Le qualità materne

Le qualità materne

 

‹‹Ancor prima di apprendere il linguaggio, tutti gli esseri umani, compresi quelli di livello mentale più basso, hanno imparato certi modelli di rapporto con una madre o chi per essa li allevi. Questi primi modelli divengono le fondamenta, completamente sotterranee ma molto solide, sulle quali poi tante cose verranno a sovrapporsi.››[1] Dalle caratteristiche del neonato e della madre nasce la complessità di questo rapporto che può essere costituito da incontri e da scontri, da accordi o da disaccordi emotivi, gratificante o frustrante per l’uno e per l’altro.[2]

Poiché tra il bambino e la madre è presente inizialmente un’unione simbiotica.  Per ACKERMAN ‹‹Le facoltà di stabilizzazione della madre, consone con le esigenze di crescita e del cambiamento, devono coprire i bisogni delle due persone che funzionano come una sola. Ogni deficienza o distorsione nelle facoltà omeostatiche della madre si riveleranno immediatamente sotto forma di cattivo funzionamento della complementarità e dell’interscambio tra la madre e il figlio. Ne risulterà un indebolimento dello sviluppo omeostatico dell’infante.››[3] Per tali motivi vi può essere, agli occhi e al cuore del bambino, una “madre buona” e “una madre cattiva”.

 

 

 

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Caratteristiche della madre "buona"

Per un neonato una madre è buona quando:

