Educare all'autonomia

 

EDUCARE ALL'AUTONOMIA


Autore: Emidio Tribulato 

La conquista dell’autonomia è obiettivo fondamentale nel percorso educativo. Ogni animale passa gradualmente dalla dipendenza quasi totale rispetto alla madre e alle figure parentali in genere, alla piena e totale indipendenza sia fisica che affettiva e psicologica.

Ciò avviene anche con delle fasi e momenti traumatici. La gatta madre che per le prime settimane ha tenuto il gattino vicino a lei, verso i tre - cinque mesi, quando quest'ultimo è in grado di cacciare da solo ed è maturo per una vita indipendente, cerca in tutti i modi di allontanarlo da sé, spingendolo verso la piena autonomia. Lo stesso fanno gli orsi e molti altri animali: quando i piccoli raggiungono una certa età si attivano nel rompere il legame che li lega ai figli in maniera abbastanza netta, per spingerli ad una vita pienamente e totalmente indipendente.

Vi è un'età per ogni acquisizione nel campo dell'autonomia

L'autonomia personale e sociale inizialmente è rappresentata dalla capacità di alimentarsi, vestirsi e svestirsi da soli, compiere senza aiuto le operazioni di pulizia personale. Successivamente, verso i sei anni, i bambini possono, se guidati, dare un piccolo aiuto domestico, ordinare la loro stanza, i loro libri e giocattoli. Verso i sette anni sono capaci di spostarsi da una parte all'altra della scuola e fare telefonate urbane senza bisogno d’aiuto, e così via.

L’autonomia non è: “ Fai quello che vuoi, arrangiati, non m’importa cosa fai. Paga di tasca tua le conseguenze.” Ciò è soltanto un modo per non impegnare se stessi, il proprio tempo, le proprie energie nell’attività educativa coprendosi con il vessillo della libertà, modernità, e generosità.

 “La libertà fasulla costruita artificialmente attorno all’amore, ha partorito solitudini sconfinate.”   (Don A. Mazzi - G. Zois)

Autonomia significa insegnare a gestire un piccolo spazio sicuro in cui muoversi. Spazio fisico e psicologico. C’è lo spazio dei “sì” in cui muoversi liberamente e con gioia e all’esterno di questo c’è lo spazio dei “no” fatto di limiti e regole dati dai genitori, dagli adulti, dalle convenzioni e regole sociali, legali e morali.

 

 

 

I genitori e gli educatori che non riescono a dire dei “no”, sono spesso genitori che non sopportano di non essere in quel momento amati. Anzi non sopportano che in quel momento il bambino o il giovane pensi male di loro e li giudichi severi, o peggio, autoritari. In realtà essi tendono a proteggere se stessi dai sentimenti dolorosi più che i figli. Purtroppo per non aver detto dei piccoli “no” quando era il momento opportuno, in un futuro si è spesso costretti a dire dei “no” molto più gravi e terribili. Come sono costretti a fare i genitori dei figli tossicodipendenti o asociali: “Vattene fuori di casa, o ti mando in galera” “Non mi alzare più le mani o chiamo la polizia.” “Hai rovinato la nostra casa adesso basta.”

Le regole e le norme hanno la caratteristica di essere dapprima avvertite come esterne alla persona cui sono dirette, quindi l’istintiva tendenza al rifiuto e alla ribellione, ma successivamente vengono introiettate da un Io sano e forte e fatte proprie.

L’autonomia è stimolata soprattutto dal raggiungimento di alcuni obiettivi fondamentali. Il bambino cresce non solo perché qualcuno gli dà degli alimenti, ma anche perché si prefigge delle mete. “Prima non camminavo ero costretto a stare nel mio lettino, nel box in un piccolo spazio, adesso voglio scoprire la casa. Voglio andare dalla mamma e dal papà quando ne sento il bisogno. Voglio riuscire ad impossessarmi degli oggetti che stanno attorno al mio mondo. Per questo scopo, quindi, concentro tutti gli sforzi e le energie. Attivo la mia mente, ed i muscoli, per raggiungere questi splendidi obiettivi.” “ Prima non parlavo e quindi non potevo comunicare bene i miei pensieri e avere una risposta ai tanti perché, devo riuscire adesso a trasformare in suoni i pensieri e le domande che mi s’affollano nella mente.”

