Autismo

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Il percorso terapeutico di Antonio, un bambino con importanti sintomi di chiusura autistica.  

 

Antonio, un bambino di nove anni, presentava importanti sintomi di chiusura autistica che si manifestavano a livello ideativo con un pensiero incostante e dispersivo. Presentava inoltre un parziale distacco dalla realtà; notevoli difficoltà nelle relazioni sia con gli adulti sia con i coetanei, con i quali diventava reattivo, irruente e, a volte, violento. Erano evidenti le stereotipie motorie, nel linguaggio e nei comportamenti ma anche le tante paure, gli atteggiamenti provocatori e aggressivi, lo scarso controllo nelle pulsioni sessuali, nonché le gravi difficoltà nell’attenzione, le crisi di panico, gli atteggiamenti eccessivamente pignoli, il riso fatuo. Il linguaggio era presente ma poco coerente e, a volte, coprolalico.

Il bambino sapeva leggere e scrivere, anche mediante il computer. Tuttavia, a volte, preferiva utilizzare la penna e i fogli di carta.

Le sue prime produzioni linguistiche scritte al computer erano di questo tenore:

Paolone e

quello

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

un tanto giorno

di fa pensavo z

che qualcuno come noi

chiamavanoo’ il

loro mondo

polo sei un

brutto e di male

un fannullone

un imbroglione

un bruttissimo

codardo d’

imbranato

impastore.

Commedia

Teadraleritornell

O scrittura.

In un periodo successivo, con il miglioramento dei suoi vissuti interiori, le frasi diventarono meglio organizzate e strutturate, ma riportavano, senza molta immaginazione, alcuni episodi di film che vedeva e rivedeva spesso alla tv.

Pina, la nonna di Cappuccetto Rosso

C’ERA UNA VOLTA CAPPUCCETTO ROSSO CHE

VENDEVA LA FRUTTA NEL BOSCO DOVE C’ERA LA SUA

NONNA DI NOME PINA.

TOTO’ ERA UN PRINCPE E SUO PADRE ERA UN DUCA

POI PAOLO VILLAGGIO NON RIUSCIVA A USCIRE DALLO

SPORTELLO MA USCIVA DAL COFANO.

ANDO’ IN UFFICIO PER ENTRARE E FARE LE SUE

FACCENDE E POI HA VISTO SUPERMAN E SI E’TRASFORMATO IB SUPERMAN.

POI VEDE CHE C’E’ UN ORSO IN ASCENDORE E SI SPAVENTA POI L’ORSO LO PRENDE CON TUTTA LA FORZA SI CHIUDE L’ASCENSORE E GLI STRAPPAI VESTITI E POI ESCE CON I VESTITI TUTTI QUANTI STRAPPATI

Il bambino effettuava terapia affettivo – relazionale utilizzando la tecnica del Gioco Libero autogestito mediante delle sedute settimanali della durata di 45 minuti.

Possiamo dividere il suo percorso psicoterapico in quattro fasi.

La fase degli elenchi

Il gioco che amava effettuare nelle prime sedute di psicoterapia riguardava gli elenchi. Piaceva al bambino scrivere su carta o su una pagina di Word: nome e cognome delle persone che conosceva, dei suoi compagni di classe, dei suoi insegnanti, della famiglia del terapeuta ecc... Successivamente il gioco dei nomi si spostò sul piacere di scrivere nomi lunghi, a volte reali, ma per lo più inventati e senza senso, purché fossero molto lunghi.

La fase delle fantasie solitarie

In questa seconda fase il bambino manifestava la sua notevole inquietudine interiore saltellando da una parte all’altra della stanza, con in mano una matita, un giocattolino o un pupazzetto di plastica di forma allungata che, per quasi tutta la seduta, batteva a terra o su un altro oggetto. In alcuni momenti, inoltre, si mordicchiava un dito, e sputacchiava. I genitori non sopportavano questi suoi continui comportamenti incongrui e stereotipati, per cui lo rimproveravano oppure evitavano di lasciarlo da solo o, “per distrarlo”, lo stimolavano a vedere anche per molte ore al giorno qualche film alla TV.

Mi guardarono sorpresi quando gli dissi di lasciare che lui utilizzasse questi suoi comportamenti stereotipati perché servivano a diminuire l’ansia e la tensione interiore mentre, invece, era poco utile, anzi dannoso, trascorrere tante ore al giorno davanti alla TV. ‹‹Ma dottore›› diceva il padre, ‹‹dalla Tv egli può apprendere tante cose utili, anche perché io scelgo per lui documentari ricchi di cultura e bei film storici, ma da questa matita che batte sempre a terra cosa può mai apprendere?›› Il papà di Antonio non era l’unico a vedere, come il fumo negli occhi, le stereotipie presenti nei bambini con Disturbo Autistico. Gli facevano e gli fanno buona compagnia non solo altri genitori ma anche molti operatori: sia medici, sia psicologi!

La fase delle battaglie espresse verbalmente

Dopo due-tre sedute durante le quali Antonio batteva la matita o un altro oggetto per terra, in silenzio, isolandosi da me a dal mondo esterno, il bambino, vedendo che restavo seduto in disparte, guardando lui con interesse, attenzione e partecipazione, senza però mai disturbarlo con domande, osservazioni o richieste di alcun tipo, senza mai rimproveralo per quello che faceva, osservando anzi che ero ben lieto del suo comportamento, tanto che all’inizio della seduta gli cercavo e gli consegnavo, con un sorriso, la sua matita o il suo pupazzetto preferito, avendo più fiducia nei miei riguardi, cominciò ad esporre ad alta voce i suoi discorsi interiori.

Da questi fu facile capire che in realtà, i movimenti che eseguiva con la matita, erano solo l’espressione motoria di lotte che lui mimava in modo incessante. Lotte tra Caino ed Abele, tra Davide e Golia, tra Achille ed Ettore, tra Tarzan ed i suoi nemici, lotte di animali tra loro o contro le persone. Insomma, erano tutti combattimenti che lui descriveva aiutandosi con un oggetto.

Queste lotte avevano sempre dei contenuti molto cruenti: in genere era il più forte ed il più cattivo che colpiva alla testa, alle gambe e agli occhi in maniera continua, incessante, la sua vittima. Questa rimaneva, a volte storpiata, altre volte schiacciata o ferita gravemente, per cui dal suo corpo martoriato usciva del sangue che si spargeva a terra. In altri casi alla vittima venivano strappati gli occhi o le budella, oppure moriva e veniva messa nella tomba ma poi resuscitava e la lotta riprendeva incessantemente, senza avere mai fine.

La tragica storia della Sirena

La storia della Sirena che abbiamo registrato e che riportiamo integralmente, è stata solo una delle tante lotte che Antonio mimava utilizzando un oggetto o un giocattolo che la rappresentava.

‹‹Danno botte alla Sirena, anche pietrate e colpi di martello. Lei si risveglia. Una persona piccolina le dà un’altra botta e la colpisce ancora. Le fa uscire sangue. Le dà ancora botte e ancora le esce sangue. Le lancia un cavallo contro che fa male alla Sirena in quanto la schiaccia; anche la macchina l’ha schiacciata››.

Domanda del terapeuta: ‹‹Cosa ha fatto di male la Sirena? ››

Risposta: ‹‹Niente››.

‹‹Lottano ancora dentro la macchina. Le dà un’altra botta in testa con il pugnale. La sega. La Sirena si muove male, grida e piange. Cammina male, è zoppa. Le danno un altro colpo e la uccidono. È morta, ma continuano a dare botte alla Sirena. La Sirena è di nuovo viva, vuole scappare e loro la rincorrono e la trapanano. Lei scappa velocissima. Cerca di liberarsi ma non ci riesce. Qualcuno le pittura la faccia con il pennello. Non può camminare, infila la coda in un’auto. Gli altri scappano. Lei si tira dietro tutto (per entrare in macchina). Nessuno la libera. Grida: AIUTO!!!

Si è liberata, ma è ferita e le arriva un’altra casa addosso. Qualcuno la lega, lei non può liberarsi, è ferita, piena di sangue. Lei non aveva fatto niente (di male), la colpa è di loro. La Sirena prende il canotto. Il canotto la insegue e lei entra dentro e il canotto le fa male. Sale le scale con la coda. La Sirena guida la macchina. Tutti scappano.

Hanno fatto pace con la Sirena, sono insieme. Lei ha sprofondato con la macchina e gli altri l’aiutano. Le arriva una molla addosso. Qualcuno gliel’ha gettata. Le hanno sparato con i cannoni e l’hanno uccisa. È morta! Ma poi si è alzata e ha fatto male ai ladri. Si è vendicata. Ha preso una pietra e si è vendicata. Di nuovo è morta la Sirenetta ma si alza e lotta contro chi le vuole fare del male. E muore chi le voleva del male. Ma si rialza subito. La Sirenetta ha preso una pietra e l’ha colpito. Cade a terra svenuto. La Sirena rimane chiusa ed è morta››.

La fase delle domande

Dopo alcune sedute nelle quali vi erano continue ed incessanti lotte alle quali io, come unico spettatore, assistevo interessato, senza mai intervenire per farle cessare o per far diminuire la loro tragicità, iniziò per Antonio la fase delle domande, prima sui perché di queste lotte o sulle loro possibili conseguenze: ‹‹Cosa succede se Caino incontra Abele? Gli schiaccia la testa?›› ‹‹Cosa succede se Tarzan incontra i suoi nemici che lo vogliono uccidere?››. ‹‹Cosa fa Tarzan a un leone? lo uccide con il pugnale e poi si mangia il cuore vero?››

 In un momento successivo, progressivamente, i contenuti delle domande che prima erano quasi sempre di tipo tragico, o notevolmente aggressivo, gradualmente si modificarono per cui tendeva a sottolineare maggiormente qualche aspetto comico delle vicende o faceva domande che riguardavano argomenti miei personali di cui l’avevo reso partecipe. Gli avevo, infatti, confidato due ricordi personali: il primo riguardava un gran calcio che avevo ricevuto da una giumenta nella stalla del nonno quando ero piccolo, il secondo episodio riguardava il mio rapporto con un elefante indiano, sulla cui groppa avevo, come tutti i bravi turisti, percorso qualche centinaio di metri. Questi due animali diventarono punti focali sui quali amava impostare molte discussioni. La giumenta era diventata ai suoi occhi simbolo di offesa, aggressione e, quindi, di dolore verso i bambini innocenti. L’elefante, al contrario, l’aveva assurto a simbolo di difesa dei bambini verso tutto e tutti. Le domande riguardanti la giumenta erano di questo tipo: ‹‹Perché ti ha dato il calcio?›› ‹‹Cosa è successo quando ti ha dato il calcio?›› ‹‹Dove ti ha fatto male?›› ‹‹E tua madre cosa ha detto e cosa ha fatto?›› Le domande riguardanti l’elefante invece erano di tenore opposto: ‹‹Se la giumenta ti voleva dare un calcio e c’era il tuo elefante cosa avrebbe fatto?!›› ‹‹Se i bambini ti volevano buttare una pietra, il tuo elefante come ti avrebbe difeso?›› ‹‹Se una macchina ti voleva investire, il tuo elefante come avrebbe reagito?›› Inutile dire che quando gli rispondevo che il mio elefante avrebbe preso la giumenta e i bambini cattivi con la sua proboscide e li avrebbe fatti volare fino in cielo o che l’elefante con i suoi enormi piedi avrebbe schiacciato la macchina facendone una polpettina, il suo sorriso diventava smagliante e la sua gioia evidente.