  • ·         Sa leggere nel suo animo e nel suo volto i suoi bisogni, le sue necessità, le sue speranze e i suoi desideri. Per WINNICOTT ‹‹una buona madre sa quello di cui il bambino ha bisogno in quel determinato momento.››[4]
  • ·         Comprende e conosce tutto ciò che gli procura soddisfazione, gioia, serenità e sicurezza ma anche tutto ciò che gli dà ansia, angoscia, paura, tensione, insicurezza. PerSULLIVAN la tensione dovuta a dei bisogni del bambino, induce tensione nella madre. Questa tensione viene vissuta come tenerezza e come impulso ad attività che portino sollievo ai bisogni del bambino.[5]
  • ·         Rapidamente si adatta e impara a offrire elementi positivi per il suo animo, nel mentre riesce ad allontanare le cause che procurano emozioni negative. ‹‹Questa capacità di adattamento è la cosa più importante per lo sviluppo emotivo del bambino e la madre si adatta alle sue necessità, soprattutto all’inizio, quando egli è in grado di afferrare soltanto le situazioni più semplici.››[6] Le capacità di adattamento sono indispensabili, in quanto i bambini sono notevolmente diversi gli uni dagli altri mentre cambiano nel tempo i loro bisogni e le loro esigenze.
  • ·         Sa rendere calda e accogliente la sua casa, mediante l’amore. Sa illuminarla con il suo sorriso. Riesce a renderla viva e palpitante con la sua presenza.
  • ·         È capace di accogliere il figlio tra le sue braccia con naturalezza e spontaneità, trovando facilmente per lui la posizione migliore per allattarlo e per farlo sentire a proprio agio: protetto e sicuro.
  • ·         Con il suo sorriso e con le sue parole, sa offrire al cuore del neonato numerosi segnali di presenza, distensione, comunione e condivisione.
  • ·         Riesce a proteggerlo da tutte le situazioni che potrebbero provocargli traumi o stress eccessivi, paura e ansia: i rumori forti e improvvisi, i bruschi urti e toccamenti, le eccessive variazioni di temperatura, i frequenti cambiamenti della routine quotidiana.
  • ·         È lieta quando il figlio dorme, ma è altrettanto lieta quando è sveglio e vuole mangiare, giocare, comunicare con lei.
  • ·         Riesce senza sforzo a trarre soddisfazione, gratificazione e gioia dai suoi compiti di cura ed educazione.
  • ·         È felice quando il suo piccolo vuole stringere le sue mani, vuole toccare le sue braccia, il collo, i capelli ed il seno.
  • ·         Non teme di essere svegliata nel cuore della notte per placare la fame, la sete, le sofferenze e i fastidi del suo piccolo.
  • ·         Si attiva prontamente e con piacere a soddisfare non solo i suoi bisogni fisici ma anche quelli affettivi, come quando il piccolo, per allontanare le ansie e le paure, ha bisogno e desidera la sua presenza, cerca il suo contatto, aspetta le sue coccole, vuole inebriarsi del suo profumo.
  • ·         Non va in crisi per i suoi strilli che sembrano irrefrenabili, in quanto ha fiducia in sé stessa, nelle sue capacità di capire e rispondere adeguatamente ai bisogni del figlio, ma ha anche fiducia e stima nelle capacità del bambino di superare, con il suo aiuto, i momenti di crisi e di sconforto.
  • ·         Non giudica il figlio un piccolo diavoletto pronto a piangere a più non posso pur di mettere in difficoltà lei e gli altri che lo accudiscono. Non lo vede come un crudele tiranno che le impedisce di riposare o dormire quando e come desidera. Non lo sente come un monello capriccioso, mai contento e pago; né come un piccolo essere insubordinato che vuole mangiare, dormire o rimanere sveglio fuori dagli orari canonici per i pasti, il sonno, la veglia.
  • ·         Si diverte insieme a lui in molti momenti della giornata: quando bisogna cambiarlo e il suo pancino, le sue manine, sono là pronti per essere baciati e accarezzati; o quando è l’ora del bagnetto e il piccolo è felice di far sprizzare l’acqua della vaschetta tutt’intorno alla stanza.
  • ·         La madre buona gioisce, insieme al figlio, delle sue prime “bravate”, come quando finalmente riesce a togliersi le fastidiose scarpette di lana e può agitare i piedi nudi in aria o, ancor meglio, quando questi piedini li può golosamente leccare e succhiare!
  • ·         Anche lei commette degli errori ma, dalle reazioni del figlio, impara presto in che cosa e dove e perché ha sbagliato e si corregge rapidamente.
  • ·         Coerentemente, cerca di mantenere nelle cure e negli orari una buona stabilità e continuità in modo tale da evitare gli eventi imprevisti, così odiosi per i bambini piccoli, in quanto fonte di allarme e insicurezza. Per BOWLBY, infatti, ‹‹Abbiamo ampie prove del fatto che gli esseri umani di ogni età sono più sereni e in grado di affinare il proprio ingegno per trarne un maggior profitto, se possono fidare del fatto che al loro fianco ci siano delle persone fidate che verranno loro in aiuto in caso di difficoltà.›› La persona fidata, nota anche come figura di attaccamento, può essere considerata come quella che fornisce la sua compagnia assieme a una base sicura da cui operare.››[7]
  • ·         Non prova schifo per i “regali” liquidi e solidi maleodoranti che il suo bambino le elargisce nei momenti meno opportuni e non si arrabbia nel dover pulire il suo sederino mentre, pronta per uscire, ha appena indossato l’abito più elegante e ha messo il profumo più seducente, per fare e far fare bella figura a lui e a lei.
  • ·         Non ha fretta. Non ha fretta quando deve cambiarlo. Non ha fretta quando lui si attacca al seno o al biberon, non ha fretta di farlo addormentare, non ha fretta quando deve pulirlo o fargli il bagnetto. Una buona mamma non ha mai fretta, insomma.
  • ·         Non vede la TV quando lo allatta o con lei vuole giocare, perché giudica spettacoli belli e interessanti il faccino del suo bambino quando, con i suoi splendidi sorrisi la guarda, quando, con le sue smorfiette e i suoi grandi sbadigli, vuole addormentarsi.
  • ·         Non parla al telefonino quando lui mangia o vuole giocare con lei. Sa che se è bello parlare con le amiche o con i propri genitori e parenti, è ancora più bello parlare con il proprio bambino.
  • ·         Non alza mai la voce, né tanto meno grida. La madre buona parla dolcemente, non si arrabbia ma comprende e dimentica.
  • ·         Non lo trascura o lascia continuamente suo figlio in mani estranee. Né tanto meno mette suo figlio in quei luoghi istituzionali chiamati nidi, ma che nulla hanno del vero nido familiare. Sa che per suo figlio la sicurezza e la serenità sono il suo viso caldo e luminoso, la sua voce tranquillizzante, il suo corpo che odora di latte e di madre.

