Autismo

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L’evoluzione della chiusura autistica

 

L’evoluzione in senso positivo della chiusura autistica è resa più facile e completa o più difficile e parziale, in conformità a molteplici condizioni: la profondità e la gravità del ritiro autistico; l’età del bambino, ma soprattutto sono importanti la capacità e la disponibilità nel mettersi in gioco delle persone che sono vicine a questo bambino, così da impegnarsi a modificare in maniera sostanziale l’ambiente di vita nel quale si muove e si relaziona il minore.

Il mascheramento e la dissimulazione

Alcuni soggetti con autismo pur non abbandonando la chiusura autistica, riescono a nascondere la loro realtà interiore e utilizzano, come fossero dei mascheramenti, dei comportamenti che pensano possano essere più efficaci o socialmente meglio accettati. La Williams, ad esempio, utilizzava nel tempo due personaggi diversi: Carol e Willie. Questi due personaggi presentavano caratteristiche diverse: Carol incarnava la fuga dalle paure, mentre Willie era la personificazione esteriore di lotta alle paure.[1]

 Anche in alcuni nostri pazienti abbiamo potuto constatare lo stesso intento di mascherare la loro condizione di autismo, presentandosi, nei rapporti con gli altri, con degli atteggiamenti che nascondevano molto bene la loro vera realtà interiore. Questi pazienti riuscivano a presentarsi come dei bambini o giovani allegri, sorridenti e, soprattutto, molto socievoli. Esattamente l’opposto di quello che ci si aspetterebbe da soggetti con autismo. Altri si presentavano autorevoli e sicuri di sé, come fossero persone mature e responsabili, mentre in realtà erano psicologicamente molto piccoli, fragili e indifesi. Questi camuffamenti riescono a volte a trarre in inganno gli operatori, inducendoli ad effettuare, nei loro riguardi, delle diagnosi che nulla hanno a che fare con l’autismo.

I tentativi autonomi di uscire dall’autismo

A causa della notevole plasticità cerebrale, così come vi è sempre la possibilità di una regressione a livelli inferiori di sviluppo cognitivo, emotivo e affettivo, allo stesso modo vi è, per questi soggetti, la possibilità di raggiungere progressivamente dei livelli superiori di capacità relazionali, emotive e intellettive. Rimane quindi in loro, anche se latente, la capacità di riacquistare quella serenità, fiducia, maturazione ed equilibrio momentaneamente perduti.

In alcuni casi, come nella Williams, lo stimolo a cercare di uscire dalla condizione di autismo, era dato dalla sfida che la donna aveva intimamente ingaggiato con la madre e con il fratello maggiore, che sembravano gioire della sua patologia:

Sarei stata felice di “lasciar perdere” e ritirarmi nel mio mondo personale, se non fossi stata sicura che mia madre e mio fratello maggiore sembravano fiorire sulla mia diversità e la mia incapacità di stare al passo. Il mio odio e il mio senso dell’ingiustizia erano la forza che mi spingeva a dimostrare che sbagliavano.[2]



[1] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p.129.        

[2] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 52.

Gli interventi dei genitori

Attuazione di una modalità relazionale adeguata

Per quanto riguarda i comportamenti dei familiari, nel momento in cui questi hanno chiara la diagnosi effettuata sul figlio, in alcuni casi sono i genitori stessi, senza alcun aiuto o indicazione esterna, che attuano una modalità relazionale più adeguata, dialogante, affettuosa, attenta e responsabile, capace di riportare alla normalità un bambino con chiari segni di autismo.

La madre di Federico, di cinque anni ne è un esempio. La donna, accortasi della presenza nel figlio di chiari sintomi di autismo, confermati tra l’altro da un neuropsichiatra infantile, si attivò prontamente e, soprattutto, personalmente nel dare al proprio bambino, mediante degli atteggiamenti e delle cure particolarmente dolci e tenere, quella tranquillità e serenità che Federico aveva momentaneamente perduto e delle quali aveva assolutamente bisogno, per poter ritornare ad avere fiducia negli altri e nel mondo e così abbandonare la chiusura autistica riprendendo la sua crescita affettivo-relazionale, momentaneamente interrotta.

In pochi anni, senza far effettuare al figlio alcuna terapia abilitativa o riabilitativa, questa madre riuscì ad ottenere dei miglioramenti così vistosi e completi che quando venne da noi, per avere confermata o smentita la diagnosi che era stata fatta anni addietro al suo bambino, non avendo osservato in quel momento alcun sintomo della patologia pregressa, né altri disturbi psicologici di una certa rilevanza, rimandammo a casa lei e il figlio, senza prenderli in carico e quindi senza effettuare interventi di alcun tipo. Demmo alla madre un unico consiglio: continuare a comportarsi con Federico, così come aveva fatto fino a quel momento.

Non sappiamo quanti siano i casi come quello di Federico, poiché è raro che un genitore vada da uno specialista per avere la conferma della risoluzione di un problema, temiamo però che non siano molti. Purtroppo pensiamo che invece siano più frequenti altri tipi di comportamenti.

La negazione delle cause ambientali

Molti genitori tendono a negare a se stessi e agli altri che, in un certo periodo anche molto breve, per uno o più motivi, si sia creato attorno al bambino, un ambiente relazionale talmente negativo e difficile, da indurlo alla chiusura. In questi casi per i familiari appare molto più agevole dare la responsabilità di quanto accaduto a elementi esterni, di tipo genetico o organico, come l’aver effettuato al figlio le vaccinazioni prescritte o l’aver dato degli alimenti non idonei. Questa negazione può riguardare i genitori, i quali è come se dicessero a se stessi: ‹‹Mio figlio è nato così, ha questo handicap che fa soffrire tutti noi, ma non possiamo fare altro che cercare di attenuare i suoi comportamenti problematici e migliorare le sue scarse capacità sociali, relazionali, intellettive e cognitive, utilizzando tutti i tipi di terapie educative e rieducative che conosciamo o che ci vengono indicate dagli specialisti››.

Il negare la presenza di un possibile problema ambientale, coinvolge spesso anche la società nella quale viviamo. È come se questa proclamasse a gran voce: ‹‹Anche se non sappiamo bene cosa succede e perché succede, le cause dell’autismo devono essere necessariamente di natura genetica o organica. L’ambiente di vita non ha certamente alcuna influenza sulla patologia di questi bambini e, chi afferma il contrario, vuole soltanto colpevolizzare i loro genitori e familiari, soprattutto le madri. Pertanto la società deve soltanto attivare i servizi socio- sanitari, al fine di assistere questi soggetti, dalla culla alla tomba, cercando di migliorare i loro inguaribili deficit utilizzando le terapie educative e riabilitative che in quel determinato momento appaiono più valide e opportune››. Tuttavia: ‹‹Pensare ancora che la dimensione affettiva chiami in causa necessariamente una colpevolizzazione delle madri, significa misconoscere gli sviluppi della scienza in ambito evolutivo ed eludere la fatica di revisionare le patologie in base alle nuove conoscenze››.[1]

 

 

La colpevolizzazione del bambino

Un altro modo ancora peggiore di affrontare il problema, è quello di colpevolizzare il bambino stesso, giudicandolo come cattivo, capriccioso e noioso, oltre che stupido. Un bambino che ama far disperare i suoi genitori e tutti gli adulti che hanno a che fare con lui, un bambino che non vuole crescere, non vuole imparare, non vuoleubbidire. Un figlio che in tante occasioni: a casa, a scuola, in pizzeria o nelle feste, ama mettere in imbarazzo le persone che hanno cura di lui.

Per fortuna vi sono dei genitori più responsabili e attenti che, affiancati da un operatore sensibile e attento alle problematiche psicologiche di questi bambini, riescono ad instaurare con i loro figli una relazione particolare, fatta di grande accettazione e profondo rispetto della realtà interiore di essi. Quando si rendono concrete queste due condizioni, i bambini con disturbi autistici riescono rapidamente a fare a meno di quelle difese arcaiche, rappresentate da muri, porte o cupole, che essi avevano messo in atto per difendersi nei confronti del mondo e sono pronti a iniziare un rapido cammino di crescita affettiva ed emotiva, che li può condurre alla piena normalità.

Crediamo pertanto che sia giunto il momento di guardare in faccia la realtà e non più nascondere la testa sotto la sabbia. Poiché solo avendo come obiettivo primario non la lotta ai singoli variegati sintomi, ma la diminuzione della grave sofferenza interiore esistente nei bambini che presentano questa patologia, mediante un’efficace relazione con essi, abbiamo la possibilità di incidere profondamente sul loro malessere, dando ai bambini stessi la concreta speranza di un armonico sviluppo.

Inoltre, nel momento in cui la società, nel suo complesso, avrà ben chiari i motivi che costringono questi bambini a isolarsi e difendersi dagli altri e dal mondo, utilizzando le difese più arcaiche e improduttive, sarà possibile mettere in atto una serie di attività volte a prevenire, in maniera razionale e incisiva, questa devastante patologia. Non possiamo, infatti, sottovalutare che l’autismo, pur manifestandosi in svariate forme, in modo sempre più frequente tormenta d’intensa e prolungata sofferenza i bambini che ne sono affetti ma anche le loro famiglie. E infine, come fare a non tenere in alcun conto o sottovalutare le spese necessarie che gravano notevolmente sui bilanci degli Stati, giacché, secondo l’Osservatorio Nazionale Autismo, in Italia oggi si pensa che addirittura un bambino su settantasette, potrebbe essere definito come bambino con sindrome autistica?

 
 
 


[1] Di Renzo M.  Bianchi  F. di Castelbianco, (2012), “Come uscire dall’autismo”,  in Famiglia oggi, N° 2.

Le cause della chiusura autistica

 

Che cosa può essere andato storto? Che cosa nei primi mesi di vita ha potuto costringere questi bambini ad effettuare, non sappiamo quanto istintivamente o volontariamente, la drammatica e radicale scelta di chiudersi in se stessi?

La nostra esperienza ci ha insegnato che gli eventi che possono avere inciso negativamente, disturbando il dialogo, la comunicazione e in definitiva la relazione tra il bambino e il mondo esterno, rappresentato dai suoi genitori e familiari, costringendolo ad estraniarsi dalla realtà possono essere diversi. Non solo, ma possono sommarsi tra loro, poiché non sempre è sufficiente un’unica causa a costringere il bambino verso la chiusura che lo porterà a delle gravi conseguenze sul piano cognitivo e affettivo-relazionali.


1.   In alcuni casi l’intimo dialogo tra il bambino e il suo ambiente di vita può essere stato influenzato negativamente a causa di una o più situazioni stressanti e difficili da affrontare.

 

 I suoi genitori e familiari possono essere stati influenzati negativamente a causa di pressanti necessità economiche; per la presenza di eccessivi e prolungati impegni lavorativi; a causa di conflitti coniugali o familiari; per gravi difficoltà lavorative; a causa della necessità di affrontare gli stress presenti in ogni separazione o divorzio. Altre situazioni ambientali nettamente negative possono essere state originate da malattie proprie o di qualche familiare, da eventi luttuosi che si sono abbattuti sulla famiglia, e così via.

La William  riferisce dei gravi conflitti intrafamiliari nei quali, suo malgrado, era stata coinvolta: ‹‹A casa la guerra infuriava costantemente attorno a me››.[1] E ancora: ‹‹La tensione tendeva ad esplodere, mio padre umiliava e maltrattava mia madre, lei umiliava e maltrattava me. Entrambi avevano trovato vie di fuga e se ne servirono per anni, lasciandosi alle spalle una distruzione tanto più totale di quanto non avrei mai potuto far apparire nel mio piccolo mondo magico››.[2] E inoltre: ‹‹La famiglia era decisamente spaccata a metà, in una caduta a spirale che l’avrebbe precipitata a capofitto nel baratro infernale››.[3]

È evidente come l’ambiente familiare descritto dalla Williams, sia esattamente l’opposto di come dovrebbe essere, al fine di permettere una normale crescita di una piccola bambina. Quest’ultima avrebbe avuto bisogno di un ambiente tranquillo, senza la presenza di ansie e timori eccessivi e con il sostegno di genitori che, amandosi tra loro, avessero amato anche lei. Winnicott è lapidario quando afferma: ‹‹Al giorno d’oggi parliamo molto spesso di bambini disadattati: ma i bambini disadattati sono tali perché il mondo non è riuscito ad adattarsi correttamente a loro all’inizio e durante i primi tempi››.[4]

Possiamo paragonare questa condizione a ciò che tante volte può accadere a chi è impegnato nel lavoro. Se questo soggetto, per qualunque motivo, è preda della stanchezza, se mille pensieri molesti disturbano la sua mente, sarà per lui difficile concentrarsi su ciò che dovrebbe fare e che avrebbe potuto svolgere bene, se non fosse stato investito da tanta stanchezza, stress e preoccupazioni. In definitiva le persone vittime di conflitti o stress eccessivi, pur possedendo buone qualità e capacità, a causa di alcune situazioni contingenti, non riescono a svolgere correttamente i loro compiti. In questi casi il disagio, la disistima e i sensi di colpa che si avvertono nel capire che non si stanno eseguendo adeguatamente gli impegni assunti, peggiorano la condizione psicologica di tali persone, cosicché le difficoltà tendono ad accentuarsi.

