Per il genitore affidatario, invece, la difficoltà nasce soprattutto dalla carenza di una figura che l’aiuti, l’accompagni, e lo collabori nell’attività educativa, ma anche dall’essere costretto ad assumere un doppio ruolo, maschile e femminile, di padre e di madre. 

Inoltre, per accaparrarsi l’amore del figlio conteso, è frequente la tendenza, in entrambi i coniugi, ad essere più permissivi di quanto si sarebbe voluto e si dovrebbe; come conseguenza di ciò si ha, nei figli, una frequente presenza di comportamenti capricciosi ed infantili.

E’ nota, inoltre, l’utilizzazione di questi con lo scopo di aggredire l’altro coniuge. Tale aggressività e bisogno di vendetta possono durare molti anni: se c’è qualcosa di duraturo nella coppia separata o divorziata è la loro reciproca aggressività, capace di durare per tutta la vita. I figli sono spesso utilizzati come arma impropria per minacciare, colpire, sfruttare, assoggettare, difendersi dall’ex marito o moglie. Nel momento della separazione, frequentemente, ognuno dei coniugi cerca di togliere qualcosa all’altro, di ferire, sminuire e far del male all’altro. Da ciò la frase abusata, ma vera, che “i genitori separati litigano a colpi di bambino”, cioè utilizzano il bambino per farsi del male.

Le minacce sono spesso del tipo: “Se non mi dai più soldi non ti faccio vedere i figli.” “Se mi chiedi troppo, ti tolgo il figlio più amato” ecc.. I minori spesso avvertono di essere usati come arma o mezzo di scambio e ricatto per cui la stima nei confronti dei genitori, intesi come adulti responsabili, forti, equilibrati, fonte di sicurezza, serenità e amore, non può che risultare gravemente compromessa.

Il coinvolgimento dei parenti e degli amici, nei casi di separazione o di divorzio, è frequente. Anche loro, vuoi spontaneamente, vuoi perché trascinati nella contesa, si sentono moralmente costretti a schierarsi, dividendosi per l’uno o l’altro fronte. Con ciò, alimentando e accentuando gli elementi di rottura ed inimicizia, privando così, sia l’uno che l’altro coniuge, dell’apporto amicale.

Ricco poi di complesse problematiche interiori è, per i figli, l’accettare la presenza di un’altra persona accanto al proprio padre o alla madre.

E’ molto facile, infatti, che la solitudine, il bisogno di dialogo, di affetto e di una vita sessuale normale, spinga alla ricerca di un nuovo partner. Ciò disturba notevolmente l’immagine che ogni figlio tende a farsi dei propri genitori e della propria famiglia. Il genitore per i figli è circondato da un alone di serietà e purezza particolare. Un padre non si fidanza: lo ha già fatto una volta con la mamma e basta. Non corteggia, non s’innamora, non ha rapporti sessuali, non si sposa con altre donne. Per il figlio queste realtà possono solo riguardare il passato, ma non il presente. Nel suo immaginario i rapporti sessuali sono accettati già con molta difficoltà solo nei confronti della propria madre o padre, con estranei sono visti e giudicati come una cosa impudica e sconcia.

Tra l’altro, oggi, vi è la tendenza, da parte di genitori sempre più infantili, di far partecipare i figli delle proprie esperienze amorose. Per cui, mentre prima l’amante era presentato come un amico, fino a pochi mesi prima del matrimonio, oggi i figli sono costretti a partecipare a tutta la vita amorosa e sessuale dei genitori. Da ciò un accentuarsi del disagio interiore e del giudizio negativo verso di loro e gli adulti in genere.   

Anche in questo caso si prospetta, come risolutore del problema, “l’adattamento.” Si dice: “I figli, come i coniugi, si devono adattare alla nuova situazione.” Ma a quale prezzo? Vale, anche in questo caso ciò che abbiamo detto prima sull’adattamento.

Con il nuovo matrimonio o convivenza vi è l’inserimento di nuove figure che si pongono come paterne o materne.

Se si tengono in giusto conto le caratteristiche così particolari di unicità, globalità, indissolubilità del rapporto genitore - figlio, si comprenderà bene come l’inserimento di figure che dovrebbero aggiungersi o sostituire quelle che lui conosce e che si sono profondamente radicate nel suo animo, sia traumatico e fonte di conflittualità interiore notevole. Spesso quest’inserimento porta a dei giudizi severi da parte dei figli: “Perché lo ha fatto, forse io non gli/le bastavo?”

Il nuovo compagno difficilmente sarà accettato pienamente e quindi non potrà avere, nei confronti dei figli non propri, quella dignità, quell’autorità e responsabilità che sono appannaggio del vero genitore.

Se poi, come spesso avviene, con il nuovo matrimonio si aggiungono anche altri figli di precedenti unioni, le dinamiche relazionali si complicano ulteriormente. Questi, infatti, sono portatori non solo di un diverso patrimonio genetico e un diverso cognome, ma anche di diverse esperienze educative. Portano, nella nuova famiglia, tutta una rete di dinamiche affettive e relazionali che è difficile gestire in maniera corretta. I rapporti tra fratelli sono molto conflittuali per loro natura. Questa conflittualità non può che aumentare nelle famiglie così dette “allargate o multiple”, giacché le diverse appartenenze dei fratellastri accentuano le gelosie, le invidie, le rivalità.

Diminuisce quindi il senso di appartenenza familiare e il grado di sicurezza ed integrità nei confronti del mondo esterno.