Insieme a questi argomenti vi erano le domande con le quali amava paragonare persone, macchine e animali. I paragoni riguardavano la loro grandezza, il loro peso, le loro capacità aggressive o di far del male. Per cui erano di questo tenore: ‹‹Quanto pesa un camion?›› ‹‹Quanto pesa una macchina?›› ‹‹Se un camion si scontra con una macchina cosa succede?›› ‹‹Se un leone aggredisce un elefante chi ha la meglio?›› ‹‹Se Tarzan lotta con un uomo cattivo cosa gli fa?››

La fase dei ricordi aggressivi e violenti da condividere

In questa fase gli argomenti di discussione riguardavano i film: dell’uomo ragno, di Bud Spencer, di Pinocchio o di Franco e Ingrassia. Anche in questi film le domande riguardavano soprattutto le scene aggressive: l’uomo ragno che fa scoppiare tutta una casa; Pinocchio che uccide il Grillo parlante; Geppetto che rimprovera Pinocchio.

La fase dei giochi piacevoli da fare insieme e dei ricordi piacevoli da condividere

Gradualmente, però, a queste scene aggressive si aggiungevano e si sostituivano delle scene comiche presenti nei film di Bud Spencer e di Franco e Ingrassia. 

Per cui gli argomenti aggressivi scomparvero quasi totalmente sostituiti da un gioco piacevole da fare insieme. Giocavamo, ad esempio, con le schede per lo sviluppo logico e cognitivo “Voglia di crescere” nelle quali Antonio per poter scherzare e ridere insieme a me, faceva finta di sbagliare in modo tale da suscitare i miei commenti ironici. Pertanto associava il tavolo con le forbici affinché io, fingendomi scandalizzato, potessi dire: ‹‹Ma possiamo mai associare un tavolo con le forbici? Che devono fare le forbici, forse devono tagliare il tavolo?›› Oppure associava la tigre con lo scoiattolo affinché potessi commentare la cosa in modo ironico dicendo: ‹‹Ma possiamo mai collegare la tigre con lo scoiattolo? La tigre si deve forse mangiare lo scoiattolo saltando sui rami degli alberi come una scimmia?›› 

Lo stesso faceva per tutte le altre schede. Le sbagliava di proposito per avere l’occasione di ridere insieme a me. Altre sedute somigliavano molto, invece, a quello che facevamo noi da ragazzi alla sua età quando ci incontravamo. Uno degli argomenti di discussione preferiti erano i film che avevamo visto insieme. Per cui le frasi erano tutte del tipo: ‹‹Ti ricordi quando Tarzan si è lanciato dall’albero sui suoi nemici? Ti ricordi quando la sua scimmietta l’ha liberato?›› ‹‹Ti ricordi quando Tarzan ha tirato fuori il suo coltello e quel pancione è scappato via…?››  Ma, a differenza che in passato, nelle ultime sedute, accanto ai ricordi dei film, gli piaceva alternare delle domande più personali che mi riguardavano, ad esempio su come avrei trascorso le vacanze oppure amava fare dei commenti sulla fine delle lezioni scolastiche.

La fase dei racconti

Solo quando raggiunse un discreto benessere interiore amava dettare con molta serietà e mettendoci molto impegno, dei racconti che dovevano rappresentare le trame per dei film dei quali lui avrebbe voluto essere l’autore e il protagonista.

Titolo del film: ‹‹Golgostero va nelle zone del polo nord››.

 ‹‹Un giorno questo signore voleva andare in un bar a comprare una granita, ma poi vide un carabiniere che non lo faceva passare e stette tanto tempo ad aspettare che lo facesse passare. Poi, un giorno vide una cosa rossa caduta dal cielo, un fogliettino rosso. L’aveva fatto cadere un passerotto e lui lo prese e lesse tutto quello che vi era scritto: “Per entrare al bar, devi avere le chiavi, perché sennò non puoi entrare.” E così si procurò le chiavi ed entrò al bar. Nel bar c’erano tante cose buone da bere e bevette quasi tutto, ma poi gli venne un mal di pancia fortissimo, uscì fuori dal bar e vide delle notizie su dei giornali, dove c’era scritto: “Per farti passare il mal di pancia devi andare in bagno”. E così andò in bagno, stette un pochino seduto e gli passo tutto. Poi all’indomani decise di partire e così andò al polo nord. Poi vide orsi polari, cervi e un gatto delle nevi, che da lontano lo guardavano fisso-fisso. Allora cercò quasi di scappare ma il gatto lo guardò fisso- fisso perché voleva che stesse fermo. E poi cercò di nuovo di scappare e ci riuscì. Il gatto delle nevi si avvicinò pian piano per prenderlo, ma lui fece una corsa incredibile, si tuffò in acqua e il gatto delle nevi non lo vide più e se ne andò via.

Quando uscì fuori dall’acqua sentì freddo e voleva cercare casa, ma non la trovò. Ad un certo punto vide da lontano un signore con una barca, si avvicinò e gli chiese : “Senti signore mi potrebbe dire dove posso trovare una casa?” E il signore rispose: “Vai dritto- dritto, quando vedrai un cartello segnato, la casa la troverai a destra. Così lui camminò per tanto, tanto tempo, ad un certo punto vide da lontano una casa bellissima, bussò e qualcuno aprì e disse: “Chi sei? Cosa vuoi?” “Per favore,” rispose, ”vorrei entrare nella stanza perché è da tanto tempo che non ho una casa”. Quello gli disse: “Ma da tantissimo tempo?” E lui rispose di sì. A questo punto lo fece accomodare. Quando entrò vide una bella casa, tutta brillante, con una cucina, un salone e tre bagni. Ad un certo punto vide delle scale, dove sopra c’era la stanza. Così poi salì, e quando salì vide vicino al letto un bellissimo termosifone che però era spento. La vide tutta che era bella (la stanza), allora si spogliò e si coricò››.

Il racconto continuava nella seduta successiva…

‹‹Mentre dormiva (Golgostero) sognava tantissime bevande e tantissime cose buone da mangiare, ma poi, quando finì di sognare tutte queste cose da mangiare, sognò una torta con la panna con dentro uova, formaggio e fragole. Durò quasi molto il sogno! Mentre finì il sogno si svegliò e disse: “Cosa ho sognato?” Pensò, pensò, continuò a pensare ma poi disse fra sé e sé “Miiih, ho sognato una torta bellissima” ma si ricoricò. Intanto era arrivato quel signore a cui lui aveva bussato alla porta e disse: “Ti ho preparato il pollo con le patate, vuoi venire a mangiarlo?”. Lui rispose: ”Si voglio venire”. Intanto, prima si lavò le mani e poi andò. Vide questo pollo con le patate, bellissimo! E se lo mangiò tutto. Così gli venne un mal di pancia fortissimo poi disse: “ Con permesso” andò in bagno e vomitò sul lavandino. Poi entrò il signore e disse: “Perché hai vomitato sul lavandino?” Lui rispose: “Perché non ce la facevo più”. E il signore rispose: “Ah! perché non ce la facevi più?!” Così poi lo cacciò fuori e disse: “ Se ti viene voglia di mangiare vai in un altro posto, non più in questa casa!”. Così chiuse la porta il signore e lui restò fuori a cercare qualcosa da mangiare, ma poi sentì qualche suono di qualche magia, era un foglio di carta scritto con delle cose da mangiare: “Se hai fame trovi a sinistra un ristorante”. E lui così andò. C’erano persone che ballavano, suonavano e lui entrò e vide tantissime pizze buone, così decise di prenderne una. Prese poi due pizze, uscì fuori e se le portò. Arrivò in seguito in un’altra casa, bussò alla porta, aprì un signore che disse: “ Chi sei? Cosa vuoi?” “Sono uno che ha delle pizze, posso mangiarle a casa tua?” “Ma che ci fai con queste pizze?” Lui pensò e disse: “Mi è venuta un’idea, una pizza la do a te e l’altra la mangio io” “Ma io ti conosco”, rispose il signore“, “ mi ricordo quando mi hai visto nella barca e mi hai chiesto un’indicazione”.

(Antonio a questo punto passò dalla terza alla prima persona)

Io risposi: “Quando? Ah si, si me lo ricordo, mi ricordo quando mi hai detto che in quel cartello c’era scritto dove trovare una casa”. Il signore rispose: “Ah si, si… me lo ricordo perfettissimamente”.  Ed io risposi: “Visto che ora te lo ricordi, prendi una pizza tu e l’altra me la mangio io”

Così, cercai di dargli quella pizza e quel signore disse però di no! Poi insistetti molto, però vinse il signore dicendo di no. Così poi il signore chiuse la porta. C’era un cane ed io risposi: “Tieni, la vuoi la pizza?” Ma il cane non la volle. Così poi me ne sono andato per conto mio. Vidi un cartellino, cercai di posare quella pizza vicino al cartellino, ma non la posai, allora posai l’altra pizza e me ne andai per trovare un’altra casa tranquilla. Così poi vidi da lontano un’altra casa e pensai:”Miiih che bella casa”, ma poi quando mi avvicinai ancora di più dissi: “Ma questa casa è vecchia”. Cercai di entrare e vidi per terra sporcizia e da lontano vidi un tavolo e vidi anche una scopa per pulire tutto. Poi quando presi la scopa vidi un gattino, io mi allontanai e dissi al gattino: “Esci fuori”, prima lo dissi in modo leggero, poi forte e così lui uscì fuori. Così presi la scopa e pulii tutto- tutto. La sporcizia la buttai in campagna.