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In definitiva una madre è “buona” quando riesce a soddisfare i bisogni fisici e psicoaffettivi del proprio bambino. Per WINNICOTT le caratteristiche innate presenti nei bambini sono capaci di supplire, almeno in parte, alle deficienze materne, per cui non è assolutamente necessario che una madre sia perfetta. Una madre sufficientemente buona, è già adatta a dare al figlio quanto è necessario per il suo sano sviluppo.

 

Caratteristiche della madre "cattiva"

 

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Al contrario di quanto abbiano sopra detto, per un neonato una “madre è cattiva” quando:

  • ·        Si assenta eccessivamente senza tenere in giusta considerazione le ansie e le paure del figlio. Per questi, infatti, è nefasta ogni separazione dalla madre,[8] in quanto la sua mancanza lo priva di fondamentali e stabili punti di riferimento. Sappiamo che queste ansie e paure spingono il bambino ad una situazione di sofferenza e caos per cui, in tali situazioni, tendono a prevalere le emozioni negative. Per BOWLBY[9] con l’allontanamento della madre il bambino percorre tre fasi. Nella prima fase, che può durare molti giorni, il bambino protesta per l’assenza della madre chiedendo di lei, piangendo copiosamente ed andando in collera anche per futili motivi. Nella seconda fase (fase della disperazione) il bambino, dato che le sue speranze di far tornare la madre non hanno esito positivo si calma ma si strugge dal desiderio che essa torni. Spesso queste due fasi si alternano. Nella terza fase (fase del distacco), il bambino sembra essersi dimenticato della madre. Appare disinteressato quando si parla di lei e quando lei ricompare a volte dà segni di non riconoscerla. In ognuna di queste fasi il bambino è facilmente soggetto ad eccessi d'ira e ad episodi di comportamento distruttivo, spesso di tipo violento.[10] Quando la madre ritorna a casa, per un po’ rimane insensibile e non manifesta alcuna esigenza. Quando crolla si manifestano i suoi sentimenti ambivalenti. Da una parte vi è un aggrapparsi alla madre, per cui quando questa lo lascia anche se per poco tempo, manifesta angoscia e collera intense, dall’altra manifesta verso di lei notevole ira ed aggressività, come a punirla per il suo comportamento. Se però il distacco è stato eccessivo vi è il rischio che il bambino non si leghi più con la madre.[11] Se la cura del bambino è affidata ad una persona con caratteristiche nettamente materne, la scomparsa della madre non viene avvertita prima dei tre mesi, in quanto egli non è consapevole delle persone e degli oggetti come entità distinte da lui, successivamente, ma soprattutto dopo i sette mesi, egli ne soffre moltissimo. Verso i quattro anni, quando il bambino è in una fase egocentrica, può addirittura pensare che la madre sia scomparsa perché lui è stato cattivo.[12]
  • ·        Modifica frequentemente le sue normali abitudini, senza tener conto che i bambini, come tutti i piccoli degli animali, sono esseri abitudinari. Essi avvertono tranquillità e fiducia solo quando attorno a loro gli avvenimenti si svolgono sempre nel medesimo modo. I cambiamenti, specie se repentini e non adeguatamente preparati, li mettono in ansia e li caricano di paure che, agli occhi degli adulti, appaiono strane ed eccessive, mentre in realtà sono solo la logica conseguenza di comportamenti ed atteggiamenti non adeguati.
  • ·        Compie frequentemente su di lui o fa compiere dagli altri (medici, terapisti, puericultrici ecc.), azioni sgradevoli o dolorose.
