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Prevenire il bullismo

 

 BENESSERE A SCUOLA: COME PREVENIRE IL BULLISMO

 

A cura di: Cristiana Butti, Silvia Cagliani, Laura Pozzi

 

 

IV Circolo Lecco

Anno scolastico 2006/ 2007

 

 

     

   

Viviamo in una società pluralista caratterizzata da un alto livello di conflittualità; nella scuola primaria, oltre a rilevare un aumento di bambini con difficoltà relazionali, egocentrici, incapaci di ascolto e di tolleranza  delle frustrazioni, fragili emotivamente, cominciano già a manifestarsi casi di bullismo, di mobbing, di prevaricazione e di aggressività non indifferenti, che diventano sempre più eclatanti nelle scuole medie.

I ragazzi che danno vita a fenomeni di bullismo spesso hanno disturbi nella regolazione e gestione delle emozioni, da cui deriva l’impulsività. Soffrono di instabilità emotiva, crisi di umore e di rabbia che tendono  a risolvere con comportamenti impulsivi, distruttivi e prevaricatori. Una delle loro più gravi difficoltà consiste nell’oscillazione tra l’inibizione delle emozioni e il rimanerne sopraffatti. Agiscono impulsivamente e con scarsa consapevolezza dei propri stati mentali.

 

                                               IL BULLISMO: DEFINIZIONE

 

Con il termine bullismo, traduzione italiana dell’inglese “bullying”, definiamo un insieme di comportamenti con i quali qualcuno compie ripetutamente azioni o affermazioni per avere potere su un’altra persona o per dominarla.

 

“Il bullismo è una sottocategoria del comportamento aggressivo, ma è un tipo di comportamento aggressivo particolarmente cattivo, in quanto è diretto, spesso ripetutamente, verso una vittima particolare che è incapace di difendersi efficacemente, perché è più giovane, o meno forte o psicologicamente meno sicura” (Fonzi, 2006).

 

Rispetto ai normali conflitti fra coetanei (anche di età molto giovane), il bullismo si distingue per la presenza di alcuni fattori essenziali:

 

  • presenza di un persecutore (in posizione up) e di una vittima (in posizione down)
  • intenzione, da parte del persecutore, di fare male, e totale mancanza di compassione verso la vittima
  • durata prolungata nel tempo, che fa diminuire l’autostima da parte della vittima, con conseguenze pesanti, come il disinvestimento verso la scuola
  • posizione di potere da parte del bullo (a causa dell’età, della forza fisica, ecc.)
  • posizione di vulnerabilità da parte della vittima, che non è in grado di difendersi da sola ed è in una situazione di totale isolamento e mancanza di sostegno da parte degli altri membri del gruppo

·         mancanza di sostegno: la vittima si sente isolata ed esposta, spesso ha molta paura di riferire gli episodi di bullismo,  perchè teme rappresaglie e vendette 

  • conseguenze: il danno per  l’autostima della vittima si mantiene nel  tempo e induce la persona         ad  un  considerevole disinvestimento dalla scuola oppure alcune vittime diventano a loro volta aggressive.

 

Si tratta di una definizione più complessa rispetto a quanto non appaia a prima vista, poiché non si riferisce ad un singolo atto, ma ad una situazione relazionale considerata nel suo svolgersi nel tempo.

 

Il bullismo si può manifestare in modi diversi:

 

 

 

BULLISMO DIRETTO

 

(attacchi aperti verso la vittima)

 

BULLISMO INDIRETTO

 

(isolamento ed esclusione intenzionale della vittima dal gruppo)

 

 

FISICO: la vittima viene colpita con pugni, calci. Le si rovinano o le si rubano oggetti di  proprietà.

 

 

Diffusione di pettegolezzi o dicerie, esclusione intenzionale dai gruppi di aggregazione.

 

VERBALE: derisioni ed insulti.

 

 

 

In tutte le situazioni di prepotenza bullistica, si presentano costantemente gli stessi ruoli:

 

  • il prepotente: di solito si tratta di una persona con deboli capacità empatiche, preferisce atteggiamenti violenti e sembra essere spinto da un forte desiderio di dominare l’altro. Se è un maschio si impone con la forza fisica, se è una femmina con la maldicenza
  • la vittima che può essere passiva, cioè  isolata o addirittura emarginata dal gruppo, oppure provocatrice, lasciata da parte perché aggressiva e collerica. La vittima passiva presenta una bassa autostima e scarsa fiducia nelle proprie possibilità, è ansiosa ed insicura e piange spesso. La vittima provocatrice, al contrario è iperattiva e facilmente irritabile
  • gli spettatori, che spesso sono indifferenti a quanto accade e, proprio per questo, corresponsabili.

 

 

                                   CAUSE E CONCAUSE DEL BULLISMO

 

Secondo gli studi effettuati negli ultimi anni, cause e concause del fenomeno sarebbero diverse, e spesso concatenate fra loro.

 

Fra le principali cause:

 

-       scarsa competenza sociale da parte di entrambi i soggetti, bullo e vittima, che potrebbe derivare dallo sviluppo di una modalità di attaccamento poco corretta nei confronti dell’adulto caregiver (di solito, la madre) durante i primi mesi di vita del bambino

-       crisi del ruolo paterno, ormai diventato troppo “amicale”. I padri, infatti, non sarebbero più in grado di mantenere autorevolezza e di insegnare l’esistenza del senso del dovere e della regola, come “limitatore della libertà personale”

-       abbassamento, da parte dei ragazzi, della soglia della violenza e del senso della giustizia, e totale concentrazione su se stessi, a causa dell’eccessiva tolleranza adottata nello stile educativo genitoriale

-       crisi di valori da parte della società adulta, che non è più in grado di offrire punti di riferimento sicuri e modelli positivi di confronto per l’espressione del disagio degli adolescenti

-       crisi di valori da parte della famiglia, soprattutto se “allargata” e portatrice di problemi a livello di relazione, che non sa più aiutare gli adolescenti e i pre-adolescenti nel processo di costruzione della propria identità. Di conseguenza, i ragazzi si rivolgono al gruppo dei pari, che diventa la “famiglia – surrogato” all’interno della quale esprimere bisogni e desideri.

 

Fra le concause è possibile ritrovare:

 

-       problemi a livello psichico di uno dei genitori (anche non conclamati)

     -     dinamiche comportamentali non contenute dagli insegnanti che hanno in carico i bambini/

Il bullismo non è un problema solo per la vittima, è un problema anche per tutte le persone che sanno che questi comportamenti avvengono nella scuola  o che vi assistono, per il clima di tensione  e di insicurezza che si instaura.

perché FERMARE IL BULLISMO?

 

  • Affinché i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze imparino ad affrontare i conflitti sociali in modi positivi per la crescita
  • per migliorare le condizioni di vita nella scuola negli ambienti di aggregazione
  • perché il bullismo fa aumentare i conflitti sociali anziché contribuire a ridurli.
  • perché chi subisce prepotenze in modo ripetuto e costante ne porta le conseguenze negative per anni e a volte per tutta la vita.
  • perché in una società “civile” le vittime vanno tutelate, sostenute e rafforzate nelle loro abilità relazionali.
  • perché il bullismo è terreno culturale e sociale favorente l’evoluzione di comportamenti devianti e delinquenza.
  • perché solo fermando il bullismo è possibile far emergere le  reali difficoltà relazionali sia dei bulli che delle vittime e di conseguenza poter attivare interventi di supporto e aiuto
  • perché le vittime possano imparare a sentire e manifestare la naturale aggressività e la rabbia nelle situazioni in cui subiscono prepotenza
  • perché i prepotenti possano essere aiutati a sentire, provare, manifestare emozioni di tenerezza e felicità.
  • affinché una cultura ed abitudini collaborative prendano il sopravvento sulla cultura della sopraffazione, della prepotenza e della violenza.
  • perché si possano spezzare le catene intergenerazionali di stili sociali ed educativi malfunzionanti
  • per poter sperare in una società migliore e a misura d’uomo in cui prevalga la tolleranza verso la diversità.

 

                                                        SCHEMA DI SINTESI

 

 

 
   

Rafforza le vittime e le toglie dall’isolamento

 
 

Contribuisce alla prevenzione della delinquenza

 
 

Costituisce il terreno sociale per l’educazione alla legalità

 
 

 

 

CONSIGLI per ALUNNE e ALUNNI

RICORDA: NESSUNO MERITA DI SUBIRE PREPOTENZE!

Se subisci prepotenze o atti di bullismo:

 

Come ti puoi sentire 

 

  • A quasi tutti è capitato qualche volta nella vita di aver subito episodi di prepotenza o di bullismo: da parte di fratelli e sorelle, dai vicini, dagli adulti o dagli altri bambini. 
  • Se tu stai subendo prepotenze, è molto probabile che ti senti spaventato/a, vulnerabile e completamente solo/a: devi farti forza e cercare di uscire da quella situazione senza arrenderti, e non arrenderti fino a quando gli episodi di bullismo non saranno finiti. Chi subisce prepotenze spesso si colpevolizza e pensa di sbagliare tutto, ma non è così!! Tutti sbagliamo in qualcosa, ma tutti abbiamo il diritto di star bene a scuola e in società.

Cosa puoi fare

 

Forse nella tua scuola sono già presenti dei sistemi per affrontare il bullismo. Ad esempio, alcune scuole:

  • hanno istruzioni anti-bullismo e procedimenti per affrontare i singoli episodi
  • incoraggiano tutti quelli che subiscono prepotenze, o che sono stati testimoni di episodi di bullismo, a parlarne con qualcuno
  • hanno le "cassette delle prepotenze" dove le persone possono lasciare dei biglietti con su scritto quello che sta avvenendo
  • hanno incontri tra studenti o perfino i "tribunali" dove i problemi come il bullismo vengono discussi e trattati dagli alunni
  • hanno incaricato alcuni studenti o insegnanti a fornire aiuto.

Se nella tua scuola ci sono alcune di queste attività anti-bullismo, usale per ottenere aiuto. Se non sai esattamente come funziona, allora parlane con un insegnante o chiedi a qualcuno di tua fiducia di informarsi.


Molte scuole però non danno la giusta importanza al bullismo
e sembrano ignorarlo. Se la tua scuola è tra queste, tu comunque non rassegnarti ad essere una vittima.

Puoi ancora chiedere aiuto in tanti modi, ad esempio:

  • Racconta ad un amico o amica ciò che ti sta accadendo. Chiedigli o chiedile di aiutarti. E' più difficile per la persona prepotente prendersela con te se tu hai un amico che ti dà sostegno.
  • Mantieni un diario di quello che ti sta accadendo. Scrivi i particolari degli episodi e le tue sensazioni. Quando ti deciderai a dirlo a qualcuno, una memoria scritta degli episodi di bullismo renderà più facile dimostrare come sono andate le cose.

 

 

Parlane con qualcuno

 

  • Parlare degli episodi di bullismo non significa "essere pettegoli" o "fare la spia"; significa semplicemente affrontare un problema. Ricorda sempre che hai il diritto di essere al sicuro dalle aggressioni e dalle molestie e non dovresti startene zitto quando vieni tormentato e ti si fa del male.
  • Parlane con un amico/a, con un insegnante o con i tuoi genitori. Ricorda che le cose non cambieranno fino a che tu non racconterai ciò che succede.
  • Di solito è difficile uscire dal bullismo per conto proprio e a volte anche con l'aiuto degli amici. Se dopo averne parlato con gli amici le cose non cambiano, pensa  seriamente di parlarne con un adulto: è l'unico modo per ottenere che il bullismo venga fermato.
  • Se hai bisogno di aiuto, non vergognarti a chiederlo. Tutti noi abbiamo bisogno di aiuto qualche volta e chiedere aiuto per fermare il bullismo non significa che tu sei un debole o un fallito.
  • Spesso, le persone non raccontano del bullismo perché hanno paura che il bullo li prenda fuori da scuola e che le cose possano peggiorare. Questa è una paura naturale, ma gli adulti possono intervenire e fermare il bullismo anche senza che il bambino o ragazzo/a che si comporta da bullo sappia chi ha parlato. Quando racconti a qualcuno di tua fiducia ciò che succede, fai presenti anche le tue paure.
  • Perfino se il bullo scopre che sei stato (o stata) tu a parlare, è sempre meglio che le cose vengano alla luce; in ogni caso gli adulti ti possono proteggere e tu devi pretendere che lo facciano ed aiutarli a trovare il modo migliore. Essere al sicuro è un tuo diritto!
  • Se dovesse capitare che le prepotenze non finiscono neppure dopo che ne hai parlato con gli insegnanti (e ne hanno parlato anche i tuoi genitori) puoi chiedere aiuto a qualcuno esterno alla scuola che possa aiutare te ed i tuoi genitori a trovare una soluzione (ad esempio lo psicologo a disposizione dei ragazzi e dei giovani, un assistente sociale, ecc.). 
  • Nei casi peggiori, quando la situazione non migliora nonostante gli insegnanti e il dirigente scolastico siano stati informati, considera seriamente la possibilità di parlarne con i vigili urbani, con le forze dell'ordine o con la polizia che si occupa dei minorenni.

Mantieniti al sicuro!

 

  • A scuola durante gli intervalli, quando siete in tanti nello stesso spazio, cerca di stare in una zona tranquilla e sicura (ad esempio nei pressi di qualche adulto, vicino a compagni che ti proteggono, ecc.).
  • Sull'autobus scolastico cerca di sederti vicino all'autista o, se usi un autobus di linea, siediti vicino a qualche adulto. Se qualcuno ti provoca prova a spostarti in un'altra zona del bus.
  • Nel tragitto da casa a scuola cerca di non restare solo/a, ma di essere sempre in compagnia di qualche amico o amica.

 

 

 

Alcuni modi per difendersi dalle prepotenze:

 

 

Dispetti o prese in giro

 

  • Di fronte alle prese in giro, anche quelle "pesanti", cerca di trovare in anticipo risposte spiritose o intelligenti. Cerca di buttarla sul ridere. Allenati a rispondere provando a casa tua davanti allo specchio. L'utilizzo di risposte preparate in anticipo funziona meglio se la persona prepotente non è troppo minacciosa ed ha giusto bisogno di essere scoraggiata. Il bullo può decidere che sei troppo "brillante" per prendersela con te.
  • In ogni caso cerca di non dare troppa importanza alle prese in giro: concentrati sulle esperienze positive della tua vita.

Provocazioni

 

  • Cerca di ignorare il bullo o impara a dire "No" con molta fermezza, poi girati e allontanati. Non preoccuparti se gli altri pensano che stai scappando. Ricordati: è molto difficile per il prepotente continuare a prendersela con qualcuno che non vuole star lì ad ascoltarlo.
  • Cerca di non mostrare che sei impaurito o arrabbiato. Ai prepotenti piace ottenere una qualsiasi reazione - per loro è "divertente". Se riesci a mantenere la calma e nascondere le tue emozioni, loro potrebbero annoiarsi e lasciarti stare. 
  • Se nonostante ciò il prepotente continua a prendersela con te, dovresti trovare il coraggio di dirlo al più presto ad un adulto di tua fiducia perchè ti aiuti a risolvere la situazione.

Percosse e prepotenze fisiche

 

  • Cerca di evitare di trovarti da solo in quei luoghi in cui sai che il bullo si diverte a prendersela con te. Questo può significare cambiare la strada che utilizzi per andare a scuola, evitare alcune zone del cortile usato per la ricreazione, o utilizzare solamente le stanze comuni o i bagni quando ci sono anche altre persone. Non è giusto che tu debba fare questo, ma può servire a far allontanare i bulli e farti vivere più serenamente.
  • Nella maggior parte dei casi non conviene andare alle mani. Spesso i bulli sono più grandi o più forti di te. Se tu fai a botte con loro potresti peggiorare la situazione, farti male o prenderti la colpa di aver cominciato il litigio.
  • Se, nonostante cerchi di evitare le risse vieni picchiato/a o ti fanno male, dillo subito ad un bidello o ad un insegnante e chiedi che scriva quello che è successo.
  • Non è un gran pregio farsi male per cercare di mantenere le proprie cose o i soldi. Se vieni minacciato, sul momento dai ai "bulli" quello che vogliono. Le proprietà possono essere sostituite, tu no. Penserai poi come denunciare l'episodio raccontandolo a qualche adulto di tua fiducia (ai genitori, a qualche insegnante, alla polizia, ecc.).

Isolamento dal gruppo

 

  • Se vieni isolato dai giochi o dai gruppi di compagni, cerca di farti qualche amico o amica: è più facile iniziare con un amico che entrare in un gruppo già organizzato. Se ti sembra che da solo non riesci, chiedi aiuto a qualche insegnante, in modo che possa proporre delle attività che ti facilitano le relazioni con i compagni.

 

 

Se vedi episodi di bullismo

 

  • Se ti capita di vedere che qualcun altro nella tua scuola subisce prepotenze parlane con un adulto di tua fiducia, il tuo intervento può essere di grande aiuto sia per chi subisce che per chi agisce le prepotenze.

 

 

 

 

 

 

                                                    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                   

 

                          POSSIBILI  INTERVENTI   EDUCATIVI DI PREVENZIONE

 

  • Educare al “sentimento”  che ci consente di distinguere cosa sia il bene e cosa il male.
  • Educare a comportamenti di accettazione, solidarietà e collaborazione. 
  • Insegnare a comunicare, in un’ottica di educazione alla pace e di prevenzione del disagio.
  • Dare obiettivi di crescita intellettuale, che producano convinzioni sulle proprie capacità, incoraggiando, valorizzando l’impegno e lo sforzo, lodando non tanto il bambino, ma il prodotto e fornire strategie diverse di apprendimento.
  • Analizzare nelle classi i prodotti imposti dai mass-media (dove la violenza è continuamente propinata, dai telegiornali, ai film, alla pubblicità che espone violentemente i suoi prodotti)
  • Educare a comportamenti corretti nei vari ambiti sociali e all’uso di registri linguistici adeguati
  • Educare alla gestione del conflitto

 

 

 

 

Negli obiettivi specifici di apprendimento per l’educazione  alla Convivenza civile dei Nuovi programmi, si parla di :

  • mettere in atto comportamenti di autonomia, autocontrollo, fiducia in sé
  • accettare, rispettare, aiutare gli altri e i diversi da sé, comprendendo le ragioni dei loro comportamenti
  • attivare atteggiamenti di ascolto, conoscenza di sé e di relazione positiva con i compagni e con gli adulti
  • esprimere verbalmente e fisicamente la propria emotività ed affettività

Nelle raccomandazioni del Parlamento europeo e del Consiglio del 18-12-06 si parla di :

  • competenze sociali e civiche di cui tutti hanno bisogno per la realizzazione e lo sviluppo    personali (v. allegato “Competenze sociali e civiche”)

 

 

                                        EDUCAZIONE   EMOTIVA

 

E’ importante avviare i bambini fin dai primi anni della scuola primaria

  • ad un percorso, strutturato in base all’età, di conoscenza e di scoperta di sé, delle proprie sensazioni, di accettazione e di rielaborazione delle proprie emozioni, di analisi dei propri comportamenti
  • per arrivare al superamento di  forme di egocentrismo e al dominio di possibili  eccessi personali nel rapporto con gli altri e in situazioni di conflittualità.
  • E’ possibile insegnare a contenere e a tollerare, senza espellere le emozioni in comportamenti impulsivi. Maturare cioè la capacità di guardare le emozioni dolorose e sopportarle, senza agire necessariamente subito.
  • Vi sono bambini che enfatizzano il vissuto di vittima ed altri il vissuto di prepotente, chi minimizza i propri comportamenti di prepotenza e chi li nega. E’ necessario quindi un intervento educativo, che abbia come obiettivo la consapevolezza di sé e dei propri comportamenti; secondo Jung la coscienza di sé, è il vero scopo della vita e solo se si è coscienti di sé, si può pensare di assumere dei comportamenti diversi e delle modalità di comunicazione e di relazione positive. La consapevolezza e il riconoscimento di un episodio di prepotenza è il primo passo del lungo cammino verso la soluzione  del problema.

