Insegnanti ed attività educative

Insegnanti ed attività educative


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Figura fondamentale nell'educazione dei minori è l'insegnante, in quanto molto spesso è la prima figura d’adulto con cui il bambino stabilisce un rapporto dialogico importante al di fuori della famiglia. L'insegnante è, inoltre, l'adulto che più d’ogni altro, aiuta il bambino a rapportarsi ed integrarsi in maniera positiva ed efficace con i coetanei.

E' anche uno dei fondamentali attori nella trasmissione della cultura alle nuove generazioni. Dopo la famiglia, è anche il primo e principale adulto, con cui i minori possono approfondire e confrontare le idee e i concetti che man mano acquisiscono. L'insegnante, inoltre, aiuta e media il passaggio del minore dalla famiglia, alla società, al mondo del lavoro. La figura del maestro si affaccia nell'animo del bambino come immagine ideale di uomo e donna adulti e spesso vi permane, in senso positivo o negativo, per tutta la vita.

Ma perché avvenga tutto ciò sono necessarie alcune condizioni di base.

La prima è che gli insegnanti e la scuola nel suo complesso, riacquistino quell’autorevolezza che, come nelle altre agenzie educative sembra, dopo il ’68, andata perduta. Non è funzionale al suo scopo educativo e formativo una scuola nella quale sono i ragazzi a decidere se fare lezione o dedicarsi, con la scusa di assemblee, occupazioni, manifestazioni, scioperi, ecc. ad altre attività molto più amene, come il passeggiare nelle vie della città gridando insulti o occupare in pianta stabile bar, pub e villette di quartiere davanti ad una birra o fumando uno spinello.

A. Oliverio Ferraris riporta in un suo articolo il modo in cui una ragazzina con esperienze di droga e con una vita da “sballo” vede la scuola: “La scuola è una cosa che non mi costa fatica, anzi non costa fatica a nessuno di noi della classe: possiamo entrare quando ci pare, alle 9, alle 10…e se un giorno non ci va di andare a scuola non ci andiamo. Va sempre bene. Nessuno controlla. Dobbiamo controllarci da soli, dicono loro. Così ci interrogano quando decidiamo noi e sugli argomenti che vogliamo noi. I miei professori sono come i miei genitori, cercano di essere simpatici, quasi dei compagni, alcuni di loro parlano proprio come noi…” 

Non è funzionale al suo scopo educativo una scuola in cui si può entrare tranquillamente in ritardo senza che nulla succeda, ci si può drogare o si può spacciare droga senza che dirigenti, professori o bidelli si accorgano di nulla. Né svolge la sua funzione una scuola in cui la disciplina e l’ordine  riguardano solo i soggetti più educati, mentre per gli altri tutto è concesso e accettato in nome della libertà, della disponibilità e dell’accoglienza.

La seconda è che la scuola svolga il suo compito specifico senza accettare compiti e funzioni di altri educatori o, peggio, cercare di sostituirsi ad altre istituzioni. Gli insegnanti non possono essere dei genitori, come non possono essere nonni, zii o amici.

Il loro compito, come abbiamo detto, è molto ricco ed ampio ma non può avere, per sua natura, i risvolti affettivo - relazionali propri delle figure parentali, come non può avere il distacco educativo di un coetaneo amico.

Spesso la scuola negli ultimi decenni ha dato ai genitori l'illusione che questi potessero defilarsi, senza danno, dagli specifici impegni educativi e di cura. Gli insegnanti, infatti, dovrebbero affiancare i genitori e le famiglie nel compito educativo quando i minori hanno raggiunto una maturazione psicologica tale da potersi aprire, senza danno, a figure estranee al di fuori della famiglia. Per tale motivo la scuola non dovrebbe inserirsi nell'ambito educativo prima dei tre - quattro anni. Quando ciò non avviene per cui le attività educative al di fuori della famiglia iniziano troppo presto, si dà l'illusione alle famiglie ed alla società che personale più o meno qualificato, ma senza un legame affettivamente valido, solido e continuo con il bambino, possa sostituirsi al rapporto empatico che il bambino ha instaurato o ha bisogno di instaurare con i genitori e, soprattutto, con la madre.