 

2. Può aver inciso pesantemente nella relazione con i minori un disturbo psicologico di una certa importanza, presente nella psiche degli adulti che hanno cura di loro.

In questi casi, a causa di uno dei tanti disturbi psicologici che possono essere presenti nella psiche degli adulti, questi possono presentare difficoltà a comprendere pienamente i bisogni, i vissuti e i problemi dei minori, ma soprattutto possono avere difficoltà nel rispondere in maniera serena, adeguata ed equilibrata ai loro bisogni psicologici e alle loro legittime richieste. Tra l’altro, in molti casi i disturbi psicologici, anche se non sono gravi, possono comportare problemi proprio nel campo della comunicazione, la quale è essenziale nello stabilire un rapporto relazionale con i bambini piccoli che permetta al loro Io di formarsi, crescere e svilupparsi armonicamente. Possono soffrire di questi problemi non solo le madri ma anche i padri, entrambi i genitori oppure i nonni, quando sono loro ad avere le maggiori responsabilità nella cura dei bambini, le baby sitter, le puericultrici dei nidi frequentati dai minori e così via.

 

3. Può incidere negativamente sulle capacità relazionali degli adulti la scarsa o inadeguata esperienza necessaria per una corretta gestione di un bambino piccolo.

Dice Winnicott:

"Ma perfino le madri devono imparare dall’esperienza ad essere materne. A mio parere esse dovrebbero affrontare il problema da questo punto di vista: l’esperienza insegna. Affrontandolo in un altro modo e credendo di dover studiare sui libri come diventare madri perfette sin dall’inizio, sbagliano".[5]

Questa situazione, poco frequente nelle famiglie tradizionali è diventata, in questo periodo storico, consueta, a causa della mancata trasmissione dell’esperienza e dei saperi riguardanti la cura di un bambino, da una generazione all’altra. Tale situazione è causata dal notevole calo delle nascite, dalla diffusione di famiglie sempre più piccole e prive di fratelli minori con i quali fare tirocinio, ma anche e soprattutto dalle frequenti deleghe nella cura dei figli, alle quali sono oggi costretti i genitori. Tale impreparazione può accentuare l’ansia insita nei compiti di cura, rendendo difficile un sereno dialogo e rapporto con i propri figli. Pertanto questi genitori possono avere difficoltà a stabilire con i loro piccoli un vero e saldo legame affettivo ed emotivo, oltre che un dialogo profondo ed efficace.

4. Possono aver influito negativamente le indicazioni che spesso provengono da una società consumistica, iperliberale ed egocentrica come la nostra.

Sappiamo che molte società del mondo occidentale, sostanzialmente basate sulla produzione, sul profitto e sull’economia, giudicano come motivo del successo e della realizzazione degli adulti, non la maternità o la paternità, non il piacere e la gioia della cura e dell’educazione di un figlio, ma la ricerca della propria realizzazione, prevalentemente o esclusivamente nel campo professionale, lavorativo, economico e sociale, insieme alla ricerca, a volte sregolata, di gioie e piaceri molto semplici, poveri e banali. Pertanto, da questo tipo di società, le attenzioni e gli impegni degli adulti sono prevalentemente indirizzati e focalizzati su obiettivi e temi diversi e spesso contrastanti, rispetto a quelli necessari per svolgere correttamente il ruolo di genitore o comunque di educatore.

 

Il racconto di Dario, di nove anni, che presentava problemi psicologici che si manifestavano soprattutto negli apprendimenti scolastici, evidenzia chiaramente lo stato d’animo presente nei bambini i cui genitori sono assenti per motivi di lavoro.

Il pesce e il granchio

‹‹C’era una volta un pesce che nuotava notte e giorno, era triste e solo ed era in cerca di amici. Un giorno il pesce ha trovato un granchio che era in pericolo perché c’era una murena che se lo stava mangiando. Il pesce è corso incontro alla murena e l’ha cacciata via. Subito il granchio si è messo a correre per salvare il pesce. Da quel giorno il pesce non è rimasto più solo, perché è rimasto con il granchio››.

Domanda del terapeuta: ‹‹Perché il pesce era solo?››.

Risposta: ‹‹Il pesce era solo perché i genitori erano sempre a lavorare››.

5. Possono aver influito negativamente nella relazione tra il bambino e il suo ambiente di vita le sofferenze, le ansie e le paure causate da malattie organiche delle quali il piccolo ha sofferto o soffre ancora.

I problemi organici hanno dei risvolti psicologici, sia sul bambino sia sui suoi familiari, che non si possono e non si devono trascurare. Soffrire di una malattia significa “stare male”. Quasi sempre questo “stare male” non riguarda solo il corpo ma anche la psiche del soggetto. Si sta male per la malattia della quale si soffre, si sta male per la condizione d’impotenza e a causa delle limitazioni conseguenti alla malattia, si sta male per tutti gli esami, le terapie mediche e chirurgiche o, peggio, i ricoveri in ospedale che bisogna sopportare. Purtroppo, spesso non si tiene nella giusta considerazione la fragilità psichica dei bambini, specie se molto piccoli ma anche quella dei loro familiari. Ci dimentichiamo che ogni patologia e ogni atto medico, che hanno una qualche componente traumatica, possono comportare delle sofferenze e quindi dei danni psicologici. Non è difficile quindi che, come conseguenza di questi problemi organici, possa insorgere, in alcuni bambini, specialmente in quelli psicologicamente più fragili, il bisogno di fuggire da una realtà eccessivamente frustrante e dolorosa.

6. Un’altra concausa può essere legata all’uso sempre più diffuso di deleghe nel campo educativo e di cura.

È noto come la gestione del bambino piccolo, mediante gli asili nido, le baby sitter o la collocazione dai nonni per un tempo eccessivo, possa provocare una condizione di fragilità nel piccolo essere umano che si sta formando, il quale invece, soprattutto nei primi anni di vita, avrebbe bisogno di vivere, crescere e svilupparsi accanto ai suoi genitori, in uno stabile, confortevole, caldo e sereno nido familiare. Questa fragilità, sommata ad altre situazioni stressanti o traumatiche, può anch’essa contribuire ad indurre delle gravi sofferenze le quali, a sua volta, possono spingere il piccolo a chiudersi in se stesso.

7. Vi è un’altra condizione che non riteniamo meno importante delle altre, che è legata a uno stile relazionale non adeguato.

Il modo di porsi nei confronti dei bambini piccoli, oltre che essere influenzato dalle caratteristiche di personalità, dal sesso e dalla realtà del momento, è condizionato anche dalle esperienze vissute durante tutta la propria vita. Pertanto quando lo studio, i tirocini e gli impegni di tipo lavorativo e professionale modellano le capacità di dialogo e di relazione degli adulti in funzione di un’attività lavorativa e professionale, inevitabilmente sarà dato molto valore alle caratteristiche più utili in questi campi: come la vivacità, la grinta, la determinazione, la forza, l’intraprendenza. Caratteristiche queste molto diverse, anzi opposte, a quelle richieste nella cura e nella relazione con un bambino piccolo. Cura e relazione che richiedono invece comportamenti pacati, dolci, teneri e delicati, insieme a tanta pazienza e a notevoli doti e capacità comunicative ed empatiche.

8. Cause organiche e genetiche

Per quanto riguarda le possibili cause organiche o genetiche, oggi spesso indicate come le uniche possibili cause dell’autismo, noi pensiamo che certamente non tutti i bambini nascano con la stessa sensibilità, per cui ciascuno di essi può resistere e reagire all’ambiente in modo differente. Pertanto le capacità di resistere agli stress, alle frustrazioni o ai traumi, possono certamente dipendere anche da componenti genetiche o organiche.

Tuttavia le esperienze che abbiamo avuto nel tempo ci confermano che i fattori ambientali, di tipo psicologico e relazionale, sono nettamente predominanti nella nascita dei vari disturbi psicologici presenti nell’infanzia. Cosicché, quando gli elementi ambientali negativi superano una certa soglia, anche il bambino che possiede un ottimo corredo genetico ed è privo di problematiche organiche, sarà inevitabilmente coinvolto in meccanismi psicologici che possono alterare in maniera più o meno grave i suoi comportamenti, le sue emozioni e i suoi vissuti interiori.

Sono tanti gli autori che pongono l’accento sulle componenti ambientali nella nascita dei disturbi psicologici.

Per Osterrieth:

"È forse utile ricordare che, in realtà, organismo e ambiente sono in continua interazione, e che, secondo le caratteristiche dell’ambiente, certe tendenze ereditarie saranno non soltanto permesse ma favorite, concretizzandosi in attitudini o in tratti di carattere; altre saranno inibite, e appariranno solo in forma alterata, altre infine non saranno mai stimolate e le reazioni concomitanti non si verificheranno mai".[6]

 E ancora lo stesso autore:

"In breve, qualunque sia l’importanza e il peso dei fattori ereditari, l’uomo non è condizionato soltanto da questi: lo è altrettanto dalle condizioni in cui vive e in cui il suo sviluppo è avvenuto".[7]

Sempre da Osterrieth:

"Si sottovaluta che il più delle volte si trasmettono non malattie ma predisposizioni verso certe malattie piuttosto che altre. Si trasmette una maggiore o minore sensibilità ai traumi psichici piuttosto che disturbi o malattie psichiche. Anche perché perfino nei gemelli veri non vi è un uniforme comportamento per cui parecchie attitudini e tratti del carattere si trovano nell'individuo in quanto sono stati incoraggiati dall'ambiente, mentre altri sono stati costantemente inibiti".[8]

Per Ackerman: "L’eredità fissa dei limiti al potenziale sviluppo della personalità, ma a darle una forma concreta è l’esperienza sociale".[9]

Per De Ajuriaguerra:

 "Senza alcun dubbio esistono dei pattern caratteristici di ogni specie, trasmessi per via ereditaria, che si manifestano sotto forme equivalenti in un insieme di individui della stessa specie. Ma i pattern possono essere attivati dall’ambiente, dagli stimoli tattili, visivi, uditivi, etc., o modificati per l’assenza o per l’azione qualitativamente o quantitativamente inadeguata degli apporti dell’ambiente".[10]

Bowlby afferma:

"Il punto di vista che sostengo, come si potrà notare, si basa sulla convinzione che gran parte dei disturbi psichici e dell'infelicità siano dovuti ad influenze ambientali su cui siamo in grado di intervenire e che possiamo modificare. E inoltre: Se un bambino è sereno e sicuro oppure infelice e non in armonia con la società, dipende in gran parte dall’adeguatezza o meno delle prime cure che ha ricevuto".[11]

E ancora lo stesso autore:[12]

 "Sappiamo che oggi il compito centrale della psichiatria dello sviluppo è proprio quello di studiare l’interazione senza fine tra mondo interno e mondo esterno e il modo in cui uno influenza costantemente l’altro, non solo durante l’infanzia, ma anche durante l’adolescenza e la vita adulta. Appare ormai evidente che gli avvenimenti accaduti all’interno della famiglia durante l’infanzia e l’adolescenza giocano un ruolo importante nel determinare se una persona crescerà mentalmente sana o no".