 

 

E’ importante:

  • lavorare con i bambini sul concetto di autostima: autostima del prevaricatore e autostima della vittima e sul concetto di democrazia, differente dal “lasciar fare”
  • porre cura  all’acquisizione da parte dei bambini di modalità di controllo nell’uso della parola in situazioni di accordo o disaccordo e di conflittualità: capacità di autocontrollo, attenzione agli interventi degli altri, regolazione della propria produzione sulla base dei feedback ricevuti, rispetto delle norme che regolano le conversazioni.

Con la pratica del COOPERATIVE  LEARNING è possibile creare nella classe un clima di serenità e di collaborazione tra gli alunni e dei vincoli che portano alla consapevolezza che il proprio successo dipende anche da quello dell’altro.

Anche  THE PHILOSOPHY FOR CHILDREN può aiutare i bambini a sviluppare la capacità di  ragionare  in autonomia, di formulare ipotesi, di confrontarsi con gli altri e quindi a contribuire al raggiungimento di un elevato grado di consapevolezza.

Esiste un progetto dell’Unicef, realizzato sulla base della carta dei diritti dei bambini del ’96, applicato in 79 paesi del mondo, intitolato “VIVERE I VALORI” che propone una serie di attività su 12 valori: amore, libertà, rispetto, pace, unità, tolleranza, responsabilità, cooperazione, onestà,felicità, umiltà, semplicità. L’applicazione di questo progetto può aiutare a diventare consapevoli dell’indispensabilità di questi valori per sviluppare una coscienza sociale.( consultare il sito dell’UNICEF- VIVERE I VALORI)

 

                                             

                                                    ALTRI INTERVENTI

 

  • Interventi rivolti agli insegnanti e ai genitori di consulenza psicologica
  • Interventi tesi all’integrazione interistituzionale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ALLEGATO 2

 

RACCOMANDAZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO

 

COMPETENZE CHIAVE PER L’APPRENDIMENTO PERMANENTE:

 

COMPETENZE SOCIALI E CIVICHE

 

Queste includono competenze personali,interpersonali e interculturali e riguardano tutte le forme di comportamento che consentono alle persone di partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita sociale e lavorativa, in particolare alla vita in società sempre più diversificate, come anche a risolvere i conflitti ove ciò sia necessario. La competenza civica dota le persone degli strumenti per partecipare appieno alla vita civile grazie alla conoscenza dei concetti e delle strutture socio-politici e all’impegno a una partecipazione attiva e democratica.

La competenza sociale è collegata al benessere personale e sociale che richiede la consapevolezza di ciò che gli individui devono fare per conseguire una salute fisica e mentale ottimali. La base di questa competenza comprende la capacità di comunicare in modo costruttivo in ambienti diversi, di mostrare tolleranza, di esprimere e di comprendere diversi punti di vista, di negoziare con la capacità di creare fiducia e di essere in consonanza con gli altri. Le persone dovrebbero essere in grado di venire a capo di stress e frustrazioni e di esprimere questi ultimi in modo costruttivo e  anche saper distinguere tra la sfera personale e quella professionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

Banchetti G. (2002) – Il bullismo. Una visita all’Istituto degli Innocenti. – www.ilcounseling.it

Codini G. (2001) – Il fenomeno del bullismo – www.didaweb.net

Costantini A. (2005) – Ragazzi aggressivi, adulti in difficoltàwww.psiconline.it

Furioso F. (2001) – Violenza a scuola – www.digilander.libero.it

Giacca F. (2003) – Devianza minorile, disagio, disadattamento: evoluzione ed etimologia dei terminiwww.diritto.it

Quilici M. (1988) – Il ruolo del padre – in Scienza Duemila, Aprile 1988

Di Pietro M. - ABC delle emozioni - Erickson 1999

Dweeck J. - Teoria del sé - Eickson 2000

Fioravanti Spina – La terapia del ridere – Red 1999

Goleman D. - Intelligenza emotiva – Bur 2003

Marcoli A. – Il bambino arrabbiato – Mondadori 1996

Montecchi ( a cura ) F. – Modelli teorici e tecnici della psicoterapia infantile junghiana -Borla 1999

Rovagnati E.- Sentimenti a scuola – Associazione Biancospino di Lomagna- Lecco 2000

Scaparro  F. – Il coraggio di mediare – Guerini e Associati 2001

Sunderland M. - Disegnare le emozioni – Erickson 1997

Blum P. - Sopravvivere nelle classi difficili – Erickson

Sharp S. – Bulli e prepotenti nella scuola – Erickson

Carkhuff- L’arte di aiutare – Erikson

Rassegna stampa sul fenomeno del bullismo all’interno della scuola, realizzata durante l’anno scolastico 2006/ 2007 da Cristiana Butti e conservata presso la Scuola Primaria di Stato “G. Oberdan” – Lecco

Curricolo di educazione all’emotività e altro materiale prodotto durante 6 anni di laboratorio condotto nella scuola di Acquate da Cagliani Silvia  dalla classe quinta alla quinta successiva

 

Gli educatori primari: i genitori

Gli educatori primari: i genitori

Autore: Emidio Tribulato

 

 

Dice Smeriglio: “L’osservazione clinica, l’indagine psicopedagogica e le più avanzate ricerche e teorizzazioni dell’attuale psichiatria ci portano quindi inevitabilmente ad affermare che lo sviluppo di ogni essere umano si plasma sostanzialmente attraverso il rapporto con gli altri.”[1] 

Ma chi sono questi altri?

Non sicuramente gli animali i quali non sono in grado di provvedere alle esigenze d’un cucciolo d’uomo, in quanto i bisogni di quest’ultimo sono non solo notevolmente più complessi, ma essenzialmente diversi. Tanto meno sono in grado di compiere la funzione educante degli strumenti, come la TV o il computer o gli altri mass - media. Questi, anche se sono portatori di pensieri esperienze e pensieri umani, non sono in grado di modellarli continuamente sui bisogni e sullo sviluppo di un bambino, né hanno la capacità di instaurare con lui un rapporto relazionale, affettivo o di semplice vero dialogo, indispensabile per la crescita di un essere umano. Per G. Campanini: “La società digitalica può forse assicurare la formazione della ragione, non la crescita e la maturazione dei sentimenti.”[2]  A nostro avviso, come vedremo in seguito parlando dei mass – media, in realtà non riesce a fare né l’una cosa né l’altra.

 

Chi sono gli educatori di un bambino?

Ogni essere umano dovrebbe essere considerato e si dovrebbe considerare educatore.

Qualunque sia la sua età, la sua cultura, la condizione sociale e professionale, ognuno di noi, nei confronti dei nostri simili può dare, con le proprie parole e gli atteggiamenti, dei risvolti educativi di crescita personale e sociale, oppure, al contrario, può essere portatore di messaggi, indicazioni e indirizzi fuorvianti o diseducativi.

Gli educatori primari di un bambino sono i suoi genitori. Vengono poi in ordine di importanza i nonni, gli zii, i fratelli maggiori e quindi gli insegnanti e i leader dei gruppi organizzati. Fondamentali sono però anche tutte le persone impegnate nel campo della comunicazione.

Pertanto, in definitiva, gli educatori sono tutti gli adulti che si trovano in una condizione tale da poter dare un messaggio o lasciare un’impronta educativa nella realtà in cui operano: quindi lo sono anche i politici, i giornalisti, i responsabili dei mass - media, gli industriali, gli attori, i registi, gli uomini di cultura in genere, gli scrittori.    

Nessuno può, infatti, sfuggire dal chiedere a se stesso: “Che cosa io sto dando agli altri perché diventino più maturi, responsabili, sereni? Che cosa io sto negando agli altri per cui, anche se in minima parte, sto contribuendo ad alimentare ansie, tensioni, paure, disagio, comportamenti asociali? Come e perché sto influenzando in maniera negativa altri adulti, e soprattutto altri minori, facendo violenza sul loro animo o, peggio, facendo opera di corruzione nelle loro menti e nei loro cuori ?”

GLI EDUCATORI PRIMARI: I GENITORI

 

Le prime e fondamentali realtà educative sono rappresentate sicuramente dai genitori.

Questi, infatti, sono chiamati gli educatori primari, proprio perché non solo sono i primi ad accostarsi al bambino ed ad avere con lui un rapporto dialogico, ma soprattutto perché hanno, nella formazione di una nuova personalità umana il compito fondamentale. E’, il loro, il ruolo più importante e quindi anche il più gravoso e più delicato, ma è anche il più splendido.

Quali i motivi?

Innanzi tutto sono le persone che hanno desiderato quel bambino. Lo hanno amato fin da quando è stato loro consegnato tra le braccia; ma anche prima, prima di stringerlo tra le braccia, lo hanno sognato, fantasticato. Lo hanno cullato e accarezzato, già durante i giochi della loro infanzia, nelle fantasie e nei lunghi discorsi della loro adolescenza. Nella giovinezza lo hanno amato e desiderato ancor prima che si facesse realtà corporea da abbracciare.

I genitori sono quelli che danno, mediante se stessi ed il loro amore, un corpo e un cuore, una mente e dei pensieri, strumenti intellettivi e valori umani e spirituali al proprio piccolo. Con i loro geni gli forniscono il progetto per uno sviluppo umano, con le loro parole ed i loro comportamenti danno concretezza a questo progetto.  Tutti questi elementi contribuiscono a creare un legame inscindibile ed unico.

I genitori sono quelli che aspirano a prolungare la loro esistenza attraverso i figli. Insieme a questi cercano di realizzare elementi incompiuti della loro vita.

Solo attraverso i figli, infatti, possono immaginare e fantasticare l’attuazione di alcuni loro sogni, dei desideri e delle aspirazioni più profonde.

Attraverso di loro si realizzano come uomo e donna, come padre e madre. Con loro si snoda anche buona parte della loro realizzazione sociale: un bambino è qualcosa da far conoscere agli altri, da vivere insieme con gli altri, da far integrare con gli altri.

 I genitori sono quelli che riescono ad instaurare con il loro bambino, fin dal primo abbraccio, il più grande e profondo rapporto comunicativo, affettivo e d’amore.

Sono loro che trasmettono i primi elementi formativi che lo guideranno nella vita.

I genitori, infine, soprattutto per i bambini ancora piccoli, rappresentano, il loro unico, intero mondo; sono fonte di sistematica e sicura attenzione, affetto, sicurezza, calore, tenerezza, esempio. La loro realtà sarà interiorizzata mediante continui e incessanti processi d’identificazione.

 

Due genitori e non uno

Abbiamo parlato sempre al plurale. Quali potrebbero essere i motivi per i quali ogni bambino che nasce ha bisogno di due genitori e non di uno solo?[3]

In fondo molti esseri viventi, anche animali superiori, come i gatti, i cani, gli elefanti, gli orsi vivono e sono educati da un solo genitore, mentre altri utilizzano l’apporto di papà e mamma, come i gorilla, i lupi, i leoni, i castori, i pinguini ed i cigni.

I motivi vanno ricercati nella particolare complessità dell’essere umano.

Nel cucciolo d’uomo, le sue capacità affettive, le enormi potenzialità intellettive e relazionali, le grandi capacità comunicative, oltre che la sua sete di cultura, non possono essere soddisfatte solo da un genitore, ad esempio solo da una madre.

 Una donna, una madre, ha un patrimonio d’umanità immenso dentro di sé ed è capace di dare apporti preziosi per lo sviluppo del figlio. Le sue capacità comunicative, l’affettività, l’intensa sensibilità, le tenerezze che riesce a dare, sono fondamentali nell’educazione del minore.

Ma anche un papà apporta e dà elementi insostituibili di carattere, d’intelligenza, d’affettività. La forza, la linearità, il coraggio, la sicurezza, la coerenza, la fermezza, caratteristiche di un buon padre, sono altrettanto importanti degli apporti materni in tutte le età.

 

 

APPORTI PATERNI                       APPORTI MATERNI

       
 

Forza

Linearità

Coraggio

Sicurezza

Coerenza

Fermezza

 

 

 

 
 

Capacità comunicative

Affettività

Sensibilità

Tenerezza

Disponibilità

Capacità di cure

 

 

 

 

 

 

 

                                                                   

Tanto importanti gli apporti dell’uno e dell’altro che ogni bambino non può esserne privato senza averne un danno più o meno grave, in base all’età in cui è costretto a farne a meno ed in rapporto alla possibilità da parte di altre figure: zii, nonni, amici, in grado di sostituire il genitore mancante.

Purtroppo sono numerose le occasioni in cui il genitore separato, vedovo, o una ragazza madre, provano a sostituirsi al genitore assente. Una mamma cerca di sostituire il papà, un papà cerca di fare anche da mamma.

I risultati di questa vicarianza, non sono così ottimali come quando sono presenti le due figure. Kaplan riferisce che: ”Più del 50% degli eroinomani che vivono in città, appartiene a famiglie di divorziati o nelle quali è stato presente un solo genitore.”[4]

 I motivi sono diversi:

  • Ognuno di noi può dare ciò che è e ciò che ha. Difficilmente può inventarsi realtà, capacità, qualità, sentimenti, emozioni, diverse da quelle che possiede. Il patrimonio genetico, ormonale che ogni uomo e ogni donna possiede dalla fecondazione, le esperienze di vita, i vissuti relazionali, condizionano ogni attimo della nostra esistenza e non possono essere sostituiti o aggiunti ad altri, solo attraverso l’uso della nostra volontà, se non in minima parte.
  • Due realtà permettono al bambino di proiettare sentimenti interiori diversi. Quando la mamma rimprovera un bambino questa, in quel momento, può diventare ai suoi occhi l’elemento “cattivo“, da cui momentaneamente allontanarsi, per avvicinarsi maggiormente e utilizzare l’altra realtà, quella “buona”, rappresentata dal papà e viceversa. Questa possibilità gli permette di trovare sempre un elemento consolatore e quindi di non rimanere in balia dell’angoscia. Quando questo meccanismo non è possibile perché manca uno dei due genitori, il bambino sarà costretto a trovare all’esterno della famiglia l’elemento “buono” con conseguente senso di colpa, in quanto può essere vissuto come un tradimento del genitore. E’ come se dicesse a se stesso: “ Io mi allontano da mia madre, per cercare una persona che mi capisca; e questo non è giusto.”  L’altra possibilità è di chiudersi in se stesso cercando nell’intimo del proprio cuore l’elemento consolatore buono. Questa soluzione, però, è ancora più drammatica perché può portare a difficoltà ad aprirsi agli altri e al mondo.
  • Molto spesso, nella vita d’ogni persona, vi sono dei momenti di crisi, di malessere fisico e psicologico. Tali malesseri sono a volte ciclici come nella donna, il cui umore e quindi la sua disponibilità all’altro, è spesso condizionato dalla situazione ormonale. Altre volte questi malesseri sono causati dalle avverse o difficili circostanze della vita: il tradimento di un amico, un capoufficio particolarmente severo, una malattia. In queste situazioni l’avere “di scorta“, un genitore sereno, calmo, disponibile, affettuoso, è fondamentale per la salute psichica del minore.
  • Due genitori, permettono al bambino di vivere e risolvere in maniera armoniosa il legame edipico, vale a dire l’amore che per Freud ogni bambino o bambina all’età di tre - sei anni vive e prova nei confronti del genitore del sesso opposto. Se i genitori sono due, egli potrà momentaneamente e tranquillamente “innamorarsi” del genitore dell’altro sesso e successivamente, nell’età adolescenziale, potrà abbandonare quest’amore impossibile notando che l’oggetto del suo amore ama, riamato, l’altro genitore che gli è accanto. Questa realtà, che non può negare, lo spingerà e costringerà a cercare il suo amore all’esterno della famiglia. Se ciò non avviene l’amore edipico avrà difficoltà ad essere superato.  Il bambino ad esempio, non notando accanto alla madre un padre, potrà pensare che sia giusto e naturale questo suo sentimento che gli permette di sostituirsi al padre mancante, dando amore alla madre sola. Quest’amore edipico non superato lo potrà legare per molto, molto tempo al genitore dell’altro sesso impedendo lo sviluppo di un amore esterno alla famiglia.
  • Un genitore solo sarà più facilmente spinto ad un attaccamento morboso nei confronti dei figli, impedendo loro, anche se in modo indiretto, i normali investimenti affettivi al di fuori della famiglia.
  • Nel campo educativo il genitore che è costretto, o ha scelto di vivere questo ruolo da solo, si trova molto spesso in situazioni difficilmente superabili. A volte ha paura di lasciare spazio ad altre figure educative, in quanto può diventare geloso del proprio primato e del riconoscimento affettivo. Tende ad oscillare da un comportamento troppo rigido, ad uno troppo permissivo, senza riuscire a trovare il giusto equilibrio. Lo attanaglia il dubbio, l'incertezza di non fare ciò che più serve nei confronti del figlio. Non sa, non capisce quale sia il comportamento educativo più corretto. L’impossibilità di confrontarsi e di dialogare con un altro, la mancanza d’aiuto lo rende ansioso, timoroso, insicuro. Gli manca inoltre la possibilità di mediazione nei confronti dei figli che solo un altro genitore potrebbe dare.

I casi in cui è presente un solo genitore sono, purtroppo, numerosi. Mentre fino a qualche decennio fa la causa più consueta che portava a queste situazioni difficili era la morte di uno dei due coniugi e quindi la vedovanza, nell’attuale società le cause più frequenti sono altre: il lavoro, la separazione, il divorzio, la solitudine della ragazza madre.

