Educazione e lavoro materno

 

Emidio Tribulato - EDUCAZIONE E LAVORO MATERNO

 

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La minore possibilità di lasciare il lavoro quando e se la famiglia necessitava  dell’impegno femminile ed inoltre, il notevole tempo trascorso all’esterno della casa e della famiglia, hanno invece comportato delle conseguenze nettamente negative. Una madre che lavora o che ha numerosi impegni ha difficoltà a rispettare i bisogni, la fisiologia ed i ritmi della vita familiare.

Nel caso abbia un bambino piccolo, è costretta a trascorrere con questi un tempo limitato anche in momenti in cui la sua presenza sarebbe stata preziosa o addirittura indispensabile. Non è facile, infatti, contemperare le necessità dell’ufficio, della fabbrica e dei lunghi estenuanti tragitti dalla casa al lavoro, in macchina, in bici, in treno, con i bisogni di un bambino che vorrebbe ancora dormire, o che desidererebbe svegliarsi dolcemente per comunicare alla propria mamma idee, necessità, ma anche paure e perplessità.

E’ difficile soddisfare le necessità di un bambino che vorrebbe lentamente aprirsi al giorno mediante le coccole della madre; che vorrebbe, mentre si alza, si lava e si veste, avvertire le mani ed i baci di una persona tenera e rilassata avvolgere il suo viso ed il suo corpo; che amerebbe, con dolcezza e senza fretta, giocare con lei o sentire raccontata una favola mentre si prepara al nuovo giorno.

E’ facile pensare a quello che può provare un bambino, nell’essere svegliato prima del tempo, trascinato via dal suo caldo lettino, vestito in fretta, spinto a mangiare rapidamente con mille rimproveri o con molte minacce e preghiere.

Non è difficile immaginare la frustrazione di un bambino impossibilitato a dialogare con la madre nel momento delicato del risveglio, trascinato via dalla sua casa, dal suo ambiente, dai suoi balocchi.

Non è difficile immaginare la sofferenza di un bambino legato sui sedili posteriori della macchina come un pacco; come un pacco sballottato nella corsa frenetica dell’auto da una parte all’altra della città, verso una meta non voluta, non richiesta, non desiderata, rappresentata dall’asilo nido   e, nei migliori dei casi, dalla casa di nonni compiacenti, ma anche esausti a causa di responsabilità ed impegni eccessivi.

Non è difficile immaginare la sua tristezza e frustrazione nell’inserirsi improvvisamente, appena sveglio, in un ambiente caotico come la città e quindi, subito dopo, in un luogo non rassicurante, intimo, caldo come la propria casa. Un luogo in cui non ritrova gli oggetti conosciuti e amati: la sua stanza, il proprio lettino, i suoi mobili, i fratellini, i giocattoli. Tutte cose ricche e cariche di conforto e sicurezza, al contrario dei luoghi, degli oggetti e delle persone con cui spesso è costretto a relazionarsi: estranei e senza un vero e profondo rapporto d’amore, di confidenza e d’intimità.

Tutto ciò, purtroppo, diventa necessario, anzi indispensabile e deve essere accettato, o meglio subìto, giorno dopo giorno, per anni.

Non dovrebbe essere difficile immaginare la frustrazione di un bambino al quale non è possibile dare l’ascolto necessario, poiché, per dialogare non bisogna avere fretta, né si può correre, con la mente agitata dai bisogni.  Correre con l’ansia e la paura di essere rimproverati: dal capoufficio, dal datore di lavoro, dagli altri colleghi. Correre con la paura di essere licenziati se non si arriva a tempo o se si sottrae energia e spazio al lavoro; né si può dialogare efficacemente con una madre che ritorna dal lavoro, già stanca, oppressa dalla fatica e dalla tensione. Non si può dialogare efficacemente con una madre snervata dai problemi, dalle difficoltà relazionali con i capi, con i colleghi di lavoro. Già nuovamente impegnata a pulire, a spolverare e cucinare per garantire ai figli e alla famiglia, il soddisfacimento delle necessità indispensabili. Già pronta a correre per andare dai medici, fare la fila nelle farmacie o nei supermercati. Già in macchina per portare i figli alle varie attività: doposcuola, palestra, scout, parrocchia, ecc..

E’ una continua corsa contro il tempo, ma anche contro se stessi, contro la possibilità di godere le gioie della maternità, il piacere di un rapporto intimo con i figli, la gioia di un dialogo tenero con loro.

Si dice spesso: ” Non è importante la quantità del tempo che la madre trascorre con i figli, quanto la qualità di questo tempo.” Purtroppo, nel caso di un intenso impegno lavorativo esterno o d’impegni sociali pressanti, ne scade sia la quantità sia la qualità.