A questo riguardo non possiamo non ricordare anche le osservazioni e gli studi di Imbasciati, Dabrassi e Cena:

"Sappiamo che la maturazione cerebrale è in relazione all’esperienza e che questa inizia ad essere esperita già dal feto. È l’esperienza che regola lo sviluppo micromorfologico e funzionale del cervello".[13]

Gli stessi autori aggiungono:

  "Si è ritenuto a lungo, e in parte tuttora alcuni ritengono, che la maturazione del tessuto nervoso, quale si riscontra morfologicamente e fisiologicamente, dipenda esclusivamente dalla realizzazione del programma genetico che riguarda il completamento morfofunzionale di tutti gli organi corporei e che investirebbe pertanto anche il cervello, che verrebbe così “completato” gradualmente, prima e dopo la nascita, nei primi mesi. La mente scaturirebbe così dalla maturazione biologicamente predeterminata del cervello. Al contrario si è dimostrato che la maturazione è un processo che avviene solo se c’è l’esperienza: non solo, ma che la qualità dell’esperienza determina il tipo di maturazione. (…) Gli studi sugli animali hanno da tempo dimostrato che l’architettura istologica corticale è in relazione al tipo di apprendimento cui l’animale è stato sottoposto. Più moderne tecniche, tra cui i metodi di neuro-immagini (PET), mettono in evidenza, anche nell’uomo, come sia l’esperienza che viene acquisita, ossia il tipo di apprendimento conseguito, che condiziona la cosiddetta maturazione neurale".[14]  

Per Benedetti:

"Esistono invece bambini e le loro famiglie che trovano degli ostacoli e delle difficoltà nel seguire la loro strada evolutiva per cui vengono ad accumulare “ritardi” nel percorso previsto, o a volte “deviazioni” dalla strada considerata “normale”, o comune. Ho l’impressione che occuparsi di “autismo” e delle teorie che sono state costruite per “spiegarlo” abbia impedito a lungo di vedere questi bambini nel loro sviluppo e i fattori che potevano e possono ostacolarlo".[15]

Purtroppo come ben dice Osterrieth:

"La nozione fatalistica di ereditarietà incoraggia facilmente ad astenersi da ogni sforzo di educazione e da ogni tentativo per modificare l'ambiente nel quale il bambino cresce; essa costituisce, come ha detto qualcuno, un imponente guanciale di pigrizia pedagogica".[16]

 

Per quanto riguarda in modo specifico i disturbi autistici, i motivi che ci inducono a ritenere molto importanti le problematiche relazionali e ambientali nella nascita e nell’evoluzione nel tempo di questa patologia psichica, sono numerosi.

1. Sintomi molto simili a quelli presenti nei bambini con autismo sono evidenziati in molti animali, ogni qualvolta il loro ambiente di vita non è idoneo ai loro bisogni psicologici. Dice la Grandin che lavorava come veterinaria:

"Negli zoo gli animali tenuti in gabbie di cemento nudo si annoiano e spesso sviluppano comportamenti anormali come dondolarsi e camminare a piccoli passi o a zigzag. Le bestie giovani collocate da sole in ambienti di questo tipo subiscono un danno permanente e manifestano comportamenti bizzarri simili a quelli autistici, diventando eccessivamente eccitabili e mostrando comportamenti di tipo autolesionistico, iperattività e relazioni sociali disturbate". [17]

E ancora la stessa autrice:

"I cuccioli di cane allevati in cucce di cemento spoglie si agitano molto quando sentono un rumore. Le loro onde cerebrali continuano a mostrare segni di eccitabilità anche dopo sei mesi che sono stati tolti dalla cuccia di cemento e alloggiati in una fattoria". [18]

2. I sintomi presenti in questa patologia sono troppo diversi e contrastanti per essere addebitati, in modo prevalente, a cause organiche o genetiche, mentre sono coerenti con la presenza di uno sconvolgimento psichico che altera in maniera costante la vita emotiva di questi minori. I comportamenti da loro manifestati sono, in definitiva, direttamente e facilmente collegabili alla loro grave sofferenza ma anche alle varie strategie e difese che essi mettono in campo per cercare di limitare, arginare e se possibile eliminare questa sofferenza. Per tali motivi, poiché gli ambienti familiari, sociali, le realtà interiori, così come gli individui sono diversi l’uno dall’altro, i disturbi psicologici di questi bambini si esprimono diversamente mediante un notevole ventaglio di sintomi, che sono a volte contrastanti.

3.  La variabilità in senso positivo o negativo dei sintomi, in rapporto alle persone con le quali questi bambini si relazionano, alle circostanze da essi affrontate e ai luoghi frequentati, è troppo frequente e notevole per pensare che ciò avvenga per caso.

4. In molti bambini i sintomi specifici dell’autismo sono così lievi che spesso sfumano e si confondono non solo con quelli presenti in molte altre patologie psichiche, ma anche con le manifestazioni e i comportamenti che ritroviamo nei soggetti che rientrano nell’ambito della normalità.Ed è per tale motivo che, a volte per anni, le diagnosi rimangono dubbie o controverse, così come sono dubbie e controverse le percentuali dei casi di soggetti che presentano disturbi autistici.

5. Alcune caratteristiche di questa patologia come: la resistenza ai cambiamenti, i comportamenti stereotipati, il bisogno di stabilità e tante altre, possono facilmente essere evidenziate in molte persone che rientrano nella norma, quando queste si trovano ad affrontare situazioni di grande tensione e stress.

6. L’aumento della frequenza di questa, come di tutte le altre patologie psichiche, che si è verificato in questi ultimi decenni nella popolazione generale, contrasta con delle cause genetiche od organiche, mentre può essere spiegato molto bene dai notevoli cambiamenti lavorativi, sociali e familiari, sopravvenuti nello stesso periodo nella nostra società. Si pensi soltanto alla diminuzione delle ore trascorse dai genitori con i figli, al notevole incremento delle separazioni, dei divorzi, dei conflitti coniugali. Si rifletta sull’invasione dei mass – media nella vita familiare e sulle situazioni stressanti subite dai genitori quando entrambi sono impegnati nel lavoro

7. Tuttavia il motivo più importante che ci fa pensare a una netta prevalenza delle problematiche ambientali, nella nascita e nell’evoluzione di questa patologia, deriva dal constatare un notevole miglioramento di tutti i sintomi di autismo ogni qualvolta sia presente un miglioramento nell’ambiente di vita dei bambini con disturbi autistici. Al contrario, quando dopo essere migliorati si ritrovano nuovamente vittime di un ambiente relazionale frustrante, traumatico o comunque non idoneo ai loro bisogni affettivo-relazionali, il peggioramento che ne segue è consequenziale e facilmente prevedibile. La Williams, riferisce un commovente episodio di completa chiusura in se stessa, in seguito a un grave episodio di violenza attuato da parte della madre:

"A tavola guardavo un piatto pieno di colori, un coltello e una forchetta stretti nelle mani. Guardai attraverso il piatto pieno di colori e tutto si dissolse. Un paio di mani disturbarono la mia visione: un coltello d’argento, una forchetta d’argento stavano tagliando i miei colori. C’era un pezzo di qualcosa all’estremità della forchetta d’argento. Stava lì seduto, immobile. Il mio sguardo seguì quel pezzetto di colore attraverso la forchetta, fino a una mano. Spaventata, lasciai che i miei occhi seguissero la mano fino ad un braccio, congiunto ad un viso. Infine, il mio sguardo cadde sugli occhi, che me lo restituirono con infinita disperazione. Era mio padre".[19]

La difficoltà ad accettare le cause ambientali 

 

Sappiamo tuttavia che l’approccio che sottolinea le cause ambientali, nella nascita e nell’evoluzione delle sindromi della sfera autistica, in questo momento storico è poco accettato. I motivi sono diversi.

Per i genitori e i familiari

  1. Da parte dei genitori e familiari accogliere le cause ambientali significa che il rapporto con il proprio bambino, almeno per un certo periodo di tempo, non è stato dei più felici, giacché al piccolo è stato fatto mancare, anche senza volerlo, qualcosa di cui aveva assolutamente bisogno, affinché la sua personalità potesse svilupparsi serenamente e bene.
  2. Significa inoltre che probabilmente non sono stati interpretati correttamente i suoi primi segnali di sofferenza e pertanto i familiari o i sanitari non vi hanno posto rimedio rapidamente e, soprattutto, non nel modo più opportuno e corretto.
  3. Per i genitori e gli altri familiari accettare quest’approccio significa coinvolgersi direttamente, tanto da riorganizzare la propria vita personale, coniugale, lavorativa e familiare, al fine di renderla il più possibile adeguata alle necessità del minore con problemi. Ciò è sicuramente un compito difficile, faticoso e doloroso. Poiché è necessario impegnarsi, giorno dopo giorno, nel modificare profondamente l’ambiente di vita nel quale è immerso il piccolo con problemi di autismo. In alcuni casi significa affrontare con decisione e risolvere gli eventuali conflitti coniugali presenti oppure relazionarsi con il bambino per un tempo molto maggiore e soprattutto molto meglio di quanto non fosse stato fatto prima, ascoltando fino in fondo i suoi bisogni, così da rispondere alle necessità che manifesta con la necessaria affettuosità, dolcezza e disponibilità interiore.
  4. Accogliere quest’orientamento nei confronti dei problemi dei bambini con sintomi di autismo può comportare, inoltre, impegnarsi ad affrontare e modificare in meglio, se non tutti, buona parte delle disfunzioni o dei disturbi psicologici, se questi sono presenti nella propria psiche, se si pensa che abbiano influenzato o possano ancora influenzare negativamente la delicata relazione con il figlio.

Per l’ambiente politico e sociale.

  1. Anche per quanto riguarda l’ambiente politico e sociale, accettare che buona parte delle cause dell’autismo nasca dal fatto di non riuscire a dare a ogni piccolo essere umano che viene al mondo le condizioni minime, idonee al suo sviluppo psicologico, significa ammettere che la società, nel suo complesso, ha fallito il suo scopo principale. Poiché non è riuscita a formare delle famiglie funzionali, nelle quali la collaborazione e l’intesa reciproca, il dialogo e l’ascolto, sono riusciti a creare, attorno a ogni bambino che è venuto al mondo, un nido caldo, sicuro, accogliente e sereno. Caratteristiche queste indispensabili per la crescita di ogni piccolo essere umano.
  2. È difficile inoltre ammettere sul piano politico, che la società nel suo complesso non è riuscita ad eliminare, nella vita di molte famiglie, molte situazioni stressanti e traumatiche. Ad esempio, non è riuscita a evitare che uomini e donne siano costretti a correre da un posto all’altro, da un’occupazione all’altra, da un impegno all’altro, pur di avere il necessario per vivere dignitosamente. Né questa società è riuscita a fronteggiare e porre un freno a tutte le false necessità, indotte, se non proprio dettate, dal mondo finanziario, utilizzando l’attuale consumismo imperante.
  3. Inoltre, accettare questa tesi rende evidenti tutte le carenze di una società che non è riuscita a creare delle condizioni tali da permettere ai genitori di avere sufficiente tempo e disponibilità per ascoltare, dialogare e giocare con i propri figli, così da garantire a ogni bambino che viene al mondo, almeno fino ai tre anni, la vicinanza fisica ed emotiva di almeno uno dei genitori.
  4. Accogliere questa tesi significa che le società attuali del mondo occidentale non sono state in grado di formare delle famiglie funzionali, in grado di privilegiare le funzioni educative e formative, piuttosto che gli impegni lavorativi e professionali.
  5. Altrettanto importante è poi il tema della preparazione al compito specifico di padre e madre. Accettare questa tesi significa che la società nel suo complesso non è riuscita a formare e preparare uomini e donne che abbiano le qualità necessarie per affrontare, nel modo più opportuno, il difficile e delicato compito materno e paterno. Pertanto l’ambiente sociale non ha aiutato i genitori, e soprattutto le madri, che sono le figure più impegnate nella crescita affettivo-relazionale dei figli, a far maturare e sviluppare nell’animo e nei comportamenti di questi le attitudini indispensabili a dare risposte puntuali, efficaci e corrette ai loro piccoli, specie nei primi anni di vita. Periodo questo notevolmente delicato al fine di una normale crescita psicologica.
  6. Infine l’approccio ambientale ai problemi dell’autismo, in questo periodo storico, è contrastato, se non chiaramente rifiutato, poiché una società che mette in primo piano il profitto, il consumo e una spietata concorrenza, ha bisogno d’individui efficienti e tesi allo spasimo nel produrre e consumare, piuttosto che persone che abbiano tempo e disponibilità ad aver cura dei loro piccoli. 

 

 


[1] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 36.

[2] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 15

[3] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 15.

[4] Winnicott D.W. (1973), Il bambino e la famiglia, Firenze, Giunti – Barbera, p. 130.

[5] Winnicott D. W. (1973), Il bambino e la famiglia, Firenze, Giunti – Barbera, p. 59.

[6] Osterrieth P. A., (1965), Introduzione alla psicologia del bambino, Firenze, Giunti e Barbera, p. 16.

[7] Osterrieth P. A., (1965), Introduzione alla psicologia del bambino, Firenze, Giunti e Barbera, p. 19.

7. Osterrieth P. A., (1965), Introduzione alla psicologia del bambino, Firenze, Giunti e Barbera, p. 18.

[9] Ackerman N.W. (1970), Psicodinamica della vita familiare, Torino, Boringhieri, p. 69.