Ognuna di queste ha delle caratteristiche e dei risvolti educativi diversi.

 

 

La vedovanza

Dati gli enormi progressi della medicina, tale situazione, per fortuna, sta diventando sempre più rara.

In queste tristi evenienze è facile che sia preesistente alla morte del coniuge uno stress familiare più o meno notevole, dovuto al travaglio a volte molto lungo causato dalla malattia, che può mettere in gravi difficoltà psicologiche, economiche, organizzative, assistenziali, oltre che affettive, il coniuge superstite.

Anche per i figli la malattia del genitore è spesso fonte di tensioni e paure; ma è anche privazione di quelle necessarie attenzioni che, in tali casi, vengono quasi esclusivamente rivolte al coniuge gravemente ammalato.

Da parte dei figli è impossibile rimuovere questa sofferenza e questa tensione, anche se il genitore superstite ed i parenti cercano, a volte, di negare o camuffare l’evento luttuoso, cercando di evitare in tutti i modi ai minori il senso di morte, allontanandoli, anche fisicamente, da tutte quelle incombenze e situazioni che glieli possano ricordare.

In ogni caso il senso del lutto ed il dolore della perdita resta. Lutto e dolore possono continuare per un tempo molto lungo, a causa di problematiche nevrotiche preesistenti che rendono difficile la loro elaborazione.

In caso di lunga e grave malattia, da parte del coniuge sano vi può essere un rifiuto di coccole e affettuosità ai figli; come sintomo depressivo, o come bisogno di vivere in maniera intensa o esclusiva il rapporto con la persona ammalata.

Al contrario si può evidenziare verso i piccoli, un morboso ed eccessivo attaccamento, come compensazione della perdita, come paura di nuove perdite, o come un modo per scongiurarle attraverso una presenza continua.

Tutto ciò comporta, a livello individuale e familiare, una maggiore fragilità psicologica.

Dopo la morte, il coniuge superstite può assumere un doppio ruolo, in modo tale da cercare di sostituirsi al genitore mancante. In altri casi vi può essere un affidamento o uno spostamento, al figlio o alla figlia maggiore, del ruolo del coniuge ammalato o defunto. In questo caso vi potrà essere una più precoce responsabilizzazione del figlio che è stimolato ad assumere un ruolo non proprio.

 Da parte del figlio o dei figli superstiti, la morte del genitore può essere vissuta in vario modo: alcuni potranno avvertirla con un senso di colpa, ricordando tutto ciò che non è stato detto, tutto ciò che non è stato fatto, gli scontri avvenuti, le difficoltà nella relazione. Altri potranno viverlo con un senso di liberazione, sia per la fine dello sconvolgimento familiare, causato dalla malattia, sia per la possibilità di riappropriarsi delle attenzioni del genitore superstite.

 

Genitori lontani per lavoro

Le cause più frequenti dell’allontanamento dei genitori dai compiti educativi sono, nel mondo occidentale, rappresentate dai normali impegni lavorativi e sociali.

Questo tipo di “normalità degli impegni” fa notevolmente aumentare il numero di “orfani bianchi.” Sono questi i figli di genitori che, pur convivendo sotto lo stesso tetto, sono talmente assorbiti dalle attività esterne, da non riuscire a dare una presenza continua, costante ed efficace. Per questi genitori le possibilità educative diventano difficili, rare e saltuarie. [5]

Il lavoro in città diverse.

Tradizionalmente era il lavoro dell’emigrante che provocava ciò. Attualmente, a questa motivazione classica, si è aggiunto l’impegno lavorativo dei genitori in città o regioni diverse. Non sono rare le famiglie in cui i due genitori vivono in città poste a centinaia di chilometri l’una dall’altra, in quanto, ognuno di loro, sente di avere diritto alla realizzazione lavorativa: “Ho studiato per vent’anni, mi sono sacrificato per ottenere questo posto di lavoro, non intendo rinunciarvi, anche se si trova in una città diversa da quella dove risiede la mia famiglia”. I diritti individuali spesso prevalgono su quelli familiari. Una coppia di nostra conoscenza,  in questo aveva raggiunto un non invidiabile primato. La loro casa coniugale era a Milano, il marito lavorava a Torino, mentre la moglie abitava e lavorava a Messina, il loro unico figlioletto invece stava con i nonni a Barcellona Pozzo di Gotto! Come avevano raggiunto questa strana situazione è presto detto: quando hanno deciso di sposarsi, poiché il fidanzato lavorava a Torino lei, giustamente, ha cercato un lavoro al Nord e l’ha trovato a Milano dove hanno comprato casa. Casa abbandonata dopo qualche mese per ritornare insieme al figlio a Messina, in quanto il vecchio lavoro era più gratificante. Ma, poiché la madre non riusciva a gestire da sola il figlio questi restava  a Barcellona Pozzo di Gotto con i nonni.

In altri casi è la speranza di un maggior benessere economico a spingere verso queste scelte: “Perché rinunciare alla promozione?” “Perché rinunciare ad un lavoro più remunerativo?” In molti casi non si può parlare di pendolarismo, ma l’assenza assume per i figli caratteri simili a quelli dell’emigrazione.

I figli rivedono il genitore lontano per lavoro, solo il sabato e la domenica o occasionalmente, addirittura solo durante le grandi festività: a Natale, a Pasqua o nel periodo delle ferie estive.

Il genitore con cui vivono, in genere la madre, coadiuvata dai nonni materni, è costretta ad assumersi quasi tutti gli oneri e le responsabilità formative. La famiglia si costruisce pertanto attorno ad un’unica figura: la madre, tranne che questa non venga assorbita più o meno completamente nel nucleo originario. In questo caso assumono maggior rilevanza affettiva i nonni.

 

Le conseguenze educative.

  • I figli sono costretti a subire la situazione presente nelle famiglie monogenitoriali, in cui vi è l’assenza di uno dei genitori, soprattutto il padre.
  • Questi, d’altra parte, non riesce, nei rari momenti in cui è presente, ad assumere un ruolo educativo coerente, lineare e stabile. Il più delle volte si limita a fare la parte del papà buono che, per motivi di lavoro, è costretto a vivere lontano dai figli, ai quali non può dare un normale apporto educativo, ma che può colmare di regali ogni volta che ritorna a casa.
  • Spesso, la separazione porta nei coniugi uno scollamento nel rapporto coniugale, a causa di gelosie, tradimenti, alleanze patologiche. La gestione della famiglia diventa di esclusivo appannaggio della madre e dei nonni, soprattutto di quelli materni.
  • La coppia, inoltre, è costretta a subire, più facili stimoli al tradimento “consolatorio” da solitudine e bisogno affettivo e sessuale non soddisfatto; con conseguenze traumatiche sul futuro stesso della coppia e della famiglia.
  • Queste famiglie, a volte, vanno in crisi allorquando il genitore lontano, o perché ha raggiunto l’età della pensione, o perché ha ottenuto l’avvicinamento, ritorna a vivere insieme alla famiglia. La causa di ciò è dovuta a difficoltà di adattamento dei coniugi e dei figli nel vivere un ménage familiare cui non erano abituati. Spesso il genitore che ritorna lamenta di essere trattato da estraneo, non si sente partecipe nelle decisioni. I figli, a loro volta, avvertono i suoi interventi educativi come un’illecita intrusione in quanto dentro il loro animo alberga spesso il risentimento per le sue prolungate assenze.
Il lavoro nella stessa città.

Anche il lavoro nella stessa città, negli ultimi decenni è diventato causa d’allontanamento e scollamento del nucleo familiare.

Oltre che un problema di quantità, il lavoro può creare problemi nella qualità della relazione.

Esso, infatti, può creare un coinvolgimento emotivo nella persona, occupando i suoi pensieri, prelevando buona parte delle sue energie, impegnando la volontà oltre i limiti accettabili dagli altri doveri e compiti, come quelli di padre e di madre, di marito e di moglie. 

Spesso è il datore di lavoro che chiede e pretende dal lavoratore, non una parte ma tutte o quasi le sue energie, la sua fantasia, il suo interesse, in modo tale da rendere l’impegno di questi sempre più produttivo. Queste richieste, non solo sono viste come sacrosante, ma anzi viene bollato di discredito il lavoratore che si occupa e preoccupa molto dei doveri familiari e coniugali, i quali vengono giudicati come esigenze sociali accessorie.

Ciò può accadere sia per gli uomini che per le donne, sia per il padre che per la madre; quando è coinvolto però solo un genitore, la presenza dell’altro accanto alla famiglia, ai figli, nella casa, porta ad una divisione dei compiti sociali. Uno dei due si assume il compito di produrre ricchezza materiale, l’altro il ruolo di produrre ricchezza affettiva, relazionale, educativa. Allorquando invece sono entrambi i coniugi coinvolti, la società, la famiglia, i figli, possono risentirne in maniera grave.

Viene, infatti, “prodotto” solo benessere materiale, mentre la povertà affettiva, relazionale, educativa, invade i singoli ed i gruppi. In definitiva, quindi, tutta la società diventa più povera.

Le reazioni di persone coinvolte in maniera pesante ed eccessiva nel lavoro intra o extrafamiliare, sono abbastanza note: l’individuo vive, pensa, respira, in funzione di ciò che deve fare, in funzione degli impegni e delle realizzazioni che ha in mente.

Tende ad estraniarsi dal coniuge, dai figli, dagli amici e dalle relazioni. Naturalmente questa pressione e stress psicologico, ha bisogno di momenti di compensazione e di fuga. Momenti che però non sono vissuti in maniera fisiologica, ma in modo eccessivo e stressante.

Per tale motivo accanto ad ore e giorni di frenetica attività, si alternano soprattutto nei giorni canonici come i sabati, le domeniche, o le notti, momenti di divertimento frenetico o di completo riposo nella speranza di recuperare e di riacquistare quanto perduto o assorbito nelle attività lavorative.

Se sul piano della tensione nervosa si recupera qualcosa, ciò produce però degli effetti negativi sulle relazioni. Queste vengono vissute in modo superficiale o nevrotico. E’ difficile l’ascolto, ed è ancora più difficile un intervento sereno e mirato al superamento dei problemi che di volta in volta si presentano.

La persona si impoverisce sempre di più, tende ad entrare in crisi ed ad accusare non colui o quella cosa che gli ha sottratto energie, ma gli altri: il marito, la moglie, gli amici, di non riuscire ad entrare in sintonia, di non riuscire a comprenderla o ad avere normali rapporti.

E’ un circolo vizioso che allontana sempre di più l’individuo da se stesso, dagli altri, dalla società.

Mentre inizialmente questo coinvolgimento è funzionale ad un miglior rendimento lavorativo, successivamente, anche il lavoro ne risente, ne soffre, ne paga lo scotto: la persona privata del suo equilibrio psicologico ed affettivo non riesce a dare e produrre quanto produceva prima. Riesce a dare poco e male, il numero degli errori aumenta e anche il rendimento diminuisce progressivamente.

 

L’impegno sociale.

Accanto alle attività lavorative ve ne sono altre apparentemente di grande spessore umano e sociale che però, sommate alle prime, producono risultati analoghi, sono le militanze sociali, politiche o religiose.

Succede a volte, e la cosa potrebbe essere comica se non fosse tragica, che mentre siamo occupati con passione ed impegno a risolvere i problemi e le difficoltà degli altri: coppie con problemi, bambini, anziani, handicappati, svantaggiati, ecc. va alla malora la nostra vita di coppia, trascuriamo i nostri figli, lasciamo soli i vecchi genitori.

Siamo soprattutto occupati a “fare”, non importa che cosa e dove, l’importante e che sia un “fare”, gratificante e qualificante fuori della propria famiglia, mentre siamo poco o nulla disponibili alla cura, all'ascolto, al dialogo con le persone che sono a noi più vicine, con le persone verso le quali dovremmo avere degli obblighi e dei doveri ben precisi.

Altre volte, e ciò avviene sempre più frequentemente, nelle ricche e opulente società occidentali, sono impegni sicuramente più futili o ludici come la cura della propria bellezza: la palestra, la piscina; oppure le cene con gli amici, i giochi, i balli ad occupare papà e mamma.

Queste ed altre attività similari, vengono però avvertite come molto importanti per la propria vita e per la realizzazione personale. Sono sentite come “bisogni” imprescindibili del corpo e della mente, quindi non si riesce a rinunciarvi o a limitarle.

I motivi di ciò vanno ricercati nell’alienazione di una società che continuamente stimola, per motivi economici a vivere senza mai accontentarsi di ciò che si ha e che si è. E’ la nostra una società basata sui beni di consumo, che spinge a comprare e consumare sempre di più, con la vana promessa di raggiungere in questo modo la felicità. E’ una società che stimola a migliorare il proprio aspetto nella prospettiva e nella speranza di sentirsi meglio. “Se sei triste e insoddisfatta è perché il tuo naso è troppo grande, il tuo seno troppo piccolo, i tuoi fianchi troppo larghi; per sentirsi meglio basta mettersi nelle mani di un chirurgo che penserà a stringere, allargare, sostenere, modellare e quindi insieme alla bellezza ti darà serenità e gioia.” E’ una società che invita al divertimento ed al piacere nella chimera di raggiungere piena soddisfazione personale.

Giacché le promesse restano solo promesse, gli inviti alla ricerca del benessere, mentre si vive nel malessere, diventano sempre più numerosi e si prolungano all’infinito.

S’innesca allora un circolo vizioso: si è invitati a superare lo stress del lavoro e della vita quotidiana acquistando di più e spendendo di più > per spendere di più e consumare di più sono necessari più soldi e più lavoro > impegnandosi di più nel lavoro aumenta lo stato di malessere e di disagio; si ritorna al punto di partenza in una spirale senza fine.

 

Conseguenze del defilarsi dell'attività educativa

Il defilarsi per motivi più o meno importanti dall’attività educativa e di accudimento comporta inevitabilmente una delega sempre maggiore verso gli “ altri.” Per l’uomo e quindi per il padre l’altro è la madre, in quanto la donna viene vista come la persona più capace di cure e di relazioni con i bambini e più efficiente nella gestione della casa. Per la donna “l’altro”, che si dovrebbe impegnare maggiormente è sicuramente il papà, in quanto tende a trascorrere più tempo nel lavoro e quindi al di fuori della famiglia.

Entrambi i genitori sono però d’accordo almeno su un punto, che ad impegnarsi maggiormente dovrebbe essere la scuola e gli insegnanti, in quanto professionisti dell’educazione e quindi pagati per svolgere tale compito! Ma anche i nonni, “ che non hanno nulla da fare”, le baby- sitter, e gli insegnanti di doposcuola, “che sono pagati per questo”.

 A sua volta questi, con il libro di psicologia e pedagogia in mano, si difenderanno dicendo, giustamente, che l’attività educativa deve svolgersi soprattutto in famiglia e che gli insegnanti hanno un compito di supporto a completamento dell’attività  dei genitori e nel frattempo affidano il bambino con problemi ad un’insegnante di sostegno o all’équipe psicopedagogiche scolastiche, le quali, a loro volta o cercheranno di stimolare la scuola ed i genitori, “ad un maggior impegno” o affideranno il bambino ad uno specialista per una psicoterapia “ che cercherà di risolvere i suoi problemi”.

                                      

 
   

Ma intanto il bambino continua a rimanere solo. Solo con i suoi dubbi e le sue perplessità. Solo con i suoi timori, le sue insicurezze i suoi bisogni non soddisfatti.

Bisogno di una presenza attiva dei genitori

La necessità in quantità e qualità di presenza dei genitori è insita nella specie, non varia, né è sostanzialmente modificabile, se non in tempi lunghissimi, al variare dell’ambiente o della società.

La necessità di dialogo, di affetto, di comunicazione, di rapporto con le figure genitoriali, di un bambino del duemila, non è, nelle sue qualità fondamentali, molto diversa da quella di un coetaneo dell’età della pietra.

D’altra parte, la probabilità che si creino paure, ansie, insicurezze se questi bisogni fondamentali non sono soddisfatti pienamente, è sostanzialmente uguale.

E’ necessario quindi che le persone che si occupano di bambini seguano la fisiologia dello sviluppo, senza mai forzarla o contrastarla. In caso contrario, lo scotto da pagare può inizialmente essere soltanto un più o meno grave vissuto di disagio, che però, a lungo andare, può avere nella sua vita futura, delle conseguenze invalidanti, come una nevrosi, un disturbo del comportamento sociale o, nei casi più gravi, una psicosi. “ Una risposta incompiuta ai bisogni infantili da parte dei genitori tende a mantenere immodificate nel tempo le richieste affettive del figlio, prolungando una condizione di profonda dipendenza emotiva che ostacola la costruzione di relazioni adulte



[1] L. Smeriglio. L’errore nell’educazione, Peloritana Editrice, Messina, 1983, p.158-159 

[2] G. Campanini, Il bambino nella famiglia: tra gratificazione e disagio, La famiglia, anno XXVII, luglio- agosto 1993, p.28.

[3] Negli Stati Uniti, secondo un  rapporto dell’UNICEF, il 50% dei bambini bianchi e l’ 80% dei bambini neri, nati dopo il 1980, trascorrerà parte dell’infanzia in una famiglia con un solo genitore.

[4] H.L. Kaplan – B.J. Sadock, Manuale di Psichiatria, 1993, Edises Napoli, p. 331.

[5] Per quanto riguarda il tempo dedicato dalle madri ai figli  Giuliana Faini riporta su Madre del Giugno 1996: “Preoccupanti a questo proposito i dati relativi al tempo dedicato ai figli: consumare pasti insieme e guardare la televisione sono infatti le attività che i genitori condividono più spesso con i propri figli. Il blocco temporale dei pasti (mediamente 9 ore alla settimana) è il più consistente, seguito da quello dedicato a giocare con i figli (7ore alla settimana), e a guardare la televisione (5 ore la settimana).

Separazione e divorzio

 

Una delle cause più rilevanti di assenza genitoriale è data dalla separazione e dal divorzio.

Il numero delle coppie che si separano o divorziano in tutto il mondo occidentale è in continuo, costante aumento. In Italia l’introduzione nel 1970 dell’istituto del divorzio, ha provocato un modo diverso di vedere e di affrontare il matrimonio e le crisi coniugali.

           Il legame matrimoniale si è trasformato, agli occhi e nell’animo di molti, da legame perenne, fonte di sicurezza, solidarietà e impegno, a legame temporaneo da cui ci si può sciogliere facilmente e unilateralmente. Naturalmente per fare ciò è necessario superare il problema educativo dei figli, ma a questo pensano studiosi compiacenti che cercano di dimostrare, arrampicandosi sugli specchi, che i figli dei divorziati non subiscono poi un gran danno dalla rottura del matrimonio o che in ogni modo è meglio vivere lontani da un genitore che vivere in una famiglia conflittuale.        