  • ·        Vive il rapporto con il figlio con ansia e paura. Una madre ansiosa si allarma troppo spesso e inutilmente. Si allarma se qualche volta mangia poco, non mangia o mangia troppo. Si inquieta se all’ora consueta non fa, come dovrebbe, la sua brava cacchina o ne fa troppa. Ha paura che con il suo seno possa infettarlo e lava e striglia il capezzolo affinché sia perfettamente pulito e sterile non tenendo conto del desiderio che ha il bambino di soddisfare la sua fame e la sua sete, ma anche di sentire il “sapore e l’odore vero” del corpo di lei. Si angoscia per i motivi più banali: a volte teme che il viso del figlio sia troppo rosso, altre volte che sia troppo pallido. Alcune volte teme di vederlo “troppo sonnolento”, altre volte “troppo sveglio per essere “normale”. La mente inquieta di una madre ansiosa non riesce a distinguere correttamente il confine tra normalità e patologia, tra benessere e malattia, per cui coinvolge il bambino in visite, controlli, terapie e cure assolutamente inutili ma spesso controproducenti per il benessere psicologico suo e del neonato.
  • ·        Avverte il figlio come un estraneo capriccioso e incontentabile, difficile da capire e soprattutto impossibile da soddisfare. ‹‹Cos’altro devo fare per lui: l’ho allattato, l’ho pulito, l’ho cambiato e continua a strillare come un ossesso. Gli do il mio seno e sputa il capezzolo. Gli do il latte e strilla mentre sembra affogarsi. Più lo cullo e più si agita inquieto. No, questo non è un bambino: è un diavolo scatenato.››
  • ·        Al contrario di quanto abbiamo appena detto, può essere estremamente fredda e imperturbabile. Indifferente a tutto ciò che riguarda il figlio. Sorda ai suoi richiami, continua a leggere il libro che l'entusiasma. Insiste a vedere nella TV il programma preferito. Continua a chiacchierare con le amiche o con chiunque sia disposta ad ascoltarla. A questo tipo di madre importa poco che il figlio dorma o sia sveglio, sorrida o strilli, si agiti o ammiri tranquillo il mondo che lo circonda. Quando è costretta a dargli da mangiare o da bere, quando deve cullarlo per farlo addormentare, lo fa di malavoglia, come un dovere da adempiere, per evitare di essere disturbata troppo dai suoi strilli o di essere incolpata dalla suocera o dal marito di disinteressarsi del bambino. Il suo momento più felice è quando può depositare il figlio in mani altrui, non importa quali. Possono essere le mani del marito, quelle della madre o della suocera, quelle della baby - sitter o della tata. L’importante è che qualcuno le tolga quel peso e quell’incombenza così che possa ritornare alle sue occupazioni preferite.
  • ·        È rigida nelle cure e nella soddisfazione dei bisogni del neonato: ‹‹Se il pediatra mi ha detto che devo allattarlo ogni quattro ore è inutile che lui strilli: se non sono trascorse le quattro ore io il latte non glielo do.›› ‹‹Il pediatra mi ha raccomandato di tenerlo ben coperto e quindi è inutile che lui scalci infastidito dal caldo per cercare di togliersi le coperte che gli ho messo addosso, io continuerò a rimetterle.››
  • ·        Non è capace di leggere i bisogni del figlio, né riesce a comprendere gli oscuri misteri del pianto infantile, per cui non è coerente nei suoi atteggiamenti. Spesso, quando il bambino piange, mette in pratica in maniera altalenante i consigli ricevuti, senza mai essere in grado di capire fino in fondo se ciò che sta facendo sia un bene oppure no, se i suoi comportamenti avranno degli effetti positivi o negativi.
  • ·        Ha notevoli difficoltà ad apprendere dagli errori, per cui le indicazioni suggerite dagli atteggiamenti del figlio, ma anche quelle espresse dalle persone che la circondano o dai medici consultati, non modificano o modificano molto poco il suo errato comportamento.
  • ·        Si chiede ogni giorno: ‹‹Cosa ho fatto di male per essere nata donna e quindi dover accudire questo mostriciattolo chiamato bambino? ›
  • ·        Vede la sua realizzazione in tutto ciò che fa o potrebbe fare, piuttosto che in tutto ciò che vive o potrebbe vivere. Più si adopera più si sente capace e forte. Quando non si occupa di qualcosa si sente depressa, triste, e spenta. Sente perduto irrimediabilmente il tempo trascorso ad occuparsi di cose ‹‹ che tutte le donne sono capaci di fare››, proprio per la loro biologia femminile, come mettere al mondo un bambino, allattarlo, pulirlo, vezzeggiarlo. Queste azioni le giudica insulse oltre che noiose ed indegne di una vera donna.