L’obiettivo, oltre che dall’interno, nasce anche quando qualcuno che amiamo, e che ci fa piacere accontentare, si aspetta da noi un certo comportamento.

“Mamma e papà erano molto contenti quando io ho imparato a scambiare con loro un sorriso o quando ho scoperto, nel poggiare le mie labbra sulle loro guance, i baci, adesso si aspettano da me qualcosa di più, si aspettano che io pronunci qualche suono o parola, come fanno loro. Mi accorgo della loro felicità quando inavvertitamente pronuncio qualche sillaba. Devo riuscire a fare meglio, per accontentarli.”

Impariamo, cresciamo e quindi raggiungiamo più alti livelli d’autonomia, quando sentiamo che qualcuno che amiamo si aspetta da noi qualcosa. “ Prima ti portavo in braccio, adesso, vieni tu da me, cammina da solo.” “Prima ti davo da mangiare, adesso mangia da solo se vuoi.”  “Prima ti vestivo come un bambolotto, adesso vestiti da solo, dimostra d’essere grande.” “Prima ti compravo i giocattolini, le figurine, le caramelle, adesso ti do i soldi, impara a chiederli tu al negoziante, supera la tua timidezza, supera le difficoltà verso gli estranei.”

 

Gli strumenti di crescita si attivano ogni volta che noi mettiamo delle condizioni a mete che i figli desiderano raggiungere; come dire: “Se vuoi questo, in cambio ti chiedo e mi aspetto dei comportamenti più maturi”

 “Ti piace stare con i compagnetti della scuola materna e divertirti con loro? Allora non puoi più continuare a ciucciare il biberon, non puoi continuare a portare il pannolino, devi riuscire a mangiare cibi solidi e ad andare da solo in bagno.”

Lo stesso dovremmo fare in molte altre occasioni della vita del minore. In ogni religione, i principali passaggi da una fase all’altra della vita venivano, e in parte lo sono ancora, scanditi da qualche rito o festa, accompagnati da una richiesta di maggiore maturità ed impegno sociale o personale.

Ad esempio per i cattolici, la Prima Comunione o la Cresima hanno un significato religioso che si accomuna e dà corpo a taluni impegni ben precisi e ad accresciute responsabilità. E’ come se i genitori e la comunità dicessero al bambino:

“Vuoi fare la Prima Comunione, perché questo sacramento ti fa sentire importante, al centro dell’attenzione di parenti ed amici e ti permette di avere una bellissima festa e tanti regali? Benissimo, ma in cambio hai il dovere di percorrere un cammino di formazione, di bontà, di generosità, di rifiuto verso i capricci e i comportamenti negativi.” Se queste occasioni si perdono o si trasformano in una delle tante feste che costellano la vita dei nostri figli, feste fatte di torte, regali e tanto consumismo, si perde il senso e lo scopo sacramentale e educativo.

 

Nel periodo adolescenziale entrano in gioco i rapporti affettivi e amorosi, ma anche un bisogno di maggiore responsabilità e maturità. Anche in questi casi in cambio dell’accettazione di comportamenti sicuramente piacevoli e gratificanti si dovrebbe chiedere il superamento di certi stadi infantili e la maturazione di certe qualità. “ Ami quella ragazza? Potete sicuramente portare nel vostro cuore quest’amore, ma se volete che io come genitore, e noi come comunità, accettiamo questa vostra relazione dovete dimostrare d’essere maturi, responsabili, disposti a donarvi l’uno all’altro con generosità e sacrificio.”