Per tale motivo il matrimonio viene sempre di più visto come un gravoso optional di un rapporto a due, in quanto gravato da minacce, da stress psicologico, economico o legale, più che come la realizzazione di un progetto agognato, una meta da raggiungere e vivere serenamente e pienamente, per cui, se nascono dissidi nella vita matrimoniale, non si cerca di affrontarli e risolverli, anche con molto sacrificio del proprio Io, ma si tende a gettare la spugna e quindi a separarsi.

         Le leggi che si sono succedute negli anni, le quali, in qualche modo, hanno interessato la coppia e la famiglia, non hanno fatto altro che peggiorare, e di molto, il clima familiare e l’intesa tra i coniugi. “ Tra moglie e marito non mettere il dito.” Questo detto popolare dovrebbe valere soprattutto per il legislatore e per la magistratura.

         L’istituto del divorzio, ad esempio, ha modificato in maniera notevole il concetto di separazione dei coniugi. Questa è vista non più come “…una pausa di riflessione consentita ai coniugi in difficoltà, per correggere comportamenti ed atteggiamenti pregiudizievoli alla prosecuzione della convivenza, bensì una fase intermedia del rapporto coniugale, spesso compromesso e proiettato verso lo scioglimento definitivo.”[1]  Cambia la prospettiva stessa della famiglia e del matrimonio, il quale viene inteso non più come uno strumento per far crescere nel modo migliore le future generazioni, ma come uno dei tanti modi in cui la coppia può vivere e amarsi.  Una realtà in cui l’individuo può realizzare se stesso e i propri bisogni. Ciò che ci si aspetta dal matrimonio è il raggiungimento di un’elevata felicità personale, mentre si trascurano gli obblighi nei confronti dei figli e della società.

 

Affidamento dei figli.

Per consuetudine giuridica, i figli sono affidati in Italia alla madre (nel 2002 nell’82,7%) Questo affidamento è legato all’uso dell’appartamento comune. Recita, infatti, l’art. 155 c.c. “L’abitazione della casa familiare spetta di preferenza e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli…” Ciò comporta, spesso, un grave disagio e un cocente senso di ingiustizia, per l’altro coniuge, costretto a uscire, a volte, dall’abitazione che con tanti sacrifici aveva contribuito a creare.

I motivi sono noti: la madre viene vista come la persona più idonea a curare, seguire, educare i figli, in quanto viene evidenziato nella femminilità quel particolare carisma capace di instaurare un miglior dialogo con il bambino e una migliore comprensione e realizzazione dei suoi bisogni. La madre, quindi, in quanto tale, è giudicata come il coniuge più adatto a seguire e educare un bambino, specie nei primi anni della sua vita. Ciò, come vedremo, è solo in parte vero se si tiene conto delle capacità nell’allevamento e nell’accudimento; invece, per quanto riguarda le regole, le norme e linee educative, l’apporto paterno in tutte le età e specialmente nell’età adolescenziale è fondamentale.  In questo momento però non è di questo che vorremmo discutere ma delle conseguenze di queste scelte giuridiche.

Il rischio è che, da parte della donna, discenda un pensiero consequenziale: “Potrò separarmi tranquillamente in quanto il giudice quasi sicuramente mi farà dare un assegno di mantenimento, mi affiderà i figli e mi permetterà di continuare a vivere nella casa dove già abito, utilizzando tutti i mobili e gli arredi che contiene, senza nulla perdere, se non un ingombrante marito.” Quest’ipotetico pensiero c’è il rischio che corrisponda spesso alla realtà se lo colleghiamo ad un altro dato statistico, il quale evidenzia il fatto che sono soprattutto le donne a chiedere la separazione ed il divorzio.

Da parte dell’uomo il discorso potrà essere diverso ma altrettanto distruttivo: “La legge riconosce l’importanza primaria della donna nell’educazione dei figli, per cui, se mi separo, perderò quasi sicuramente i miei figli, la casa dove abito, i mobili, gli arredi e una parte del reddito che dovrò dare alla mia ex come assegno di mantenimento, in compenso non dovrò più occuparmi della salute e dell’educazione dei bambini, in quanto sono le donne e le madri che si occupano di queste cose. Io potrò tranquillamente pensare ad un nuovo amore ed a nuovi rapporti affettivi”; infatti, nell’80% dei casi, l’uomo riesce a trovare un altro legame e “…il 21% di loro (dei padri) vede i figli meno di una volta al mese a due anni dalla separazione. E tale percentuale sale con il passare degli anni rompendo dolorosamente i rapporti padre-figli.”[2]  

Abbiamo cercato di tradurre anche se in modo molto rude e grossolano, ma pensiamo molto vicino alla realtà, il pensiero più probabile dell’uno e dell’altro coniuge, solo per evidenziare come certe prassi giurisprudenziali possono portare a conseguenze sicuramente non volute, ma psicologicamente prevedibili. E’ per tale motivo che vi sono numerose istanze da parte non solo delle associazioni degli uomini separati, ma anche da parte di associazioni cattoliche, che hanno a cuore il futuro delle famiglie e delle nuove generazioni, affinché tale prassi cambi sostanzialmente.

Si vuole che in queste tristi situazioni si esaminino con accuratezza le reali possibilità e capacità educative dell’uno e dell’altro coniuge. Soprattutto si tenga conto delle reali necessità del bambino ad avere non uno ma due genitori educandi, quindi si attui, per quanto possibile, un affidamento congiunto.

L’affidare ad entrambi i genitori la cura e l’educazione del bambino così come si profila nella nuova legge, sicuramente non risolverà tutti i problemi educativi, in quanto persisteranno molti dei problemi di cui parleremo. In compenso, questo atteggiamento, potrebbe dare ai genitori un segnale ben preciso: i figli hanno dei diritti che travalicano le problematiche, le scelte e i bisogni individuali e personali dei loro genitori. Una nuova formulazione dovrebbe portare, se non altro, ad una maggiore responsabilità da parte di tutti.

 

Il padre separato.

Chi è il padre separato?

Può essere un uomo che in solitudine lecca le ferite ricevute nel matrimonio, soprattutto negli ultimi periodi che hanno preceduto la separazione. Periodi questi ritenuti dagli psicologi tra i più tesi, stressanti e drammatici che un individuo può subire durante tutta la sua vita (nel punteggio degli stress al primo posto vi è la morte del coniuge, al secondo il divorzio, al terzo la separazione coniugale). Quest’uomo spesso cerca una rivincita che lo compensi, in qualche modo, della sofferenza subita.

Può essere lo sposato, finalmente di nuovo scapolo, che approfitta della sua ritrovata posizione e della nuova condizione di libertà per fare nuove conquiste, trascurando la famiglia d’origine che avverte carica di tensione e aggressività verso di lui.

Altre volte è il padre affettuoso che cerca la continuità nel rapporto con i figli, che si lega con altri padri in associazioni per rivendicare il diritto alla paternità, all’affidamento e all’educazione della prole.

 In rari casi, per fortuna, potrebbe essere il padre disperato che, pur di non concedere l’amore e l’educazione dei figli alla moglie, preferisce uccidere questa e togliersi la vita.

Ancora può essere l’amante che spera in un riavvicinamento della propria compagna. Ascolta e interpreta, a volte in maniera ottimistica, ogni telefonata o sguardo che possa essere interpretato come il rinascere di un sentimento d’amore, la scintilla di una nuova e ritrovata passione.

Al contrario potrà vestire i panni dell’amante deluso che cerca in tutti i modi di vendicare i torti e le angherie subite da parte della sua ex compagna anche mediante l’uso della violenza.

Può essere un uomo che esclude ogni rapporto affettivo con una donna o, al contrario, che cerca in un altro essere femminile ciò che non ha trovato nella prima moglie: una presenza, un affetto, una compagnia, un amore.

La madre separata.

Anche la donna separata può vivere molte delle realtà maschili che abbiamo descritto ma, poiché si sente dalla legge economicamente protetta e più appagata nel suo ruolo di madre che, a differenza del padre, in giudizio non le viene quasi mai negato, raramente arriva ad atti inconsulti.

Il suo vissuto si caratterizza soprattutto, per un legame più stabile e continuativo con i figli che le sono affidati. Legame che però difficilmente riesce a vivere in maniera serena e produttiva. 

Per difficoltà intrinseche al suo essere femminile, senza l’apporto di un uomo ha difficoltà ad essere guida serena, equilibrata e lineare per i figli.

In quanto coinvolta anche lei in una spirale fatta d’aggressività, di difese e di sospetti non riesce a garantire loro un minimo di serenità ed equilibrio.

Bisognosa di un appoggio morale e materiale, è portata molto spesso ad essere riassorbita nella casa paterna, regredendo di nuovo al ruolo di figlia. Infine, poiché più coinvolta nel ruolo di madre, più raramente dell’uomo riesce a trovare con un nuovo compagno un sano e sereno rapporto affettivo.

Difficoltà educative nei separati e divorziati

Il mondo del bambino inizialmente è limitato alla propria casa e ai propri genitori, per tale motivo è diverso dal mondo degli adulti che è ampio, perché fatto di numerosi e complessi rapporti familiari, amicali, professionali e di mille conoscenze. Compito degli adulti dovrebbe essere pertanto quello di dargli un mondo pacifico anche se non dell'Eden; invece, quando avverte tra loro conflitto, freddezza, aggressività, tutto il suo essere è pervaso, sconvolto e squassato dal conflitto, dall'aggressività, dalla tensione; pertanto ogni disturbo della relazione dovrebbe essere ”curato” o con l’aiuto di persone mature e responsabili o mediante specialisti nella terapia della coppia e della relazione.

D’altra parte, anche quando la separazione è già avvenuta, le conseguenze e le tensioni non diminuiscono di molto. Per tutti questi motivi, nel caso di separazione o di divorzio, è raro che entrambi i genitori riescano a seguire e curare l’educazione e la crescita dei figli in maniera adeguata, a causa della mancanza di stima, affetto, apertura e disponibilità reciproca e a motivo della perdita d’autorevolezza. Inoltre, lo scontro tra i genitori, che spesso si trasforma in guerra aperta, coinvolge anche i figli che sono costretti a schierarsi con l’uno o con l’altro.

In genere questi tenderanno ad allearsi con il genitore al quale sono stati affidati, in quanto  è il genitore più vicino, quello che li cura di più, ma anche quello che ha tutta la possibilità di parlare male dell’altro, senza che quest’ultimo possa difendersi.

    Lo schierarsi, porta inevitabilmente ad una perdita di stima e quindi di autorevolezza nei confronti del genitore avvertito come colpevole. A sua volta, quest’ultimo, non sentendosi più amato e rispettato, tenderà a rispondere con altrettanta acredine o con freddezza.

Il rapporto genitori – figli, pertanto, si deteriora rapidamente, e molto spesso anche definitivamente.

         Da ciò nasce quella “lacerazione interna” di cui parlano i figli dei separati o divorziati.  Lacerazione in quanto, ogni figlio vorrebbe apprezzare e amare entrambi i genitori.

Dalla lacerazione discende il frequente vissuto di colpa.

Non è raro, come conseguenza di quanto abbiamo detto, il rifiuto del figlio di restare anche per poche ore con il genitore non affidatario, sia per sfuggire al senso di colpa e alla tensione interiore, sia per l’acredine reciproca, che spezza rapidamente i legami affettivi preesistenti.

Più raramente, specie nel periodo adolescenziale, con la fine della fase edipica, può accadere che il genitore accusato, diventi quello con cui il figlio convive. Ciò è facilitato dall’atteggiamento polemico e contestatore caratteristico di quest’età e dalla necessità, da parte del genitore affidatario, d’interventi educativi tendenti a limitare o reprimere i comportamenti e gli atteggiamenti più problematici.

L’adolescente tenderà allora a manifestare aggressività, irritabilità ed atteggiamento dispettoso ed irrispettoso nei confronti del genitore che si cura di lui e che vorrebbe, anche per questo, tutta la sua solidarietà e comprensione. La risposta di quest’ultimo, a tali accuse ed aggressività che ritiene assolutamente illegittime ed ingiuste, scatena spesso altrettanta aggressività e rifiuto verso il figlio ritenuto immeritevole di tanti sacrifici.

Manca spesso inoltre, in queste situazioni, un dialogo efficace.

Questo, che dovrebbe essere continuo e spontaneo, è limitato per il genitore non affidatario alle poche ore settimanali concesse dal giudice, spesso in un clima di sospetto e diffidenza reciproca. Per il genitore affidatario, invece, la difficoltà nasce soprattutto dalla carenza di una figura che l’aiuti, l’accompagni, e lo collabori nell’attività educativa, ma anche dall’essere costretto ad assumere un doppio ruolo, maschile e femminile, di padre e di madre. 

Inoltre, per accaparrarsi l’amore del figlio conteso, è frequente la tendenza, in entrambi i coniugi, ad essere più permissivi di quanto si sarebbe voluto e si dovrebbe; come conseguenza di ciò si ha, nei figli, una frequente presenza di comportamenti capricciosi ed infantili.

E’ nota, inoltre, l’utilizzazione di questi con lo scopo di aggredire l’altro coniuge. Tale aggressività e bisogno di vendetta possono durare molti anni: se c’è qualcosa di duraturo nella coppia separata o divorziata è la loro reciproca aggressività, capace di durare per tutta la vita. I figli sono spesso utilizzati come arma impropria per minacciare, colpire, sfruttare, assoggettare, difendersi dall’ex marito o moglie. Nel momento della separazione, frequentemente, ognuno dei coniugi cerca di togliere qualcosa all’altro, di ferire, sminuire e far del male all’altro. Da ciò la frase abusata, ma vera, che “i genitori separati litigano a colpi di bambino”, cioè utilizzano il bambino per farsi del male.

Le minacce sono spesso del tipo: “Se non mi dai più soldi non ti faccio vedere i figli.” “Se mi chiedi troppo, ti tolgo il figlio più amato” ecc.. I minori spesso avvertono di essere usati come arma o mezzo di scambio e ricatto per cui la stima nei confronti dei genitori, intesi come adulti responsabili, forti, equilibrati, fonte di sicurezza, serenità e amore, non può che risultare gravemente compromessa.

Il coinvolgimento dei parenti e degli amici, nei casi di separazione o di divorzio, è frequente. Anche loro, vuoi spontaneamente, vuoi perché trascinati nella contesa, si sentono moralmente costretti a schierarsi, dividendosi per l’uno o l’altro fronte. Con ciò, alimentando e accentuando gli elementi di rottura ed inimicizia, privando così, sia l’uno che l’altro coniuge, dell’apporto amicale.

Ricco poi di complesse problematiche interiori è, per i figli, l’accettare la presenza di un’altra persona accanto al proprio padre o alla madre.

E’ molto facile, infatti, che la solitudine, il bisogno di dialogo, di affetto e di una vita sessuale normale, spinga alla ricerca di un nuovo partner. Ciò disturba notevolmente l’immagine che ogni figlio tende a farsi dei propri genitori e della propria famiglia. Il genitore per i figli è circondato da un alone di serietà e purezza particolare. Un padre non si fidanza: lo ha già fatto una volta con la mamma e basta. Non corteggia, non s’innamora, non ha rapporti sessuali, non si sposa con altre donne. Per il figlio queste realtà possono solo riguardare il passato, ma non il presente. Nel suo immaginario i rapporti sessuali sono accettati già con molta difficoltà solo nei confronti della propria madre o padre, con estranei sono visti e giudicati come una cosa impudica e sconcia.

Tra l’altro, oggi, vi è la tendenza, da parte di genitori sempre più infantili, di far partecipare i figli delle proprie esperienze amorose. Per cui, mentre prima l’amante era presentato come un amico, fino a pochi mesi prima del matrimonio, oggi i figli sono costretti a partecipare a tutta la vita amorosa e sessuale dei genitori. Da ciò un accentuarsi del disagio interiore e del giudizio negativo verso di loro e gli adulti in genere.[3]  

Anche in questo caso si prospetta, come risolutore del problema, “l’adattamento.” Si dice: “I figli, come i coniugi, si devono adattare alla nuova situazione.” Ma a quale prezzo? Vale, anche in questo caso ciò che abbiamo detto prima sull’adattamento.

Con il nuovo matrimonio o convivenza vi è l’inserimento di nuove figure che si pongono come paterne o materne.

Se si tengono in giusto conto le caratteristiche così particolari di unicità, globalità, indissolubilità del rapporto genitore - figlio, si comprenderà bene come l’inserimento di figure che dovrebbero aggiungersi o sostituire quelle che lui conosce e che si sono profondamente radicate nel suo animo, sia traumatico e fonte di conflittualità interiore notevole. Spesso quest’inserimento porta a dei giudizi severi da parte dei figli: “Perché lo ha fatto, forse io non gli/le bastavo?”

Il nuovo compagno difficilmente sarà accettato pienamente e quindi non potrà avere, nei confronti dei figli non propri, quella dignità, quell’autorità e responsabilità che sono appannaggio del vero genitore.

Se poi, come spesso avviene, con il nuovo matrimonio si aggiungono anche altri figli di precedenti unioni, le dinamiche relazionali si complicano ulteriormente. Questi, infatti, sono portatori non solo di un diverso patrimonio genetico e un diverso cognome, ma anche di diverse esperienze educative. Portano, nella nuova famiglia, tutta una rete di dinamiche affettive e relazionali che è difficile gestire in maniera corretta. I rapporti tra fratelli sono molto conflittuali per loro natura. Questa conflittualità non può che aumentare nelle famiglie così dette “allargate o multiple”, giacché le diverse appartenenze dei fratellastri accentuano le gelosie, le invidie, le rivalità.

Diminuisce quindi il senso di appartenenza familiare e il grado di sicurezza ed integrità nei confronti del mondo esterno.

Si sono paragonate questo tipo di famiglie alle parentele spirituali dei padrini e delle madrine o alle famiglie patriarcali. Nulla di meno vero di questo. Le famiglie patriarcali avevano dei saldi e inequivocabili legami di stile educativo e di sangue, che le tenevano unite attorno all’anziano patriarca, cosa che manca completamente in questo tipo di unioni, nelle quali l’elemento disgregante è prevalente ed i genitori non solo non hanno il carisma del patriarca, ma somigliano piuttosto a dei giovani naufraghi in cerca di una tavola su cui aggrapparsi. Né si possono paragonare alle parentele spirituali date dalle madrine e dai padrini, poiché queste nascono da scelte, operate dai genitori, di persone che s’impegnano a restare vicini ai minori nei loro bisogni spirituali. Quindi sono persone di aiuto e supporto ad una famiglia chiaramente definita e stabile nella sua composizione.