Se dovessimo sintetizzare, potremmo allora dire che una madre è “cattiva” quando non riesce, vuoi per i suoi limiti, vuoi per sue scelte, a soddisfare e vivere con gioia i bisogni fisici e psicoaffettivi del suo bambino. Pertanto la quantità, la durata e l’intensità delle frustrazioni che gli fa subire sono eccessive.

Da quanto abbiamo detto si può concludere che l’appagamento affettivo del neonato non si misura, quindi, solo dalle generiche manifestazioni di simpatia o dalle parole amorose pronunciate nei suoi confronti. La soddisfazione affettiva è fatta di impegno nei confronti dei suoi bisogni fisici e psicologici, impegno continuativo e fattivo, espresso e attuato in un clima d’amore, gioia, serenità ed equilibrio.[13]

Chi è la madre?

Tutti gli studiosi sono concordi nell’affermare che per la crescita serena di un bambino il rapporto con la madre è il più importante e fondamentale. Ma chi è la madre nei primi giorni e nelle prime settimane di vita del nuovo essere umano? Come abbiamo detto, alla nascita il bambino non ha ancora la consapevolezza di qualcosa al di fuori di lui. Non ha ancora lo sviluppo del sé, né ha il concetto di una persona diversa da un’altra. Quando questo qualcosa al di fuori di lui comincia a formarsi e a concretizzarsi ( la diade) tutto l’ambiente esterno assume il contorno di ciò che noi chiamiamo “madre”.

Pertanto la madre "buona" è fatta dal suo seno caldo da cui sgorga il nutrimento ma anche l’appagamento.

La madre "buona" è il suo ventre morbido e accogliente, sono le sue braccia che l’accolgono, cullano e confortano, quando l’angoscia l’attanaglia.

La madre "buona" è anche un ambiente pulito e luminoso nel quale non vi sono rumori eccessivi o improvvisi, né tanto meno grida irritate o scoppi di collera.

La madre "buona" è un papà che sa cullarlo e proteggerlo e sa accarezzare il suo corpo con dolcezza, sa rendere la sua compagna della vita serena e sicura.

 

 

 

 

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La madre "buona" è una nonna o un nonno che dolcemente si relazionano con lui e, nel contempo, danno consigli e insegnano alla puerpera ma anche al nuovo padre, come soddisfare i bisogni del loro figlio, le sue necessita, i suoi desideri, ma anche come sopire i suoi timori e le sue inquietudini. Una madre buona è un nonno o una nonna che si impegnano a far capire ai novelli genitori i significati del pianto che sembra sempre uguale in ogni circostanza ma che a poco a poco si differenzia e quindi uguale non è.