“Vuoi scambiare con il tuo amore delle piccole affettuosità? Dimostra d’avere intenzioni serie, d’essere maturo per questo rapporto, dimostralo con le tue attenzioni, con le tue capacità, con il rispetto e l’impegno verso questo sentimento, verso l’altra persona, la sua famiglia, la società.”

“Cercate delle piccole intimità? Dimostrate che avete fatto un cammino insieme, che siete responsabili e attenti all’impegno sociale, e ad un eventuale impegno coniugale”

“Volete avere piena libertà e rapporti sessuali completi? Dimostrate, con il matrimonio, che siete maturi per questi rapporti che coinvolgono voi personalmente, ma possono coinvolgere un’altra vita, le vostre famiglie e la società. L’eventuale figlio troverà ad accoglierlo non degli adolescenti irresponsabili, ma degli adulti maturi e consapevoli; non la pattumiera di un ospedale o la casa dei nonni ma la vostra casa.” E. Harding, infatti, ricorda: “In molte tribù primitive i giovani non si possono sposare finché non hanno dimostrato d’essere degni di essere considerati uomini; e su questo punto la società civile dovrebbe farsi guidare dagli usi di una civiltà primitiva.” 

Quando i rapporti affettivi, amorosi e sessuali, sono una delle tante occasioni di piacere e gioco, allora si perdono, e si perdono per sempre, nei confronti dei figli, degli appuntamenti e delle occasioni importanti per la loro crescita umana e spirituale.

In molti casi purtroppo, nella nostra attuale società, i messaggi che i genitori e la famiglia nel suo complesso mandano sono di segno opposto: piccoli è bello, piccoli fa piacere alla mamma e a papà. Se si è piccoli si ottiene di più, o si ottiene tutto lo stesso. Molti genitori hanno come paura di mettere sulla strada dei figli obiettivi da raggiungere, condizioni per ottenere qualcosa, limitazioni ai loro desideri. Anzi, fanno di tutto per mettere a loro disposizione ogni cosa possano chiedere o soltanto desiderare: mettono a disposizione la propria persona, le proprie economie, i sacrifici e gli impegni, chiedendo in cambio solo qualche coccola e qualche bacio di gratitudine.

 

Siamo in presenza di uno scambio perverso: “ Il tuo affetto, il tuo amore, le tue coccole, la tua gratitudine, a volte anche soltanto la tua presenza, in cambio del mio denaro, della massima libertà, delle mie tenerezze, del mio lavoro per tenere sempre pulite le tue camicie, per lavare i tuoi calzini, per ordinare ciò che metti in disordine, per fare riparare la macchina che sfasci, per comprarne una nuova se ti serve, per pagare il tuo permanere agli studi all’università molto dopo il consentito, quando saresti dovuto già essere laureato da un pezzo.” E’ un meccanismo perverso che lega i genitori, soprattutto la madre, alla figura dei figli. E’ una dipendenza reciproca che limita e blocca la crescita d’entrambi.

La mancanza o la scarsità di stimoli alla crescita, rappresentata dalle richieste, dalle prove e dalle sfide, è la causa principale delle cosiddette “famiglie lunghe”, cioè di quelle famiglie che non riescono a far uscire dal loro nido caldo e ovattato la prole ad un’età che dovrebbe aver portato la giusta maturità. I nostri giovani pur avendo un’età considerevole, non si allontanano e dipendono dalla famiglia d’origine, in cui stanno e vivono bene, per molti, molti anni.  Essi rifiutano ogni assunzione d’impegni e responsabilità che comportino fatica e sacrificio, perciò ritardano o rifiutano sia l’inserimento nel mondo del lavoro che l’impegno coniugale e familiare. 