Molto spesso i conflitti si evidenziano già prima che si sia formato un nuovo vincolo. Alcuni figli lottano per restare con i nonni o altri parenti. Altri preferiscono defilarsi dalla nuova situazione vivendo da soli, piuttosto che con il nuovo patrigno o matrigna o con gli altri fratellastri. Il nuovo venuto, ed i suoi parenti, sono visti come figure minacciose pronte a sottrarre loro il vero genitore o come ladri desiderosi di rubare loro il suo affetto.

In molti casi il nuovo fidanzato o la nuova fidanzata, i loro figli ed i loro parenti sono vissuti come persone che sconvolgeranno un equilibrio interiore che con tanta fatica erano riusciti ad conquistare.

Altri figli infine, pur rimanendo in apparenza nel nuovo nucleo familiare cercano e trovano all’esterno, nel branco, negli amici, nei coetanei o in qualche altro adulto, quella serenità, continuità e stabilità che ogni minore desidera ardentemente.

La presenza nella stessa casa di persone che non presentano lo stesso patrimonio genetico, nuovi genitori, fratellastri, sorellastre, fa aumentare il rischio di promiscuità, violenze sessuali ed incesto, all’interno della famiglia.

I figli dei separati e dei divorziati, in ogni caso, sono costretti a farsi carico di responsabilità eccessive e sproporzionate, spesso non gestibili in maniera efficace e serena. Ciò in quanto, il genitore che è rimasto solo a dover affrontare i mille nuovi problemi di sopravvivenza e per giunta in un clima di conflittualità, facilmente avverte il bisogno d’appoggiarsi all’affetto e al consiglio del figlio per far fronte ad un futuro incerto ed oscuro; tenderà, allora a trattare il figlio come se fosse un sostituto dell’ex coniuge. Ciò spinge il minore ad assumere il ruolo di capofamiglia e di confidente dei problemi economici o sentimentali del genitore.[4] 

D’altra parte il figlio, venendo a contatto con l’infelicità genitoriale, è obbligato a diventare precocemente adulto per sostenere e rassicurare il proprio genitore –bambino.

Questi avvenimenti segnano per sempre in modo negativo lo stato psichico dei minori.

Conseguenze psicologiche.

Più aumenta il numero delle persone con immaturità, o con disturbi psichici, più si deteriora il tessuto sociale attuale, mentre viene compromesso il futuro stesso della società.

Le conseguenze psicologiche di quanto abbiamo detto possono essere, nei minori di famiglie separate o divorziate, molto gravi e numerose. L. Cian evidenzia: “ …la presenza di carenze affettive, la mancanza di equilibrio e di formazione di una identità personale stabile (la cosa sembra più grave se vi è differenza di sesso fra il genitore affidatario ed il bambino), sensibili deficit cognitivi nell’apprendimento, minore efficacia nell’interiorizzazione dei modelli normativi, solitudine, depressione, difficoltà a mettersi in relazione, più elevato rischio di comportamenti devianti, maturazione precoce in qualche modo forzata (specie se il genitore affidatario è molto assente dal nucleo familiare).”[5]

Lo stesso autore evidenzia che a scuola gli insegnanti constatano in questi bambini di genitori separati “ tristezza, depressione, condotte asociali o antisociali, pigrizia e mancanza d’impegno, fenomeni d’autocolpevolizzazione rispetto alla separazione dei genitori.”[6]

Altri autori evidenziano: ansia per il futuro, solitudine, confusione, depressione, aggressività, disturbi dell’apprendimento e del comportamento, senso di perdita e del lutto. Più grave quando vi è un figlio unico che quando vi sono più fratelli e sorelle.[7] 

 

 

“ Per un bambino è inconcepibile vivere separato dalla propria famiglia, poiché in quell’ambiente trova le radici del suo esistere, il significato della sua appartenenza, il senso del divenire persona adulta.”[8]

 Ciò evidentemente aggrava, in maniera esponenziale, le problematiche della comunità in quanto più aumenta il numero delle persone con immaturità, o con disturbi psichici, più si deteriora il tessuto sociale attuale, mentre viene compromesso il futuro stesso della società.

Nel caso dell’adolescente è facile che tenda a cercare al di fuori della famiglia e dell’ambiente di vita, quella serenità, quelle attenzioni, quella gioia di cui è stato privato, purtroppo, a volte, affidandosi ad altri giovani o adulti che non solo non sono in grado di dare un aiuto efficace, ma tendono a proporre comportamenti e stili di vita gravemente a rischio.

Si è cercato di quantificare il rischio corso dai figli di genitori separati, il cui padre è assente sul piano educativo e si è visto che è triplo il rischio di difficoltà scolastiche e nella socializzazione; doppio il rischio per quanto riguarda il subire violenze, abusi, l’uso di droghe, di fumo e d’alcool.



[1] S. Arena, La famiglia in tribunale, Giuffrè editore, 1998, p.3.

[2] M. Blangiardo, Essere genitore quando…?, Famiglia oggi,  AnnoXXVI, 3, marzo 2003, p.25.

[3] P. Lombardo, Educare ai valori, Edizioni Vita Nuova, 1997, p. 97.

[4] P. Lombardo, Crescere  per educare, Edizioni dell’aurora, 1994, p. 94-95.

[5] L. Cian, Educhiamo i giovani d’oggi come Don Bosco, Editrice ELLE DI CI – Torino, 1989, p. 127

[6] L. Cian, idem.

[7] P. Lombardo, Educare ai valori, Edizioni Vita Nuova, 1997, p. 99

[8] P. Lombardo, Educare ai valori, Edizioni Vita Nuova, 1997, p. 89.

La gelosia e la rivalità tra fratelli

LA GELOSIA E LA RIVALITÀ

TRA FRATELLI

 

Nel sentimento della gelosia è presente il timore di perdere l’altro o qualcosa dell’altro: la sua presenza, il suo amore, gli apporti materiali, affettivi o spirituali che l’altro ci elargisce.

Gelosia può provare il bambino quando nasce il fratellino o quando il papà bacia la mamma. E’ gelosa la madre quando il figlio osa dare più baci alla nonna o alla tata che a lei. E’ gelosa l’amica quando a scuola la compagna del cuore le fa il torto di sedersi con un’altra bambina. E’ geloso anche l’impiegato, quando il capufficio mette vicino a sé nella sua stanza per aiutarlo un altro dipendente e non lui.

Questo sentimento, poiché tutte le persone almeno una volta nella vita l’hanno avvertito, e poiché è sicuramente presente in tutte le età ed in entrambi i sessi, non è di per sé segnale di patologia.

Anzi, poiché in tutte le relazioni è sempre presente il sentimento d’appartenenza, la paura di perdere qualcosa che sentiamo come nostra, la gelosia è un sentimento fisiologico ed indispensabile, in quanto mette in moto l’istinto di difesa che tende a proteggerci e a tutelarci dalla perdita di un elemento importante o fondamentale per la nostra vita e per il nostro benessere psicologico, fisico o spirituale.


La gelosia patologica

Se, però questo sentire è molto forte e coinvolgente e se si accompagna anche ad altre problematiche del bambino, specie se si abbina a manifestazioni di tipo regressivo, possiamo senza dubbio catalogarlo come un segnale importante della sua sofferenza interiore da affrontare nel modo dovuto. Le manifestazioni che ci devono mettere in allerta riguardano soprattutto una serie di comportamenti inusuali. Se il sentimento di gelosia patologico è provato, come di solito avviene,  dal fratello maggiore  si possono avere manifestazioni come:

  • assumere dei comportamenti più infantili rispetto a quelli che aveva precedentemente, per cui, ad esempio, il bambino vuole mangiare le stesse pappe del fratellino più piccolo o succhiare il latte dal biberon;
  • perdere il controllo degli sfinteri che aveva già conquistato;
  • ritornare nuovamente a strisciare o camminare carponi;
  •  voler ritornare a dormire nel letto dei genitori;
  • dimostrare una spiccata ed evidente aggressività verso il nuovo venuto sia con le parole che con i comportamenti. “Mamma perché non lo regaliamo alla zia Anna che non ha figli il fratellino?” O peggio: “Perché non lo rimandiamo indietro all’Ospedale dove l’hai preso?”
  • temere che la venuto del fratellino sia causa dal suo comportamento “cattivo”.[1] “È vero mamma che se io sono buono il fratellino lo mandi via?”

In questi casi, se ci prendiamo la briga di indagare la realtà del bambino, prima della nascita del fratellino, ritroviamo quasi sempre, già presenti ed attive, alcune problematiche psicologiche le quali, anche se non manifestate in modo eclatante, così come sono i comportamenti regressivi, già disturbavano la normale vita relazionale del minore.

La controprova , di quanto abbiamo detto, la ritroviamo nell’esame di molti bambini che vivono un buon rapporto con i propri genitori. Questi,  avendo vissuto in un ambiente sereno, sazi di amore, attenzione e dialogo non manifestano alcun sentimento di gelosia nei confronti del nuovo venuto; anzi, la presenza di un fratellino o di una sorellina risveglia, fa maturare e attiva, sentimenti materni e paterni,  fatti di gioia, tenerezza, protezione e amore.

Pertanto, quando la gelosia si manifesta in modo eclatante, la nascita del fratellino è solo l’ultima goccia che fa traboccare il vaso, è solo quell’evento in più che si innesta prepotentemente sulla psiche di un bambino già fragile e affettivamente carente. È molto difficile, infatti, essere costretti a dividere qualcosa con altri, quando si è poveri! Com’è altrettanto difficile armonizzare nella propria vita interiore un evento così importante, quando già il proprio Io si barcamena con difficoltà in un fragile equilibrio.

 

La gelosia di Antonio

Quando è nato il fratellino Antonio aveva quasi quattro anni, per cui la madre si è molto meravigliata dei diversi sintomi regressivi e dei comportamenti che il bambino manifestava. Il figlio era ritornato a gattonare, metteva tutto in bocca come un bambino piccolo, qualche volta voleva essere imboccato. In assenza della madre cercava di aggredire il fratellino e, quando la donna allattava il neonato, egli andava in un’altra stanza e “buttava tutto in aria” manifestando così la sua collera. Se era nervoso, e voleva fare qualcosa che gli veniva proibito, scagliava tutti ciò che aveva in mano sui muri ma anche addosso alle persone. Si calmava solo davanti alla TV , che voleva accesa per tre-quattro ore al giorno.

Il padre di Antonio veniva descritto come un uomo tranquillo ma che aveva poco tempo da dedicare ai figli. La madre si descriveva come una donna più autorevole e aggressiva del marito, molto attenta all’ordine e alla pulizia. I motivi di contrasto della donna con il figlio erano nati  quando il bambino era molto più piccolo, proprio a causa del bisogno eccessivo di ordine e pulizia da parte della donna e dal suo desiderio di farsi ubbidire prontamente dal figlio. Bisogno e desiderio che si scontravano con il disordine provocato in casa da Antonio e con i suoi comportamenti disubbidienti.

 Il rapporto tra la madre e il figlio era poi peggiorato durante la gravidanza del fratellino. In quel periodo erano diventati molto più frequenti i rimproveri, le punizioni e anche gli schiaffi, in quanto il bambino era diventato più nervoso, si mordicchiava le unghie, era più aggressivo nei confronti della madre, più irritabile e lamentoso.

 

Tratto dal libro di Emidio Tribulato "Il bambino e l'ambiente" -Volume unico

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[1] ISAACS S. (1995), La psicologia del bambino dalla nascita ai sei anni e Figli e genitori, Roma, Newton, p. 79. 

Il pianto

Il pianto 

 

Per pianto si intende “ il comportamento espressivo caratterizzato da secrezione lacrimale, modificazione della respirazione e compartecipazione di tutto il corpo che esprime, come il riso, una reazione emotiva tesa a scaricare tensione.”[1]

Il pianto negli adulti.

Piangiamo quando siamo colpiti da un intenso dolore o fastidio fisico o morale, oppure da una forte emozione. Piangiamo quando vogliamo comunicare alle persone care la nostra intima sofferenza, affinché meglio ci capiscano, ci ascoltino e consolino. Ma piangiamo anche per sfogare e liberare il nostro animo dalle eccessive tensioni e preoccupazioni, perché sappiamo che, dopo aver versato molte lagrime, ci sentiamo meglio, ci liberiamo, siamo più sereni e distesi. Ma, stranamente, noi adulti piangiamo anche quando ciò che vediamo o sentiamo stimola notevolmente il nostro riso.

Le donne piangono notevolmente più degli uomini, tanto che nel periodo premestruale basta un nonnulla per scatenare questa intensa reazione emotiva. Naturalmente si può anche piangere fingendo, come fanno gli attori, senza essere colpiti da alcuna vera emozione. In questo caso il pianto può essere uno strumento per piagare l’animo altrui ai nostri bisogni, desideri e capricci.

Il pianto nei bambini.

Nessun adulto, però, piange quanto un neonato, il quale, tra l’altro, può strillare senza lacrime, data l’immaturità del dotto lacrimale.

La facilità del neonato al pianto è dovuta a vari motivi:  

  1.  il loro sistema nervoso è ancora immaturo. Questa immaturità li porta ad avere un difficile e precario equilibrio emotivo che scatena con molta facilità questa reazione emotiva.
  2. il neonato ha notevoli difficoltà a comunicare i suoi bisogni. Per l’adulto è facile, utilizzando il linguaggio verbale dire ciò di cui ha bisogna, ciò lo preoccupa, ciò che lo soddisfa, ma anche ciò che gli crea ansia e tensione interiore. Per il neonato tutto ciò è impossibile e. quindi, deve necessariamente fare affidamento alle capacità empatiche della madre o di chi ha cura di lui;
  3. un terzo motivo viene suggerito dagli psicanalisti, i quali giudicano il pianto del neonato conseguente alla perdita della loro primitiva condizione di beatitudine all’interno dell’utero materno;
  4. Un quarto motivo può essere ricercato nel fatto che, per neonato, sia il mondo esterno a lui sia quello interiore, sono delle realtà ancora tutte da scoprire e da conoscere, prima ancora che da controllare e da gestire. Egli si ritrova nelle condizioni nelle quali potremmo imbatterci noi adulti in un paese straniero, se ci accade di trovarci senza denaro, senza alcun punto di riferimento ma anche senza conoscere la lingua ed i costumi del luogo.
Lo scopo del pianto del neonato

I mezzi di comunicazione del bambino piccolo sono rudimentali e primitivi, per cui il pianto è la prima e la più importante forma di comunicazione col mondo, ed ha lo scopo di attirare su di sé l'attenzione dei genitori o di chi si prende cura di lui .

Con il pianto il bambino comunica i suoi fastidi, le sue sofferenze, le sue pene, i suoi patimenti, sia fisici sia psicologici: “Ho freddo, ho caldo, ho fame, ho sonno, ho sete, ho male al pancino, sono nervoso, sono teso, sono stanco, la mia pelle è irritata” e così via.

Con il pianto il bambino comunica anche le possibili richieste per sopperire ai suoi bisogni. Se il neonato potesse tradurre le sue esigenze in parole queste sarebbero di questo tenore: “Ti prego mammina coprimi di più ho freddo”. O al contrario: “Cosa aspetti a togliermi di dosso questa benedetta coperta che è troppo pesante e mi soffoca”. “Dammi da mangiare, il mio pancino è vuoto e borbotta”. “Possibile che non ti sei accorta che il pannolino è sporco e che la mia pelle delicata si è irritata?”. “Forse ho ingurgitato troppo latte e troppo in fretta, ho male al pancino. Aspetto da te un bel massaggio e sono certo che mi passerà”. “Sono stanco, che giornataccia! Tutti che mi volevano baciare! Tutti che parlavano a voce alta! Ho proprio voglia di fare una bella e sana dormitina, per rilassarmi un po’. Ti prego di fare in fretta tutte le incombenze necessarie per mettermi a letto. Non c’è la faccio più !“

 Mediante il pianto, quindi, il bambino, soprattutto la sera, dà sfogo alle tensioni accumulate durante la giornata, in quanto, piangendo, si produce un ormone antistress che lo fa sentire meglio. Visto in quest’ottica questa particolare reazione emotiva è come una valvola che permette al bambino di sfogare l’eccessiva tensione interiore.

In questo senso il pianto protegge il piccolo dalla fame, dalla sete, dal raffreddamento, dall’eccesso di calore, dalle situazioni di stress e così via. Per tali motivi è lo strumento più idoneo, più appropriato ed adeguato, per soddisfare i propri bisogni e per la rimozione delle circostanze spiacevoli. Tra l’altro quando la madre si prodiga per il suo piccolo con coccole e tenerezze, anche se non riesce a togliere la causa del suo pianto, ottiene lo scopo di diminuire l’angoscia del figlio.[2]

Il pianto come capriccio

Un bambino può piangere anche per soddisfare un suo momentaneo capriccio: avere un giocattolo non suo, ottenere un cibo proibito, aver concesso il permesso di stare più tempo davanti alla TV, e così via. I genitori, in base alla loro personalità e allo stile educativo: permissivo, autorevole o autoritario, assumono comportamenti diversi. I genitori permissivi o ansiosi sono di solito troppo attenti a vedere in ogni pianto un bisogno da soddisfare. Quelli autoritari, al contrario, giudicheranno buona parte di questi comportamenti come capricci ai quali non dare seguito. Solo i genitori autorevoli, equilibrati e sereni sapranno rispondere in maniera adeguata e quindi metteranno in atto l’atteggiamento e il comportamento più idoneo e più opportuno.

Il pianto come espressione di una sofferenza psicologica

Le più frequenti sofferenze psicologiche del bambino molto piccolo sono le paure. Il bambino può spaventarsi per molti motivi: per le troppe attenzione di una persona a lui estranea, per dei rumori improvvisi, perché qualcuno ha alzato troppo il tono della voce, perché il fratellino, a volte senza volerlo, gli ha fatto male. Altre volte si spaventa in seguito a una caduta o per aver perso l’equilibrio anche se non si è fatto alcun male. In molti casi, pur non avendo subito nessun trauma fisico, piange per la paura che ha provato o per i visi allarmati, irritati o ansiosi che vede attorno a lui.

 Il pianto come espressione di collera e rabbia

Quando l’ambiente vicino a al piccolo, nonostante tutti i suoi sforzi di comunicazione, non comprende o non soddisfa i suoi bisogni il pianto del bambino è fatto di collera e rabbia. Queste emozioni sono presenti, però, anche quando l’ambiente familiare è troppo teso, ansioso o conflittuale e, quindi, non è idoneo a soddisfare i suoi bisogni di serenità e pace . Allo stesso modo il bambino esprime con il pianto la sua collera e rabbia quando si sente abbandonato o trascurato, a causa delle frequenti o troppo prolungate assenze materne e/o paterne.