[10] De Ajuriaguerra J. (1993), Manuale di psichiatria del bambino, Milano, Masson, p. 116.

[11] Bowlby J. (1982), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano, Raffaello Cortina Editore, p. 22.

[12] Bowlby J. (1988), “Dalla teoria dell’attaccamento alla psicopatologia dello sviluppo”, in Rivista di Psichiatria , vol. 23, n°2, giugno, p. 58.

[13] Imbasciati A., Dabrassi F., Cena L., (2007), Psicologia clinica perinatale, Padova, Piccin Nuova Libreria, p. 4.

[14] Imbasciati A., Dabrassi F., Cena L., (2007), Psicologia clinica perinatale, Padova, Piccin Nuova Libreria, p. 7.

[15] Benedetti G. (2020), La Bolla dell’Autismo, Self- Publishing, p. 43.

[16] Osterrieth, P.A., (1965), Introduzione alla psicologia del bambino, Firenze, Giunti e Barbera, p. 10.

[17] Grandin T. (2011), Pensare in immagini, Trento, Erickson, p. 95.

[18] Grandin T. (2011), Pensare in immagini, Trento, Erickson, p. 95.

[19] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 56.

 

 

La chiusura autistica e le sue conseguenze

 

 

LE CAUSE

 

 

Per accedere al mondo interiore dei bambini con disturbi autistici e comprenderlo meglio, è indispensabile iniziare ad esaminare il sintomo più importante e grave, che è poi quello che attribuisce il nome a questa patologia: L'AUTISMO. Sintomo che, come vedremo, diventa a sua volta la causa prima del loro grave malessere psichico e di tutti gli altri segni che lo accompagnano.

L’isolamento autistico è una condizione che comporta l’autoreferenzialità assoluta, la negazione di tutto ciò che è differente da sé o si riferisce agli altri, la chiusura, parziale o totale, nei confronti del mondo esterno e, nei casi più gravi, anche nei confronti degli stimoli che provengono dall’interno della propria mente e del proprio corpo.

Il bisogno di chiudersi in se stessi e allontanarsi dall’ambiente esterno, non è caratteristico soltanto dei bambini che presentano questa patologia, tale desiderio o bisogno, che a volte si traduce in precisi comportamenti, lo ritroviamo, anche se in modo lieve, parziale e momentaneo, anche nei bambini normali di tutte le età, quando reagiscono, chiudendosi e isolandosi per qualche tempo, a causa di qualche grave ingiustizia subita o per l’impatto nella loro psiche di un ambiente eccessivamente stressante, frustrante o traumatizzante.

Nei bambini che presentano varie problematiche psicologiche, come reazione di difesa, non è raro avvertire il bisogno e la necessità di allontanarsi, almeno nell’immaginazione, dall’ambiente di vita. Questi minori, nei loro racconti e disegni, fanno frequentemente intravedere la necessità di distaccarsi fisicamente e psicologicamente dalla propria casa, dai loro genitori e familiari, dal loro consueto ambiente di vita, pur di sfuggire a situazioni ambientali eccessivamente frustranti e opprimenti, che causano loro notevole disagio o un’insopportabile sofferenza.

Alcuni di questi bambini immaginano, ad esempio, di fuggire in qualche bosco e, in quell’ambiente naturale, ricco di serenità e pace, trovare una casetta in cui rifugiarsi da soli, per poi essere eventualmente adottati da un’altra coppia di adulti più tranquilla, meno conflittuale, più gioiosa, più distesa e disponibile. Altri sognano di isolarsi con i loro amici o con l’animale d’affezione in un luogo tutto loro, in cui predominano soltanto elementi positivi fatti di gioia, luce, calore e protezione.

 

 

 

 

 

Il commento al disegno effettuato da Cettina[1] di anni sette, i cui genitori spesso litigavano, è molto esplicativo sia dei suoi bisogni che non venivano soddisfatti nella sua famiglia, sia della necessità di fuggire dalla realtà angosciante nella quale lei si trovava a vivere per rifugiarsi in un mondo immaginario in cui predominavano la luce, la protezione e il calore.

 

Fuga nella casa del sole

 

‹‹C’era una volta un sole che parlava con i fiori e gli diceva cose belle:

 “Che cosa state facendo?”

“Stiamo giocando con il mare e abbiamo visto una barchetta buttata dal mare, poi l’abbiamo presa e l’abbiamo portata a casa per ripararla. Quando è stata bene, abbiamo giocato tutti insiemi: il sole, i fiori, il mare e la barchetta”.

Un giorno la barchetta scappò a casa del sole e allora il sole l’ha detto a tutti i suoi amici. La barchetta è scappata nella casa del sole perché non stava bene a casa sua. Anche i suoi amici allora sono andati nella casa del sole, hanno chiuso la porta a chiave, hanno fatto la festa e dormirono tutti a casa del sole››.

 

Se interpretiamo questo toccante racconto, notiamo come riveli pienamente i sentimenti, i pensieri e i desideri di Cettina.

La bambina, dopo l’esperienza traumatica vissuta a causa dei conflitti e poi della separazione dei genitori, nota che vi sono delle persone che navigano a loro agio nell’immenso mare della vita,  mentre altre, per motivi vari, in questo caso il conflitto tra i genitori e le caratteristiche di personalità della madre, sono gravemente danneggiate, tanto che vengono estraniate dalla vita (abbiamo visto una barchetta buttata dal mare). Per fortuna qualche persona buona (i fiori), ha cura delle loro ferite, ma la bambina, nonostante stia meglio, dopo quanto ha sofferto nella sua famiglia e quindi nella vita reale, piuttosto che ritornare a confrontarsi con le gravi difficoltà nelle quali si è trovata in passato, preferirebbe fuggire e rifugiarsi in un mondo caldo, luminoso ma irreale. È naturale che in questo mondo incantato la bambina non voglia restare da sola. Per tale motivo porta con sé gli amici ma esclude tutto il resto delle persone (hanno chiuso la porta a chiave).

 

‹‹C’era una volta un bambino che viveva solo in una casa in campagna. Un giorno decise di abbellirla mettendo dei vasi con dei fiori. Rasò il prato e vide degli uccelli volare nel cielo. Un giorno gli abitanti della zona andarono a casa del bambino, cenarono lì e alla fine gli fecero i complimenti per la casa che aveva. Abitava solo, perché tutti lo prendevano in giro. Andò a letto e sognò una famiglia: era pentito di vivere da solo. Sognò una famiglia molto ricca, fatta da papà, mamma, fratello e sorella. Sentì bussare ed era una famiglia che lo voleva accogliere. Erano buoni, comprarono un po’ tutto, erano sempre allegri››.

Michele, nella sua ricerca di un ambiente sereno, accogliente e ricco di pace, esclude la sua famiglia, ritenendola incapace di dargli quanto gli serve. Inizialmente la soluzione che trova è quella di vivere da solo in una casa in campagna, per avere quella serenità, pace, accoglienza e tenerezza che egli cercava. Si accorge ben presto però che un ambiente idilliaco ma privo del calore familiare, è per un bambino insufficiente. Inserisce allora una nuova famiglia, una famiglia ideale, che l’accoglie, dandogli tutto ciò che il suo cuore attendeva da tempo.

Anche negli adulti che rientrano nell’ambito della normalità, il bisogno di fuggire dal mondo, almeno in maniera parziale, è spesso presente. Pertanto alcuni di loro, pur di allontanarsi dai conflitti, dai traumi, dalle tensioni e stress, presenti nell’ambiente di vita, fuggono, con motivazioni varie. Alcuni abbandonano la vita vissuta fino ad allora per ritirarsi in qualche convento, non solo perché hanno una vocazione religiosa ma anche per un bisogno di serenità e pace, altri vanno in paesi o luoghi lontani, alla ricerca di un ambiente più semplice, meno ansiogeno e stressante. Vi sono alcuni che, come avviene nella sindrome di Hikikomori, si chiudono nella loro stanza, in compagnia soltanto del loro computer o di qualche video-gioco e rifiutano ogni contatto esterno, anche nei confronti dei propri familiari. Sono tante, inoltre, le persone che cercano di escludere dalla propria vita e dai propri contatti sociali, alcune categorie d’individui quando giudicano apportatori di problemi e sofferenze. Pertanto non vogliamo avere a che fare con il sesso femminile (misoginia) o con quello maschile, quando ritengono che uno dei due generi sessuali sia stato causa di grave delusione, frustrazione o amarezza; vogliono tenersi lontani dagli extracomunitari, quando pensano siano stati la causa dei loro problemi di lavoro; non vogliono avere alcun rapporto con le persone di etnia rom, perché hanno timore dei loro comportamenti, e così via. Altre volte questa fuga dalla realtà è attuata mediante l’uso di alcol o droghe le quali, almeno momentaneamente, allontanano il soggetto dai problemi psicologici e dalla sofferenza interiore.

Tuttavia, senza che a volte ce ne rendiamo conto, le chiusure, tutte le chiusure, se inizialmente ci apportano un senso di maggiore pace, protezione e sicurezza, nel tempo tendono a peggiorare la nostra condizione psichica, poiché ci privano di tutte le esperienze che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto, di tutte le relazioni, le amicizie e gli affetti che avremmo potuto avere e ai quali abbiamo volontariamente rinunciato. Ma soprattutto le chiusure fanno sorgere nell’animo, come fossero funghi velenosi, sgradevoli emozioni negative, che accentuano i nostri sospetti e le nostre paure, aumentano la nostra aggressività e irritabilità, esasperano il malumore che già ci opprime.

e nei bambini molto piccoli, quando non riescono ad affrontare delle situazioni troppo dolorose per il loro sentire, si mette in moto un bisogno istintivo di difesa, che li spinge ad allontanarsi dalle persone e dall’ambiente che li circonda, inserendo tra loro e gli altri qualcosa, come un muro o meglio una barriera psicologica, che sperano li isoli, li difenda e li protegga da emozioni troppo intense e penose per essere sopportate dalla loro fragile psiche. Chiudendosi in se stessi, come in un bozzolo, mediante il distacco dal mondo che li circonda, questi piccoli cercano di raggiungere l’anestesia dei sentimenti e delle emozioni, così da impedire agli stimoli eccessivamente dolorosi che provengono dall’ambiente esterno di arrivare alla coscienza.

 

Le varie persone affette da autismo, che hanno avuto la possibilità di descrivere questa condizione di chiusura, utilizzano parole e immagini diverse ma con un contenuto molto simile.

Un nostro paziente adulto con sintomi di autismo, Luigi, spesso amava disegnare due elementi apparentemente lontani e diversi l’uno dall’altro: un albero e un muro e, nei suoi racconti, descriveva strane e inusuali relazioni tra l’uno e l’altro.

L’albero e il muro

‹‹C’erano una volta un albero e un muro. L’albero era con le foglie, era piantato sottoterra. L’avevano piantato gli agricoltori. Faceva i fiori, c’erano persone che avevano piantato l’albero e fatto il muro››.

Domanda del terapeuta: ‹‹Perché avevano costruito il muro?››.

Risposta: ‹‹Le persone avevano fatto il muro per fare bello l’albero. Erano muratori. Un giorno l’albero non c’era più e si era appassito e avevano buttato le foglie. Le persone erano tristi perché non c’era più l’albero, mentre il muro c’era ancora››.

Se proviamo a interpretare questo strano e insolito racconto, ci accorgiamo che vi sono alcuni elementi interessanti.

1. Il primo è simbolizzato dall’albero piantato sottoterra. Questa condizione dell’albero che sta sottoterra fa pensare a ciò che avviene quando i piccoli instaurano una chiusura estrema di tipo autistico. Naturalmente quest’albero dapprima è vitale e pieno di fiori ma poi appassisce e muore. Che è poi la condizione nella quale si trova il bambino nel momento in cui permane in una condizione di autismo: una morte sociale e relazionale.

2.  Il secondo elemento è il muro costruito dalle persone “per fare bello l’albero”. Quindi il muro era stato messo lì come a proteggere l’albero da elementi negativi. Questo muro, questa protezione, invece resta lì ben saldo. Questa condizione somiglia molto a ciò che succede ai bambini con disturbi autistici, nei quali il loro Io (l’albero ben vitale che faceva fiori) gradualmente tende a deperire e morire, mentre le difese che essi aveva messo in atto (il muro) rimangono ben salde.

3. Il terzo elemento è altrettanto interessante: la tristezza, “Le persone erano tristi perché non c’era più l’albero”. Questa tristezza è in fondo quella che ritroviamo nei genitori e nelle persone che si relazionano con questi bambini, ma è anche quella che troviamo nello stesso bambino, il quale si scopre isolato ed escluso dalla società civile e da quella condizione relazionale che è capace di procurare agli esseri umani sviluppo, vitalità e gioia.