Si dà la falsa illusione che un ambiente estraneo diventi affettivamente caldo e vicino al cuore dei bambini, nel momento in cui viene riempito di giocattoli, di belle immagini colorate e delle teorie pedagogiche e psicologiche più alla moda. Si pensa di dare una risposta efficace alla donna che lavora od  impegnata nella società, mentre in realtà si inizia a provocare, spesso senza volerlo, un'azione di estraniamento e di scollamento tra lei ed il suo bambino, tra quest'ultimo ed i suoi fratelli, nonni ed altri familiari. Ma soprattutto si dà inizio alla frattura tra l'Io del bambino e la realtà, la quale da sicura, stabile e affidabile, diventa ad un tratto aleatoria, fragile, paurosa e spesso drammatica. 

In altri casi, meno gravi di quelli descritti, la scuola cerca di sostituirsi all'impegno educativo e culturale delle famiglie prolungando a dismisura l'orario scolastico, con le attività di tempo pieno, con il doposcuola e altre attività.

Anche in questo caso la scuola "cerca di venire incontro alle esigenze delle famiglie e della società odierna", in realtà ancora una volta contribuisce a dare alle famiglie ed alla società, insieme a delle illusioni, delle nefaste conseguenze. E' come se dicesse: "Tu papà, tu mamma, non abbiate alcuna preoccupazione nei riguardi degli aspetti culturali di vostro figlio. Io, scuola, penserò a tutto. Non è necessario che voi genitori vi sediate accanto a lui per assisterlo nei compiti o nelle ricerche. Non è necessario spiegargli alcunché; io scuola, noi insegnanti baderemo a tutta la sua istruzione nel modo migliore possibile.”

Peccato che le conseguenze di questa politica non siano per niente le migliori possibili. La conoscenza, non filtrata e modellata dall'esperienza, dalla cultura e dalla personalità dei genitori appare al bambino estranea, asettica e fredda e quindi da dimenticare il più presto possibile.

Peccato che i processi d’apprendimento con questa politica, non si possano più collegare alla relazione affettiva e al dialogo tra genitori e figli.

Peccato che all'aumento notevole d’insegnanti, libri, strumenti educativi e culturali e ore d’impegno scolastico non vi sia, rispetto a qualche decennio fa, un aumento corrispondente di cultura di base, ma addirittura un calo di questa, per bambini della stessa età o della stessa classe.

A difesa della scuola bisogna però dire che questi comportamenti quasi mai nascono dal suo interno, ma vengono accettati e subiti da politiche sociali e scolastiche insensate, perché prive di valenza scientifica e pratica.

Abbiano affermato che l'educazione di un bambino non può prescindere dagli apporti provenienti da sessi diversi. La figura, la personalità, gli interessi, la visione del mondo, l'atteggiamento educativo che un uomo può offrire ad un minore è diverso e complementare rispetto a quello che può offrire una donna.

Sarebbe pertanto utile ed auspicabile che il minore incontrasse nella sua vita scolastica modelli maschili e femminili, portatori entrambi di caratteristiche peculiari e fondamentali al suo sviluppo. Purtroppo si è venuta a creare negli anni, soprattutto nelle classi materne, elementari e medie, una scuola quasi tutta al femminile. E ciò non può che essere limitativo per i minori. Anche T. Giani Gallino e A. Arace sono molto critici per quanto riguarda una scuola tutta al femminile: “ Certo la matematica o la storia, o l’arte di saper scrivere (esisterà ancora nella scuola italiana?) possono essere insegnati indifferentemente da un uomo o da una donna ciò che cambia profondamente è però la trasmissione del sapere, a seconda che si appartenga al genere femminile o maschile.” 