Il pianto come sofferenza fisica

Il bambino può piangere in quanto si è fatto male nel giocare, nel correre o nei suoi maldestri tentativi di scoprire e conquistare il mondo che lo circonda. Il pianto causato da un intenso dolore fisico è un pianto disperato, inconsolabile, che può durare a lungo (anche ore), e provoca nel bambino sudorazione e viso paonazzo.

 Il malessere del piccolo può essere dovuto anche a delle bolle d'aria nel pancino (coliche del lattante), che si presentano con pianto improvviso, contrazione delle gambe sull'addome, flatulenze. In questo caso, anche quando la mamma lo prende in braccio il figlio non si calma facilmente.

Il fallimento del pianto.

Non sempre il pianto riesce a consolare. In questi casi l’angoscia del bambino si accentua insieme a quelle dei genitori e poiché si addormenta solo per spossatezza, quando si risveglia ricomincia a piangere, in quanto il sonno non è riuscito a rasserenarlo.

Le possibili conseguenze negative nel rapporto madre-figlio causate dal pianto irrefrenabile

I primi incontri tra i genitori ed il piccolo, al di fuori dell’utero materno, frequentemente rischiano di diventare i primi scontri. Il motivo è semplice: da una parte abbiamo un piccolo essere umano che ancora ha un sistema nervoso immaturo, che lo rende facile alle emozioni, sia positive sia negative; un piccolo essere umano che non conosce il mondo nel quale si trova e che, quindi, non sa come rapportarsi con esso. Questi non sa di chi e di che cosa fidarsi, di chi e di che cosa avere paura. Un piccolo essere umano, quindi, facile al sorriso ma anche alla tristezza; facile alla gioia ma anche al dolore; facile all’ottimismo ma anche al più nero pessimismo.

Non è difficile osservare un neonato il quale, in un dato momento, gioca o dorme beato tra le braccia della madre, mentre, un momento dopo, strilla a più non posso, angosciato e spaventato per qualcosa che è sopraggiunto nel suo corpo, ma anche solo nella sua psiche .

Dall’altra abbiamo una madre, una donna, oggi sempre più spesso psicologicamente fragile, ma anche priva di quegli apporti , di quelle conoscenze, di quei tirocini, e, quindi, in definitiva, di quelle capacità, nel rapportarsi con un bambino piccolo, e ancor più con un bambino neonato. Una donna che ha difficoltà a concentrare tutte le sue attenzioni sul suo bambino in quanto sempre più spesso la sua mente è coinvolta ed impegnata, più nell’attività lavorativa, che non nella ricerca della migliore relazione con il proprio piccolo.

E così, nonostante entrambi, sia la madre sia il neonato, abbiano bisogno di conoscersi, nonostante entrambi abbiano bisogno di scoprirsi a vicenda, di parlarsi, di confrontarsi, nonostante entrambi abbiano bisogno di trovare utili intese e accordi reciproci, il loro rapporto può risultare disturbato, distante e, spesso, anche conflittuale.

 Da tenere, inoltre, presente che il piccolo porta in sé, accanto alle scarse conoscenze del mondo che lo circonda, le sue caratteristiche ereditarie. Caratteristiche che possono facilitare o no quest’incontro, questo dialogo e questa intesa. A sua volta, la madre, porta in sé, accanto al suo patrimonio genetico, un bagaglio di esperienze, positive e negative notevolmente ricche e varie. Esperienze che si sono depositate nella sua psiche  in molti anni di rapporti: con l’ambiente, nel quale è vissuta e con il quale ancora interagisce. La madre porta i suoi sogni, le sue speranze, i suoi amori, le sue gioie e il suo ottimismo nei confronti della maternità e della vita in genere; ma può anche portare molte ansie, fobie, timori, conflitti interiori, depressione e tristezza, come risultato e conseguenza dei suoi incontri e dei suoi scontri, che l’hanno segnata durante gli anni della sua vita.

Nel momento in cui si rapporta con il figlio porta, indefinitiva, un grosso carico di esperienze: positive e negative. Le esperienze positive, avute con i propri genitori, con la propria famiglia, con gli amici, daranno a questa donna-madre una marcia in più, nel saper ascoltare e nel saper capire i messaggi presenti nel pianto e, successivamente, nel saper gestire i bisogni del suo piccolo. Al contrario, le esperienze negative vissute nell’infanzia, nella fanciullezza, nell’adolescenza e nella vita di donna adulta , poiché possono aver lasciato nel suo animo acredine, rabbia, collera e facile reattività, rischiano di rendere difficile quest’ascolto, questa comprensione e questa gestione. Pertanto, in definitiva, sarà reso più difficile il rapporto con il proprio figlio. Mentre per le madri che la vita ha arricchito di apporti positivi, il pianto del bambino sarà semplicemente uno strumento prezioso di comunicazione, che le permette di capire e poi soddisfare le necessità del piccolo, per le madri problematiche, il pianto del figlio può diventare uno strumento di sofferenza e di tortura che può provocare dei conflitti madre-figlio.  .

Poiché il pianto degli adulti ha molto spesso il significato di un’intensa sofferenza fisica e psichica, queste madri tenderanno a vedere se stesse come madri incapaci di dare gioia e serenità al loro piccolo, per cui tenderanno a colpevolizzare se stesse per il fatto di non capire, non saper rispondere adeguatamente ai suoi bisogni, non saper accettare i suoi richiami, non saperli valutare correttamente; o, al contrario, saranno pronte a giudicare il figlio come un piccolo tiranno, impegnato da mattina a sera a farle soffrire e disperare con il suo pianto irrefrenabile.

         COSA FARE

I consigli che diamo qui di seguito dovrebbero essere di aiuto soprattutto a questo tipo di madri che hanno maggiori difficoltà.

  • Intanto sarebbe importante cercare di vivere il rapporto con il bambino con la massima serenità. Ciò aiuterà la madre a capire meglio, così da intervenire efficacemente. L’ansia, infatti, non è mai una buona consigliera!
  • Pur senza farsi travolgere dall’ansia, non bisogna assolutamente ignorare il pianto del piccolo. È sempre utile ascoltarlo ed intervenire prontamente in quanto, ogni tipo di comunicazione, ha bisogno di un ascolto immediato e attento. In caso contrario il pianto, con significato di richiesta, diventa facilmente pianto di rabbia e collera.
  • Per decodificare i bisogni del piccolo, bisogna mettere in campo non solo la ragione, ma anche l’intuito e l’esperienza. La ragione, ad esempio, può indicare se è l’ora della pappa, quella del bagnetto o del sonnellino. L’esperienza può suggerire quali sono i suoi più frequenti motivi di pianto: stanchezza, desiderio di dormire, irritazione nelle parti intime e così via. L’intuito di donna e madre può aiutare a trovare il rimedio più opportuno: attaccarlo al seno, coccolarlo, abbracciarlo, cullarlo, giocare con lui, farlo rilassare mediante un buon bagnetto e così via.
  • Quando la madre capisce che il pianto è solo lo sfogo della tensione interiore, è bene lasciare che il bambino si liberi da questa tensioni accumulata nel suo animo, coccolandolo e cullandolo tra le sue braccia, ma anche rasserenandolo con il sorriso e con un tono di voce carezzevole. Anche se il bambino è grandicello merita e ha bisogno di coccole, di baci e di rassicurazioni che, come un balsamo sopra la ferita, l’aiuteranno a far guarire i piccoli traumi subiti, così da poter più facilmente riprendere la via della maturità e della crescita.
  • Per molti bambini un piccolo fazzoletto o tovagliolo messo sul viso lo aiuta a rilassarsi.
  • Fino ai sei mesi le posizioni migliori per far dormire il piccolo, sono quelle su un fianco o sulla pancia.
  • Il ciuccio, se il bambino lo accetta, può essere un valido sussidio per rasserenare e gratificare il bambino.
  • Se il bambino è ancora nella culla, si addormenterà più facilmente se accanto a lui metteremo qualche piccolo cuscino o coperta arrotolata, in modo tale che si senta contenuto come nel grembo materno. 
  • Non rimproveriamolo, se piange, come fosse un bambino cattivo e malvagio, il cui più grande divertimento consista nel farci disperare con i suoi strilli. Egli non ha alcun motivo di farci del male, in quanto fare del male alla sua mamma, equivale a fare del male a se stesso!
  • Ricordiamoci che un bambino ha bisogno di essere accettato, anche quando manifesta un’emozione negativa, come può essere quella della sofferenza. Non possiamo accogliere solo le sue espressioni di gioia. Dobbiamo imparare ad accettare anche le sue espressioni di dolore.
  • Se pensiamo che il pianto è dovuto a delle colichette, per alleviare il suo fastidio e per cercare di calmarlo, trasmettiamogli il massimo della tranquillità, in quanto il bambino può aver reagito con il pianto, non tanto al dolore provato, quanto alla paura di queste nuove e diverse sensazioni, presenti nel suo corpo. Mettiamoci allora, insieme a lui, in un luogo appartato, con poca luce e con pochi rumori e massaggiamo il suo pancino con movimenti lenti, circolari e ritmati, che hanno il potere non solo di rilassare l’addome, ma anche il suo animo teso e spaventato. Se necessario, possiamo usare anche un caldo infuso adatto a rilassare.
  • Molto utile è anche il bagnetto in acqua tiepida, prima della nanna, in quanto l’elemento liquido e caldo ricorda al bambino l’utero materno. E ciò gli apporta sensazioni di rilassamento e piacere che gli concilieranno il sonno.
  • Non abbiate paura di viziarlo. Un bambino piccolo accolto, amato, ascoltato, coccolato, un bambino ben accudito sarà in futuro un bambino più forte, più maturo ed indipendente. Un bambino non curato, non ascoltato, non amato, sarà più fragile, nervoso e irritabile e tenderà a dare sempre più problemi ai propri genitori.
  • Ogni bambino ha una sua posizione e un suo luogo preferito. Alcuni da svegli amano restare a pancia in su, altri nella posizione opposta: a pancia in giù. Se poi viene fatta loro assumere questa posizione, sulle gambe della mamma, si quietano più facilmente. Non è mai conveniente però tenerli a pancia sotto quando dormono.
  • Anche per quanto riguarda i rumori ogni bambino ha le sue preferenze: alcuni amano restare in un ambiente nel quale non vi sia il minimo rumore, altri si addormentano più facilmente se sono cullati da un dolce suono, altri ancora si quietano se sono in contatto con le rasserenanti voci degli adulti, specie con le voci dei genitori o dei fratelli maggiori e, quindi, vogliono addormentarsi nella stessa stanza, dove vi sono gli adulti o in una stanza non lontana.
  • Tutti i bambini amano essere cullati, mentre la madre gli canta una ninna-nanna, in quanto ciò gli ricorda l’utero materno. Ed è per questo che molti bambini si addormentano immediatamente sulle automobili in movimento, mentre si svegliano appena l’auto si ferma. Le buone vecchie culle dei nostri nonni che, come delle amache, erano sospese dal pavimento, tenute da una parte all’altra della stanza con delle corde, erano particolarmente efficaci in quanto permettevano ai piccoli di essere cullati solo con i loro piccoli movimenti del loro corpo, senza alcun intervento esterno.
  • Anche il succhiare: il ciuccio, il biberon, il seno della mamma, fa smettere di piangere, in quanto aiuta i bambini a rilassarsi e a ritrovare la calma e l’equilibrio psichico momentaneamente perduto.
  • Per quanto riguarda il pianto da capriccio. Se la diagnosi fatta dai genitori è sicuramente corretta, certamente essi non devono cedere al ricatto del pianto ma questo non significa che il piccolo non merita lo stesso di essere coccolato e tranquillizzato.

Tratto dal libro di Emidio Tribulato "Il bambino e l'ambiente" -Volume unico

Per scaricare gratuitamente questo libro clicca qui.



[1] Galimberti U., “Dizionario di psicologia”, Gruppo editoriale L’L’Espresso, Roma, volume terzo, p. 72.

[2] SULLIVAN H. S. ( 1962), Teoria interpersonale della psichiatria, Milano, Feltrinelli Editore, p. 70.

Ruolo paterno nell'educazione affettiva

 

IL RUOLO DEL PADRE NELL'EDUCAZIONE
AFFETTIVA ED EMOTIVA

 

Quando si discute dell'uomo-padre, raramente si parla dei suoi compiti specifici. Si preferisce fare un elenco di come quest'uomo dovrebbe comportarsi rispetto ai bisogni, spesso mutevoli e contraddittori, della donna o della donna - madre.

Si dice intanto che il padre deve partecipare alla preparazione al parto insieme alla moglie, per poi assisterla in quelle ore cruciali.[1] Ma siamo certi che serva alla moglie e al bambino in gestazione un padre che assista al parto?

 

In quasi tutte le società del passato la gravidanza, la maternità ed il parto erano considerate cose da donne. Cose dalle quali veniva escluso l’uomo.

Siamo certi che tutte le società sbagliassero in questa prassi mentre solo noi cittadini delle moderne società occidentali siamo nel giusto? Che la presenza del marito in certi momenti faccia bene alla moglie è possibile, anche se molte donne ci hanno confidato di essere molto imbarazzate per quella presenza, ma che questa prassi faccia bene al marito e alla futura vita di coppia abbiamo molti dubbi.

La sessualità e la maternità hanno bisogno di mistero e pudore. Non è piacevole per un uomo assistere ad uno spettacolo spesso molto cruento e angoscioso senza poter agire direttamente e personalmente. Non vi è dubbio che questa partecipazione, non sempre volontaria, ma spesso estorta per piacere alla moglie o per adeguarsi a quello che è “giusto fare”, possa rendere poi più difficile la ripresa della vita affettiva e sessuale con la moglie.

Viene inoltre imposto all’uomo padre di riuscire ad essere tenero e materno con il piccolo appena nato. E l’uomo, spinto dai dettati degli psicologi e dalla consorte, fa di tutto per essere tenero e materno. I “mammi,” così come vengono chiamati, sono capaci di cambiare il pannolino al bambino in un battibaleno, sanno cullare e quietare il pupo quanto e più delle loro mogli. Non parliamo poi della capacità nel dare il biberon o nel preparare le pappine: essi sono maestri nell’arte della culinaria infantile. Non vi sarebbe nulla di male nell’acquisire capacità tipicamente materne se non vi fosse il rischio di sottovalutare, non utilizzare o peggio di perdere, le capacità e le qualità prettamente paterne. Cosa che verrà immediatamente dopo rimproverata a questi padri dalle stesse mogli e dall’ambiente sociale.

Il ruolo del padre, quando è in arrivo un nuovo essere umano, dovrebbe essere un altro.

Durante l’attesa di un figlio, specie del primo, la madre è particolarmente fragile e delicata. Questa nuova e sconosciuta esperienza la rende spesso più ansiosa, paurosa ed insicura di quanto non lo sia normalmente. Il suo animo già fragile e delicato lo diventa ancora di più. Ella teme per la sua vita e per quella del bambino. Tra i timori vi è quello di non essere in grado di affrontare la gravidanza, il parto o il puerperio. Teme la morte del bambino che porta in grembo per svariati motivi ma anche, il che è peggio, per colpa sua: “Saprò farlo nascere?” si chiede. Teme che il frutto del suo ventre possa avere delle tare ereditarie o nascere malformato ( paura dell’handicap).

Le risposte rassicuranti a questa maggiore fragilità, emotività, all’ansia, e alle paure possono venire sicuramente dalla parte più forte e solida del proprio Io, come possono venire dalle esperienze, consigli e sostegno della madre e delle altre donne che le sono vicine. Non bisogna però sottovalutare il fatto che buona parte della serenità e della sicurezza della donna dovrebbe essere affidata al padre del bambino.

Se questa figura c’è, e purtroppo oggi non sempre è presente, se si è assunta tutte le responsabilità della paternità e se si è attivata nel modo corretto e quindi in modo maschile, con la sua presenza, con l’esempio e con le parole riuscirà a rassicurare, stabilizzare, rasserenare, confortare e sostenere la madre.[2] Questa, appoggiandosi al marito come ad un solido e valido sostegno, si può permettere di regredire a livello del neonato o del bambino piccolo, in modo tale da essere estremamente delicata, tenera, sensibile e pronta all’incontro col nuovo essere, in caso contrario o sarà preda dell’ansia e delle preoccupazioni o, cercando solo in lei la forza necessaria per affrontare questi avvenimenti, evidenzierà la sua parte maschile che in quel momento non è né voluta, né desiderata e apprezzata da parte del nuovo essere umano.

Pertanto il padre, poiché l’ambiente in cui si sviluppa il bambino è la madre, ha il compito di creare nella madre e attorno alla madre un clima di serenità, sicurezza, tenerezza e calore, in modo tale che la gestante possa più facilmente entrare in quell’atmosfera particolare, in quell’intimità speciale indispensabile per iniziare il fondamentale rapporto empatico con la sua creatura.

Deve inoltre metterla al riparo, con il suo lavoro e le sue attenzioni, da attività faticose e da ambienti inquinanti o stressanti che potrebbero danneggiare il prodotto del concepimento.

Oggi, purtroppo, nelle società occidentali non sempre accanto ad una donna in attesa vi è un uomo pienamente disponibile a svolgere il suo compito fondamentale. Spesso, anche quando accanto ad una donna vi è un uomo, questi non ha né le caratteristiche, né la cultura, né la maturazione necessaria ad assumere questo ruolo.

Molte volte, l’educazione poco valida ricevuta, non solo non è servita a formare un uomo maturo e responsabile, spesso non è riuscita neanche a formare un uomo.

Il prodotto di un’educazione permissiva, attenta più a sfumare che a sottolineare e valorizzare le caratteristiche maschili, è spesso un essere fragile, emotivamente instabile, insicuro ed incostante, incapace di essere punto di riferimento, sicurezza, sostegno e baluardo per la sua donna e per la sua famiglia.

Inoltre anche se l’uomo c’è ed ha caratteristiche maschili adeguate, frequentemente, a causa di impegni lavorativi, sociali, politici e ludici, ha ben poco tempo ed energie da utilizzare per restare vicino alla propria donna e al bambino che si sta sviluppando.

Non essendoci sempre un rapporto matrimoniale manca spesso, da parte di questi padri, il presupposto essenziale per un impegno serio, continuativo e stabile. Si stanno, infatti, diffondendo sempre di più delle relazioni nelle quali l’uso della sessualità completa tra i giovani è la norma e non la triste eccezione. Si diffondono, inoltre, rapporti di convivenza nei quali, per esplicito o implicito bisogno di uno dei due o di entrambi i partner, l’impegno e la responsabilità dell’uno verso l’altro sono limitati o ridotti al minimo.