Aggiustai tutte le cose. Poi, quando aggiustai tutte le cose, cercai di sedermi. Appena mi sedetti sulla sedia questa sedia si ruppe ed io caddi per terra. Poi mi rialzai, mi sedetti su un’altra sedia e non caddi più. Poi, mentre stavo aprendo la pizza, arrivò un pipistrello che si posò sul tavolo. Sentii un rumore che si stava mangiando la pizza. Lo guardai e dissi: “ Senti pipistrello vattene via!” Lui non ha voluto ascoltare e se la mangiò quasi tutta (la pizza). Cercai di levare il pipistrello dal tavolo. Lui stava continuando a mangiare la pizza. Io cercavo ancora di levarlo, e mi stava quasi per mordere la mano. Ma per la fortuna che aveva il pipistrello non riuscii a toglierlo. Provai per tante volte ma poi mi morse il dito. Io cercai di togliere il dito dalla sua bocca e alla fine ci provai per tante volte, alla fine tolsi il dito dalla sua bocca. Mi ricordai di dirgli in quel modo forte “Vai via!” E lui andò via. E mi è rimasta solo un poco di pizza, me la stavo quasi mangiando ma c’era un topolino e lo schiacciai via in modo forte con la pizza. Cercai qualcosa per pulire la pizza, (sporca dal topolino) la trovai, ma non era quella adatta, perché era un cartone. Ma poi da lontano vidi una pezza, presi una scala, salii e presi la pezza e pulii tutta la pizza. Scesi dalla scala, presi la scala e la posai e mi avvicinai a quella sedia che non era rotta, mi sedetti e me la mangiai››.

Se paragoniamo questo racconto a quelli che faceva nella fase inziale, quando il suo malessere interiore era notevole, i miglioramenti nella capacità di strutturare frasi e periodi coerenti e lineari risultano notevoli. Altrettanto notevoli sono anche le differenze che riguardano i contenuti, i quali, in questa fase, se pur fondamentalmente tristi e ricchi di disavventure, riescono lo stesso ad essere illuminati dalla speranza, dalla gioia e dal desiderio della condivisione e della relazione. 

Il significato di queste fasi.

Quale significato possiamo dare a queste fasi?

L’unico che riusciamo a individuare è quello di una graduale diminuzione delle angosce e delle paure che permettono ad Antonio una migliore gestione del suo mondo interiore.

Quando le sue angosce sono a livelli molto alti, sembra che egli abbia solo la possibilità di cercare di rimuovere e allontanare dalla sua mente le paure ed i pensieri terrifici utilizzando delle stereotipie che non abbiano alcun contenuto che li possa collegare a quelle paure ed a quei pensieri (Fase degli elenchi).

Quando l’ansia diminuisce per cui il suo Io riesce ad affrontare meglio le paure ed i pensieri terrifici, egli può utilizzare le stereotipie per mimare e dare corpo a queste paure ed a questi pensieri (Fase delle battaglie espresse verbalmente e fase dei racconti aggressivi e violenti). 

Nella Fase delle domande il bambino cerca di comprendere e dare un significato etico agli eventi aggressivi e violenti che turbano la sua psiche. Può, quindi, in questa fase, riuscire a distinguere i buoni dai cattivi. I primi meritano di essere aiutati e difesi, i secondi meritano la giusta punizione. Cosa che nella fase precedente non riusciva a fare.

Il bambino a questo punto, sempre utilizzando il terapeuta, può fare qualcosa di più e di meglio: può, insieme a lui, condividere aggressività e violenza come spesso fanno i bambini normali tra loro (Fase dei ricordi aggressivi e violenti da condividere).

Soltanto quando il suo mondo interiore è diventato molto più sereno e disteso egli può far partecipe il terapeuta anche dei giochi e delle immagini comiche (Fase dei giochi piacevoli da fare insieme e dei ricordi piacevoli da condividere).

Infine, nella Fase dei racconti, può immaginare di porsi come un attore e autore di storie da rappresentare in qualche film. Storie nelle quali traspaiono i suoi bisogni di un luogo protetto e sicuro (una casa), i suoi bisogni di affetto (il cibo) da ricevere ma anche, è questa è la cosa più interessante, da condividere con altri (Lui pensò e disse “Mi è venuta un’idea, una pizza la do a te e l’altra la mangio io”).

Osservazioni sulla psicoterapia di Antonio:

  1. La prima osservazione che possiamo fare sulla psicoterapia di Antonio è che ogni bambino, utilizzando la tecnica del “Gioco Libero Autogestito”, effettua un suo personale percorso. Alcuni bambini utilizzano, per instaurare una relazione con il terapeuta amico, soprattutto i giocattoli, altri amano costruire dei giochi con i materiali a loro disposizione, altri bambini ancora, imitando i compagni, invitano il terapeuta a partecipare alla loro raccolta di figurine, e così via. Antonio, invece, utilizzava soprattutto il linguaggio. Il pensare di inserire tutti i bambini in un percorso terapeutico da noi strutturato e programmato ci farebbe cadere sicuramente in una notevole mole di errori che questi bambini, data la loro estrema sensibilità, non sono in grado di accettare e tanto meno di perdonare
  2. La seconda osservazione riguarda, ancora una volta, il loro mondo interiore. In Antonio come in tutti gli altri bambini particolarmente disturbati, che però riescono a manifestare i loro pensieri ed il loro sentire, ritroviamo spesso un mondo interiore particolarmente angosciante nel quale le lotte, il sangue, la violenza la fanno da padroni. Per fortuna quando il terapeuta riesce ad essere a loro vicino con gioia, serenità, accettazione, senza mai porsi in modo critico o scandalizzato, si crea una relazione ricca di ascolto e pienamente libera, che permette a questi bambini una graduale, ma sostanziale e duratura diminuzione di queste tragiche emozioni e di questi dolorosi sentimenti.
  3. La terza osservazione riguarda il linguaggio. Quando questi bambini sono preda di grave ansia e notevole inquietudine interiore, com’era Antonio durante le prime sedute, il loro linguaggio non solo è ricco di elementi tragici, ma appare spezzato e, spesso, confuso e contraddittorio. Quando ritrovano o trovano per la prima volta, una discreta serenità interiore, il loro linguaggio migliora nettamente: il contenuto diventa più ricco e vario, i temi trattati sono molto meno drammatici e la strutturazione delle frasi e dei periodi diventa più concreta, lineare e molto meno confusa. E a questo punto emergono prepotentemente in modo chiaro i loro profondi bisogni di comunione e relazione affettiva.
  4. La quarta osservazione riguarda le stereotipie. Tutti i tipi di stereotipie tendono a diminuire fino a scomparire a mano a mano che il bambino acquista maggiore serenità e sicurezza.
  5. La quinta osservazione riguarda il massimo rispetto delle richieste del bambino. Antonio, ad esempio in alcuni periodi aveva chiesto di giocare da solo per qualche minuto. Ebbene l’abbiamo accontentato. Così come l’abbiamo accontentato quando dopo un lungo periodo nel quale a causa di problemi riguardanti la sua famiglia non aveva potuto effettuare la psicoterapia, poiché, forse, avvertiva del risentimento anche verso il terapeuta, come fosse colpevole di quella lunga interruzione, durante le prime sedute chiedeva di non essere guardato mentre giocava da solo con il computer. Anche in questo caso abbiamo accettato i suoi bisogni e desideri, per cui, dopo qualche tempo, la frase che ripeteva spesso in quel periodo: ‹‹Non mi guardare!›› è scomparsa.

N.B. Questa relazione è stata tratta da “Autismo e gioco libero autogestito” libro pubblicato nel 2013 dalla Franco Angeli. Attualmente abbiamo modificato il percorso terapeutico al fine di ottenere dei miglioramenti più rapidi, ma soprattutto più stabili nel tempo. A questo scopo non è più il terapeuta che segue il bambino ma sono i loro genitori, seguiti costantemente dal terapeuta, che instaurano con il loro figlio una piacevole e profonda relazione fatta di ascolto, empatia e piacevole gioco.  

 

 

 

Lorenzo e la terapia del Gioco Libero Autogestito

 

Sono la mamma di Lorenzo, un bambino ora di 3 anni e tre mesi e all’epoca della prima diagnosi di disturbo dello spettro autistico di due anni e 10 mesi.

Lorenzo sino all’età di due anni ha avuto uno sviluppo normale e ha iniziato a parlare a circa un anno e mezzo. Ha frequentato il nido dai 14 mesi ed è sempre stato un bambino molto sereno.

Dopo i due anni abbiamo notato che Lorenzo non parlava più, non voleva più andare al nido, non giocava più con noi e con nessun’altra persona ed era cambiato notevolmente. Non voleva più stare con i nonni ma solo con noi genitori ed in particolare con me. Non ci guardava più e non si girava se veniva chiamato.

Ci siamo recati prima da un neuropsichiatra infantile, che ha sospettato un lieve disturbo dello spettro e ci ha consigliato di fare i test presso una struttura convenzionata. Cosi siamo stati presso lo Stella Maris di Pisa e dopo diversi test abbiamo ricevuto la diagnosi di disturbo dello spettro autistico medio- grave. Eravamo abbastanza increduli, perché sapevamo che Lorenzo aveva delle difficolta ma non avremmo mai immaginato una diagnosi del genere.

Nei giorni successivi durante delle ricerche su internet siamo venuti a conoscenza della terapia del gioco libero autogestito e leggendo le pagine del libro scritto dal Dottor Tribulato ci siamo messi subito in contatto con lui.

All’8 giugno risale il  primo incontro e l’inizio della terapia. Questo momento ci ha cambiato la vita che ormai era stata stravolta in modo negativo da una diagnosi che noi personalmente non abbiamo mai contemplato al 100%.

Dopo il primo incontro abbiamo messo in atto tutti i consigli del Dottor Tribulato e Lorenzo già dopo la prima settimana era un bambino molto più aperto ai rapporti con noi familiari.  Giocavamo molto più di un’ora al giorno, rispetto a quello che ci avevano consigliato il Dottor Tribulato, sceglieva sempre Lorenzo i giochi e come giocare e noi cercavamo di fare poche domande e di divertirci con lui senza imporli degli insegnamenti.