 

 

 

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Una madre "buona" è anche la sensazione che ha il bambino quando tra i genitori vi è reciproco rispetto, benevolenza e disponibilità unita a una calda, serena, intesa. Intesa che egli avverte dalle braccia rilassate e serene che l'accolgono, dal tono della loro voce, dall'attenzione che essi hanno tra di loro.

 

Allo stesso modo abbiamo il dovere di estendere il concetto di madre "cattiva".

 

 

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Una madre "cattiva" può avere anche l’aspetto di una nursery dove i bambini sono accuditi in maniera asettica e formale da personale “specializzato”, ma incapace di relazionarsi in maniera calda e accogliente con i piccoli ospiti, mentre alle madri e ai bambini viene sottratto quel momento magico e prezioso nel quale la loro unione, la loro vicinanza e il loro contatto, avrebbe dovuto portare ad un dialogo proficuo, ad una forte intesa e ad uno stretto legame. Legame indispensabile sia alle mamme sia ai bambini per instaurare ed iniziare bene un comune, proficuo cammino.

Una madre "cattiva" può essere un ambiente ospedaliero o di riabilitazione poco attento ai bisogni psicologici dei piccoli. Per WINNICOTT in alcuni casi le offese sono attuate anche dai medici, dalle infermiere e dal personale che assiste il bambino nei giorni nei quali si trova in una struttura di ricovero. Questo personale, a volte, è più preoccupato della pulizia, della gestione e dell’organizzazione della struttura, che non delle emozioni e sentimenti che si agitano e vivono nell’animo dei loro piccoli ospiti.[14]

Una madre "cattiva" può avere l’aspetto di un asilo nido dove il personale che si occupa dei bambini non ha le qualità, le capacità e l’amore materno, ma soprattutto non garantisce al bambino quel dialogo, quella continuità, stabilità e comunione che lui va cercando.

Una madre "cattiva" può essere anche un padre che teme di distogliere attenzione e tempo alle sue mille occupazioni, trascurando così suoi compiti specifici di cura nei confronti del figlio.

Una madre "cattiva" può avere il volto di una nonna o di un nonno i quali, piuttosto che dare il proprio apporto e la propria vicinanza e assistenza ai genitori e al bambino, preferiscono impegnare il proprio tempo in altre occupazioni, privando il nipotino di quella molteplicità di apporti che avrebbero potuto e dovuto arricchirlo e soddisfarlo.

Una madre "cattiva" può avere l’aspetto di due genitori o di una famiglia nella quale imperversa la conflittualità, la freddezza, lo scontro e la lotta. Una famiglia nella quale gli atteggiamenti aggressivi, la violenza verbale e non, la diffidenza e l’intransigenza sono frequenti e usuali.

 

Ci sembra giusto quindi ampliare così come hanno fatto molti studiosi prima di noi: Sullivan, Fromm, Horney, Erikson, Haley, il concetto di madre, all’ambiente che circonda il bambino, in quanto è questo ambiente che, in molti casi, condiziona positivamente o negativamente il suo mondo interiore. Per LIDZ ‹‹La famiglia, naturalmente, non è il solo fattore che influenza l’evoluzione del fanciullo. Tutte le società dipendono da altre istituzioni che, al di fuori della famiglia, provvedono al suo processo di acculturazione, e tale esigenza aumenta nella misura in cui la società diventa più complessa.››[15]

Per tali motivi, ogni volta che un bambino viene danneggiato, dobbiamo sentircene tutti responsabili, individualmente e collettivamente, senza scaricare le colpe solo sulle spalle della madre o del padre. Il bambino cosiddetto “disturbato” non è, pertanto, soltanto il frutto di una madre o un padre con problemi ma è anche la conseguenza di una società malata che direttamente e indirettamente agisce negativamente sui minori.

Dobbiamo, inoltre, necessariamente specificare, che a differenza di noi adulti, il bambino piccolo, non fa, almeno inizialmente, della madre buona o cattiva un problema etico o morale. Per il neonato i comportamenti di chi a cura di lui sono una questione vitale. Se una madre è buona egli ha la possibilità di sopravvivere e crescere bene; se non lo è, vi è il grave rischio che possa essere danneggiato notevolmente nel suo sviluppo fisico e/o psichico.