Altre volte questo aiuto, questo sostegno non viene neanche richiesto né, se offerto, viene ben accettato, in quanto la “parità dei sessi” esige che la donna non si mostri all’uomo debole e bisognosa di assistenza ma forte, decisa e autonoma. “Una donna che non deve mai chiedere nulla.” Questo non chiedere nulla, piuttosto che rafforzare la donna le impedisce di condividere ansie, timori e paure con un uomo che sappia ascoltarla e sostenerla. Tutto ciò, naturalmente, la rende ancora più fragile ed insicura e quindi ancora più preda della depressione e dell’ansia.

Ma anche dopo la nascita il padre ha molteplici funzioni non sempre messe in chiara luce dalla psicologia. Paparella le sintetizza così: “Nella figura del padre l’accoglienza è sempre legata alla prescrizione, la norma è sempre congiunta alla capacità di perdonare, la giustizia è sempre aperta alla misericordia. Il rapporto con il padre apre all’alterità, spinge alla novità, orienta verso l’esterno; non recide la tradizione, che anzi viene valorizzata, non esclude la memoria, che anzi viene coltivata, non smorza il desiderio, che anzi viene canalizzato e reso produttivo, ma libera dall’immobilismo, dalla sosta, dalla nostalgia e dalla ripetitività.”[3]

Quando il bambino comincia ad affacciarsi al mondo esterno la figura del padre diventa sempre più pregnante ed importante.

  • “Intanto l’interazione del bambino con il padre compendia la prima separazione del bambino dalla madre e il suo primo adattamento ad un estraneo(…) prepara il bambino al contatto sempre più ampio con il mondo esterno, con l’universo sociale che si estende al di là della famiglia.”[4] Egli ha quindi il compito di interrompere gradualmente, mediante una serie di interventi sul piano educativo, il rapporto troppo intimo, “fusionale” tra la madre e il figlio, che potrebbe continuare anche dopo la nascita, in modo tale che per il figlio si apra la strada della socialità.
  • Già dopo qualche mese dalla nascita le modalità educative, di cura e dialogo, date dal padre, serviranno a stimolare nel bambino potenzialità come l’autonomia, la forza, il coraggio, la determinazione, la sicurezza, il controllo motorio e dell’emotività, un dialogo più stringato e diretto, dei comportamenti più lineari e responsabili.[5]
  • Un padre ha il compito di alimentare nel figlio la necessaria grinta, il dinamismo, la intraprendenza, la determinazione. Se uno dei principali compiti della madre è stato quello di proteggere il bambino, il principale compito del padre, dopo i primi mesi dalla nascita, è quello di infondergli forza, coraggio, determinazione, sicurezza e ardimento, mediante dei giochi e delle attività che rafforzino il suo carattere, che lo rendano più sicuro e determinato. Le sfide che gli propone, le finte lotte che effettua con lui, hanno questo scopo. Il bambino incontra nella figura paterna un mondo più rude ma eccitante, più fermo ma coinvolgente, più sicuro e solido di quello vissuto con la madre. Scopre con il padre le possibilità offerte dal suo corpo, dai suoi muscoli, dai suoi riflessi. Scopre dentro di lui la passione e la determinazione nel raggiungere gli obiettivi prefissati.
  • La figura paterna ha lo scopo di inserire nell’animo e nei comportamenti della prole i valori legati alla virilità. Questi valori di tipo virile sono utili anche alle femminucce ma sono indispensabili soprattutto ai maschietti. Tra questi ricordiamo: la fermezza, il coraggio, la linearità, la rapidità nel prendere delle decisioni, la forza, il senso dell’onore, l’orgoglio, la lealtà, il rispetto per le regole e norme e quindi per l’autorità. Per quanto riguarda quest’ultimo valore se, all’interno della famiglia l’autorità del padre viene svilita o offuscata vi è il rischio che anche il senso e lo scopo dell’autorità, di tutte le autorità, venga svilito ed offuscato. Così come non è riconosciuta l’autorità del padre, non sarà poi riconosciuta l’autorità degli insegnanti, dei tutori dell’ordine, delle persone anziane, degli amministratori e così via. Ciò naturalmente può provocare un grave danno alla società in quanto, il non riconoscere alcuna autorità, mina le fondamenta stesse del vivere civile e spinge a comportamenti ed atteggiamenti anarchici e delinquenziali.
  • Il padre ha il compito di far germogliare il senso del dovere. Dovere verso la propria sposa, verso i figli e la famiglia, verso l’umanità in genere. Dovere verso la società, verso lo Stato , verso la comunità allargata. Sia il bambino, sia la bambina potranno fare propri e utilizzarli quando è necessario, questi apporti maschili. Basta riflettere alle varie, numerosissime situazioni della vita che è necessario affrontare con realismo, determinazione, coraggio, forza e linearità, per capire come questo patrimonio maschile sia fondamentale nello sviluppo della personalità del bambino e poi del giovane e dell’adulto.
  • Il padre fa crescere nel figlio la necessità di illuminare le proprie azioni ed i propri comportamenti mediante le esperienze del passato e le necessità e prospettive future. Lo aiuta a guardare quindi non soltanto all’oggi, ma ad utilizzare e valorizzare l’esperienza del passato per proiettare le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie decisioni anche in un lontano futuro. Lo stimola, inoltre, a non limitare i suoi interessi esclusivamente alla sua persona e alla sua famiglia, ma ad allargare i propri orizzonti anche agli altri, alla città, alla nazione, al mondo intero.
  • Il padre inserisce nell’animo dei figli e fa crescere, la necessità e la serena accoglienza di norme e regole indispensabili al vivere civile, come anche la valorizzazione e la difesa del mondo dell’economia e dei servizi.
  • Il bambino scopre con il padre il coraggio di maturare rapide ed immediate decisioni.
  • Scopre con il padre la gioia della conquista, il controllo del dolore e delle emozioni, l’orgoglio di osare.

Così come la donna anche l’uomo, quindi, ha un suo immenso patrimonio da trasmettere. Patrimonio prezioso ed insostituibile che purtroppo, oggi, è confuso con gli eccessi o con le patologiche espressioni presenti in alcuni uomini. Aggressività, violenza, incapacità di comprendere le necessità dell’altro non sono “difetti maschili”, sono invece patologiche espressioni di personalità disturbate o deprivate. Sono la conseguenza di una educazione poco attenta e coerente. Sono l’effetto di un rapporto conflittuale tra i generi. Oggi, da parte femminile, si avverte la carenza del ruolo paterno soprattutto nell’adolescenza: per la Cristiani“Ecco perché oggi l’adolescente è particolarmente a rischio, non solo perché mancano percorsi istituzionali pensati per accompagnarlo, come succedeva nelle società tradizionali, ma perché la maternalizzazione della famiglia prima e della scuola poi, apparentemente appiana la crescita ma in realtà, emarginando o svalutando i valori paterni centrati sullo sviluppo delle capacità e dell’autonomia, rende gli adolescenti fragili e disarmati di fronte alle sfide che pone loro il sociale.” E ancora la stessa autrice: “Sembra quindi essere piuttosto il padre a dover sostenere l’adolescente, maschio o femmina che sia, alle prese con il debutto sociale, rassicurandoli non con la riproposta di sicurezze infantili, ma piuttosto con l’ascolto e la valorizzazione delle risorse da mettere in gioco per la realizzazione del vero sé. Egli inoltre, a differenza della madre, che non sa reggere il conflitto, quando è necessario saprà opporsi tollerando la solitudine comportata dal dire di no a rivendicazioni improprie o troppo rischiose.”[6] Se, quindi, l’adolescente è debole, fragile, immaturo, è perché viene da un’infanzia nella quale la figura paterna non ha dato o non ha potuto dare, i suoi indispensabili apporti di forza, sicurezza e determinazione.

Questi apporti materni e paterni andranno a beneficio sia dei maschi che delle femmine anche se poi ogni sesso li utilizzerà con caratteristiche diverse, fondendoli con gli altri elementi genetici e ambientali legati alle diverse configurazioni personali e sessuali. Tutto ciò potrà avvenire se ogni genitore sarà portatore di caratteristiche sessuali diverse. In caso contrario al bambino arriveranno solo i messaggi personali. Ognuno di noi, infatti, ha un suo bagaglio personale diverso da quello degli altri, ma è un bagaglio incompleto se è privo di quella ricchezza che solo due genitori con caratteristiche sessuali e ruoli diversi possono dare.

In definitiva fare del padre, come spesso si cerca di fare, una “quasi madre” o un’aiutante della madre, non solo è inutile, ma è dannoso nei confronti dei figli, della famiglia ed in definitiva della società. Per Lidz, infatti, “Diventa sempre più evidente in termini scientifici, come è sempre stato in termini di buon senso, che i figli hanno bisogno di due genitori i quali, per provvida legge di natura, sono di sesso opposto nel temperamento e nell’aspetto, ma che insieme costituiscono un’entità unica in cui si integrano e si completano a vicenda.”[7]



[1] I padri hanno assistito al parto: nel Nord Italia l’88,4%, al Centro il 70,6%, al Sud il 30,3%

[2] N. W. ACKERMAN, Psicodinamica della vita familiare, p.209.

[3] N. PAPARELLA, “La famiglia e la educazione alla legalità”, in La famiglia, 1992, 154, p. 26.

[4] N. W. ACKERMAN, Psicodinamica della vita familiare, p.210.

[5] E. TRIBULATO, L’educazione negata, EDAS, MESSINA, 2005, P.67.

[6] C. CRISTIANI, “Vecchie e nuove dinamiche”, in Famiglia oggi, 2002, 11, p.11-13.

[7] T. LIDZ, Famiglia e problemi di adattamento, Boringhieri, Torino, 1977, p.41.

 

Educare alla vita di coppia e di famiglia

Educare alla vita di coppia e di famiglia

 

 

Per riuscire ad educare alla vita di coppia e di famiglia le qualità che vanno sviluppate sono numerose.

•    La serenità interiore, la maturità e la responsabilità.

Una corretta educazione dovrebbe tendere a formare dei giovani sereni, maturi e affidabili. Se invece l’obiettivo dell’educazione, così come avviene nel mondo occidentale, è solo la felicità dei figli in un dato momento, i genitori, affannandosi ad eliminare il dolore affettivo e relazionale connaturato ad ogni processo di crescita e di trasformazione, nel tentativo di avere dei figli sempre felici, rischiano di far crescere figli notevolmente immaturi e fragili.

Mancano nell’educazione permissiva quelle piccole frustrazioni che servono ad imparare e accettare i limiti che la vita a due, e ancor più la vita familiare, rende indispensabili. Limiti che sono tra l’altro necessari al bambino per aiutarlo a costruire e mantenere la propria identità, impedendogli di perdere il senso del Sé. Nel mondo occidentale ammalato del troppo: troppe immagini, troppi rumori, troppe cose,  le giovani generazioni, educate in modo permissivo risultano, pertanto, malate di benessere materiale.

Questi giovani, se da una parte sono troppo protetti dagli altri adulti e dagli educatori e troppo gratificati con troppi giocattoli e troppi soldi,  sono, invece, privati spesso, da parte di genitori sempre impegnati e affaccendati nel lavoro e nelle numerose attività ludiche, sociali e politiche, degli elementi essenziali per una sana crescita affettiva: dialogo, presenza, ascolto e cure.

•    L’altruismo.

Un’educazione attenta ai problemi della coppia e delle famiglia dovrebbe necessariamente tendere a valorizzare l’altruismo, il quale si configura come disponibilità verso l’altro.

Opposto all’altruismo è l’individualismo che si caratterizza per l’esagerata lotta nel ricercare i diritti individuali e personali. Nell’individualismo si fa un uso sproporzionato e falso della libertà individuale, in quanto si colloca la propria persona al centro di tutto. I bisogni e le esigenze personali diventano più importanti dei bisogni e delle esigenze dell’altro e della comunità. L’individualista valorizza e progetta la sua vita provvedendo al presente e al futuro secondo degli obiettivi personali di autorealizzazione. Non fa niente per l’altro, né cederà niente se non in cambio di qualcosa che, in qualche modo, compensi la sua prestazione o donazione. L’individualista rifiuta la mediazione, che è vissuta più come uno scacco che come una conquista.

Come conseguenza dell’esagerato individualismo che caratterizza il mondo occidentale, sono scoraggiati i legami con i genitori e gli altri familiari nell’età adulta mentre l’individuo è incoraggiato a formare vincoli intimi ed esclusivi soprattutto con persone estranee alla famiglia. Questi legami, per loro stessa natura, sono più rischiosi dei rapporti che vengono stabiliti nella cerchia del proprio ceppo familiare. 

Quando l’individuo si isola dalla rete familiare si accolla l’ulteriore peso d’una responsabilità in proprio per il conseguimento del successo e del benessere psicologico. In questo tipo d’educazione se la fiducia in se stessi deve essere notevole, altrettanto grande deve essere l’atteggiamento competitivo verso tutti e quindi anche tra i sessi. Nelle società ad impronta individualista, come la nostra, i diritti prevalgono sui doveri; sono esaltati i valori dell’autonomia personale, dell’autorealizzazione, dell’iniziativa privata, del successo e della priorità delle decisioni del singolo. L’individualismo, inoltre, sradica l’individuo da tradizioni, valori, ruoli sessuali, norme e controlli sociali e istituzionali. 

Per Dion nelle società individualiste si evidenziano un abbassamento della morale sessuale; un aumento della corruzione e della disonestà; una spinta al conformismo con notevoli pregiudizi razziali e religiosi; una mancanza di realismo nelle relazioni interpersonali e internazionali; una tendenza ad un’organizzazione eccessivamente burocratica con delle mete egoistiche e competitive. 

Invece nelle società dove ha un notevole valore il rapporto con gli altri, la maggiore interdipendenza degli individui mitiga l’intensità delle esperienze emozionali soggettive, le quali tendono ad essere vissute in una rete più ampia di rapporti sociali. Inoltre, poiché i legami familiari sono la fonte dell’intimità per tutta la vita, il singolo non sente il bisogno di ricercarla tra i coetanei non appartenenti al ceppo familiare.

L’individualismo è consono al mondo economico e dei servizi ma non al mondo affettivo-relazionale in quanto l’amore, più viene vissuto in maniera autonoma, più diventa fragile.

Se l’egoismo e l’individualismo ci fanno vedere l’altro come qualcuno da cui avere e da cui prendere qualcosa, qualcuno da sfruttare, qualcuno da corrompere per ottenere un profitto, l’altruismo ci fa vedere l’altro come qualcuno a cui dare; qualcuno per il quale sacrificarsi con gioia; qualcuno da sostenere e da aiutare.

Si tratta allora di sviluppare nei figli la gioia del dare, rispetto al piacere di avere. La cura dell’altro, che sia un bambino, un marito, una moglie, una persona anziana, un malato, comporta impegno, lavoro e sacrificio; solo l’amore per l’altro può rendere questo sacrificio piacevole e gioioso. Ma l’amore per l’altro va sviluppato, stimolato ed educato come qualunque altra capacità umana.

•    Il rispetto per l’altro.

Accanto all’amore per l’altro va educato il rispetto. Rispetto per le sue idee e per la sua diversità. Rispetto per le sue convinzioni e per il suo ruolo, per i suoi bisogni e le sue necessità. La diversità d’idee, di comportamenti, d’abitudini, di modi di fare non è l’eccezione ma la regola. Abituarsi ad accettare e a rispettare la diversità degli altri è fondamentale per una futura relazione di coppia.

Va anche educato il rispetto per i limiti e per le manchevolezze e debolezze altrui, che riflettono i limiti, le manchevolezze e le debolezze insite nell’essere umano. Il rispetto verso il partner dovrebbe comportare anche l’evitare continue critiche e rimbrotti (si dice che alcuni borbottano anche quando dormono!).

E’ bene essere consapevoli che quando il biasimo verso gli altri è eccessivo e frequente, è il nostro malessere interiore che ci spinge a cercare attorno a noi quell’ordine, quella chiarezza e coerenza interiore che non riusciamo a trovare in noi stessi. In questi casi l’attenzione si dovrebbe focalizzare più su se stessi e sui propri problemi piuttosto che nei confronti delle persone o le cose che ci circondano.

Se è giusto esprimere quando è assolutamente necessario il proprio dissenso, l’incolpare sempre l’altro, il criticarlo e biasimarlo per tutto ciò che fa, non fa o fa male, rischia di distruggere, insieme alla sua autostima, anche la possibilità d’un rapporto costruttivo, in quanto le eccessive critiche portano automaticamente a dei meccanismi di difesa e di ritorsione che aggravano il dissidio fino a renderlo, nel tempo, insanabile.

•    Le capacità empatiche.

Vanno poi educate le capacità di capire e ascoltare profondamente l’altro, in modo tale da riuscire a percepire non solo le sue parole ed i significati universalmente ad esse collegati, ma anche l’essenza dei messaggi e le motivazioni profonde dei sentimenti e dei comportamenti altrui.

Per ottenere questo risultato, più che abituare i propri figli a difendersi dagli altri e a rispondere per le rime, bisognerebbe abituarli ad ascoltare in silenzio per capire meglio e saper meglio riflettere. Questo mettere il proprio cuore accanto a quello dell’altro costruisce fiducia; porta intimità e benessere nella coppia; alimenta la crescita della relazione e rende più facile la risoluzione dei conflitti.

•    Le capacità di chiedere scusa e perdonare.

Va educata la capacità di chiedere scusa, come va educata la capacità di saper perdonare. Se da una parte il chiedere scusa quando si è fatto del male all’altro con le parole, con le azioni o con i comportamenti, è l’unico modo per cercare di guarire le ferite che abbiamo inferto, dall’altra la capacità di perdonare permette di sanare ferite che, in caso contrario, potrebbero infettare e far morire anche il rapporto di coppia più caldo e fondamentalmente sano. Perdonare vuol dire ricostruire insieme, su solide fondamenta, la vita a due. Perdonare significa entrare in comunione profonda con l’altro, capire le sue ragioni, calarsi nei panni di chi ci ha fatto un’offesa, comprendere come mai l’altro è arrivato a farci questa offesa. Per tale motivo non è un percorso semplice. Quanto più la crisi è stata dirompente, tanto più il cammino del perdono ha bisogno di trovare motivazioni forti e riferimenti alti. Anche se il perdonare è un’arte che può essere appresa da tutti e si colloca in un quadro di crescita personale. E’ necessario però perdonare per amore in quanto, senza l’amore, il perdono non ha né ali né radici: è un gesto vuoto con un significato solo apparente.

•    L’assumersi le proprie responsabilità.

Vanno educate le capacità di assumersi le proprie responsabilità. Nel matrimonio gratificazione e responsabilità devono essere in perfetto equilibrio.    