 

Morello, un altro giovane che soffriva di disturbi autistici, che era riuscito a laurearsi in Scienze umane e pedagogiche, presso l’università di Padova, nel suo libro "Macchia, autobiografia di un autistico”, ha descritto, mediante l’uso del computer, le sue emozioni, i suoi ricordi e i suoi pensieri. In quest’autobiografia, mediante un linguaggio poetico e ricco di emozioni, così descrive questa condizione di chiusura verso il mondo esterno: ‹‹Cupola di vetro sopra laguna ghiacciata è l’autismo chiuso dentro se stesso››.[2]

In questa concisa descrizione ritroviamo alcuni elementi fondamentali di questa patologia:

1.  La cupola di vetro. È quella protezione che dovrebbe riuscire a tener fuori tutte le situazioni negative che possono venire dal mondo esterno. Questo tipo di chiusura, pur permettendo al soggetto di osservare ciò che succede fuori di sé, impedisce tuttavia di interagire, se non in minima parte, con l’esterno.

2. La laguna ghiacciata. La cupola di vetro copre una realtà molto fredda, desolata e triste: una laguna ghiacciata, nella quale l’elemento predominante è, evidentemente, la mancanza di calore umano e di affetto.

3.  Chiuso dentro se stesso. Questa è la condizione nella quale vive il soggetto con autismo: la chiusura dentro il proprio Io.

Lo stesso autore in un’altra pagina del suo libro, così rappresenta questa sua esigenza interiore di estraniarsi dalla realtà e chiudersi nella sua cupola di vetro:

"La mia casa era la mia prigione. Preferivo restare a perdermi in camera. Mi lasciavo avvolgere dalla musica. La stanza allora si dissolveva in uno spazio incantato. C’erano molti animali, il leone mi girava attorno. La pecora saltava sopra la mia testa: mi sembrava di essere in un giardino tutto colorato (…) Ero libero dal mondo, libero da bisogni. La voce del papà poi mi scuoteva: “Cosa fai sempre solo in camera?” mi diceva. “Vieni a farti vedere” e l’incanto svaniva. Calava la realtà e restava solo il gesto continuo dello sfregarsi delle dita per dominare l’ansia".[3]

In questa seconda descrizione le immagini, sempre molto calde, allegoriche e poetiche, sono molteplici.

1.  La casa. Una prigione nella quale il soggetto con disturbi autistici si rinchiude volontariamente.

2.  La stanza, che si dissolve in uno spazio incantato. Il bambino che ha scelto la chiusura autistica cerca di ritrovare nella propria casa e nella propria stanza, con l’aiuto della musica, un luogo e dei momenti che gli permettano di estraniarsi dal mondo reale per scoprire, in un proprio spazio irreale ma incantato, la condizioni psicologica agognata, fatta di libertà, luce, colore, armonia, serenità e pace.

3.  L’intervento esterno. Quest’intervento è giudicato come inopportuno, perché riporta e costringe il giovane Morello ad affrontare una realtà triste, ansiosa e paurosa, che egli cerca di diminuire e combattere, utilizzando una stereotipia: lo sfregarsi delle dita.

 

Una donna con autismo: Temple Grandin, laureata in Scienze animali presso l’università dell’Illinois e professoressa lei stessa di scienze animali, descrive invece il suo stato mentale di chiusura autistica, utilizzando la similitudine dei pannelli di vetro:

"Mentre ero intrappolata tra i pannelli di vetro, era pressoché impossibile comunicare attraverso di essi. Essere autistici è come essere intrappolati in questo modo. Le porte di vetro simbolizzavano i miei sentimenti di distacco dalle altre persone e mi aiutarono a fare fronte all’isolamento".[4]

La Grandin usa come similitudine della condizione di autismo i pannelli di vetro. Questo simbolo è simile a quello usato dal Morello. Quindi non un muro opaco ma dei pannelli di vetro trasparente che, se da una parte proteggono dal mondo esterno permettono, se si vuole, di guardare fuori, senza tuttavia provare e soffrire di alcuna particolare emozione. Tuttavia, fa notare l’autrice come questa condizione sia anche una trappola dalla quale è difficile sfuggire.

La stessa autrice, parla anche lei, come Morello, della ricerca di una situazione dì trance e d’incantamento quando riusciva a estraniarsi dal mondo: ‹‹Quando venivo lasciata da sola, spesso andavo in una specie di trance, come ipnotizzata. Mentre andavo in trance mi tagliavo fuori dalle immagini e dai suoni che mi circondavano››.[5]

Donna Williams, un’altra donna che soffriva di autismo, aveva trovato da piccola altre strategie per fuggire dalla realtà e perdersi in un suo incantato mondo interiore:

"Scoprii che l’aria è piena di puntini. Se guardavo nel vuoto c’erano i puntini. La gente mi passava davanti, ostruendo la mia visione magica del nulla. Io mi mettevo davanti a loro. Protestavano. La mia attenzione era saldamente fissata sul desiderio di perdermi in quei puntini e ignoravo la protesta, guardando dritto attraverso l’ostruzione con un’espressione calma, addolcita dell’essere io persa in quei puntini".[6]

E ancora:

"Riuscii alla fine a perdermi in qualsiasi cosa desiderassi – nei disegni, sulla carta da parati o sul tappeto, in un suono che si ripeteva all’infinito, nel rumore sordo che ottenevo, battendomi ripetutamente sul mento; persino la gente non fu più un problema. Le loro parole divennero un confuso balbettio, le loro voci uno schema di suoni. Riuscivo a guardare attraverso di loro fino a sparire e poi, più tardi, sentivo che mi ero persa in loro".[7]

L’autrice spiega che cosa provava in quella situazione psicologica particolare che lei stessa ricercava:

"In questo stato ipnotico potevo afferrare la profondità delle cose più semplici; ogni cosa era ridotta a colori, ritmi e sensazioni. Questo stato mentale mi dava un conforto che non potevo trovare in nessun altro luogo, a quello stesso grado".[8]

E ancora la stessa autrice:

"Da sveglia inseguivo implacabilmente il sogno: mi mettevo di fronte alla luce che brillava di fronte alla finestra, vicino al mio lettino e mi fregavo furiosamente gli occhi. Eccoli lì! Gli splendenti, vaporosi colori che si muovevano attraverso il bianco››. ‹‹Smettila!››, giungeva l’implacabile stroncatura. Io continuavo gioiosamente. ‹‹Slap!››"[9]

Nelle descrizioni di quest’autrice vi sono numerosi elementi di notevole interesse per capire la condizione mentale di chiusura autistica:

1.  Vi sono intanto un desiderio e una volontà di allontanarsi dalla realtà, giudicata come triste e desolante, per perdersi in sensazioni che danno sicurezza e piacere, anche se sono emozioni molto semplici e povere.

2.  Vi è la descrizione dei mezzi utilizzati per ottenere ciò: “Riuscii alla fine a perdermi in qualsiasi cosa desiderassi – nei disegni, sulla carta da parati, sul tappeto, in un suono che si ripeteva all’infinito, nel rumore sordo che ottenevo, battendomi ripetutamente sul mento”.

3.  Sono evidenti l’irritazione e il disturbo che l’autrice provava a causa della presenza delle persone e delle loro parole attorno a lei: “…persino la gente non fu più un problema. Le loro parole divennero un confuso balbettio, le loro voci uno schema di suoni”.

4.  È posto l’accento sul conforto che lei avvertiva in questa condizione: “Questo stato mentale mi dava un conforto che non potevo trovare in nessun altro luogo, a quello stesso grado”.

5.  Le reazioni degli altri, che di solito cercano di riportare alla realtà i soggetti che si chiudono nel loro mondo autistico non sempre sono adeguate, anche se non sono così brutali e violente come quelle che usava la madre della Williams: gli schiaffi.

6.  L’autrice vedeva la causa del suo isolamento nella paura di vivere delle emozioni negative che le avrebbero comportato notevole paura e sofferenza. In un altro brano dice: "La gente pensa alla realtà come a una specie di garanzia su cui appoggiarsi. E tuttavia, fin da bambina, ricordo di aver trovato la mia unica sicurezza affidabile nel perdere ogni consapevolezza delle cose che in genere sono considerate reali".[10]Per cui: "Era sicuramente qualche incontrollabile resistenza interiore che mi impediva di entrare nel mondo, in generale".[11]

7.  Per quanto riguarda la volontarietà o meno di questo comportamento, per la Williams: "Benché la sensazione che creava la perdita di me stessa si verificasse, la maggior parte delle volte, fuori dal mio controllo, scoprii che potevo arrendermi ad essa o combatterla".[12]



[1] Tutti i nomi presenti in questo articolo sono immaginari.

[2] Morello P. C. (2016), Macchia, autobiografia di un autistico, Milano, Salani editore, p. 28.

[3] Morello P. C. (2016), Macchia, autobiografia di un autistico, Milano, Salani editore, p. 18.

[4] Grandin T. (2011), Pensare in immagini, Trento, Erikson, p. 42.

[5] Grandin T. (2011), Pensare in immagini, Trento, Erikson, p. 49.

[6] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, pp. 11.

[7] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 11.

[8] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 63.

[9] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 11.

[10] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 177.

[11] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 24.

[12] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 45.

Le gravi conseguenze

 

Abbiamo detto che questa tendenza a fuggire da una realtà avvertita troppo frustrante o dolorosa è presente anche in tanti ragazzi e adulti. Tuttavia questa istintiva, ma anche a volte voluta e ricercata decisione di fuggire dalla realtà, per trovare rifugio in un mondo tutto proprio, quando avviene in bambini molto piccoli comporta delle conseguenze molto più drammatiche, gravi e destabilizzanti, rispetto a quelle che possono essere vissute da dei ragazzi o dagli adulti.[1]

 

E ciò per diversi motivi.

!. I bambini molto piccoli sono privi delle capacità di omeostasi e di quelle efficienti difese presenti nell’Io dei ragazzi e degli adulti.

Per tali motivi reagiscono al dolore emotivo senza alcun filtro e, quindi, in modo molto più intenso e immediato.

2. I bambini molto piccoli possiedono conoscenze minime del mondo nel quale si ritrovano a vivere e hanno uno sviluppo psichico fragile e immaturo.

Pertanto quando fuggono, per un qualunque motivo, da un ambiente avvertito come intollerabile, si ritraggono dal mondo ancor prima che la loro umanità possa realmente venire alla luce.[2] In questa condizione non possono trovare in se stessi qualcosa di diverso che non sia la loro povera, instabile e fragile realtà del momento. Non possono certamente sperare di trovare, anche solo con la fantasia, in qualche altro luogo, in un’altra casa o in un’altra famiglia, quella serenità, quella pace e calore che cercano e sono indispensabili al loro sano sviluppo. Cosa che invece possono fare i ragazzi più grandi e, ancor meglio, gli adulti.

3. La personalità dell’essere umano si struttura e si espande soltanto mediante un proficuo e costante contatto con gli altri.[3]

La prima infanzia non è altro che un graduale processo di costruzione della realtà. La consapevolezza di essa sorge gradualmente, mediante innumerevoli esperienze positive che provengono dall’ambiente di vita del bambino,[4] pertanto la maturazione e l’arricchimento della personalità degli esseri umani, che avverranno per gradi, si attuano prevalentemente mediante il dialogo e le relazioni con gli altri. Solo dai rapporti positivi con le persone care che abbiamo accanto a noi, riusciamo ad ottenere la serenità, le attenzioni, le cure e il dialogo necessari a sviluppare tutte le capacità umane, geneticamente presenti. Per tale motivo, nel momento in cui dei bambini molto piccoli istintivamente si estraniano dalla realtà per chiudersi in se stessi, il loro Io non avrà più la possibilità di crescere e svilupparsi normalmente e armoniosamente, pertanto sarà costretto a rimanere non solo immaturo ma anche molto fragile e in preda alle emozioni più disparate.

 Ricorda Morello:

"Da piccolo non pensavo a cose mie e non credo di aver mai capito la differenza tra le cose mie e quelle degli altri. Quando ero piccolo, credevo di non esistere; pensavo di essere la coda della mamma e non capivo la sua continua insistenza perché facessi le cose a modo mio".[5]

Per tali motivi questi bambini, che si sono chiusi nel loro mondo interiore, avranno notevoli difficoltà ad affrontare in ogni momento le emozioni e le sensazioni sia interne sia esterne. Non potendo sviluppare le normali capacità di comunicazione e socializzazione, avranno difficoltà ad amare e farsi amare, saranno inadeguati ad accogliere e farsi accogliere, avranno notevoli problemi nell’accrescere in maniera equilibrata e armonica le proprie capacità comunicative, immaginative, intellettive e cognitive, sarà per loro difficile modulare in maniera corretta gli apporti sensoriali, avranno difficoltà a mettere ordine nelle idee e nei pensieri.