Da subito avevamo notato che l’espressione del viso di Lorenzo era cambiata. Ci guardava, ci osservava, voleva giocare sempre con noi, al richiamo del suo nome si girava e sorrideva. Dopo il secondo incontro eravamo stupiti dei miglioramenti di nostro figlio, a tratti sembrava un miracolo e vedendolo cambiato ci veniva da piangere dalla felicita.

 Lorenzo ha smesso di andare al nido sempre su consiglio del Dottor Tribulato. Le giornate le trascorrevamo giocando senza fare troppo domande e assecondando lui e i suoi giochi, ci divertivamo con lui e anche ora continuiamo a farlo.

Lorenzo prima della terapia emetteva dei suoni con la bocca in maniera ripetitiva e non voleva più stare con nessuno, se non con noi. Dopo 1 mese dalla terapia Lorenzo non emetteva più quei suoni con la bocca o solo in alcuni casi, voleva giocare anche con le altre persone come i nonni e gli zii ed era tornato il bambino che avevamo conosciuto prima della sua chiusura.

Noi eravamo decisamente più tranquilli e abbiamo trascorso l’intera estate a giocare con lui e la sorella Marie più grande, seguendo tutti i consigli del dottor Tribulato. A luglio Lorenzo ha abbandonato la sua chiusura autistica, cosi come comunicato dal medico e ad Agosto ha iniziato a parlare, ogni giorno inseriva parole nuove.

Non nego che in tutti questi mesi abbiamo avuto delle difficolta, perché non andare al nido e a settembre sarebbe dovuto andare a scuola ha creato notevoli problemi anche fra me e mio marito, pero abbiamo superato tante difficolta e supereremo anche questa. Abbiamo iniziato a togliere il panno e a spiegargli cosa era il vasino ma abbiamo notato che era abbastanza oppositivo e su consiglio del medico abbiamo abbandonato l’idea per il momento.

Oggi dopo circa 5 mesi di terapia e di incontri con Dottor Tribulato ed il suo team pensiamo di essere stati molto fortunati ad aver incontrato loro e tutto quello che ci è stato comunicato che sarebbe accaduto si è realmente verificato.

Dopo aver avuto quella diagnosi siamo caduti nel buio più totale, vedevamo nostro figlio come un bambino con un problema grave, avevamo perso ogni speranza però non abbiamo mai pensato che nostro figlio era quella diagnosi.

Attualmente sono trascorsi 6 mesi dall’inizio della terapia e continuiamo a giocare e vivere la nostra vita con i nostri figli e Lorenzo interagisce sempre di più, anche con la sorella e con i bambini più grandi. Non ha tante possibilità di interazione con i suoi coetanei e vediamo che ha delle difficolta perché sembra un bimbo più piccolo rispetto agli altri della stessa età, ma siamo sicuri che continuando su questa strada Lorenzo arriverà ad essere al pari degli altri e ad avere anche lui degli amici come gli altri bambini.

Non condivido il modo in cui la medicina stia osservando i bambini, non condivido il modo in cui siamo stati trattati durante i test e la diagnosi e aver trovato una soluzione come quella del gioco libero autogestito ci ha reso genitori più tranquilli.

Per quest’anno Lorenzo non andrà a scuola e andrà sicuramente l’anno prossimo. Siamo profondamente grati al dotto Tribulato e al centro Logos e per noi sono stati preziosi.

Lorenzo nel paese di cucù

Lorenzo nel paese di cucù

Questa storia vuole narrare l’esperienza di due genitori che hanno dovuto affrontare le difficolta di un bambino colto da un blocco di tipo autistico all’età di 4 anni.

Lorenzo era un bimbo normalissimo, un po’ testardo e molto vivace, fino ai 3 anni aveva mostrato un’inclinazione a mantenere le sue abitudini quotidiane ma in modo da non far sospettare quanto stesse per accadere.

Il bambino dopo il primo anno di scuola materna stava frequentando l’asilo e durante l’anno hanno cominciato a presentarsi delle problematiche di inserimento; a detta delle insegnanti il bambino si rifiutava di svolgere qualsiasi tipo di attività ed aveva anche dei comportamenti aggressivi nei confronti degli altri bambini. Dopo numerosi incontri con le maestre nel tentativo di risolvere i problemi manifestati all’asilo, noi genitori decidemmo dunque di non far più frequentare il bimbo e di tenerlo a casa.

Durante i primi giorni dopo il ritiro dalla scuola il bambino sembrava essere abbastanza tranquillo a casa ma la sua tranquillità era apparente, un processo di chiusura in un mondo immaginario era in corso e noi genitori non ci accorgevamo di nulla; in un mese e mezzo circa noi genitori ci siamo resi conto che la condizione di nostro figlio era mutata radicalmente.

Il bambino oramai stava sul divano seduto ripetendo la frase “voglio 14 cucù” tutto il giorno o quasi.

Il bambino non voleva che parlasse nessuno, alterandosi e chiedendo silenzio, non voleva uscire assolutamente di casa e se lo faceva non gli si potevano cambiare i vestiti, usciva sempre con pigiama e giubbotto nonostante le temperature estive molto elevate; mordeva con estrema forza ed aggressività i genitori ed ogni abitudine, anche i percorsi in auto, non potevano essere cambiati senza avere delle reazioni molto esagerate e quasi delle crisi convulsive; quando camminava cadeva a terra di continuo, si opponeva a qualunque richiesta, non sentiva i rumori forti. Il bambino seduto sul divano ripeteva sempre la stessa frase tutto il giorno “voglio 14 cucù”.

Dopo aver consultato il Dott. Emidio Tribulato abbiamo cominciato a far fare al bambino tutto ciò che voleva, senza opporci anche alle richieste più strane; in particolare noi genitori non abbiamo più parlato davanti al bambino, abbiamo speso quasi tutte le energie e tempo con il Gioco Libero Autogestito, il bambino era libero di mangiare, defecare ed urinare a terra, non abbiamo fatto più nessuna richiesta al bambino e non abbiamo detto cosa poteva o non poteva fare. Abbiamo comprato al bambino i 14 cucù ed accontentato tutte le sue richieste coccolandolo come fosse un neonato.

Ogni sera con il padre il bambino andava al parco della villa comunale e dopo un mese si vedevano i primi miglioramenti, considerato che i primi giorni al parco stava seduto sull’altalena senza parlare dopo un mese invece era perfettamente integrato al parco nel gioco con gli altri bambini, cadeva molto di meno ed appariva concentrato nel gioco, era molto più affettuoso ed i momenti di crisi isteriche erano quasi inesistenti. Assaggiava cibi nuovi chiedeva di giocare coi puzzle (cosa che precedentemente odiava); aveva scambiato i pendoli dei vari cucù (impensabile 1 mese prima).

Trascorso un altro mese, ove il bambino era lasciato libero di fare qualsivoglia cosa, si notavano ulteriori miglioramenti: il bambino era sempre più affettuoso con i genitori, mordeva di meno e cominciava ad essere curioso su molte cose chiedendo tanti perché; permanevano tuttavia le abitudini sui vestiti ed i percorsi obbligatori ed alcune giornate in cui il bambino si richiudeva nel suo mondo continuando a ripetere tutto il giorno la stessa cosa. Si notava inoltre che il bambino non si rendeva conto quando faceva del male agli altri.

Per i genitori non era facile aver cambiato completamente lo stile di vita e dovevano essere fatti dei sacrifici molto grandi, come ad esempio portarlo a cavalluccio sulle spalle per chilometri ogni giorno per farlo felice, non alzare mai la voce con lui, anche quando perdevano le staffe, evitare di parlare o dire al bambino di fare o non fare qualcosa.

Con l’ulteriore passare del tempo, e grazie al Gioco Libero autogestito, Lorenzo cominciava ad abbandonare la fissazione per gli orologi a cucù e diventava leggermente più flessibile sull’abbigliamento, era sempre allegro, faceva domande di continuo sui perché di tutto; ascoltava i genitori se riceveva una spiegazione dei “no” che cominciava ad accettare. Bisognava ancora lavorare sulle abitudini e sugli scatti di rabbia, nascevano inoltre delle nuove problematiche come ad esempio il bambino si divertiva a fare i dispetti agli altri bambini al parco e successivamente ad alzare le mani se gli altri bambini non facevano esattamente ciò che desiderava.

Col passare dei mesi Lorenzo è diventato sempre più affettuoso con i genitori, facendo continue carezze e dando baci di continuo, si è tolto il pigiama e ha indossato scarpe, tuta e giubbottino nuovi, raramente si arrabbia, non alza le mani e non morde, scherza ed è felice, gioca e si diverte come un bimbo qualunque; rimane solo una rabbia residua ed alcune difficoltà nel rompere le abitudini.

Noi genitori non ci siamo resi conto delle difficolta di nostro figlio fino a quando le stesse non si sono manifestate in modo molto acuto, avevamo pensato che quei problemi si sarebbero risolti lentamente con la crescita ma siamo invece arrivati ad un punto in cui credevamo non si potesse tornare indietro. Noi genitori non siamo mai riusciti a comprendere da dove siano nati questi problemi, probabilmente dall’aver forzato il bambino ad andare all’asilo.

La rabbia del bambino si è trasformata in una non accettazione dei genitori e nello sviluppo di infinite paure e fobie che lo hanno fatto regredire fino a chiudersi nel suo mondo e ad avere paura di tutto. Noi genitori abbiamo dovuto trattarlo come un neonato e ridargli infinito amore affinché riuscisse nuovamente ad avere fiducia in noi e successivamente in se stesso.

Ci vuole infinito amore con questi bambini più sensibili degli altri e bisogna lavorarci ogni giorno con amore e col dialogo spiegando le cose infinite volte fino a quando non vengono assimilate, sicuramente il lavoro dei genitori è uno dei più difficili, i bambini manifestano dissenso e disagio nei modi più diversi e variegati; mi sento di dire una cosa a tutti i genitori che leggono questo riassunto: osservate ed interpretate i comportamenti dei vostri bambini, immedesimatevi in loro e cercate di comprendere i loro bisogni; quando commettete un errore ammettete di aver sbagliato e chiedete scusa.