LE FESTE

 

 

 

A proposito di feste, di cui abbiamo parlato prima, la nostra società dei consumi, in cui la ricchezza e il benessere sono non solo abbondanti e diffusi, ma soprattutto, si è stimolati ad utilizzare le risorse in maniera impropria, ci spinge, a volte, a comportamenti assolutamente abnormi, uno di questi è sicuramente l’occasione della “festa.”

I significati che dovrebbero avere queste occasioni sono molteplici.

Ad esempio, la festa di compleanno dovrebbe essere l’occasione per ricordare la nascita di nostro figlio; quindi la gioia di averlo avuto, di averlo aspettato, accolto tra le nostre braccia. Questa festa è, quindi, un’occasione per comunicare a lui ed alle altre persone care, parenti e amici, la nostra gioia: “Noi ti abbiamo voluto, ti abbiamo amato, cercato, desiderato, siamo stati felici del tuo arrivo e oggi vogliamo festeggiare quest’arrivo con te.”

 

 

Festeggiare il compleanno dovrebbe essere anche un modo per stimolare i figli a comportamenti corretti o più impegnativi: ”Quest’anno ti sei comportato bene, sei cresciuto in sapienza, in bontà, in socialità, in responsabilità, perciò vogliamo insieme con te festeggiare quest’avvenimento”

Dovrebbe essere anche l’occasione per alimentare e tessere, sempre di più e sempre meglio, la preziosa rete affettiva e di sostegno reciproco esistente con i parenti e gli amici più vicini e cari. La festa dovrebbe essere quindi una festa della famiglia e con la famiglia. Il preparare, con la collaborazione del bambino stesso gli addobbi, i festoni, le tartine, la torta o i cibi, il sistemare la casa per accogliere gli invitati, l’organizzare eventuali giochi dovrebbe diventare un momento di comunione, dialogo e gioia.

 

 

Succede invece, sempre più frequentemente che la festa sia esportata all’esterno della casa: in un locale pubblico, una pizzeria, un ristorante, un asilo nido, o una scuola materna; mentre nel frattempo si utilizzano gli alimenti preparati dalle ditte specializzate. Spesso gli organizzatori ed i conduttori della festa non sono i genitori o i familiari ma degli operatori specializzati, pagati per fare divertire i bambini.

 Si tenta in questo modo di programmare la gioia che, invece, dovrebbe nascere da dentro e che dovrebbe essere vissuta dalla persona, mediante un buon rapporto con se stessa e con gli altri e non programmata dall’esterno con una sapiente regia: pena ancora una volta la passività, l’inerzia e la noia. I giocolieri e gli intrattenitori di professione saranno sicuramente più bravi di mamma, e papà o del fratello maggiore ma sono dei tecnici del divertimento e quindi non possono sentire e vivere con i bambini quel rapporto che soltanto un genitore o un familiare può dare.

La preparazione alla festa, che è la parte più bella, costruttiva e educativa si riduce ad una telefonata. Torta, intrattenimento e tartine sono tutte comprese nel prezzo. Accettare questo tipo di moda significa rinunciare e far rinunciare i propri figli a tutte le attività di preparazione che ne sono parte integrante. Si perde l’occasione per unire la famiglia in un’occasione gioiosa: padre, madre e figli tutti insieme impegnati per uno scopo comune; si perde l’occasione per tramandare le mille ottime ricette del passato; si perde l’occasione per responsabilizzarli nell’organizzare e preparare la loro festa o quella dei fratelli o delle sorelle. E’ poco o per nulla educativo dare l’impressione che solo con i soldi sia possibile creare delle cose piacevoli come i pasti o le torte. Il pagare il proprio divertimento somiglia all’andare al luna park e pagare un gettone per salire sulle giostre.

 

 

Alle feste fatte in casa dovrebbero inoltre partecipare pochi bambini, i più intimi ed importanti per i figli; essi, essendo in pochi, saprebbero organizzarsi per giocare e parlare, così da trascorrere quelle ore in modo libero e spontaneo, ma anche originale. L’intruppare tutta la classe nei giochi programmati dagli adulti fa perdere loro il piacere della scoperta, dell’incontro, del dialogo.