Per Bettelheim:

"Una volta che il bambino ha smesso persino di comunicare con gli altri, il suo Io si impoverisce: ciò in misura tanto maggiore quanto più dura il suo autismo e quanto meno sviluppata era la sua personalità nel momento in cui si è manifestato questo blocco della comunicazione".[6]

Anche per Franciosi:

"Le esperienze di reciprocità, nelle prime fasi della vita, favoriscono lo sviluppo e l’integrazione dei sistemi deputati alla processazione e alla modulazione delle emozioni e gettano le basi per la futura capacità del bambino di connettersi e sintonizzarsi con altri esseri umani".[7]

E De Rosa:

"Tutto questo l’ho scritto per indicare e per illustrare che l’autismo non è solo una condizione: è esso stesso un trauma. Ogni limite che riduce la nostra capacità di gestire la realtà ci allontana dalla vita e diviene quindi un terrore di morte".[8]

4.      Il costante stato d’immaturità, nel quale vivono i bambini chiusi nel loro autismo, impedisce lo sviluppo di quei meccanismi compensatori e di difesa, presenti nei soggetti più maturi.

Per tale motivo questi bambini saranno facile preda della tristezza e dell’angoscia, saranno costretti a soccombere alle ansie e alle paure, che potranno espandersi nel loro Io, senza incontrare difese efficaci e mature. Pertanto con facilità potranno svilupparsi nella loro mente instabilità, caos e confusione. In definitiva questi bambini, bloccati e limitati nel loro sviluppo affettivo e mentale a dei livelli primitivi, tenderanno a reagire in maniera insolita, eccessiva e sproporzionata, ogni qualvolta saranno stati costretti ad affrontare esperienze, sensazioni ed emozioni nuove e diverse che, a noi adulti, possono apparire semplici e banali o con modeste e accettabili cariche di ansia e frustrazione. Infine, si accentueranno in loro sia la fragilità psichica sia l’insicurezza emotiva.

5. Poiché nei casi più gravi l’allontanarsi dalla realtà può riguardare tutto e tutti, questi piccoli non avranno quasi alcuna reazione nei confronti dell’ambiente che li circonda.

In tali condizioni cercheranno di evitare anche di agire, poiché fare qualcosa potrebbe comportare delle reazioni negative da parte dell’ambiente circostante. Inoltre se questi bambini pensano che quello che succede, per qualche motivo, possa essere colpa loro, quanto più credono di essere loro stessi i responsabili di eventi generatori di effetti sgradevoli, tanto meno agiranno,[9] mentre aumenterà sempre più la loro insicurezza e la loro instabilità psichica.

6. Per le famiglie, l’assenza o l’inadeguatezza di risposte emotive appropriate nei propri figli sarà un’esperienza molto penosa e frustrante.

Mancherà ai genitori la gioia e la gratificazione che nascono dalle relazioni affettive che s’instaurano con i propri bambini. I baci, le carezze, gli abbracci e le parole d’amore che i piccoli spesso rivolgono ai genitori sono, per questi ultimi, fonte di gratificazione, piacere e gioia e servono a mantenere e rinforzare il legame tra loro.[10] Ciò, a sua volta, servirà a migliorare la comunicazione genitori – figli, controbilanciando efficacemente la fatica e le preoccupazioni necessarie per allevarli. Quando purtroppo da parte dei figli viene attuata una fuga da queste fondamentali relazioni, può sopraggiungere nei genitori una consequenziale difficoltà relazionale, mentre il dialogo vero e profondo, a causa dell’accentuarsi dell’ansia e delle preoccupazioni, tenderà a peggiorare sia in quantità sia in qualità.

In definitiva, nel momento in cui i bambini si chiudono in se stessi, i loro problemi psicologici, piuttosto che diminuire, aumenteranno, poiché cresceranno in loro la diffidenza, l’ansia e la paura nei confronti di ogni stimolo proveniente dall’esterno ma anche dall’interno della loro mente e del loro corpo. Anzi, se vi era stata inizialmente una crescita normale, la chiusura che questi bambini sono costretti ad adottare, tenderà a impoverire e a destrutturare gradualmente la loro fragile e immatura personalità, per cui, anche se avevano già acquisito una qualche forma di linguaggio o qualche altra competenza, ad esempio, nel campo dell’autonomia personale e sociale, a causa del severo deficit presente nel loro sviluppo affettivo-relazionale che si è instaurato ed essendo vittime di processi regressivi, rischieranno di perdere anche queste competenze.

Bettelheim descrive molto bene questo circolo vizioso nel quale si trova invischiato il bambino piccolo che si chiude in se stesso:

"Una persona profondamente angosciata può tentare di trovare un minimo di sicurezza riducendo dapprima il suo contatto con un mondo che, per l’appunto, la angoscia troppo. Nei casi più gravi può evitare del tutto tale contatto, perdendo ogni fiducia nelle proprie possibilità di trattare con gli altri esseri umani. Se il suo ritiro non è soltanto temporaneo, il soggetto può essere preso in un circolo vizioso nel quale l’angoscia lo porta ad allontanarsi dalla realtà e l’isolamento induce in lui un’angoscia ancora maggiore e quindi, in definitiva, un ritiro ancora più massiccio. A questo punto non fa più molta differenza che l’angoscia sia provocata da pericoli reali o immaginari oppure da processi psichici interni". [11]

Per Franciosi:

"D’altra parte, è quotidianamente sotto gli occhi degli esperti, clinici e genitori, quanto la disregolazione emotiva rappresenti uno dei fenomeni che meglio descrive l’esperienza autistica e quanto peso ha il ruolo giocato dalle risposte emotive disadattive e dai disturbi emotivi nella vita e nella salute mentale delle persone con autismo".[12]

Questo distacco e questa chiusura verso il mondo esterno, ma anche quest’alterazione e fragilità dell’Io, possono presentarsi in forme e gravità diverse.

In alcuni casi, come in Marco, un bambino di tre anni, che ancora non parlava, era presente intensa paura e sfiducia, con conseguente allontanamento e atteggiamenti di difesa non solo nei confronti di tutte le persone estranee ma anche verso i compagni di scuola, gli insegnanti e persino verso il papà e i nonni paterni. Rimaneva in lui soltanto un legame, un attaccamento, nettamente patologico e simbiotico, nei confronti della figura materna. Questa, pur non essendo in quel momento una figura amata, rappresentava per il piccolo la sua unica, possibile e parziale ancora di salvezza, alla quale aggrapparsi per difendersi e trovare un minimo di controllo emotivo, nei confronti delle paure e delle emozioni terrifiche che lo attanagliavano. Pertanto si avvinghiava fisicamente a lei, alla presenza di altre persone, rifiutando di essere lasciato nei locali della scuola materna e in tutti gli altri luoghi che non fossero la sua casa.

In questi casi Marco, anche se male, aveva ancora qualche possibilità di reagire all’ambiente, mediante le sue richieste e i suoi rifiuti e, se non accontentato, anche mediante le sue manifestazioni di rabbia, poiché riusciva a collegare la sua angoscia e la sua conseguente reattività e aggressività con il mondo esterno, con il quale restava in contatto, anche se in modo parziale.[13] Invece, nei bambini con sintomi più gravi di autismo, questo distacco può riguardare tutte le persone, compresi i genitori i quali sono soltanto “utilizzati” per raggiungere i propri scopi e i bisogni essenziali, come il mangiare, il bere o l’essere puliti.

 
 

Tratto dal libro di Emidio Tribulato "Bambini da liberare - Una sfida all'autismo".

 

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[1] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Garzanti, Milano, p. 12.

[2] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Garzanti, Milano, p. 17.

[3] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Garzanti, Milano, p. 64.

[4] Winnicott D. W. (1973), Il bambino e la famiglia, Firenze, Giunti – Barbera, p. 136.

[5] Morello P. C. (2016), Macchia, autobiografia di un autistico, Milano, Salani editore, p. 13.

[6] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Milano, Garzanti,p. 32.

[7] Franciosi F. (2017), La regolazione emotiva nei disturbi dello spettro autistico, Pisa, Edizioni ETS, p. 41.

[8] De Rosa F. (2014), Quello che non ho mai detto, Cinisello Balsamo, San Paolo, p. 74.

[9] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Garzanti, Milano, p. 31.

[10] Bowlby J. (1988), Dalla teoria dell’attaccamento alla psicopatologia dello sviluppo,  in Rivista di Psichiatria , vol. 23, n°2, giugno.

[11] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Garzanti, Milano, p. 57.

[12] Franciosi F. (2017), La regolazione emotiva nei disturbi dello spettro autistico, Pisa, Edizioni ETS, p. 18

[13] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Milano, Garzanti, p. 57.

 

Come affrontare la sindrome autistica

Autore: Emidio Tribulato

La sindrome autistica è, senza dubbio, una delle patologie che più dividono e confondono. Ci si divide tra gli specialisti, su quali sintomi siano indispensabili per fare questa diagnosi; ci si divide sulle cause di questa patologia e, soprattutto, ci si divide su quali siano le terapie più idonee ed efficaci. Le infinite discussioni anche acute, hanno coinvolto le varie organizzazioni sanitarie e si sono poi allargate all’opinione pubblica. Purtroppo queste dispute hanno reso oltremodo perplessi e insicuri i genitori, su come considerare i gravi disturbi presenti nei loro figli e su quali siano i migliori e più efficaci interventi da attuare per affrontare e se possibile sconfiggere questa patologia, così sfuggente e difficile da comprendere.

Di fatto i soggetti con sintomi di autismo presentano delle anomalie e delle caratteristiche paradossali che ci sorprendono continuamente.[1]  

Alcuni di loro, ai test più comuni, risultano mentalmente ritardati, mentre altri, con la stessa diagnosi[2], hanno delle conoscenze così minuziose e precise su argomenti di loro interesse; hanno delle idee ed effettuano dei calcoli così complessi che ci sbalordiscono e ci fanno pensare di essere in presenza di persone geniali.

In alcuni casi tendiamo a vederli come fossero dei robot, poiché la loro bellezza fisica e le loro capacità intellettive contrastano con le enormi difficoltà emotive e relazionali.[3] Invece, in altri momenti o in altri bambini con la stessa diagnosi, scorgiamo un solido e profondo attaccamento con le persone che riescono a capirli, accettarli e, soprattutto, a rispettarli.

Lo stesso avviene per quanto riguarda i luoghi: alcuni di loro sembrano essere indifferenti al posto nel quale si trovano, per altri invece non è affatto così. Dice la Grandin,[4] una donna con autismo: ‹‹Ritornare in un luogo dove è successo qualcosa di gradevole o osservare un oggetto associato a emozioni positive ci aiuta a rivivere quelle sensazioni piacevoli››. Ciò fa capire chiaramente come, in molti di questi bambini, anche l’ambiente fisico sia importante per il loro benessere o malessere psicologico, poiché ogni ambiente può richiamare nel loro animo delle esperienze, che sono state vissute, in alcuni casi con gioia e piacere, mentre in altri casi hanno provocato in loro angoscia e terrore.

A volte sono descritti come fossero degli alieni provenienti da una galassia lontana, che per caso o per avventura sono capitati sulla nostra terra e si muovono nelle nostre case e nelle nostre scuole.[5] E invece, quando il miglioramento dell’ambiente di vita e una relazione efficace riescono a modificare in meglio il loro mondo interiore, si scopre la loro meravigliosa umanità, fatta di un’acuta sensibilità e di un’intensa emotività, che è desiderosa di vicinanza e tenerezza, così come avviene con tutti gli altri bambini. Si scopre insomma il loro profondo e caldo desiderio di comunicare, scambiare e offrire con gioia le tante potenzialità della loro mente e del loro cuore.

In molte occasioni noi adulti non sopportiamo e ci innervosiamo, quando li scopriamo chiusi e difesi, come dietro un muro invisibile che sembra non permettere alcun contatto con la parte più intima della loro personalità. Ancora peggio, spesso li osserviamo guardare in modo vacuo non le persone ma “attraverso” le persone,[6] tanto che sembrano non ascoltare nulla di quello che diciamo, per poi scoprire, in altri momenti e in altre occasioni, che non solo hanno ascoltato attentamente le nostre parole ma che le ricordano perfettamente e danno a queste il giusto significato e peso.

