Il percorso di Giulio che lo ha portato ad abbandonare la chiusura autistica

Il percorso di Giulio che lo ha portato ad abbandonare la chiusura autistica

Giulio ha iniziato il suo percorso presso il Centro Studi Logos di Messina all’età di 25 mesi.  Il bambino presentava chiusura autistica che si manifestava con: linguaggio molto ridotto (circa sei parole tra cui “papà”, il nome del fratello, ed altre ma non la parola mamma); modesto contatto oculare con la madre, mentre questo era totalmente assente con le altre persone; mancanza di attenzione verso le richieste altrui, tanto da non annuire o rispondere se gli venivano rivolte delle domande.  Anche l’interazione con il fratellino di 7 anni era breve e limitata. 

I genitori affermavano di andare abbastanza d’accordo tra loro. Il papà si descriveva come un tipo leggermente apprensivo. Questi, a causa del lavoro che lo tratteneva fuori casa quasi tutto il giorno, inizialmente aveva avuto uno scarso rapporto con il figlio, con il quale giocava poco.

La madre, casalinga, si descriveva come una donna disponibile con i figli, solare e aperta. Tuttavia, dopo che aveva saputo delle condizioni psicologiche del figlio, era diventata molto ansiosa e tesa.  

I rapporti con i nonni paterni erano scarsi, mentre con i nonni materni vi era una buona collaborazione reciproca. L’habitat e la situazione socio-ambientale ed economica si presentava nella media.

Il bambino, nato da parto cesareo, presentava alla nascita dei lievi problemi cardiaci.

 Per quanto riguarda lo sviluppo motorio, Giulio aveva iniziato a deambulare verso i 14 mesi. Lo sviluppo del linguaggio, all’epoca del primo colloquio era molto ridotto. Ancora non presentava il controllo degli sfinteri, sia di giorno che di notte. 

Quando Giulio aveva circa un anno la madre si era accorta che il piccolo mancava di quelle competenze adeguate all’età: ad esempio non sapeva fare “ciao” con la manina e non batteva le mani. Anche se dopo qualche mese aveva acquisito questi comportamenti, la sua crescita risultava essere sempre molto più lenta della norma. Ad esempio, alle richieste dei genitori non sapeva rispondere con un “si” o con un “no”. Inoltre, manifestava dei comportamenti insoliti per l’età: quando la madre lo portava fuori casa, tendeva a scappare e a correre in maniera incontrollata. Inoltre, se contrariato o se non veniva capito, presentava delle crisi nervose, durante le quali sbatteva la testa a terra o al muro e i genitori lo rimproverano per evitare che si facesse male.

Intorno ai 18 mesi, nella speranza che imparasse a relazionarsi con altri bambini venne iscritto al nido. L’inserimento in questa struttura avvenne con difficoltà, tanto che il bambino aveva pianto per due settimane, prima di accettare, almeno apparentemente, questa condizione, lontana dalla sua casa e dalla presenza dei suoi genitori. Il personale del nido comunicava ai genitori che il bambino si rifiutava di mangiare e che non rispondeva se chiamato. 

Visitato da un neuropsichiatra a 20 mesi questi fece diagnosi di disturbo comunicativo e relazionale, consigliando logopedia e psicomotricità. Terapie che i genitori rifiutarono di praticare. 

Finalmente un giorno navigando su internet trovarono un neuropsichiatra il dottor Benedetti il quale tranquillizzò la famiglia e consigliò di diminuire l’uso della Tv, dal momento che il bambino ne faceva un uso eccessivo. 

Dai primi video inviati dalla madre si notava una discrasia tra il desiderio della madre affinché lui apprendesse alcuni concetti elementari di tipo cognitivo e il rifiuto del bambino nel seguirla in questa attività. Si notava nella donna ansia e scarsa intesa con il figlio. Il bambino ripeteva incomprensibili fonemi; il volto appariva cupo, tranne quando i genitori giocavano con lui al girotondo o con le bolle di sapone. Si notava, inoltre, scarsa variabilità espressiva, e poca reattività nei confronti degli stimoli esterni. Lo sguardo era agganciabile ma distratto. 