Il motivo che spesso si manifesta è che le case sono piccole, ed i bambini sono tanti; ma i bambini di cui nostro figlio è amico non sono tanti. I bambini con cui nostro figlio vuole stare nel giorno del suo compleanno, sono pochi e questi pochi dovrebbero essere invitati, non tutta la classe, non tutti i bambini conosciuti. Se si è in pochi il dialogo diventa più costruttivo, ci si conosce meglio, si può approfondire il rapporto.

Infine, mentre tra le mura domestiche, è più facile sentirsi a proprio agio e quindi dare il meglio di sé, sia nel rapporto con i bambini che con gli altri adulti, nel locale pubblico, anche i parenti e gli amici si ritrovano in un’atmosfera più fredda e formale, giacché non si sentono protagonisti di un evento ma spettatori. In questi ultimi anni, in un’orgia consumistica, a causa dell’inflazione di regali sempre più numerosi e costosi, per evitare al donatore la fatica della scelta, si arriva a fare la lista dei regali desiderati dai ragazzi o dai giovani.

GESTIONE DEL DENARO

 

 

Nello sviluppo dell'autonomia rientra la capacità di guadagnare e gestire il denaro. Già bambini di dieci - undici anni sono capaci di utilizzare la paghetta settimanale per piccoli acquisti: comprare le figurine, il giornalino, i regalini per papà e mamma, i francobolli per le lettere. Come sono in grado di dare spontaneamente il loro piccolo contributo per qualche attività di beneficenza.

Affinché il denaro sia ben gestito e valorizzato è necessario, innanzi tutto, che non sia eccessivo.

Poiché deve servire a piccole spese, qualunque siano le possibilità economiche dei genitori o l'età del figlio, la paghetta dovrebbe essere modesta e, soprattutto, dovrebbe coprire quasi esclusivamente le piccole spese che effettivamente sono sostenute. Nonni e zii dovrebbero esimersi dal fare regali in denaro giacché le loro ricche elargizioni, tranne che non siano gestite dai genitori, possono diventare estremamente rischiose in mano ai minori,

Succede invece che nella nostra opulenta società, i soldi donati ai minori, raggiungano una cifra considerevole, se si tiene conto non solo di quanto proviene dai genitori, ma anche dei contributi elargiti dai nonni, dagli zii e dagli altri parenti e amici dei genitori. Avviene allora che ragazzini o giovani ancora immaturi si ritrovino in tasca notevoli somme di denaro con il rischio di sperperare quanto avuto o peggio di utilizzarlo male, comprando oggetti o sostanze illecite o dannose. Ricordiamo che la via delle abitudini nocive, dei vizi e della droga passa sempre attraverso il denaro.

 

La somma data dovrebbe essere proporzionata atà. E' abbastanza scontato che i bambini piccoli debbano avere meno dei ragazzini o dei giovani. Ciò non significa, però, che questi ultimi debbano avere in tasca somme di denaro considerevoli. Più la somma a disposizione è modesta, miglior uso se ne farà.

La paghetta dovrebbe inoltre essere composta di una parte fissa, quindi non collegata ad una particolare attività del bambino svolta in funzione dell'andamento della casa e da una parte proporzionale all'aiuto prestato. Ciò, per dare al minore il senso che ogni componente della famiglia ha il dovere di dare il proprio apporto in maniera gratuita. Infine, nella sua utilizzazione, bisognerebbe educare i minori a donare, a loro volta, a chi ha più bisogno di loro.

VACANZE SENZA I GENITORI

Per vacanze senza genitori s’intende una vacanza durante la quali i figli, di varie età, lasciano i genitori a casa o da questi sono accompagnati nei luoghi di vacanza e poi vivono da soli per alcuni giorni o per alcune settimane della loro vita. L’utilità o non di questo tipo di vacanza dipende da vari elementi: età e maturità dei minori, maturità e responsabilità degli adulti animatori, età degli altri componenti del gruppo, quantità di tempo da trascorrere, tipo d’attività.