 

Il coinvolgimento dei genitori nel creare una relazione particolarmente gioiosa e piacevole con il figlio riesce a far uscire questi dalla chiusura autistica
PROVA

Il percorso di Giulio che lo ha portato ad abbandonare la chiusura autistica

Giulio ha iniziato il suo percorso presso il Centro Studi Logos di Messina all’età di 25 mesi.  Il bambino presentava chiusura autistica che si manifestava con: linguaggio molto ridotto (circa sei parole tra cui “papà”, il nome del fratello, ed altre ma non la parola mamma); modesto contatto oculare con la madre, mentre questo era totalmente assente con le altre persone; mancanza di attenzione verso le richieste altrui, tanto da non annuire o rispondere se gli venivano rivolte delle domande.  Anche l’interazione con il fratellino di 7 anni era breve e limitata. 

I genitori affermavano di andare abbastanza d’accordo tra loro. Il papà si descriveva come un tipo leggermente apprensivo. Questi, a causa del lavoro che lo tratteneva fuori casa quasi tutto il giorno, inizialmente aveva avuto uno scarso rapporto con il figlio, con il quale giocava poco.

La madre, casalinga, si descriveva come una donna disponibile con i figli, solare e aperta. Tuttavia, dopo che aveva saputo delle condizioni psicologiche del figlio, era diventata molto ansiosa e tesa.  

I rapporti con i nonni paterni erano scarsi, mentre con i nonni materni vi era una buona collaborazione reciproca. L’habitat e la situazione socio-ambientale ed economica si presentava nella media.

Il bambino, nato da parto cesareo, presentava alla nascita dei lievi problemi cardiaci.

 Per quanto riguarda lo sviluppo motorio, Giulio aveva iniziato a deambulare verso i 14 mesi. Lo sviluppo del linguaggio, all’epoca del primo colloquio era molto ridotto. Ancora non presentava il controllo degli sfinteri, sia di giorno che di notte. 

Quando Giulio aveva circa un anno la madre si era accorta che il piccolo mancava di quelle competenze adeguate all’età: ad esempio non sapeva fare “ciao” con la manina e non batteva le mani. Anche se dopo qualche mese aveva acquisito questi comportamenti, la sua crescita risultava essere sempre molto più lenta della norma. Ad esempio, alle richieste dei genitori non sapeva rispondere con un “si” o con un “no”. Inoltre, manifestava dei comportamenti insoliti per l’età: quando la madre lo portava fuori casa, tendeva a scappare e a correre in maniera incontrollata. Inoltre, se contrariato o se non veniva capito, presentava delle crisi nervose, durante le quali sbatteva la testa a terra o al muro e i genitori lo rimproverano per evitare che si facesse male.

Intorno ai 18 mesi, nella speranza che imparasse a relazionarsi con altri bambini venne iscritto al nido. L’inserimento in questa struttura avvenne con difficoltà, tanto che il bambino aveva pianto per due settimane, prima di accettare, almeno apparentemente, questa condizione, lontana dalla sua casa e dalla presenza dei suoi genitori. Il personale del nido comunicava ai genitori che il bambino si rifiutava di mangiare e che non rispondeva se chiamato. 

Visitato da un neuropsichiatra a 20 mesi questi fece diagnosi di disturbo comunicativo e relazionale, consigliando logopedia e psicomotricità. Terapie che i genitori rifiutarono di praticare. 

Finalmente un giorno navigando su internet trovarono un neuropsichiatra il dottor Benedetti il quale tranquillizzò la famiglia e consigliò di diminuire l’uso della Tv, dal momento che il bambino ne faceva un uso eccessivo. 

Dai primi video inviati dalla madre si notava una discrasia tra il desiderio della madre affinché lui apprendesse alcuni concetti elementari di tipo cognitivo e il rifiuto del bambino nel seguirla in questa attività. Si notava nella donna ansia e scarsa intesa con il figlio. Il bambino ripeteva incomprensibili fonemi; il volto appariva cupo, tranne quando i genitori giocavano con lui al girotondo o con le bolle di sapone. Si notava, inoltre, scarsa variabilità espressiva, e poca reattività nei confronti degli stimoli esterni. Lo sguardo era agganciabile ma distratto. 

 

Ai genitori del piccolo Giulio venne proposto di seguire la terapia Affettivo – relazionale che utilizza la tecnica del Gioco Libero Autogestito[1]. Questo tipo di terapia pone al centro il rapporto del bambino con i suoi genitori, e si propone di far instaurare una relazione molto intensa, intima, gioiosa e profonda con questi ultimi, in modo tale da aiutare il piccolo ad abbandonare la chiusura autistica e aprirsi agli altri e al mondo fuori di lui. A sua volta, questa apertura agli altri e al mondo, permette a questi bambini un rapido miglioramento dello sviluppo emotivo, relazionale e cognitivo. 

Nel Gioco Libero Autogestito è il bambino che sceglie il gioco da effettuare, per quanto tempo condurlo, con quale altro gioco sostituirlo. I genitori hanno il compito di partecipare ai giochi scelti dal piccolo, aiutandolo e incoraggiandolo ad effettuare tutte le attività che favoriscano momenti piacevoli di intesa reciproca. Durante questa fase bisogna assolutamente evitare i rimproveri, le punizioni e ogni atteggiamento educativo. 

Al fine di essere aiutati nello svolgimento della terapia, si concorda con i genitori di effettuare delle osservazioni con cadenza quindicinale.

Fu inoltre consigliato di non far frequentare l’asilo nido fino a quando il bambino non avesse abbandonato del tutto la chiusura autistica, in quanto la mancanza dei suoi genitori, della sua casa, dei consueti luoghi di vita, la presenza di altri bambini con i quali non era ancora in grado di socializzare e infine l’eccessiva confusione presente in questo luogo, avrebbe accentuato le sue difficoltà. Venne inoltre consigliato ai genitori di limitare o ancor meglio, di eliminare del tutto l’uso degli strumenti elettronici.

Ai genitori venne inoltre affidato il compito di compilare giornalmente il diario relazionale, in modo tale da avere un riscontro dettagliato e continuo sia del tipo di attività da essi effettuata con  il bambino sia per comprendere come il bambino e loro stessi vivevano quei particolari momenti di gioco relazionale. 

 

Prima osservazione (dopo circa due settimane dalla presa in carico)

 

Alla prima osservazione, dopo la presa in carico, erano presenti entrambi i genitori, i quali avevano un atteggiamento positivo. In sole due settimane di attuazione della Tecnica del Gioco Libero Autogestito avevano visto dei miglioramenti nel loro figlio. Essi, infatti, riscontravano maggiore contatto oculare che il bambino presentava con entrambi i genitori, inoltre avevano notato che il piccolo Giulio ora si girava se chiamato e aveva iniziato a dare risposte verbali ad alcune richieste, sapendo anche dire di “no”. 

Permanevano ancora le stereotipie motorie, come ad esempio, dare testate sul cuscino prima di addormentarsi, atteggiamento legato probabilmente alle ansie e paure ancora presenti. 

Al riguardo venne consigliato ai genitori di non impedire queste manifestazioni ma di coccolare il figlio amorevolmente, tranquillizzandolo con parole e gesti rassicuranti.  

La madre raccontava che quando uscivano tutti insieme per passeggiare, Giulio tendeva a scappare e correre per conto suo, il padre, in questi casi, si vedeva costretto ad inseguirlo e rimproverarlo, ma il bambino rideva contento. Il terapeuta allora spiegò loro che l’atteggiamento del bambino non era quello di scappare da loro, ma amava essere inseguito dal papà ed era per questo motivo che rideva contento quando veniva ripreso. Pertanto venne suggerito di continuare ad assecondare Giulio in modo da farlo divertire e rendere piacevole il momento in cui veniva preso attraverso abbracci e sorrisi. In questo modo il comportamento di allontanamento si sarebbe ridotto sempre di più e il bambino avrebbe iniziato ad apprezzare la compagnia ed il contatto con i genitori. 

Anche con il fratellino il rapporto sembrava migliorato, giocavano insieme e si divertivano.

Inoltre venne consigliato di istruire anche i nonni materni nella tecnica del Gioco Libero Autogestito in modo da creare una solida rete di relazione positiva attorno al piccolo Giulio.

 

Seconda osservazione (dopo circa un mese dalla presa in carico)

 

Nel secondo colloquio, effettuato circa un mese dall’inizio della presa in carico, i genitori riferivano che essi giocavano molto con il loro figlio, facendo soltanto dei giochi che a lui piacevano, come ad esempio il gioco del nascondino nel quale entrambi i genitori erano coinvolti.  Questi notavano degli ulteriori miglioramenti soprattutto nel linguaggio. Il vocabolario del bambino si era arricchito, il piccolo nominava gli oggetti che vedeva e sapeva dire “no” contestualizzando. Inoltre il piccolo ora completava le parole delle canzoni che ascoltava o che i genitori cantavano insieme a lui. Aveva iniziato a relazionarsi anche con gli altri parenti, chiamava i nonni e conosceva i nomi dei cugini. La notte dormiva serenamente. 

Notavano, tuttavia, che ancora il figlio non controllava gli sfinteri sia di giorno sia di notte e che quando essi non riuscivano a comprendere subito cosa il bambino volesse dire, si arrabbiava e sbatteva la testa contro il muro, anche se non in modo da farsi davvero male. Inoltre, quando lo portavano al mare, questa diventava un’esperienza stressante, perché Giulio si metteva a correre e non si fermava se chiamato e uno dei genitori era costretto a corrergli dietro.

Terza osservazione (dopo circa un mese e mezzo dalla presa in carico)

 

Durante il colloquio la madre poneva in evidenza tutti i miglioramenti del figlio, avvenuti nel giro di poco tempo. Raccontava che la maggior parte del tempo lo trascorreva insieme al piccolo a rincorrersi, giocare a nascondino, guardare le immagini di libri per bambini e altro. 

I genitori riferivano che il linguaggio migliorava sempre più e che quando erano in casa anche il papà ed il fratellino gli dedicavano molto tempo e la novità era che mentre prima Giulio non li guardava neanche, in quel periodo aveva iniziato a ridere, scherzare e addirittura a chiamarli per avere la loro attenzione.