  Per quanto riguarda quest’ultima è bene ricordarci che la quantità d’energia psichica che abbiamo non la possiamo aumentare a dismisura, né creare dal nulla. Possiamo e dobbiamo invece utilizzarla nel miglior modo possibile facendo delle scelte; e se essa è stata sottratta dal lavoro o dagli altri impegni ludici, sociali o politici, rimane ben poco per la relazione, per l’ascolto e l’intesa con i nostri cari. Don Mazzi così descrive la situazione di molte famiglie: “I bambini dei quartieri delle metropoli sono tutti orfani bianchi. Il papà e la mamma escono il mattino, per recarsi al lavoro. Con lo stipendio solo, si dice, in città non si può sopravvivere. Trovano il panino e il cappuccino sul tavolo, il pranzo nel frigo, la brioche  nello zainetto della scuola. Un bacetto quasi finto, mentre si stavano svegliando, ha indicato loro che era ora di alzarsi.” 

La qualità dell’apporto scade anche perché gli impegni e le attività esterne,  assorbendo e condizionando pensieri e riflessioni,  portano ad un progressivo estraniamento rispetto ai temi riguardanti i bisogni e le necessità di accudimento, dialogo e attenzione  dei minori. Questi bisogni vengono vissuti non più in maniera istintiva ed empatica ma in modo freddo e razionale.

Quanto abbiamo detto mi fa pensare al caso di una bambina  che abbiamo dovuto affrontare qualche anno fa. Questo caso potremmo chiamarlo della “bambina miracolata.”

IL CASO DELLA BAMBINA MIRACOLATA.

Un giorno venne all’osservazione della nostra equipe medicopsicopedagogica una bambina di tre anni. Ben sviluppata dal punto di vista fisico rispetto alla sua età, appariva nell’aspetto una bella bambina sana e vivace. Era figlia di genitori di ottima estrazione sociale e culturale: il padre aveva due lauree e così la madre. Entrambi i genitori mi dissero subito di essere super impegnati nelle attività lavorative. Quando ancora io stesso non mi ero lasciato sedurre dal telefonino cellulare che ora tengo, per la disperazione di mia moglie e dei miei figli, ben conservato in un cassetto, la madre con orgoglio mi fece vedere di averne due: uno per le attività d’ufficio e uno per ricevere le chiamate di amici e familiari. Mi esposero il loro problema sintetizzandolo in poche parole: “La bambina nonostante abbia più di tre anni ancora non parla.“

Non vi erano, nelle notizie riguardanti la gravidanza e la nascita, segni che potessero far pensare ad una patologia cerebrale pre o post natale. La bambina sembrava sentire benissimo e anche i test per evidenziare  il suo sviluppo intellettivo evidenziavano delle capacità logiche e percettive nella norma. Tra l’altro non sembrava una bambina abbandonata, la madre affermava che la bambina era sempre con lei per parecchie ore al giorno. Eppure non parlava. Imbarazzati in quanto non riuscivamo a fare uno straccio di diagnosi, io e gli altri membri dell’equipe, ci guardavamo in faccia, sperando che qualcuno riuscisse a capire l’origine di questa strana patologia. Poi, come per un’improvvisa illuminazione divina, le feci una domanda che raramente faccio ai genitori: “Ma voi avete insegnato a parlare a questa bambina?” Sia il padre che la madre mi guardarono stupiti. “Mi scusi ma perché avremmo dovuto insegnarle a parlare? Noi sappiamo che i bambini normali verso i tre anni parlano, lei non lo fa e per questo che noi ci siamo preoccupati e siamo venuti da lei.” Ripetei la domanda spiegando cosa significasse insegnare a parlare, la madre mi guardò quasi offesa e rispose stizzita :” Dottore ma veramente lei pensa che con tutto il da fare che ho io avrei mai potuto fare quello che lei mi dice? Forse non ha capito, io ho due lavori che mi impegnano anche quando sono a casa. Ecco perché porto due telefonini. La bambina sta sempre con me, anche quando vado dai clienti la porto nel sedile posteriore della macchina, ma certo non potevo mettermi a fare quelle cose che lei mi dice. Io e mio marito pensavamo che i bambini ad una certa età parlassero e basta.”

Capendo che non era proprio il caso di infierire cominciai a spiegare loro un programma che avrebbe dovuto aiutare la bambina ad acquisire il linguaggio. Si trattava soltanto di farle ripetere delle parole prendendo spunto da immagini  semplici e colorate. Sapendo che entrambi i genitori avevano una cultura basata soprattutto sui numeri ed i calcoli, con pignoleria descrissi quante volte e per quanti minuti ogni giorno bisognava sottoporre la bambina a quel programma “speciale.”

Dopo un mese circa i genitori e la bambina ritornarono per un controllo. Chiesi come andavano le cose e la madre: “Dottore è un miracolo, adesso la bambina parla.” Da allora quando vi sono casi simili dico scherzando ai miei collaboratori che si tratta di un altro caso che necessita di un intervento miracoloso!

Tratto dal libro di E. Tribulato"L'educazione negata" Edizioni E.D.A.S.

 

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