 

Ai genitori del piccolo Giulio venne proposto di seguire la terapia Affettivo – relazionale che utilizza la tecnica del Gioco Libero Autogestito[1]. Questo tipo di terapia pone al centro il rapporto del bambino con i suoi genitori, e si propone di far instaurare una relazione molto intensa, intima, gioiosa e profonda con questi ultimi, in modo tale da aiutare il piccolo ad abbandonare la chiusura autistica e aprirsi agli altri e al mondo fuori di lui. A sua volta, questa apertura agli altri e al mondo, permette a questi bambini un rapido miglioramento dello sviluppo emotivo, relazionale e cognitivo. 

Nel Gioco Libero Autogestito è il bambino che sceglie il gioco da effettuare, per quanto tempo condurlo, con quale altro gioco sostituirlo. I genitori hanno il compito di partecipare ai giochi scelti dal piccolo, aiutandolo e incoraggiandolo ad effettuare tutte le attività che favoriscano momenti piacevoli di intesa reciproca. Durante questa fase bisogna assolutamente evitare i rimproveri, le punizioni e ogni atteggiamento educativo. 

Al fine di essere aiutati nello svolgimento della terapia, si concorda con i genitori di effettuare delle osservazioni con cadenza quindicinale.

Fu inoltre consigliato di non far frequentare l’asilo nido fino a quando il bambino non avesse abbandonato del tutto la chiusura autistica, in quanto la mancanza dei suoi genitori, della sua casa, dei consueti luoghi di vita, la presenza di altri bambini con i quali non era ancora in grado di socializzare e infine l’eccessiva confusione presente in questo luogo, avrebbe accentuato le sue difficoltà. Venne inoltre consigliato ai genitori di limitare o ancor meglio, di eliminare del tutto l’uso degli strumenti elettronici.

Ai genitori venne inoltre affidato il compito di compilare giornalmente il diario relazionale, in modo tale da avere un riscontro dettagliato e continuo sia del tipo di attività da essi effettuata con  il bambino sia per comprendere come il bambino e loro stessi vivevano quei particolari momenti di gioco relazionale. 

 

Prima osservazione (dopo circa due settimane dalla presa in carico)

 

Alla prima osservazione, dopo la presa in carico, erano presenti entrambi i genitori, i quali avevano un atteggiamento positivo. In sole due settimane di attuazione della Tecnica del Gioco Libero Autogestito avevano visto dei miglioramenti nel loro figlio. Essi, infatti, riscontravano maggiore contatto oculare che il bambino presentava con entrambi i genitori, inoltre avevano notato che il piccolo Giulio ora si girava se chiamato e aveva iniziato a dare risposte verbali ad alcune richieste, sapendo anche dire di “no”. 

Permanevano ancora le stereotipie motorie, come ad esempio, dare testate sul cuscino prima di addormentarsi, atteggiamento legato probabilmente alle ansie e paure ancora presenti. 

Al riguardo venne consigliato ai genitori di non impedire queste manifestazioni ma di coccolare il figlio amorevolmente, tranquillizzandolo con parole e gesti rassicuranti.  

La madre raccontava che quando uscivano tutti insieme per passeggiare, Giulio tendeva a scappare e correre per conto suo, il padre, in questi casi, si vedeva costretto ad inseguirlo e rimproverarlo, ma il bambino rideva contento. Il terapeuta allora spiegò loro che l’atteggiamento del bambino non era quello di scappare da loro, ma amava essere inseguito dal papà ed era per questo motivo che rideva contento quando veniva ripreso. Pertanto venne suggerito di continuare ad assecondare Giulio in modo da farlo divertire e rendere piacevole il momento in cui veniva preso attraverso abbracci e sorrisi. In questo modo il comportamento di allontanamento si sarebbe ridotto sempre di più e il bambino avrebbe iniziato ad apprezzare la compagnia ed il contatto con i genitori. 

Anche con il fratellino il rapporto sembrava migliorato, giocavano insieme e si divertivano.