Tuttavia quando la famiglia si trovava all’aperto in contesti pubblici, il bambino tendeva sempre a correre via per essere inseguito dai genitori, comportamento che la madre viveva con molta ansia. A tal proposito le fu consigliato di vedere solo il lato positivo della cosa, e quindi di non agitarsi o spaventarsi e, pur prestando la dovuta attenzione, lasciarlo correre in modo libero. Poiché, così facendo, Giulio avrebbe percepito il mondo e gli stessi genitori come delle realtà non minacciose, ma tranquille e serene, dove egli poteva essere se stesso, senza provare emozioni spiacevoli come l’ansia e la paura. 

I genitori riferivano anche che avevano tolto al bambino tutti i vari strumenti tecnologici: Tv, smartphone o tablet. Preferivano ascoltare, insieme a lui, della musica ballando e scherzando insieme. 

 L’alimentazione del piccolo non era più selettiva, anzi mangiava tranquillamente quanto la madre gli dava.

Tuttavia, ancora, durante il giorno, quando entrava in frustrazione e prima di addormentarsi il bambino sbatteva la testa sul cuscino, ma bastava che la madre lo coccolasse e accarezzasse un po’ per riuscire a far cessare questi comportamenti autolesionistici.  

 

Quarta osservazione (dopo due mesi dalla presa in carico)

 

Anche in questa visita erano presenti entrambi i genitori, i quali raccontavano, sempre con lo stesso loro entusiasmo, i miglioramenti del loro figlioletto, soprattutto per quanto riguardava la comunicazione. A questo proposito il terapeuta sottolineava che questo rapido miglioramento della comunicazione era dovuto alla maggiore fiducia che egli aveva acquisito nei confronti dei genitori che avevano imparato a rispondere in modo adeguato ai bisogni del loro bambino. La maggiore fiducia e la maggiore serenità acquisita lo stimolavano a comunicare e ad aprirsi al mondo circostante. 

Permanevano ancora alcune stereotipie.

Veniva raccomandato loro di non inserirlo all’asilo nido, poiché non ancora pronto ad entrare in un ambiente troppo stimolante, nel quale potevano essere presenti le urla e i pianti degli altri bimbi che avrebbero spaventato Giulio. 

 

Quinta osservazione (dopo due mesi e mezzo dalla presa in carico)

 

A questa visita era presente solo la madre, la quale raccontava i modi di giocare insieme al bambino sia dentro che fuori casa. La corsa senza meta del piccolo Giulio era diventata una nuova modalità di gioco, molto divertente per lui e assecondata dai genitori.

Per quanto riguarda il linguaggio, Giulio aveva iniziato a ripetere parole che conosceva, cercando l’approvazione dei genitori. Conosceva anche i colori, il nome degli animali, riconosceva i luoghi dove era già stato. Era sempre più spigliato e partecipe.

Permaneva ancora l’abitudine di sbattere la testa quando entrava in frustrazione, ma adesso guardava la madre e aspettava la sua reazione. E poiché la madre non lo rimproverava più, anzi lo distraeva e non si faceva vedere preoccupata egli smetteva rapidamente questo comportamento.

 

Sesta osservazione (dopo tre mesi dalla presa in carico)

 

Durante questo colloquio i genitori riferivano un episodio spiacevole avvenuto dalla loro pediatra, dove era stato portato per un raffreddore. Il bambino era tranquillo e nominava gli animali, ma la dottoressa affermava che se ancora non era in grado di realizzare frasi complesse, doveva fare logopedia. A questo punto i genitori di Giulio spiegarono tutti i miglioramenti fatti dal bambino in pochi mesi mediante la terapia con il Gioco Libero Autogestito e che comunque erano contrari a fare iniziare terapie al bambino per non sottoporlo a stress.

Proseguendo nella visita sottolineavano come il bambino fosse partecipe in tutte le attività proposte, aumentava il suo vocabolario, cercava la relazione con loro e non si estraniava, capiva tutto ciò che gli veniva detto, ma aveva ancora difficoltà ad esprimere le sue emozioni e i suoi pensieri. Era capace di fare delle richieste, ma le poneva sotto forma di domanda. A questo proposito il Terapeuta chiariva che ciò era dovuto al fatto che il bambino era uscito dalla chiusura autistica e stava ricominciando a crescere, ma che questa crescita, come avviene in tutti i bambini, avviene per gradi e per passi successivi: prima il bambino pronuncia parole singole, poi usa la parola frase, poi le frasi diventano di due parole e così via. 

 

Attualmente

 

Il bambino ha quasi tre anni. Appare sempre più sereno. Le manifestazioni di autolesionismo sono praticamente assenti. A volte prima di dormire batte dolcemente la testa sul cuscino ma solo per cullarsi e potersi più facilmente abbandonare al sonno.

Dal punto di vista alimentare, mangia regolarmente e inizia ad assaggiare anche altri cibi.

Il contatto con la realtà esterna appare stabile e costante.

Il suo linguaggio verbale e più ricco e si arricchisce di nuove parole che utilizza nel giusto contesto. A volte utilizza frasi di tre parole. È migliorata anche la comprensione di quanto avviene attorno a lui e delle parole e frasi pronunciate dai genitori e dai familiari. 

Per giocare vuole la compagnia di qualcuno. Con il fratello gioca molto, lo cerca e lo chiama. Con i genitori ama giocare ai giochi più fisici, come il nascondino o acchiapparella. 

Non ha incubi e non piange quasi mai. 

La dedizione costante e l’atteggiamento motivato, ottimista, collaborativo e di profonda empatia nei confronti del figlio ha permesso che questi genitori potessero comprendere il vero senso della terapia affettivo- relazionale e “usare” il Gioco Libero Autogestito per costruire un legame profondo con il loro figlioletto, non focalizzandosi sulla correzione di comportamenti negativi del figlio, ma sulla comprensione e valorizzazione degli aspetti postivi che man mano si manifestavano.

 

Dott.ssa Ermelinda Fonti

Relazione su mio figlio Francesco

Relazione su mio figlio Francesco

 

 

Mi chiamo Ylenia e sono la mamma di Francesco che oggi ha 2 anni e 8 mesi. Sono sempre stata una mamma molto apprensiva, una di quelle a cui "non sfugge nulla" …a volte anche troppo. Fin dalla nascita Francesco è sempre stato un bambino che piangeva molto. Il primo mese non faceva altro. Ma, a parte questo, era un bel bambino, sano. Non ha mai gattonato ed ha iniziato a camminare piuttosto tardi…aveva 16 mesi all’incirca. Lo vedevo piuttosto goffo. Anche quando andavamo al parco vedevo gli altri bambini "più avanti" rispetto a lui, ma non me ne facevo un problema. Credevo fosse solo più lento. Arrivato all’età di 18 mesi ancora non parlava, o meglio, diceva solo 2 parole: "mamma" e "babba". Ma anche di questo non me ne preoccupavo molto, poiché la comunicazione non verbale era presente. Francesco indicava e si faceva capire. Inoltre eseguiva piccoli comandi, come “prendi la palla” o “chiudi il cassetto”. Ciò che invece mi lasciava un pò perplessa era il fatto che Francesco ogni volta che vedeva qualche oggetto roteare: le ruote di una macchina o semplicemente qualche oggetto muoversi, faceva delle espressioni facciali strane e contorceva le mani. Francesco fino ai 18 mesi ha fatto uso di video sul telefono, dove vi erano soprattutto trattori con ruote che giravano e canzoncine super stimolanti. Inizialmente la cosa mi faceva anche sorridere perché, se vado con il pensiero indietro nel tempo, ricordo che già a 10 mesi faceva delle facce di eccitazione e muoveva le manine di fronte a oggetti roteanti. Non me ne preoccupai molto, fino a quando, per puro caso, mi imbatto in un commento di una mamma sui social media. Questa era preoccupata perché alla figlia di 2 anni e mezzo era stata fatta diagnosi di spettro autistico, semplicemente perché ancora non parlava...non c’erano altri segni. Solo non parlava. Spettro autistico? E che cosa è?

Non so il perché ma vado a cercare questa definizione su Google e mi si apre un mondo, o meglio, mi crolla il mondo. Perché parte di quei sintomi che racchiudevano lo spettro autistico io li vedevo in mio figlio.

  • Assenza di linguaggio.
  • Ossessione per gli oggetti che girano.
  • Goffaggine.
  • Paura dei posti nuovi.
  • Notevoli difficoltà ad accettare le frustrazioni.
  • Assenza di gioco simbolico.

Tutte cose che Francesco presentava.

Un’altra cosa che iniziai a notare fu che quando andavamo a casa della nonna, dove c’era una stufa, lui la guardava da ogni angolazione e accompagnava questo comportamento con la contorsione delle mani e della bocca. Mi accorsi anche che delegava i suoi giochi a noi adulti: se aveva una macchinina, pretendeva che fossimo noi a spingerla, per il puro gusto di guardare girare le ruote. Oppure, quando gli facevamo la doccia il suo unico godimento era quello di veder l’acqua scorrere e girare nella piletta. Ero davvero preoccupata, anche se d’altro canto c’erano cose rassicuranti: Francesco ha sempre indicato, spesso si girava se lo chiamavi, reggeva molto lo sguardo ed era presente. Non ricordo che sia mai stato assente, rispetto alla realtà che aveva attorno a lui.

Questo però non mi bastava, e proprio perché, come dicevo all’inizio, sono una mamma molto apprensiva, decisi di portarlo da una neuropsichiatra a pagamento. Mio marito non era molto d’accordo, diceva che ero esagerata, in quanto lui non riscontrava in suo figlio nessuna disabilità.

Arriva il giorno della visita. Siamo nello studio della dottoressa, la quale propone dei giochi a Francesco. Ovviamente adeguati ai suoi 18 mesi. Francesco non è molto interessato a infilare i cerchietti in un tubo, né a fare una torre, ma piuttosto vede una macchinina e inizia a spingerla a calci. La dottoressa lo riprende e gli dice che la macchina si spinge con le mani e non con i piedi. Alla fine della visita io espongo la mia paura, ovvero quella dello spettro autistico, ma lei molto pacatamente mi risponde che era troppo presto per saperlo, ma era abbastanza tranquilla perché Francesco reggeva lo sguardo e aveva instaurato con lei una sorta di relazione, anche se lei era un’estranea.

La cosa che invece la preoccupava un po’ era l’assenza del gioco funzionale. Decide comunque che vuole rivederlo dopo una settimana insieme alla neuropsicomotricista. Io passo quella settimana un po’ in ansia, ma mi ripeto che la dottoressa aveva detto che era piuttosto tranquilla sul “tema autismo” e mi faccio coraggio, aggrappandomi a quella frase.