Si sono paragonate questo tipo di famiglie alle parentele spirituali dei padrini e delle madrine o alle famiglie patriarcali. Nulla di meno vero di questo. Le famiglie patriarcali avevano dei saldi e inequivocabili legami di stile educativo e di sangue, che le tenevano unite attorno all’anziano patriarca, cosa che manca completamente in questo tipo di unioni, nelle quali l’elemento disgregante è prevalente ed i genitori non solo non hanno il carisma del patriarca, ma somigliano piuttosto a dei giovani naufraghi in cerca di una tavola su cui aggrapparsi. Né si possono paragonare alle parentele spirituali date dalle madrine e dai padrini, poiché queste nascono da scelte, operate dai genitori, di persone che s’impegnano a restare vicini ai minori nei loro bisogni spirituali. Quindi sono persone di aiuto e supporto ad una famiglia chiaramente definita e stabile nella sua composizione.

Molto spesso i conflitti si evidenziano già prima che si sia formato un nuovo vincolo. Alcuni figli lottano per restare con i nonni o altri parenti. Altri preferiscono defilarsi dalla nuova situazione vivendo da soli, piuttosto che con il nuovo patrigno o matrigna o con gli altri fratellastri. Il nuovo venuto, ed i suoi parenti, sono visti come figure minacciose pronte a sottrarre loro il vero genitore o come ladri desiderosi di rubare loro il suo affetto.

In molti casi il nuovo fidanzato o la nuova fidanzata, i loro figli ed i loro parenti sono vissuti come persone che sconvolgeranno un equilibrio interiore che con tanta fatica erano riusciti ad conquistare.

Altri figli infine, pur rimanendo in apparenza nel nuovo nucleo familiare cercano e trovano all’esterno, nel branco, negli amici, nei coetanei o in qualche altro adulto, quella serenità, continuità e stabilità che ogni minore desidera ardentemente.

La presenza nella stessa casa di persone che non presentano lo stesso patrimonio genetico, nuovi genitori, fratellastri, sorellastre, fa aumentare il rischio di promiscuità, violenze sessuali ed incesto, all’interno della famiglia.

I figli dei separati e dei divorziati, in ogni caso, sono costretti a farsi carico di responsabilità eccessive e sproporzionate, spesso non gestibili in maniera efficace e serena. Ciò in quanto, il genitore che è rimasto solo a dover affrontare i mille nuovi problemi di sopravvivenza e per giunta in un clima di conflittualità, facilmente avverte il bisogno d’appoggiarsi all’affetto e al consiglio del figlio per far fronte ad un futuro incerto ed oscuro; tenderà, allora a trattare il figlio come se fosse un sostituto dell’ex coniuge. Ciò spinge il minore ad assumere il ruolo di capofamiglia e di confidente dei problemi economici o sentimentali del genitore.  

D’altra parte il figlio, venendo a contatto con l’infelicità genitoriale, è obbligato a diventare precocemente adulto per sostenere e rassicurare il proprio genitore –bambino.

Questi avvenimenti segnano per sempre in modo negativo lo stato psichico dei minori.

Conseguenze psicologiche.

Più aumenta il numero delle persone con immaturità, o con disturbi psichici, più si deteriora il tessuto sociale attuale, mentre viene compromesso il futuro stesso della società.

Le conseguenze psicologiche di quanto abbiamo detto possono essere, nei minori di famiglie separate o divorziate, molto gravi e numerose. L. Cian evidenzia: “ …la presenza di carenze affettive, la mancanza di equilibrio e di formazione di una identità personale stabile (la cosa sembra più grave se vi è differenza di sesso fra il genitore affidatario ed il bambino), sensibili deficit cognitivi nell’apprendimento, minore efficacia nell’interiorizzazione dei modelli normativi, solitudine, depressione, difficoltà a mettersi in relazione, più elevato rischio di comportamenti devianti, maturazione precoce in qualche modo forzata (specie se il genitore affidatario è molto assente dal nucleo familiare).” 

Lo stesso autore evidenzia che a scuola gli insegnanti constatano in questi bambini di genitori separati “ tristezza, depressione, condotte asociali o antisociali, pigrizia e mancanza d’impegno, fenomeni d’autocolpevolizzazione rispetto alla separazione dei genitori.” 

Altri autori evidenziano: ansia per il futuro, solitudine, confusione, depressione, aggressività, disturbi dell’apprendimento e del comportamento, senso di perdita e del lutto. Più grave quando vi è un figlio unico che quando vi sono più fratelli e sorelle.  

“ Per un bambino è inconcepibile vivere separato dalla propria famiglia, poiché in quell’ambiente trova le radici del suo esistere, il significato della sua appartenenza, il senso del divenire persona adulta.” 

 Ciò evidentemente aggrava, in maniera esponenziale, le problematiche della comunità in quanto più aumenta il numero delle persone con immaturità, o con disturbi psichici, più si deteriora il tessuto sociale attuale, mentre viene compromesso il futuro stesso della società.

Nel caso dell’adolescente è facile che tenda a cercare al di fuori della famiglia e dell’ambiente di vita, quella serenità, quelle attenzioni, quella gioia di cui è stato privato, purtroppo, a volte, affidandosi ad altri giovani o adulti che non solo non sono in grado di dare un aiuto efficace, ma tendono a proporre comportamenti e stili di vita gravemente a rischio.

Si è cercato di quantificare il rischio corso dai figli di genitori separati, il cui padre è assente sul piano educativo e si è visto che è triplo il rischio di difficoltà scolastiche e nella socializzazione; doppio il rischio per quanto riguarda il subire violenze, abusi, l’uso di droghe, di fumo e d’alcool.

 

Tratto dal libro di E. Tribulato"L'educazione negata" Edizioni E.D.A.S.

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