Inoltre venne consigliato di istruire anche i nonni materni nella tecnica del Gioco Libero Autogestito in modo da creare una solida rete di relazione positiva attorno al piccolo Giulio.

 

Seconda osservazione (dopo circa un mese dalla presa in carico)

 

Nel secondo colloquio, effettuato circa un mese dall’inizio della presa in carico, i genitori riferivano che essi giocavano molto con il loro figlio, facendo soltanto dei giochi che a lui piacevano, come ad esempio il gioco del nascondino nel quale entrambi i genitori erano coinvolti.  Questi notavano degli ulteriori miglioramenti soprattutto nel linguaggio. Il vocabolario del bambino si era arricchito, il piccolo nominava gli oggetti che vedeva e sapeva dire “no” contestualizzando. Inoltre il piccolo ora completava le parole delle canzoni che ascoltava o che i genitori cantavano insieme a lui. Aveva iniziato a relazionarsi anche con gli altri parenti, chiamava i nonni e conosceva i nomi dei cugini. La notte dormiva serenamente. 

Notavano, tuttavia, che ancora il figlio non controllava gli sfinteri sia di giorno sia di notte e che quando essi non riuscivano a comprendere subito cosa il bambino volesse dire, si arrabbiava e sbatteva la testa contro il muro, anche se non in modo da farsi davvero male. Inoltre, quando lo portavano al mare, questa diventava un’esperienza stressante, perché Giulio si metteva a correre e non si fermava se chiamato e uno dei genitori era costretto a corrergli dietro.

Terza osservazione (dopo circa un mese e mezzo dalla presa in carico)

 

Durante il colloquio la madre poneva in evidenza tutti i miglioramenti del figlio, avvenuti nel giro di poco tempo. Raccontava che la maggior parte del tempo lo trascorreva insieme al piccolo a rincorrersi, giocare a nascondino, guardare le immagini di libri per bambini e altro. 

I genitori riferivano che il linguaggio migliorava sempre più e che quando erano in casa anche il papà ed il fratellino gli dedicavano molto tempo e la novità era che mentre prima Giulio non li guardava neanche, in quel periodo aveva iniziato a ridere, scherzare e addirittura a chiamarli per avere la loro attenzione.

Tuttavia quando la famiglia si trovava all’aperto in contesti pubblici, il bambino tendeva sempre a correre via per essere inseguito dai genitori, comportamento che la madre viveva con molta ansia. A tal proposito le fu consigliato di vedere solo il lato positivo della cosa, e quindi di non agitarsi o spaventarsi e, pur prestando la dovuta attenzione, lasciarlo correre in modo libero. Poiché, così facendo, Giulio avrebbe percepito il mondo e gli stessi genitori come delle realtà non minacciose, ma tranquille e serene, dove egli poteva essere se stesso, senza provare emozioni spiacevoli come l’ansia e la paura. 

I genitori riferivano anche che avevano tolto al bambino tutti i vari strumenti tecnologici: Tv, smartphone o tablet. Preferivano ascoltare, insieme a lui, della musica ballando e scherzando insieme. 

 L’alimentazione del piccolo non era più selettiva, anzi mangiava tranquillamente quanto la madre gli dava.

Tuttavia, ancora, durante il giorno, quando entrava in frustrazione e prima di addormentarsi il bambino sbatteva la testa sul cuscino, ma bastava che la madre lo coccolasse e accarezzasse un po’ per riuscire a far cessare questi comportamenti autolesionistici.  

 

Quarta osservazione (dopo due mesi dalla presa in carico)

 

Anche in questa visita erano presenti entrambi i genitori, i quali raccontavano, sempre con lo stesso loro entusiasmo, i miglioramenti del loro figlioletto, soprattutto per quanto riguardava la comunicazione. A questo proposito il terapeuta sottolineava che questo rapido miglioramento della comunicazione era dovuto alla maggiore fiducia che egli aveva acquisito nei confronti dei genitori che avevano imparato a rispondere in modo adeguato ai bisogni del loro bambino. La maggiore fiducia e la maggiore serenità acquisita lo stimolavano a comunicare e ad aprirsi al mondo circostante. 