Arriva la seconda visita. Stavolta sono in due a giudicarlo, neuropsichiatra e neuropsicomotricista. Quest’ultima propone una serie di giochi, mentre la dottoressa scriveva qualcosa su un foglio. Sinceramente non mi era sembrato che Francesco avesse fatto niente di diverso rispetto alla prima visita, anzi credevo fosse andato anche meglio.

Dopo questa visita la neuropsichiatra vuole parlarci e ci fa attendere nuovamente una settimana. Quel colloquio ha cambiato letteralmente la mia vita per i sei mesi successivi. Iniziò a dirci che Francesco non presentava “triangolazione dello sguardo”; che invece di scoppiare le bolle di sapone (cosa che a 18 mesi doveva fare) le guardava, facendo espressioni strane; che il linguaggio era in lieve ritardo; che indicava a volte con la mano, invece che con il dito; ma che seguiva abbastanza gli oggetti. Conclusione: Francesco era un bambino a rischio e che l’intervento precoce sarebbe stato necessario ed immediato. Ci liquida prescrivendo due volte a settimana psicomotricità. Esco da quella stanza distrutta. Avevo quindi ragione a vedere in mio figlio dei problemi? Mio marito continuava a dire che a lui non sembrava cosi, ma decidiamo di fare questa famosa psicomotricità. Abbiamo fatto in tutto tre sedute dopodiché sono scappata capendo che era soltanto un grande business. Ricordo ancora che nella terza ed ultima seduta la psicomotricista mi chiese di sbattere un martello davanti a Francesco, per vedere che reazione avesse lui. Io sbatto il martelletto più volte ma Francesco non ha reazioni (non gli hanno mai dato noia i rumori forti). Avevo capito che lei voleva vedere questo. Le domando del perché di questo esercizio e lei mi rispose con una frase che non dimenticherò: “Ho visto che a Francesco non ha dato fastidio il rumore, però quando hai sbattuto il martello ha chiuso gli occhi”. Allibita da ciò che avevo appena sentito (chi è che in presenza di un rumore forte non chiude gli occhi un attimo?) capisco che in quello studio volevano trovare a tutti costi dei difetti, affinché continuassimo le terapie…ovviamente a pagamento.

Me ne vado a gambe levate, anche perché quelle tre sedute non avevano fatto che peggiorare l’umore di Francesco, che piangeva ogni volta che doveva andare a farle. Anche se avevo capito che quello non era ciò che serviva a mio figlio continuava la mia angoscia. Inizio a passare le serate a leggere in Internet tutto ciò che riguarda l’autismo. Mi inizio ad estraniare. Litigo spesso con mio marito. Avevo paura di portare mio figlio al parco per le sue stereotipie. Lo guardo come lo guardano gli altri bambini e continuo a vedere solo i suoi difetti. Vedevo mio figlio come un disabile, pensavo già a quanto disastroso sarebbe stato il suo futuro. Ero entrata in un loop da cui era difficile uscire.

Un pomeriggio però mi arrivò una piccola luce di speranza. Francesco e mio marito stavano dormendo ed io, come ero solita fare, stavo cercando notizie in Internet sull’autismo (ormai non facevo altro). Leggo di un neuropsichiatra, un certo Gianmaria Benedetti, il quale aveva un’altra visione del problema e, soprattutto, raccontava di come ormai ogni minimo difetto dei bambini veniva medicalizzato. Il dottore faceva consulenze online. Bene. Mi sentivo già più sollevata. Fissiamo una videochiamata, nella quale osserva il bambino per circa un’ora e la sua conclusione fu che Francesco aveva un lieve ritardo neuropsichico e motorio, ma nulla di grave e che con l’autismo non centrava proprio nulla. Ci dà dei consigli da attuare: come quello di non insegnare nulla al bambino, né forzarlo a parlare, di giocare come voleva lui. Se voleva spingere la macchinina con i piedi di farglielo fare ed attuare il famoso metodo Montessori e, piano piano, sarebbe arrivato il resto.

Dopo quella videochiamata mi sono sentita meglio e per i due mesi successivi ho seguito i consigli. Tuttavia, passato quel periodo, sono ricaduta nel baratro: perché Francesco ancora non parlava; ancora non sapeva alzarsi in piedi, se era seduto a terra e, soprattutto, le sue stereotipie erano sempre presenti. Ricordo bene una sera d’estate, quando con mio marito decidemmo di portarlo ai gonfiabili vicino casa. Aveva quasi due anni, c’erano tanti bambini. Francesco entusiasta entrò e iniziò a giocare, ma a un certo punto notò una motoretta e dopo esserci andato la capovolse e iniziò a girare le ruote e fare le sue strane espressioni facciali. Per un senso di inadeguatezza lo portai via. Capii in quell’istante che mi vergognavo di mio figlio, di come gli altri lo potevano giudicare e che la consulenza fatta mesi prima mi era stata molto utile, ma era come se, nella mia testa, fosse svanita. Mi sentivo sola, soprattutto perché avevo intorno persone che minimizzavano le mie preoccupazioni, prendendomi quasi per pazza.

Avevo bisogno di qualcuno che mi stesse vicino e seguisse l’evoluzione di Francesco per più tempo.

E fu così che mentre leggevo l’ennesimo forum del dottor Benedetti (sapevo a memoria ogni storia che lui trattava), trovai un altro nome, un suo collega, un neuropsichiatra, che aveva la sua stessa visione sul “tema autismo”: il dottor Emidio Tribulato. Francesco aveva appena compiuto due anni, era l’agosto del 2022 e decisi di contattarlo.

All’inizio devo dire ero un po’ scettica, soprattutto perché tutte le prestazioni online del dottor Tribulato erano completamente gratuite.

Il dottore ci fissò un primo colloquio in videochiamata, dove raccolse un’anamnesi della storia di Francesco, dopodiché ci chiese se volevamo essere seguiti da lui e la sua associazione ed ovviamente dissi di sì.

Dalla seconda videochiamata abbiamo iniziato a parlare più dettagliatamente di ciò che faceva e non faceva mio figlio. Secondo il dottore non era nulla di così preoccupante. Francesco aveva una lieve, cosi come la definisce lui, “chiusura autistica”, ma lavorandoci e stando vicino al bambino, nel giro di un anno al massimo, si sarebbe risolta. Ciò che lui diceva di fare era il “Gioco Libero Autogestito”. Ovvero giocare insieme al bambino, facendo in modo che fosse lui a dirigere il gioco, qualunque esso fosse. Noi dovevamo semplicemente assecondarlo ed accompagnarlo in questo. Ci disse anche di fare dei video settimanali e un diario relazionale, dove annotare giorno per giorno: i giochi che facevamo con Francesco; come ci sentivamo quando stavamo insieme al bambino e, cosa importante, come si sentiva lui. In sostanza ciò che ci disse il dottor Tribulato fu esattamente l’opposto di ciò che ci consigliò la neuropsichiatra a pagamento. Secondo il dottore, il bambino non andava stimolato a fare nulla che non volesse. Disse che le terapie applicate su questi bambini sono spesso deleterie, (io me ne ero già accorta solo dopo tre sedute), di evitare i “no” il più possibile; di assecondarlo nei suoi giochi, anche se a noi potevano sembrare bizzarri e senza senso. “Tutto ha un senso” mi diceva il dottore. La cosa importante è assecondare vostro figlio, stargli vicino, farlo sentire coccolato, portarlo all’aria aperta, evitare assolutamente i video sui telefonini e la televisione, in quanto questi strumenti fanno estraniare i bambini dalla realtà, evitare almeno fino a quando il bambino non fosse uscito da questa condizione gli asili, poiché in questi luoghi ci sono le maestre che, in un certo senso, dettano regole, e a questi bambini le regole stanno strette, ma, soprattutto, disse di vederlo come un “bambino” e non come un “diverso”. Diceva il dottore che Francesco aveva dell’ansia interiore e quell’ansia doveva essere debellata. Come? Con l’amore di mamma e papà. Inizialmente ero un po’ scettica. Non comprendevo come, stando accanto a mio figlio, questo potesse bastare a risolvere le sue problematiche. Iniziai comunque a seguire i consigli del dottor Tribulato.

Iniziai soprattutto ad attuare il Gioco Libero Autogestito, anche se mi costava un po’, visto che le sue attività preferite all’epoca erano i travasi con la polvere del caffè, farmi spazzare tutta casa, mentre lui guardava la scopa o fare andare suo padre nella sua macchinina elettrica, perché lui doveva guardare le ruote in movimento. Ma lo facemmo. Giocavamo con un po’ di tutto: io facevo delle torri e lui si divertiva a distruggerle; voleva che fossi io a disegnare con i pennarelli, perché a lui piaceva vederli scorrere sul foglio e io lo assecondavo; amava vedere scorrere l’acqua del lavandino e giocarci con le mani e, mentre prima non volevo che lo facesse perché mi bagnava tutto il bagno, iniziai a farglielo fare e lo accompagnavo porgendoli dei contenitori per poterla versare. Abbiamo anche fatto dei travasi con le lenticchie, che puntualmente poi buttava in terra, ma ci divertivamo e non mi pesava affatto. Aveva anche un piccolo cagnolino con ruote e guinzaglio e voleva che fossi io a trascinarlo per poter guardare le ruote. Allora io mi inventai un gioco: io scappavo con il cagnolino e lui doveva rincorrermi e ad ogni partenza, era lui a darmi il via. Quando giocava con le macchinine e le capovolgeva per girarne le ruote io facevo lo stesso: prendevo un’altra macchinina e giravo le ruote, poi però la capovolgevo di nuovo e la tiravo verso di lui. Se all’inizio era poco interessato a ripassarmela, con il passare dei giorni, facendo la stessa cosa, abbiamo iniziato a condividere e a passarci la macchinina a vicenda! Aveva anche una palla, e non voleva che nessuno lo ostacolasse quando la tirava, perché amava vederla girare. Anche in quel caso cercai qualcosa che mi potesse coinvolgere e visto che non voleva che io gli togliessi la palla, per fare dei passaggi, feci finta di essere un portiere, cosicché lui potesse tirare la palla senza nessun ostacolo. Ad ogni passaggio gridavo “goal”! Questo gioco a lui piaceva e lo rifaceva. Con il padre, invece, la sera, amava fare giochi più fisici. Gli piaceva fare “l’aereo”, oppure essere buttato sul letto e anche se lo richiedeva dieci volte noi lo facevamo. Quando uscivamo, poiché Francesco è sempre stato restio a dare la mano e invece di camminare ha sempre corso, ho fatto sì che anche questo diventasse un gioco. Dato che correva, io facevo finta di rincorrerlo e lui rideva a crepapelle, correndo ancora più veloce! Se vedeva le ruote di un camion e iniziava a saltarellare e aprire la bocca, noi sottolineavamo la cosa assecondandolo, magari dicendo “ma è bellissimo “!