Viene spesso ripetuto che questi bambini non sono capaci di valutare le intenzioni dietro il comportamento degli altri. Ciò tuttavia contraddice le tante esperienze che abbiamo avuto, sia con soggetti in età evolutiva che con adulti che soffrono di tali disturbi. Abbiamo potuto tante volte constatare come questi si leghino intensamente a tutte le persone dalle quali si sentono pienamente accolti, capiti e accettati, mentre si allontanano e rifiutano, come è logico e naturale che sia, le persone nervose, ansiose, irrequiete o che hanno difficoltà nel saper ascoltare con empatia i loro problemi e accogliere i loro bisogni.

Un’altra delle tante stranezze si può notare a livello sensoriale. Alcuni di loro sembrano avere un’ipersensibilità a determinati stimoli sonori, olfattivi, visivi o dolorosi, altri o gli stessi, in altre occasioni e in altre situazioni, al contrario, sembrano avere una sensibilità molto ridotta, rispetto a quella presente nei soggetti normali, tanto da sopportare, senza affatto lamentarsi, odori nettamente ripugnanti o sensazioni molto intense, spiacevoli e anche dolorose.

Per quanto riguarda la gravità nel tempo di questa patologia, alcuni di loro sembrano rientrare perfettamente nella definizione di soggetti con autismo, quando sono piccoli ma non quando crescono. Altri, al contrario, da piccoli non mostrano una sintomatologia che li fa rientrare in questa patologia, cosa che invece avviene da adulti.[7]

Inoltre non è difficile fare un lungo elenco di sintomi, spesso molto gravi, presenti in questi soggetti, tuttavia i parametri che si analizzano, per evidenziare se vi sia o no una lesione cerebrale od organica, sono frequentemente negativi: esami genetici, indagini metaboliche, risonanza magnetica, elettroencefalogramma, valori del sangue, tutto o quasi tutto appare normale in loro.[8]

Altra caratteristica che sorprende è il constatare che non vi sono due bambini autistici uguali: l’uno è diverso dall’altro, non solo per la gravità dei sintomi, ma anche per il loro modo di esprimerli. Tanto che nello studio di Camberwell (citato da Frith, 2019) l’autore annota e descrive almeno tre tipologie di autismo, sostanzialmente diverse l’una dall’altra, che denomina: “Il riservato”, “Il passivo” e “Lo strano”. [9]

  • Il riservato: è un bambino ritirato in se stesso: non risponde agli approcci sociali o al linguaggio, rifiuta di essere coccolato, non usa il contatto oculare, non cerca conforto quando è addolorato, rimane concentrato per ore su un gioco al computer, ma rifiuta di giocare con gli altri bambini.
  • Il passivo: è un bambino che accetta in modo indifferente gli approcci sociali da parte degli altri, fa quello che gli viene detto, è molto condiscendente, sa parlare e risponde sempre alle domande volentieri e con totale sincerità. Purtroppo è spesso vittima di beffe o bullismo. Egli non sembra consapevole di poter ricevere aiuto dai suoi insegnanti e genitori, ha un comportamento da bonaccione, tuttavia, se vi è un cambiamento nella routine giornaliera, questo cambiamento può provocare delle violente risposte emotive, con pianto incontrollato o attacchi d’ira.
  • Lo strano: è un bambino cui piace stare con gli altri. Ama toccare ed essere toccato, gode nel farsi coccolare anche dagli estranei, tanto che va incontro a persone sconosciute e non teme di chiedere a queste quello che a lui serve. È un bambino che chiacchiera continuamente, fa domande ripetitive, ma non nota quando il proprio comportamento diventa inopportuno e spiacevole agli occhi degli altri.[10] Pertanto oggi, che la rete internet permette dei facili contatti mediante i vari social, egli invia continuamente richieste di amicizia e ricerca momenti di dialogo anche con persone sconosciute.

Queste tre categorie già sono notevolmente diverse l’una dall’altra, tuttavia, chi ha esperienza e frequenta giornalmente questi bambini, potrebbe tranquillamente aggiungerne molte altre o potrebbe accorgersi, perplesso, che un bambino inserito in un gruppo si può ritrovarlo in un momento diverso, ad esempio quando è migliorato il suo mondo interiore o quando si relaziona con altre persone, in un altro gruppo!

Pensiamo che per capire tali e tante altre stranezze presenti in questi bambini e soprattutto per prevenirle e curarle adeguatamente, non basta osservare ed elencare i contraddittori e particolari sintomi che essi manifestano per poi provare a correggerli o eliminarli, mettendo in campo tutta una serie di terapie abilitative e riabilitative.

Crediamo sia invece necessario qualcosa di molto diverso, anche se più impegnativo.

È necessario scoprire, prendere atto e impegnarsi a migliorare ciò che vive, si agita e pulsa nel cuore e nella mente di questi bambini. Pertanto abbiamo la necessità di conoscere molto bene i loro vissuti interiori, i loro bisogni, le loro angosciose paure, i motivi della loro rabbia e delle loro esplosioni di collera, i loro limiti e le difficoltà ed infine, ma non meno importanti degli altri, dobbiamo riuscire a riconoscere e valorizzare le loro capacità. Le quali sono tante, ma sono come congelate dentro di loro.

Abbiamo il dovere di fare ciò allo scopo di modificare e adattare ai loro bisogni l’ambiente nel quale essi trascorrono la vita di ogni giorno e quindi la famiglia in cui essi vivono, la scuola dove trascorrono molte ore del giorno, la palestra che frequentano, ma anche tutti gli altri luoghi nei quali hanno l’opportunità di avere degli incontri sociali. Dobbiamo fare tutto ciò al fine di rendere questi luoghi e soprattutto le persone con le quali essi vengono giornalmente in contatto, adeguati alle loro esigenze e ai loro bisogni più reali e profondi.

Solo a queste condizioni ci accorgeremo che questi bambini sono pronti e disponibili ad abbattere le mura che avevano costruito attorno a loro, in un precoce, particolare momento della propria vita, per difendersi da un’insopportabile sofferenza. Contemporaneamente ci accorgeremo delle loro possibilità e capacità nell’instaurare delle relazioni efficaci, sia con gli adulti sia con i coetanei, con caratteristiche simili, se non perfettamente uguali, a quelle che consideriamo “normali”. Nello stesso tempo, vedremo sciogliersi, come neve al sole, i tanti, variegati sintomi, che erano nati come difesa nei confronti della sofferenza, ma anche come conseguenza del loro triste isolamento.

In definitiva solo quando riusciremo e rapportarci con questi bambini, così come essi si aspettano che facciamo, ci accorgeremo non più dei loro limiti, ma delle loro potenzialità e capacità.

 

Tratto dal libro di Emidio Tribulato: "Bambini da liberare - Una sfida all'autismo".

 

 

 

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[1] Frith U. (2019), L’autismo – Spiegazione di un enigma, Economica La terza, Milano, p. 3.

[2] I talenti speciali sono stati rinvenuti in circa il 10% dei soggetti autistici.

[3] Frith U. (2019), L’autismo – Spiegazione di un enigma, Milano, Economica La terza, , p. 37.

      [4] Grandin  T. (2001 – 2006), Pensare in immagini, Trento, Erikson, p. 102.

[5] Frith U. (2019), L’autismo – Spiegazione di un enigma, Economica La terza, Milano, p. 3

[6] Frith U. (2019), L’autismo – Spiegazione di un enigma, Economica La terza, Milano, p. 8.

[7] Frith U. (2019), L’autismo – Spiegazione di un enigma, Economica La terza, Milano, p. 82.

[8] Mazzone L. (2015), Un autistico in famiglia, Milano, Mondadori, p. 60.

[9] Frith U. (2019), L’autismo – Spiegazione di un enigma, Economica La terza, Milano, p. 80.

[10] Frith U. (2019), L’autismo – Spiegazione di un enigma, Economica La terza, Milano, p. 80-81.

Esperienza di un genitore con un adolescente affetto da sindrome di Asperger

 

Andrea è un bambino, quasi adolescente, con un disturbo dello spettro autistico.

Da quando abbiamo saputo dei suoi problemi, abbiamo cercato dappertutto per trovare la soluzione ai suoi problemi.

Prima abbiamo dovuto accettare la situazione e cioè l’ idea che un bambino così bello, intelligente, molto intelligente, potesse essere un bambino malato. Personalmente un certo sollievo l’ ho provato quando mi hanno detto che si trattava della malattia di Asperger. Pensavo facendo paragoni con certi grandi del passato a cui è stata attribuita tale patologia che tutto sommato non fosse così terribile essere come Einstein, Mozart ecc.

E invece non avevo considerato l’ aspetto negativo della situazione: il fatto cioè che mio figlio fosse così lento, apparentemente indolente di fronte a certi stimoli, spaventato da altri, sporco, disordinato, ma geniale, con una capacità di linguaggio ed una perspicacia sicuramente fuori dal normale.

 

Ripensare l'autismo

Ripensare l'autismo

 

Autore: Gianmaria Benedetti

Buone notizie per chi si occupa di bambini e del loro sviluppo e per le loro famiglie. Si sta aprendo forse una breccia nel muro del lager che le lobby dello spettro autistico avevano creato sequestrando sempre più bambini al suo interno – si parla ora di 1 su 48, più del 2 per cento! - sacrificati con le loro famiglie alle fantomatiche 'terapie dell'autismo' e alla cosiddetta 'ricerca scientifica' dell'ultimo decennio.

Un libro pubblicato in America nel 2013 “Rethinking Autism” della Dr. Lynn Waterhouse, (non l'ultima venuta visto che le notizie editoriali la dicono Director of Child Behavior Study at The College of New Jersey for 31 years”,e attualmente “Professor in Global Graduate Programs at the College. NIMH, NICHD”. Ci informano inoltre che lavorò con la Dr. Lorna Wing al DSM-III-R per i criteri diagnostici per l'autismo) - PDF reperibile anche in internet - esamina approfonditamente (più di 400 pagine) una quantità di dati e risultati delle ricerche degli ultimi vent'anni, sulle cause, la sintomatologia, l'evoluzione e il trattamento per concludere che tanti sforzi e tanti finanziamenti hanno praticamente fallito l'obiettivo di trovare una causa dell'autismo (e una cura! ). Afferma addirittura che l'autismo non esiste come singolo disturbo, ma esistono solo i sintomi autistici che, come la febbre, non sono una malattia in sé, ma il risultato di cause diverse.
L'autore parla inoltre delle terapie attuali come condotte alla cieca, essendo non fondate su una conoscenza delle possibili anomalie cerebrali nei singoli casi.
L'autore individua fra le cause di errori che hanno portato a questo fallimento alcune delle pietre miliari della teoria dell'autismo oggi dominanti quali lo stesso concetto di Spettro Autistico e poi quello di 'comorbidità' che ha infestato la psichiatria di questi anni, e invita la comunità scientifica a liberarsi di questi errori che impediscono la possibilità di progredire nelle conoscenze. Lo stesso DSM5, la bibbia della psichiatria americana che è stata imposta al mondo e la sua classificazione dei Disturbi dello Spettro Autistico sono secondo l'autore da scartare se si vogliono fare progressi nella ricerca.

Il libro a mio avviso rappresenta un epitaffio, se non su tutta la psichiatria attuale e i suoi metodi, su almeno due decenni di ricerca scientifica sull'autismo e sulle teorie che lo riconducevano a un 'disturbo neurobiologico' nonchè, anche se il libro quasi non ne parla, sui metodi terapeutici che si sono diffusi a macchia d'olio anche in Italia negli ultimi anni.
La conclusione del libro è che tanti sforzi, e tanti fondi – che premono agli americani – sono stati inutili, non hanno portato ad alcun reale aumento di conoscenza sul fenomeno dell'autismo, anzi le concezioni dominanti l'hanno addirittura bloccata . Il libro individua la causa di questo fallimento nello scopo di trovare una teoria unificante nella complessità ed eterogeneità dei casi di autismo. L'autrice afferma invece che sulla base di tutti i dati bisogna concludere che una patologia specifica responsabile dell'autismo non esiste e non esiste nemmeno un 'autismo' in sé, né uno spettro di disturbi correlati, ma esistono sintomi autistici variamente combinati e collegati talvolta con anomalie cerebrali conosciute o viceversa senza evidenti anomalie cerebrali.
Il libro mette quindi una pietra tombale – almeno dal punto di vista della ricerca – anche sul concetto di 'Spettro Autistico' – su cui pure è stato basato il relativo capitolo del DSM5 – di cui afferma che è una teoria non provata , non corrispondente alla realtà e che in ultima analisi impedisce la ricerca. La conclusione è che questa diagnosi deve essere abbandonata come base per la ricerca.