Permanevano ancora alcune stereotipie.

Veniva raccomandato loro di non inserirlo all’asilo nido, poiché non ancora pronto ad entrare in un ambiente troppo stimolante, nel quale potevano essere presenti le urla e i pianti degli altri bimbi che avrebbero spaventato Giulio. 

 

Quinta osservazione (dopo due mesi e mezzo dalla presa in carico)

 

A questa visita era presente solo la madre, la quale raccontava i modi di giocare insieme al bambino sia dentro che fuori casa. La corsa senza meta del piccolo Giulio era diventata una nuova modalità di gioco, molto divertente per lui e assecondata dai genitori.

Per quanto riguarda il linguaggio, Giulio aveva iniziato a ripetere parole che conosceva, cercando l’approvazione dei genitori. Conosceva anche i colori, il nome degli animali, riconosceva i luoghi dove era già stato. Era sempre più spigliato e partecipe.

Permaneva ancora l’abitudine di sbattere la testa quando entrava in frustrazione, ma adesso guardava la madre e aspettava la sua reazione. E poiché la madre non lo rimproverava più, anzi lo distraeva e non si faceva vedere preoccupata egli smetteva rapidamente questo comportamento.

 

Sesta osservazione (dopo tre mesi dalla presa in carico)

 

Durante questo colloquio i genitori riferivano un episodio spiacevole avvenuto dalla loro pediatra, dove era stato portato per un raffreddore. Il bambino era tranquillo e nominava gli animali, ma la dottoressa affermava che se ancora non era in grado di realizzare frasi complesse, doveva fare logopedia. A questo punto i genitori di Giulio spiegarono tutti i miglioramenti fatti dal bambino in pochi mesi mediante la terapia con il Gioco Libero Autogestito e che comunque erano contrari a fare iniziare terapie al bambino per non sottoporlo a stress.

Proseguendo nella visita sottolineavano come il bambino fosse partecipe in tutte le attività proposte, aumentava il suo vocabolario, cercava la relazione con loro e non si estraniava, capiva tutto ciò che gli veniva detto, ma aveva ancora difficoltà ad esprimere le sue emozioni e i suoi pensieri. Era capace di fare delle richieste, ma le poneva sotto forma di domanda. A questo proposito il Terapeuta chiariva che ciò era dovuto al fatto che il bambino era uscito dalla chiusura autistica e stava ricominciando a crescere, ma che questa crescita, come avviene in tutti i bambini, avviene per gradi e per passi successivi: prima il bambino pronuncia parole singole, poi usa la parola frase, poi le frasi diventano di due parole e così via. 

 

Attualmente

 

Il bambino ha quasi tre anni. Appare sempre più sereno. Le manifestazioni di autolesionismo sono praticamente assenti. A volte prima di dormire batte dolcemente la testa sul cuscino ma solo per cullarsi e potersi più facilmente abbandonare al sonno.

Dal punto di vista alimentare, mangia regolarmente e inizia ad assaggiare anche altri cibi.

Il contatto con la realtà esterna appare stabile e costante.

Il suo linguaggio verbale e più ricco e si arricchisce di nuove parole che utilizza nel giusto contesto. A volte utilizza frasi di tre parole. È migliorata anche la comprensione di quanto avviene attorno a lui e delle parole e frasi pronunciate dai genitori e dai familiari. 

Per giocare vuole la compagnia di qualcuno. Con il fratello gioca molto, lo cerca e lo chiama. Con i genitori ama giocare ai giochi più fisici, come il nascondino o acchiapparella. 

Non ha incubi e non piange quasi mai. 

La dedizione costante e l’atteggiamento motivato, ottimista, collaborativo e di profonda empatia nei confronti del figlio ha permesso che questi genitori potessero comprendere il vero senso della terapia affettivo- relazionale e “usare” il Gioco Libero Autogestito per costruire un legame profondo con il loro figlioletto, non focalizzandosi sulla correzione di comportamenti negativi del figlio, ma sulla comprensione e valorizzazione degli aspetti postivi che man mano si manifestavano.

 

Dott.ssa Ermelinda Fonti

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