Bisogna, inoltre, aggiungere che la stessa persona che cura il neonato, lo stesso gruppo familiare, lo stesso ambiente, possono essere buoni o cattivi a seconda delle circostanze o in momenti diversi. Buoni quando il loro comportamento è confacente ai bisogni e desideri del neonato, cattivi quando non lo è. Poiché, come dice SULLIVAN, la madre buona è simbolo di soddisfazione imminente, la madre cattiva è simbolo di malessere e di angoscia.[16] È  naturale allora che il bambino instauri un maggior legame, intesa e disponibilità con la madre buona, mentre reagisce nei confronti della madre cattiva con più irritabilità, inquietudine, aggressività, scarso o modesto legame e dialogo se non con netta chiusura. Per questo motivo se avverte che al suo richiamo arriva la madre con caratteristiche positive di disponibilità, affettuosità, tenerezza, egli si quieta, ma se arriva la madre “cattiva”, in quanto ansiosa, tesa, irritabile, disattenta o con scarsa disponibilità, egli continua a piangere e si accentua la sua inquietudine. Ciò innesca un circolo vizioso: più la madre trascura o non comprende le necessità del bambino, più il bambino risponde con irrequietezza, pianto, rifiuto dell’alimentazione, disturbi gastrointestinali, diminuzione delle difese immunitarie e quindi con più malattie. Tali malattie e disturbi, a sua volta, mettono in crisi la già scarsa pazienza di questi genitori e familiari, i quali risponderanno con maggiore ansia e nervosismo che si trasmetterà al bambino accentuando i sintomi di malessere.

Le varie tipologie materne.

Abbiamo parlato di madre buona e di madre cattiva. In realtà tra questi due estremi vi sono tutte quelle madri e tutti quegli ambienti familiari nei quali da una parte vi è per il bambino il massimo della gratificazione, del benessere e della serenità, mentre dal lato opposto vi è per lui il massimo della sofferenza e dell’ansia. Pertanto, tra una madre che potremmo dire molto buona e una molto cattiva non vi è una netta separazione ma un continuum di atteggiamenti e quindi di tipologie “materne” nelle quali l’infante si ritrova a relazionarsi.

 


[1]  SULLIVAN H. S. ( 1962), Teoria interpersonale della psichiatria, Milano, Feltrinelli Editore. P. 22.

[2]  DE NEGRI M. e altri (1970), Neuropsichiatria infantile, Genova, Fratelli Bozzi editori, p. 127.

[3]  N.W. ACKERMAN, Psicodinamica della vita familiare, Boringhieri, Torino,  p.101.

[4]  D. W. WINNICOTT, I bambini e le loro madri, Cortina Raffaello, Milano, 1987, p.93.

[5]  SULLIVAN H. S. ( 1962), Teoria interpersonale della psichiatria, Milano, Feltrinelli Editore. P. 58.

[6]  D. W. WINNICOTT, Il bambino e il mondo esterno, Giunti e Barbera, 1973, p. 143.

[7]  J. BOWLBY, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1982, p. 109.

[8]  Cfr. P. A. OSTERRIETH, Introduzione alla psicologia del bambino, Firenze, Giunti e Barbera, 1965, p. 55.

[9]  Cfr. J. BOWLBY, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1982, p. 51

[10]  Cfr. J. BOWLBY, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1982, p. 52.

[11]  Cfr. J. BOWLBY, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1982, p. 52.

[12]  Wolff S. (1970), Paure e conflitti nell’infanzia, Armando Armando Editore, Roma, p. 8

[13] Cfr. M. DE NEGRI M. e altri (1970), Neuropsichiatria infantile, Genova, Fratelli Bozzi editori, p. 143.

 

 

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