A paragone l'autore usa l'analogia della febbre, che prima era considerata una malattia a sé e solo dopo la conoscenza di molte malattie febbrili e dei meccanismi fisiopatologici collegati è stata riconosciuta cone un sintomo, non una malattia. Analogamente, sintomi autistici più o me no associati ad altri sintomi sono presenti in malattie conosciute ( anche se non è conosciuta la via patogenetica che porta dalla malattia, ad esempio l'Xfragile, al sintomo).
L'invito che l'autore fa ai 'ricercatori' è quindi di rinunciare alla ricerca di una base comune dell'autismo e invece di concentrarsi sulle possibili alterazioni cerebrali e sugli agenti etiologici che causano le alterazioni del cervello in via di sviluppo.

Il libro fa giustizia anche di un concetto dilagato fra gli addetti ai lavori quasi come una parola d'ordine di riconoscimento, quello di 'comorbidità', con cui la psichiatria recente spiegava l'esistenza di sintomi diversi nello stesso individuo, ipotizzando che fossero dovuti a malattie diverse presenti simultaneamente. Così l'epilessia, la disabilità intellettiva, l'iperattività, che in tanti casi sono state considerate malattie compresenti con l'autismo, come entità diverse, interamente separate, - appunto 'comorbidità', nello psichiatrese moderno - devono essere considerate invece solo come sintomi diversi presenti ma contemporaneamente.

Invece, un grave limite di questo libro, tipico dei ricercatori anglosassoni post-moderni e dei loro epigoni locali, si potrebbe dire, - oltre che il senso di partire presuntuosamente da una tabula rasa come se prima di loro non ci fosse stato niente - è la scotomizzazione degli aspetti ambientali relazionali affettivi ed emotivi dal campo di indagine dei possibili fattori in causa. L'autore, affrontando i possibili fattori ambientali, esamina ampiamente le teorie delle vaccinazioni, delle intolleranze intestinali, metalli pesanti, ecc, ma dedica solo poche pagine ai fattori psico-sociali: si limita a citare Bettelheim e la sua teoria affettiva, per seppellirci insieme ogni possibilità di implicazione di fattori emotivi ambientali nelle prime epoche di vita. Di tutta la moderna ricerca sull'infanzia si limita a citare le teorie dell'attaccamento, che però non approfondisce, con una superficialità che stupisce rispetto alla quantità di pagine che ha dedicato all'approfondimento degli studi 'biologici' genetici e anche sui fattori ambientali 'fisici'. In questa linea accenna solo en passant alla questione dell'autismo negli istituti, tornato alla ribalta con gli studi sugli orfanatrofi dell'Europa orientale, suggerendo che questi bambini possono averne subito degli effetti negativi e che sintomi simil-autistici sono stati riscontrati in bambini messi negli istituti...
Su questi aspetti si percepisce quasi un analfabetismo relazionale ed emozionale che sembra impedire all'autore e agli studiosi del suo tipo di accostare questi fenomeni con un metodo scientifico di osservazione e rilevazione degli aspetti osservabili. Stupisce una simile scotomizzazione di ogni possibile causa ambientale relazionale, che pensiamo sia espressione del tabù manicheo che tuttora invade il mondo anglosassone nei confronti della psicoanalisi, considerata priva di qualsiasi valore scientifico, e gettata via insieme al suo oggetto di studio, relazioni ed emozioni, quasi come il bambino insieme all'acqua sporca.

Resta comunque il merito a questo libro di esplicitare il fallimento di almeno vent'anni di ricerche e teorie sull'autismo aprendo una breccia nel muro che finora resisteva a qualsiasi critica metodologica e sostanziale. Speriamo che la breccia si allarghi e possa crollare questo muro che come si diceva ha praticamente sequestrato in mano ad alcune lobby il campo dell'autismo e delle relative terapie. Gli effetti prodotti su una generazione di specialisti sono però disastrosi, come hanno avuto modo di verificare molti genitori che si sono trovati in questa situazione. Come nella fiaba di Andersen, forse dopo il grido che 'il re è nudo', le persone non avranno più paura di riconoscere quello che vedono con i propri occhi e pensano con la propria mente. Si potrà così tornare a cercare di capire ogni bambino individualmente con le sue esperienze nel suo ambiente per cercare gli eventuali ostacoli e impedimenti al suo sviluppo in tutti i settori possibili, non solo quello organico-biologico, ma anche quello psicologico e ambientale.

( novembre 2015 )

L'autismo che cos'è?

L'autismo  che cos'è?  

 

Autrice: Elena D’Eredità

Intervista sull’autismo al dott. Emidio Tribulato, medico, neuropsichiatra infantile e psicologo.

 

 

Che cos’è l’autismo?

Questa patologia scoperta da Kanner nel 1943 ha alcune caratteristiche particolari.

  • La prima, è che colpisce soprattutto la sfera della comunicazione e dell’interazione sociale. Pertanto il soggetto tende a chiudersi o ha un rapporto alterato nei confronti del mondo esterno.
  • La seconda caratteristica è che inizia precocemente: prima dei due anni e sei mesi.
  • La terza caratteristica riguarda la sua gravità: questa può variare molto. I sintomi possono essere molto lievi, ad esempio nella sindrome Asperger (Autismo ad alto funzionamento) oppure possono essere molto gravi.
  • La quarta caratteristica riguarda la variabilità della sintomatologia. I sintomi possono variare molto in soggetti con la stessa diagnosi; possono variare nel tempo nello stesso bambino; possono essere diversi nella stessa giornata; possono essere più o meno gravi in base alle persone con le quali il bambino si relaziona. 

Storia di una mamma, di un papà e di un bambino con grave ritardo nel linguaggio, nella socializzazione e nell'integrazione

Storia di una mamma, di un papà e di un bambino

con grave ritardo nel linguaggio, nella socializzazione e nell'integrazione

 

 

 

 

Essere genitori è la cosa più bella ed allo stesso tempo più complessa che possa capitare ad un essere umano

La nostra “avventura” ha inizio quasi cinque anni fa…dopo una gravidanza difficile ed un parto più che traumatico arriva il nostro “principino”. Un figlio ti stravolge la vita ed i cambiamenti sono tanti…in alcuni momenti anche troppi ma sempre meravigliosi!

Il nostro bimbo cresce, inizia a proferire le prime paroline…il primo mamma e papà un po’ in ritardo ma fino ai 2 anni e mezzo tutto procede normalmente…tranne nel notare che il bambino è un po’ timido e chiuso…ma non ne facciamo un problema…aspettiamo con ansia che le prime paroline si trasformino in tante paroline e qualche frase…ma tutto questo non succede e tutto ciò causa (nella mamma in particolare) parecchie preoccupazioni…il cuore di una madre certe cose le sente e le avverte…anche se tutti dicono di non esagerare e di non preoccuparsi…

Arrivano i 3 anni e viste le pochissime parole pronunciate dal bambino si decide di fare le visite del caso...”ritardo del linguaggio” ci viene detto…senza riuscire a scoprirne le cause…con tutte le angosce che queste visite portano…

Un genitore in questi momenti le pensa tutte ed il mondo si ferma…si è assaliti da migliaia di pensieri e tantissimi pareri, ma la verità è solo una: quando ci si trova in certe situazioni il tuo mondo cambia, cambi tu e il modo di vedere la vita…siamo sinceri!

Tutto questo incide anche sulla vita di coppia…tutto diventa più difficile e complicato…forse perché la sofferenza di una situazione che non si sa come gestire porta ad isolarsi…e ci si allontana da chi ci vuol bene…uomo e donna affrontano i problemi diversamente e tutto genera rabbia e tristezza… tutto questo dolore emotivo il bambino lo percepisce e non fa altro che generare un circolo dal quale non è facile uscire!

Altro muro…: l’asilo!

Siamo ai 3 anni e il bambino inizia a frequentare l’asilo e non riesce ad integrarsi con i suoi coetanei...ogni mattina lo stesso incubo, lo stesso strazio nel dover lasciare il bambino piangente ed angosciato all’asilo.tutti consigliavano di non mollare, di farlo “abituare” che era solo una fase che una volta superata lo avrebbe portato ad una crescita personale…ma in realtà, come in seguito ci verrà spiegato,  il bambino non era ancora pronto, lo viveva come una punizione incomprensibile e non faceva altro che farlo regredire…

Era chiaro che non sapevamo più che fare…avevamo bisogno di aiuto…

Per fortuna siamo riusciti a trovare un professionista che ha preso a cuore nostro figlio come bambino e non come paziente, cercando di capire cosa potesse aver innescato quel meccanismo nel quale ci siamo trovati senza neanche rendercene conto!

Il dott. Emidio Tribulato, del Centro Studi Logos “O.N.L.U.S.”, ci ha indirizzato con gentilezza, professionalità e molto tatto, verso dei comportamenti più a “misura di bimbo” ed abbiamo iniziato un percorso sia individuale che familiare.

Siamo partiti da incontri settimanali e con tantissime preoccupazioni e paure, Il dott. Tribulato ci ha fatto capire le esigenze del bambino di stargli vicino, di  tranquillizzarlo e sotto suo suggerimento abbiamo interrotto l’asilo, abbiamo cercato di farlo sentire protetto ed amato, fargli prendere sicurezza… giorno dopo giorno la rabbia e l’aggressività del bambino diminuivano…cominciava a tranquillizzarsi e iniziava a guardare la gente…poco per volta inizia a pronunciare altre parole e le prime frasi e con molta, molta pazienza e tantissimo amore continuava a  migliore.

Abbiamo “imparato” a giocare con il nostro bambino capendo che è importante capire come vuole giocare lui...non imponendo regole ma liberi di esprimere ciò che si vuole… il gioco è soggettivo ed è del bimbo… senza imporre il nostro modo “giusto” di giocare senza necessariamente seguire la nostra idea di gioco…solo con l’intento di divertirsi insieme… questo è ciò che desidera nostro figlio...giocare insieme con mamma e papà poco importa con cosa e dove!...dedicare del tempo “valido” per un bambino è importante…meglio poco tempo ma solo per lui, che ore con tante distrazioni. Spesso le idee di gioco del bambino non saranno esattamente quello che vorremmo ma assecondarlo per far si che lui prenda sicurezza in se stesso e non si senta vincolato da regole per lui assurde.

Un bambino è una creatura delicatissima e spesso possiamo danneggiarlo senza neanche rendercene conto.

La rabbia di un bambino che non riesce ad esprimersi a parole si trasforma per lui in frustrazione che riesce a “tirar fuori” solo con violenza e questo per un genitore è dolorosissimo… uno schiaffo o una testata di un bimbo dato ad una mamma od un papà genera un dolore emotivo enorme nei genitori...spesso esasperante.

Abbiamo imparato a conservare nel nostro cuore i momenti belli che passiamo con il bambino (come la favola prima di dormire) per avere la forza di superare i momenti più difficili… crescere è un cammino difficile sia per i genitori che per i figli…

Genitori non si nasce ma si diventa insieme con i propri figli...non è facile e spesso si sbaglia ma si deve avere il coraggio e l’amore di cambiare in meglio per noi ma soprattutto per i nostri figli.

Abbiamo cercato di “tranquillizzare” il bambino e di rendere la sua vita armoniosa e abbiamo iniziato un cammino di crescita per tutti e tre…con salite, discese e lunghi rettilinei nei quali abbiamo imparato grazie alle indicazioni del Dott. Tribulato, a gioire di ogni piccolo miglioramento del bambino…

Nessuno dice che è o sarà facile...ma la rabbia ed il dolore non portano a nulla anche se sono inevitabili in certi momenti. Abbiamo imparato a nostre spese che noi genitori abbiamo il dovere di proteggere i nostri figli dal dolore emotivo che proviamo durante i periodi difficili che passiamo quando i nostri figli hanno dei problemi.

Oggi il nostro bambino frequenta l’asilo da settembre, si è integrato con i suoi compagni senza grandi problemi ed è un bimbo che si impegna con mamma e papà per far si che questo cammino di vita sia una festa fatta di sorrisi.

Ci sono momenti difficili, non lo neghiamo...quelli nei quali  vorresti sparire ma poi guardi lui…e pensi che la vita è meravigliosa!

Un ringraziamento speciale va al dott. Emidio Tribulato che ha saputo indirizzarci con professionalità, umanità ed amore, verso un percorso di vita non semplice.

Messina, 20/03/2017

Una mamma e un papà

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