Andare a trascorrere qualche settimana con i nonni o con qualche zio disponibile è la vacanza più tradizionale, ma anche la più sicura e fisiologica per bambini sopra i sette - otto anni.

In altri casi i bambini sono affidati, con la guida di persone adulte e responsabili, ad un gruppo organizzato del quale fanno parte e con il quale hanno fatto un cammino di crescita formativa durante l'anno. Adulti che hanno esperienza nel condurre i gruppi e nell’aiutare la formazione dei ragazzi, ad esempio gli scout o i gruppi giovanili parrocchiali. In questo caso una vacanza è possibile ed è utile anche per bambini d’otto - nove anni.

C’è poi una vacanza fatta insieme ad un gruppo d’amici, conosciuti dalla famiglia, ma con adulti poco preparati e responsabili e senza un valido progetto educativo. In questi casi l'età dei minori e l'attenzione da parte dei genitori dovrebbero essere maggiori.

C’è quindi una vacanza attuata in un college o presso una famiglia in un paese straniero, per apprendere la lingua, in cui l’organizzazione bada più all’aspetto culturale, che a quello formativo e educativo.

Infine ci può essere la vacanza con l’amico o con l’amica del cuore attuata a volte in un villaggio vacanze o sotto la tenda di un campeggio.

In questi ultimi casi l’attenzione da parte dei genitori dovrebbe essere molto più alta, giacché i rischi che questo tipo di vacanza degeneri in esperienze traumatizzanti o poco gestibili, sono frequenti. Si tratta di affidare alla responsabilità di giovani, giornate intere trascorse insieme ad altri giovani che non si conoscono e di cui non si sa nulla. L’età in cui quest’esperienza può essere positiva e accettabile dovrebbe salire notevolmente.

 

 

 

 

Una vacanza ancora più a rischio è quella in cui si va da soli e si cercano amici occasionali in villeggiatura. Gli amici occasionali potranno essere dei buoni e bravi giovani, ma potranno anche essere persone che sfrutteranno o approfitteranno di questa disponibilità e della fragilità della situazione. L’essere soli rende i giovani più accettanti e disponibili, giacché si cerca, in maniera spasmodica, la compagnia ed il sostegno d’altri coetanei, qualunque siano le loro caratteristiche.

C’è poi una vacanza attuata con il proprio ragazzo o ragazza in tenda o in albergo. In questo caso le osservazioni da fare sono di tipo diverso.

Si tratta di accettare che questi giovani vivano o possano vivere per alcuni giorni o settimane, come se fossero sposati, come se, fra loro, ci fosse un patto per la vita. Come se, in loro, ci fosse una maturità tale da rendere possibile, vivere da sposati, anche senza esserlo.

I benefici di una vacanza senza i genitori sono numerosi:

•    vi è la possibilità di vivere con adulti e coetanei diversi rispetto a quelli con cui si vive normalmente e con i quali è possibile instaurare nuovi e maturanti rapporti d’amicizia;

 

 

 

 

•    è possibile, durante i viaggi attuati in luoghi diversi rispetto a quelli tradizionali, incontrare, conoscere e far tesoro d’altre culture e realtà acquisendo nuove e diverse esperienze;

•    si è stimolati ad accettare maggiori responsabilità rispetto a quelle che normalmente si assumono nella propria realtà familiare.

Tutto ciò può portare ad una maggiore conoscenza e comprensione degli altri, maggiore autonomia e intraprendenza.