Di questo soffrono soprattutto i maschietti, i quali non vedono valorizzate le loro caratteristiche peculiari, come la vivacità motoria, la curiosità, l'inventiva meccanica, la ricerca scientifica ed il bisogno di gioco e di confronto anche fisico.

Spesso questa vivacità e bisogno di moto vengono visti come elemento di disturbo e quindi soffocati e puniti, mentre d'altra parte vengono valorizzate le maggiori prestazioni verbali e l'atteggiamento più "tranquillo e riflessivo" delle coetanee, che pertanto ottengono considerazione e voti migliori.

L'organizzazione scolastica dovrebbe tenere conto della diversità e dei bisogni dei due sessi.

P. Lombardo dice, infatti,: “L’esperienza mi consente di dire che, se si vuole rispettare la psicologia maschile e femminile è impossibile adottare un identico metodo d’insegnamento per i ragazzi e per le ragazze.”   Se lo scopo dell'educazione è di costruire e sviluppare tutte quelle qualità che serviranno alla persona adulta, i maschietti avrebbero bisogno di più ore in cui potersi muovere, agire, scoprire, inventare, costruire, conquistare, organizzare, dibattere. Le femminucce di più ore in cui poter dialogare, sognare, scrivere, disegnare, e imparare tutte le attività finalizzate alla comunicazione con i più piccoli, alle problematiche della maternità, alla cura della casa ed al benessere dei suoi abitanti, soprattutto dei più fragili. Ma ciò non viene attuato giacché è prevalso nell'educazione un modello uniforme per maschi e per femmine. L'immagine che si ha di una futura donna e di un futuro uomo è sostanzialmente uguale. L'educazione ad un futuro ruolo di padre o madre, di marito o di moglie viene quasi totalmente sconosciuta o sottovalutata. Diventa blasfemo allora, solo il pensare di proporre dei percorsi educativi differenziati.  Mentre d'altra parte viene esaltata e sottolineata la preparazione professionale, vista come la sola che possa dare un apporto economico alla società. 

L'organizzazione scolastica dovrebbe tenere conto dei bisogni psicologici delle varie età.

Ogni età ha delle necessità, dei tempi d’attenzione e delle capacità d’apprendimento particolari. Purtroppo non si tiene conto di questi ogni qualvolta l'attività scolastica inizia ad un'età precoce, le ore scolastiche sono eccessive in quanto strutturate per venire incontro alle “esigenze” dei genitori che lavorano e quando non vengono intervallate attività di studio con altre di tipo motorio o libere.

E’ sicuramente un impegno ed un traguardo lodevole ed è segno di progresso, il fatto che la società e i genitori diano la possibilità ai giovani di frequentare la scuola fino a raggiungere le più alte mete: la laurea o addirittura una o più specializzazioni, ma non ci appare di alcuna utilità nei confronti della cultura e del vivere sociale il fatto che dei giovani, demotivati e annoiati rispetto ai contenuti culturali, insofferenti nei confronti degli insegnanti, delle regole e della disciplina, si trascinino fino a quasi trent’anni nelle aule scolastiche fintantoché, per anzianità, non ottengono il fatidico pezzo di carta, L’allontanarli per decenni dalla vita vera, dal lavoro, dagli impegni familiari per farli vivere in un limbo, improduttivo per loro, ma anche per la società, ci appare notevolmente diseducativo. Quando la scuola e l’istruzione non sono obbligo ma opportunità data dai genitori e dalla società il loro valore viene maggiormente apprezzato, se, come spesso succede adesso, sono solo un mezzo per trascorrere, con la scusa dello studio, belle giornate e interessanti serate tra musica, spinelli e sesso, divertendosi in compagnia di amici. Allora la scuola diventa un deleterio luna park, una scusa per allontanare il più possibile ogni impegno e responsabilità.

Tratto dal libro "L'educazione negata" di Emidio Tribulato. Per richiedere questo libro clicca qui. 

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