I disturbi motori nell'autismo

I disturbi motori nell'autismo

 

Molti bambini con sintomi di autismo, oltre a presentare nei loro movimenti evidenti stereotipie, hanno spesso vari altri disturbi motori. Ad esempio, possono saltare la fase del gattonare o gattonano in forma poco coordinata. Quando camminano, l’andatura può apparire strana, incerta, pesante. A volte tendono a camminare sulla punta dei piedi, sono ansiosi quando devono correre, inciampano facilmente e hanno difficoltà a salire le scale, a un’età nella quale i loro coetanei le salgono facilmente. Molti di loro imparano con difficoltà ad andare in bicicletta, cadono dalle sedie, non riescono a ben usare le posate, le matite e gli altri strumenti che richiedono una buona motricità fine, perdono l’equilibrio quando chiudono gli occhi, rompono gli oggetti sbattendovi contro e non amano gli sport.

Nello stesso tempo però alcuni bambini con la stessa patologia manifestano capacità motorie sorprendenti, come salire sugli alberi senza affatto cadere; sgusciare veloci e rapidi da una parte all’altra di una stanza o di un appartamento, senza rompere nulla, senza cadere o farsi alcun male. Altri bambini con sintomi di autismo riescono a far girare mediante le dita più trottoline contemporaneamente e con più efficacia dei loro coetanei oppure fanno scivolare dei cubi da una mano all’altra con una tecnica da prestigiatore.[1]

In alcuni casi sono evidenti dei tic nervosi, in altri momenti può essere presente un comportamento motorio eccessivo (ipermotricità), apparentemente senza alcuno scopo: il bambino va avanti e indietro, gira come una trottola nella stanza o corre da una parte all’altra della casa, senza che se ne comprenda il motivo. Ricorda la Williams: ‹‹Non mi è mai piaciuto star seduta sulle sedie; le mie gambe non riuscivano a star ferme e mi rendevano impossibile star seduta immobile››.[2]

 

In altri casi invece si può evidenziare una scarsissima attività fisica (ipomotricità): il bambino resta seduto immobile per diverso tempo. Questi due opposti comportamenti manifestano entrambi un’inquietudine e una sofferenza interiore. Nel primo caso l’ipermotricità: il soggetto, se da una parte si sente come costretto a muoversi, d’altra parte, mediante il movimento, cerca di scaricare e diminuire la sua notevole ansia interiore. Nel secondo caso l’ipomotricità: il limitare o bloccare il proprio corpo diventa una modalità per tentare di controllare o arrestare la confusa e penosa realtà interiore. Di solito lo stato di blocco motorio o l’ipomotricità manifesta delle problematiche interiori più gravi rispetto a quelle presenti nell’ipermotricità.

Le cause di queste anomalie nel comportamento motorio non sono difficili da comprendere se solo si pone attenzione al legame inscindibile che esiste tra mente e corpo. Una mente eccitata notevolmente spinge anche il corpo a muoversi, allo scopo di scaricare, attraverso il movimento, la tensione e l’ansia che l’opprime. Allo stesso modo uno stato mentale nel quale predomina una chiusura totale o la tristezza, non può che agire sul corpo, diminuendo la sua vivacità e la sua dinamicità, come succede tra l’altro negli stadi depressivi. D’altra parte una mente che si muove nel mondo che la circonda in modo incerto, tra paure e ansie, mentre teme che da ogni cosa possano provenire degli eventi negativi, coinvolgerà anche il corpo che si sposterà con timore e incertezza.

Per Bettelheim:

Dal momento che il loro sistema nervoso centrale è perfettamente integro e ben sviluppato, alcune azioni e reazioni o l’assenza di esse non derivano da una mancanza delle capacità potenziali, ma dal fatto che, per una ragione o per l’altra, ciò che era allo stato potenziale non è arrivato a realizzarsi. [3]

Per tale motivo è necessario attivarsi per offrire a questi bambini insieme a un ambiente sereno, una relazione genitoriale efficace, ricca di ascolto, gioia e comprensione.[4]

Per quanto riguarda le attività sportive, le quali spesso sono consigliate a tutti i bambini che hanno problematiche psicologiche, queste spesso non sono accettate dai soggetti con sintomi di autismo, giacché contrastano nettamente con i loro bisogni e desideri: restare in un luogo tranquillo, privo di chiasso e tensione, un luogo nel quale non vi siano richieste o peggio imposizioni. Ricorda la Williams: ‹‹Lo sport, in particolare, fu una brutta novità. Odiavo appartenere a una squadra, partecipare per qualcuno o farmi dare degli ordini››.[5]



[1] Brauner A., Brauner F. (1980, 2007), Vivere con un bambino autistico, Firenze, Giunti, p. 91.

[2] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 26.

[3] Bettelheim B. (2001), La fortezza vuota, Milano, Garzanti, p. 13.

[4] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 40.

[5] Williams D. (2013), Nessuno in nessun luogo, Roma, Armando Editore, p. 53.

 

 

 

 

Tratto dal libro di Emidio Tribulato: "Bambini da liberare - Una sfida all'autismo".

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