I rischi, tranne in alcune situazioni che dovrebbero esser sconsigliate in ogni caso, stanno soprattutto nella precocità di questo tipo d’esperienze, per cui i minori possono subire uno strappo troppo doloroso: dai genitori, dai luoghi, dagli oggetti cari cui si è avvezzi. Questo può avvenire soprattutto se il ragazzo non è abbastanza maturo, o se l’età è troppo precoce. Altro rischio si ha a causa delle difficoltà d'integrazione con gli adulti ed i coetanei con cui si andrà a vivere condividendo questo tipo d’esperienza.

Sono da sconsigliare invece, a priori, le vacanze in situazioni e luoghi in cui i leader non sono stati formati e selezionati accuratamente o, peggio, non vi sono degli adulti veramente responsabili. E' inoltre sconsigliabile affidare dei minori ad organizzazioni nelle quali non è chiaramente evidenziabile un programma di formazione, ben conosciuto e collaudato. In tutti questi casi sono frequenti esperienze negative o peggio traumatizzanti, dovute sia agli stessi organizzatori adulti, sia agli incontri occasionali vissuti dal minore.

Sono possibili esperienze di violenza psicologica o fisica e, in alcuni casi, anche sessuale. Si può essere coinvolti in esperienze omosessuali, uso di droga, atti antisociali e in alcuni casi prostituzione. Questa spesso è una scelta spontanea attuata per procurarsi i soldi che servono per continuare le vacanze o per divertirsi. In altre situazioni, invece, la prostituzione da libera, può essere trasformata in coatta, da parte di persone che sfruttano questi giovani che vano in giro per il mondo senza un’adeguata protezione.

Nel caso di viaggi con il proprio fidanzato o fidanzata il rischio è di vivere come se si fosse adulti e sposati, ma senza la responsabilità dell'adulto o della condizione matrimoniale. Questa situazione non solo non aiuta la maturazione della coppia ma, al contrario, rende il rapporto di questi giovani più immaturo, giacché, sia la sessualità, sia l'affettività con la persona amata, sono banalizzate dalla situazione di “vacanza.” La possibilità di maturare un impegno più saldo e profondo si allontana ancora di più. Per non parlare dei rischi d’una gravidanza e quindi della possibilità di essere posti di fronte ad una condizione fisica, sociale e psicologica, cui non si era né disponibili, né tantomeno preparati.

Nella nostra società, tutti i rischi di cui abbiamo parlato sono notevolmente sottovalutati. I minori sono mandati in vacanza da soli quando ancora avrebbero bisogno di figure genitoriali o di figure d’adulti autorevoli, responsabili e preparati. Al contrario sono sopravvalutati i benefici che una vacanza con intenti “ culturali” potrebbe portare.

VIVERE DA SOLI

Come abbiamo detto molti giovani preferiscono stare all’interno della famiglia fino ad un’età considerevole poiché all’interno della famiglia hanno tutto: cibo, vestiti, oggetti e giocattoli per grandi come la moto, un’auto fiammante, la barca o il telefonino. Hanno anche i soldi, una vita sessuale spensierata, amicizie, amori, divertimento. Ciò nonostante alcuni giovani, pochi per la verità in Italia, chiedono di andare ad abitare da soli. Sia per avere più libertà, sia per sfuggire all’atteggiamento, a volte ansioso e nevrotico, della famiglia d’origine.

Bisogna incoraggiare il desiderio di vivere da soli ad una certa età?

Certamente sì. Quando il giovane ha l’età per farlo, ha quindi superato l’adolescenza, può e dovrebbe vivere autonomamente, sempre che abbia la capacità e maturità di mantenersi da solo. Non ha senso invece dare al giovane la possibilità di vivere da solo come un giocattolo in più da utilizzare. “Possiedi la macchina, i soldi, il telefonino, hai la ragazza, adesso ti pago anche la casa, il telefono, i servizi, il cibo, per vivere da solo.” Quest’atteggiamento porta a sminuire ancora di più la già tanto scarsa responsabilità dei giovani e allontana il momento della loro autonomia

Tratto dal libro di Emidio Tribulato "L'educazione negata Edizioni E.D.A.S.

 

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