Dopo qualche settimana dall’attuazione di questa metodica, vedo che Francesco non va più in frustrazione, aveva ciò che voleva e questo lo rendeva felice. Ricordo che fino al mese prima ogni volta che mettevamo piede in casa, al rientro dal lavoro, Francesco andava in frustrazione. Sembrava che nulla gli andasse bene. Evidentemente voleva essere assecondato e capito; e noi non riuscivamo a farlo. Talvolta, per la stanchezza fisica, ma soprattutto mentale, ci arrabbiavamo. Ancora non parlava, ma aveva ampliato il suo vocabolario con delle paroline nuove. All’età di due anni e un mese diceva circa dieci paroline.

Iniziammo a portarlo fuori spesso, soprattutto al parco e ci accorgemmo che Francesco cercava gli altri bambini e che gli piaceva soprattutto rincorrere ed essere rincorso.

Prima di iniziare questo percorso, per noi il parco era sempre stato un tabù, perché le poche volte che ci andavamo Francesco faceva solo un po’ di altalena e poi scappava all’uscita. Piano piano, invece, ha iniziato ad aprirsi a tutti i giochi. Faceva un po’ di tutto, tendeva ad imitare gli altri e se vedeva qualche bambino in un gioco ci andava pure lui, anche solo per condividerne lo spazio. Altri giorni, invece, preferiva spingere il passeggino e guardare girare le ruote.

I primi mesi dall’inizio del percorso con il dottore sono stati un po’ altalenanti: c’erano giorni in cui Francesco sembrava migliorare e anche le stereotipie diminuire notevolmente, ed altri invece che mi sembrava essere tornata al punto di partenza. Ogni settimana esprimevo al dottore i miglioramenti e quelli che invece erano i miei dubbi, ma lui mi ha sempre detto di essere forte, di non demordere, poiché, anche se all’apparenza poteva sembrare un percorso facile, non lo era affatto. Questo era vero: non è stato facile stare con mio figlio tutto il giorno anche quando andava in frustrazione spesso ed assecondarlo nei suoi giochi; non è stato facile continuare a vedere gli altri bambini che parlavano e facevano giochi funzionali mentre il mio ancora no; non è stato facile sentire le altre mamme elogiare i propri figli di quanto, già a due anni, sapevano fare, mentre il mio no. Ma mi sono fatta coraggio e ho iniziato a vedere Francesco in un altro modo. Ero stanca di vedere sempre e solo i difetti di mio figlio. Iniziai a cambiare nei confronti di mio figlio, smisi di vederlo come un malato e, appena cambiai io, cambiò anche lui. Iniziai a godere dei piccoli ma significativi miglioramenti: la pronuncia di una nuova parola…vedere che ci provava per me era già una grande conquista.

Il vero cambiamento iniziò dopo tre - quattro mesi dall’inizio del percorso con il dottore. Verso novembre - dicembre Francesco all’età di due anni e quattro mesi iniziò a cambiare notevolmente. Innanzitutto, iniziò a “parlicchiare”. Non faceva discorsi ma iniziò ad associare più parole insieme. Iniziò a giocare in maniera funzionale: faceva finta di parlare al telefono, faceva finta di cucinare e mi porgeva il piatto ed io gli dicevo quanto era buono, faceva finta di preparare il caffè e me lo portava per assaggiarlo. Ricordo ancora che per Natale voleva che la nonna chiamasse Babbo Natale affinché gli portasse la “puppa blu” (ruspa blu). Probabilmente faceva delle cose che normalmente si fanno a diciotto mesi, ma per noi era già un grande traguardo. Francesco interagiva sia con gli adulti che con i bambini, non aveva più paura di andare nei posti nuovi. Certo un po’ di timore c’era ma io ero sempre pronta a rassicurarlo e se lui si sentiva protetto andava tranquillo. Ho iniziato a non preoccuparmi più se, dinnanzi alle ruote, saltellava e apriva la bocca, perché avevo capito che Francesco era un bambino come tutti gli altri e che la sua stereotipia non lo faceva essere meno di nessun altro. Cosa che purtroppo per sei mesi avevo pensato.

Sembrerà una stregoneria, ma è stato proprio cosi. Nel giro di poco tempo le cose sono iniziate a cambiare radicalmente. Questo non significa che Francesco non presenta più stereotipie o ha perso l’amore nei confronti delle cose che girano, queste cose sono presenti a tutt’oggi, anche se in maniera meno ossessiva, significa che, assecondando mio figlio, nei limiti del possibile, facendo con lui dei giochi talvolta anche bizzarri, cercando di non arrabbiarmi più, togliendo definitivamente i video ed il telefono, incoraggiandolo a fare cose nuove e diverse, coinvolgendolo il più possibile, stando con lui, facendolo sentire come un bambino “normale”, tutto ciò ha avuto un grande impatto sul suo cambiamento.

Ricordo ancora quando ero disperata perché ancora a due anni non parlava ed esposi il problema al dottore e lui mi disse: “non si preoccupi, ci sono bambini che possono parlare anche molto tardi, lei attui ciò che le ho detto, non forzi niente e vedrà che quando meno se lo aspetta le parole inizieranno ad uscire da sole”. Ed è stato proprio cosi. Oggi Francesco ha due anni e otto mesi e sono passati esattamente otto mesi dall’inizio del percorso con il dottor Tribulato e ciò che mi aveva preannunciato all’inizio, ovvero che nel giro di un anno Francesco avrebbe recuperato tutte le sue lacune si sta avverando.

Se ripenso da dove siamo partiti e a dove stiamo arrivando mi sembra un miracolo. Oggi Francesco è un bambino felice. Non ha perso completamente i suoi momenti di frustrazione ma, mentre otto mesi fa non accettava categoricamente i “no” oggi ne tollera qualcuno in più. O meglio. Com’è giusto fare con tutti i bambini, facciamo dei compromessi! Francesco parla ed è anche molto furbo. Ha un caratterino per cui la vuole sempre vinta lui. Le ruote non sono più un’ossessione, anche se ne è sempre attratto. Alterna periodi in cui si fissa con qualcosa per esempio la lavatrice che gira e periodi che questa cosa non gli interessa minimamente. Continua a salterellare, soprattutto quando è felice. I giochi che facciamo adesso sono di gran lunga diversi dai precedenti: disegniamo insieme e quando scarabocchia mi dice che quel disegno rappresenta o “babbo” o il “gatto”; ma è lui che disegna, finalmente, e non più solo io. A volte quando gioca con le sue amate macchinine, mi dice che dentro c’è mamma e babbo. Mi viene a mostrare tutto ciò che fa. Ama essere spinto forte sull’altalena dal padre e poi mi guarda tutto soddisfatto dicendomi: ”guarda come vado forte!” Ha voglia di stare fuori, di giocare, di scoprire il mondo. Quando inizia a fare “uhhhhh” di fronte alle cose che girano e apre la bocca io gli domando ridendo: “Ma perché lo fai?” e lui mi risponde: ”Perché voglio fare uhhhhh” ...” e allora scoppiamo entrambi in una gran risata. Capisce perfettamente tutto e a volte ti vorrebbe prendere per i “fondelli”. Ha iniziato a farmi anche delle domande e mi ripete le cose cento volte!! Sa contare fino a otto! Finalmente si è aperto anche con il padre. Mentre prima per lui esistevo solo io, adesso coinvolge il padre nei suoi giochi e di questo ne sono molto felice. Insomma...ad oggi vedo Francesco come un bambino normale finalmente! Con qualche diversità sì, ma questo non ha il minimo impatto sul suo livello cognitivo. Con gli altri si rapporta e se gli danno modo di interagire non vorrebbe più staccarsene. Quando gli chiedo se vuole andare al parco, mi chiede se ci sono gli altri bimbi. E se non c’è nessuno non è molto interessato ad andare. Ciò è indice che cerca gli altri bambini. La sua figura di riferimento rimango io, ma finalmente Francesco ha capito che al di fuori c’è un mondo e lui ha tutta la voglia di scoprirlo. Ancora il nostro percorso non è terminato, ci saranno giorni più bui, altri di nuovi miglioramenti, ma continueremo a lavorarci, a divertirci con nostro figlio e godere di tutti i suoi progressi che ad oggi sono stati enormi!

Ringrazio il dottor Tribulato che mi ha fatto finalmente uscire dal tunnel dell’autismo e mi ha insegnato a vedere le cose diversamente. Lo ringrazio soprattutto per non averci lasciato e per averci fatto conoscere il Gioco Libero Autogestito che per me è stato di grande aiuto. È importante non sentirsi soli in questa “lotta”. È importante che qualcuno ci dica dove stiamo sbagliando, ma che possiamo recuperare. Delle volte basta solo cambiare approccio. Per finire vorrei fare una riflessione su quello che è stato per noi l’ultimo anno. Esattamente un anno fa ero una mamma che stava sfiorando la depressione perché convinta che il proprio figlio fosse “anormale”. Ho vissuto dei periodi davvero bui, ma oggi ho capito che ogni bambino è diverso e speciale a modo suo. Che i paragoni sono inutili e dannosi e che purtroppo oggi ogni minimo difetto di un bambino viene subito definito come un comportamento problema. Ricordo che quando ero piccola avevo tantissimi tic. Ne cambiavo uno al mese. Ed inoltre avevo delle fissazioni. Beh, probabilmente con i tempi di oggi sarei stata certificata pure io! Eppure, eccomi qua. È proprio vero che il ruolo della famiglia fa tanto per i bambini. Noi ci stiamo impegnando davvero tanto per nostro figlio e continueremo a farlo affinché questi grandi progressi continuino nel tempo. A tutti un grande grazie.

Ylenia&Francesco

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