La responsabilità verso chi ci vuole bene e mette il proprio cuore nelle nostre mani, è una delle più importanti e gravi. Quando si è amati e ci s’impegna in un rapporto d’amore non possiamo fare a meno di assumerci delle responsabilità verso la persona con la quale abbiamo intrapreso la strada dei sentimenti. Se i tradimenti ed i voltafaccia negli affari e nella vita economica sono sgradevoli e frustranti, gli stessi comportamenti nell’ambito amoroso portano a delle conseguenze molto più dolorose e gravi. L’impegnare il proprio cuore con un altro, non può essere considerato come un gioco piacevole da fare in due, che può essere interrotto in ogni momento quando si è stanchi, appunto, di giocare. Nel rapporto con una persona che amiamo una parte di noi passa nel cuore e nella vita dell’altro e viceversa. Quella parte che condividiamo, grande o piccola che sia, abbiamo il dovere di rispettarla come fosse una parte di noi.

•    Le capacità di sopportazione.

La vita a due, come ogni relazione, comporta sempre dei limiti e delle frustrazioni nei confronti dei propri desideri e bisogni. La scarsa capacità di accettare le frustrazioni e quindi il reagire in modo sproporzionato mediante il pianto, la tristezza o la chiusura o mediante un’eccessiva reattività, fatta di vendette ed aggressività, è deleterio e incompatibile con la vita di coppia.

Quando instauriamo una schermaglia nella quale ognuno dei due risponde per le rime alle provocazioni, agli atteggiamenti e all’aggressività dell’altro cercando di fare sempre più male, colpendo l’altro nei suoi punti deboli o rivangando episodi che dovrebbero essere considerati morti e sepolti, in realtà stiamo scavando la fossa sotto i piedi dell’amore e della stima reciproca, con conseguenze notevolmente gravi.

•    Le capacità di avere fiducia nell’altro.

Essere sposati significa aver fede nell’altro.  Fiducia nelle sue capacità e nella sua intelligenza, fiducia nella sua correttezza e nella sua responsabilità. Come dice Lo Iacono: “La fiducia dimostrata da noi aumenterà anche la fiducia del partner in se stesso, con straordinari benefici per il suo stato d’animo e per l’utilizzo delle sue risorse nella gestione delle difficoltà”.  La fiducia nell’altro ha delle ricadute positive sul rapporto, rende l’altro più disponibile al dialogo, lo impegna maggiormente al dono gratuito. L’autonomia economica e gestionale, che è diventata, nella nostra società occidentale, un caposaldo da conquistare a qualunque costo per ogni individuo, piuttosto che essere d’aiuto alla coppia accentua i contrasti, in quanto è un segnale di sfiducia e suggerisce l’idea errata di poter fare a meno dell’altro, in qualunque momento.

 

      ALBISETTI V., (1994), Terapia dell’amore coniugale, Paoline, Milano, p. 25.
      LO IACONO, G. (2005), D’amore e d’accordo, Erickson, Gardolo – Trento, p. 149. 

I nonni 2

I NONNI

 

Dopo i genitori sono i nonni gli attori più importanti del mondo affettivo.[1]

Con essi il bambino entra in contatto quasi immediatamente. Intanto, durante tutta la gravidanza, è quasi sempre la nonna materna che segue, passo dopo passo, la figlia in questa sua nuova splendida esperienza. E’ a lei, forse prima che al marito, che viene confidato un sospetto ritardo delle mestruazioni. E’ lei che dà i primi consigli su come affrontare la nuova gravidanza: cosa mangiare, come muoversi, come vestire, quali attività sono consigliate e quali no e che peso dare ai disturbi che si presentano durante l’attesa. Nel fare ciò la nonna materna utilizza la sua personale esperienza e quella di tutte le altre donne della famiglia con le quali negli anni ha dialogato e scambiato informazioni preziose, ma utilizza anche le esperienze femminili delle donne del passato.

Non è raro che sia proprio una nonna, in genere la nonna materna, quella che assisterà la figlia durante il parto e che farà il primo bagnetto al nipotino.

Il suo aiuto, il suo supporto psicologico, la sua esperienza, è inoltre preziosa nelle prime settimane e nei primi mesi di vita del bambino. E’ lei, o quando questa dovesse mancare, è la suocera che insegna alla neomamma come allattarlo, come addormentarlo, come pulirlo, come vestirlo, come gestire i vari eventi che si dovessero presentare: insonnia, pianto, malattie o disturbi organici, segnali di disagio psicologico. E’ lei che dà la chiave per interpretare correttamente le esigenze del bambino espresse in modo non verbale.

Dopo il padre e la madre sono i nonni che il bambino inserisce nel suo animo come figure di riferimento importanti quando mancano i genitori. Essi, dopo i genitori, sono le persone delle quali i cuccioli dell’uomo possono maggiormente fidarsi. Dei nonni amano i racconti del passato, interessanti come favole vere. A loro danno con piacere e chiedono il bacio della buona notte. A loro permettono gesti molto intimi come essere imboccati o puliti.

Da loro apprendono un modo diverso di vivere e vedere il mondo. Apprendono il valore dell’amicizia, con loro scoprono l’anima della cose.

Sì perché ogni cosa ha un’anima. Hanno un’anima le pietruzze raccolte sulla riva del mare, sulle quali forse un giorno lontano il pirata Barbarossa ha lanciato il suo grido di battaglia mentre invadeva l’isola. Hanno un’anima gentile i fiori gialli con i quali è possibile intrecciare una collana, da regalare alla mamma, come fanno le donne indiane. Hanno un’anima le piante di papiro dei giardinetti, che sono pronte a raccontare le loro avventure nella casa del grande Faraone, posta proprio accanto al Nilo. Hanno molto da raccontare le ochette del parco che, volando dai paesi lontani sopra mille terre e mille luoghi hanno visto con i loro occhi sbocciare il fiore più grande del mondo, sotto il quale si può anche mangiare, dormire e che ci può riparare dalle piogge.

Con i nonni, che non hanno bisogno di correre di qua e di là come i genitori, il tempo riacquista la sua normale fisionomia. Con le persone anziane anche lo spazio, normalmente calpestato da piedi frettolosi che corrono per andare chissà dove e chissà perché, viene meglio conosciuto, scoperto e goduto centimetro dopo centimetro. Con i nonni i bambini scoprono che il dialogo non è affannarsi a dire quello che si è fatto a scuola. Il dialogo è quella cosa che avvicina due persone. E’ quella cosa che ti fa ridere, sognare o fantasticare mentre ti fa stare bene insieme.

Con i nonni i bambini scoprono che i migliori giochi ed i migliori giocattoli, sono quelli che non si comprano. Sono le nostre mani, il nostro corpo, sono i giocattoli costruiti da milioni di bambini e di nonni utilizzando gli oggetti più poveri: la carta, le foglie, il legno, il fil di ferro, i chiodi, il martello.

Ma vi è un modo fisiologico di utilizzare i nonni e un modo patologico.

Il modo fisiologico vuole che il bambino scelga e desideri di andare dai nonni per qualche ora e non vi sia trascinato a forza. Il modo fisiologico vuole che il bambino possa andar via dai nonni e ritornare dai suoi genitori, o almeno da uno di essi, quando ne ha voglia, e non aspetti invece, lottando contro il sonno, che papà e mamma tornino dal lavoro per ritornare nella sua casa, tra le sue cose, tra le loro braccia. Il modo fisiologico vuole che il bambino, se è stato proprio bravo e ubbidiente, abbia la possibilità di dormire qualche volta, ma solo qualche volta, nella vecchia casa dei nonni e non vi sia, invece, costretto, tutte le volte che papà e mamma vogliono andare con gli amici a prendersi la pizza o “fare quattro salti in discoteca”. Insomma, il modo fisiologico di vivere i nonni è permettere loro di fare appunto i nonni e non i genitori o le baby-sitter. Così come sarebbe bene che la casa dei nonni continuasse ad essere la casa dove il papà o la mamma vivevano quando erano piccoli e non un altro asilo nido, un’altra mensa scolastica o baby-parking[2]gratuito.

 

 


[1] E. TRIBULATO, L’educazione negata, p.224.

 

[2] Vengono curati dai nonni 43 bambini su 100 sotto i 2 anni, 42 su 100 tra i tre ed i cinque anni, 34 su 100 tra i 6 e i 10 anni, 22 su 100 tra gli 11 ed i 13 anni. R. Maderna, in Famiglia Cristiana, n° 21/ 2002.

L’impegno richiesto ai nonni è molto intenso. Il 31,5% dei bambini trascorre dalle 20 alle 29 ore settimanali con i nonni, il 26,1% dalle 30 alle 39 ore e un altro 25,5% dalle 40 alle 50 ore.

 

 

Tratto dal libro: "MONDO AFFETTIVO E MONDO ECONOMICO" DI Emidio Tribulato

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Le qualità materne e paterne

LE QUALITA' MATERNE E PATERNE

 

 

Ogni elemento della coppia e ogni genitore dovrebbe possedere delle qualità indispensabili per il proprio ruolo di marito e moglie, padre e madre come:

  • ·         Una buona maturità.
  • ·         Buone capacità nella comunicazione.
  • ·         Buone capacità nel dare risposte coerenti, stabili,   complete e soddisfacenti.
  • ·         Buon equilibrio psichico.
  • ·         Atteggiamento altruistico e generoso.
  • ·         Buone capacità educative e di cura.
  • ·         Età fisiologicamente adeguata.

 

Una buona maturità.

Un genitore maturo:

 

  • ·         Ha piena e solida fiducia in se stesso ma anche negli altri, soprattutto nei figli, nell’altro coniuge e nel mondo.
  • ·         Sa affrontare prontamente e adeguatamente con serenità, chiarezza interiore e determinazione anche le situazione più difficili.
  • ·         E’ in grado di selezionare correttamente i messaggi che provengono dall’ambiente sociale, senza farsi eccessivamente influenzare.
  • ·         E’ capace di vivere i suoi bisogni individuali limitandoli, se necessario, per fare gioiosamente dono agli altri familiari del suo impegno, della sua presenza, della sua abnegazione.
  • ·         Sa mettere in primo piano il valore della maternità e della paternità, della coppia e della famiglia rispetto al valore del lavoro, dell’attività professionale e sociale.
  • ·         E’ in grado di inserirsi, alimentare e mantenere viva e attiva una larga e ricca rete familiare, inserendo e collegando adeguatamente la propria famiglia con le famiglie di origine.
  • ·         Ha una mentalità elastica che gli permette di adattarsi alle varie realtà e ai cambiamenti sociali, pur tenendo in gran conto tutti i preziosi apporti della cultura tradizionale.
  • ·         Sa essere tenero e comprensivo, ma non permissivo. Pertanto sa affrontare con decisione ed autorevolezza i bisogni educativi dei figli.
  • ·         Riesce a trarre soddisfazione, gratificazione e gioia dai suoi compiti di cura ed educazione.
  • ·         Riesce a considerare la sua casa come un luogo sacro da rendere caldo e accogliente con l’amore, da illuminare con il sorriso, da rendere vivo e palpitante con la sua presenza.
  • ·         Sa essere per il suo uomo o per la sua donna l’altra parte di sé, un porto sicuro, caldo e accogliente in cui l’altro può rifugiarsi sentendosi protetto.
  • ·         Sa gestire le finanze della casa in modo intelligente ed attento, senza farsi influenzare dalle mode e dalle sirene del consumismo.

 

 

 Buone capacità nella comunicazione.

Accanto ad una buona maturità i genitori dovrebbero possedere buone capacità nella comunicazione verbale e non. Già il dialogo madre - bambino inizia nella fase embrionale. E’ una comunicazione biochimica, ormonale, immunologica che poi, gradualmente, con lo sviluppo delle capacità percettive, diventa piena e completa.[1]

Una buona capacità nella comunicazione necessita non solo di saper ascoltare e capire le necessità del bambino che si tiene tra le braccia, ma soprattutto comporta un adeguarsi alle sue esigenze di base fornendo risposte corrette, coerenti e valide.

Per Winnicott “Molte donne, infatti, temono questo stato e hanno paura di diventare dei vegetali, con la conseguenza che si aggrappano alle vestigia di una carriera come a una vita preziosa e non si concedono neppure temporaneamente a un coinvolgimento totale. E’ probabile che in questo stato le madri imparino a mettersi nei panni del loro bambino, cioè a perdersi quasi in una identificazione con il bambino, in modo tale che sanno (genericamente se non proprio in modo specifico) di che cosa ha bisogno il bambino in quel dato momento.”[2]

Per ottenere ciò è necessario possedere buone capacità di ascolto.

Vi sono persone che hanno grandi capacità linguistiche, sanno dissertare su tutto, hanno una cultura enciclopedica, riescono a dire la propria su ogni argomento, ma non riescono a porsi correttamente in ascolto dell’altro, specie se si tratta di un bambino o peggio di un neonato, che utilizza nella comunicazione soprattutto messaggi non verbali. A volte è proprio l’eloquio eccessivo la causa delle loro difficoltà nella comprensione la quale “comporta un processo di empatia, di identificazione e di proiezione”.[3] Queste persone non sono in grado di creare nel proprio animo il silenzio, che è presupposto indispensabile sia per la corretta decodifica dei messaggi, sia per programmare ed attuare la o le risposte più consone ed adeguate.

La difficoltà nell’ascolto la ritroviamo, a volte, in persone che hanno un Io ipertrofico. Queste persone non sono in grado di ascoltare in quanto pensano erroneamente di avere già tutte le informazioni che servono a prendere delle decisioni. Inoltre, la loro eccessiva sicurezza, impedisce di soffermarsi a controllare la corrispondenza o non, l’utilità o non delle risposte date e quindi hanno difficoltà ad accorgersi degli errori a cui vanno incontro.

In altri casi si tratta di difficoltà legate all’ansia, allo stress e alle preoccupazioni.

L’ansia e lo stress creano, nell’animo umano, come un rumore assordante dal quale è difficile, non solo isolare i messaggi esterni, ma anche rispondere adeguatamente.

In altri genitori la difficoltà a mettersi in ascolto è causata dalla presenza nel loro animo di problematiche psicologiche. Queste possono essere acute, e quindi essere limitate ad un certo periodo della vita, come possono essere croniche, e quindi possono perdurare nel tempo. In ogni caso, le conseguenze sono quelle di un notevole disturbo nella vita di relazione.

Succede allora che il bambino lanci dei segnali, con il pianto, i mugugni, le vocalizzazioni, i movimenti del corpo, ma questi non vengono ricevuti in quanto i problemi interiori dei genitori, le loro ansie, le paure, la depressione, impediscono un ascolto corretto, mentre nel contempo rendono estremamente difficili risposte efficaci e coerenti.

Questi genitori sono vittime, quindi, di una congerie di emozioni, sentimenti e pensieri che impedisce un sereno ascolto ma impedisce anche delle risposte efficaci.

Accanto al non ascolto vi possono essere difficoltà nella decodifica dei messaggi.Questa difficoltà non sempre è causata dalla presenza di un ritardo intellettivo e cognitivo. Spesso chi non sa decodificare i messaggi presenta ai test intellettivi dei punteggi normali.

Si tratta allora di persone apparentemente intelligenti, a volte con una o due lauree, che hanno buone capacità nel comprendere le richieste esplicite, mentre hanno difficoltà, più o meno gravi, a comprendere i messaggi meno evidenti ed impliciti, in quanto mancano della necessaria sensibilità e degli strumenti adeguati per tradurli correttamente.

Questi genitori, quando il loro bambino esprime verbalmente in modo chiaro il bisogno, la sofferenza ed il malessere, comprendono il messaggio e vi si adeguano. Portano il bambino dal medico, evitano di dare cibi non adatti o somministrano i farmaci più opportuni, ma se il bambino piange e si dispera senza però riuscire a comunicare il suo problema in modo esplicito, non riescono a comprendere il messaggio o lo interpretano in modo errato: “Questo bambino è capriccioso, viziato; vuole focalizzare l’attenzione sempre su di sé; ci vuole fare disperare; ci vuole punire perché non l’abbiamo accontentato nei suoi capricci; è un monello.” I genitori che presentano questi problemi riescono spesso a fare mille ipotesi ma non sono in grado di scegliere quella corretta.

Le cause di questa difficoltà nella comprensione dei messaggi possono essere fatte risalire a difficoltà congenite; il più spesso, però, questo handicap nasce dalla presenza di un afflusso massiccio di messaggi disturbanti. Una buona comprensione necessita di un sufficiente tempo per la pausa e per la riflessione. Cosa molto difficile da ottenere quando nella mente i pensieri e le emozioni vorticosamente si rincorrono, si incrociano, a causa dell’ansia o dello stress nati a sua volta dai tanti impegni ai quali i genitori non riescono a fare fronte con serenità ed equilibrio.

In altri casi il problema è dovuto a difficoltà ad utilizzare una chiave corretta di lettura. Nelle comunicazioni criptate, utilizzate dalle spie, sia in tempo di pace sia in tempo di guerra, se il nemico non ha i codici appropriati non riesce a comprendere i messaggi.

In questo caso è come se questi genitori non fossero in possesso, per vari motivi, dei codici corretti. A volte la mancanza è già nel patrimonio genetico. Altre volte la causa va ricercata in un deficit educativo. E’ quello che succede oggi, nelle moderne società occidentali, nelle donne di nuova generazione nelle quali, non viene educato e adeguatamente valorizzato ed esaltato l’istinto materno, caratteristico dell’essere femminile. In queste società, giacché non viene accettato il tradizionale ruolo femminile, non vengono trasmesse o vengono perdute le specifiche peculiarità istintive fatte di intuizione e immediato contatto con l’animo degli altri esseri umani, specie se bambini. Queste peculiarità, indispensabili per un corretto e sano rapporto educativo e di cura, sono sminuite o sovvertite da un’educazione che da molti anni esalta le qualità tecniche o quelle manageriali e professionali. Tale difficoltà si aggrava anche per la mancanza di un lungo e corretto tirocinio da effettuare con i fratelli più piccoli, e dall’assenza di un valido, continuo ed efficiente tutoraggio materno. La difficoltà di utilizzare le chiavi di lettura corrette può essere causata, inoltre, dalla presenza di chiari disturbi psichici. L’ansia, la depressione, l’irrequietezza interiore provocano, come un rumore assordante a livello mentale, impedendo il sereno ed attento esame della realtà. In tutti questi casi vi potrà essere una più o meno grave difficoltà nella comprensione dei messaggi.

 

Buone capacità nel dare risposte coerenti, stabili, complete e soddisfacenti.

Non basta ascoltare un messaggio, non basta interpretarlo correttamente, bisogna anche riuscire a dare delle risposte stabili, coerenti, complete e soddisfacenti.

 

Dare risposte coerenti significa fare in modo che le azioni successive siano coerentemente collegate al messaggio: “Capisco che il mio bambino ha freddo e gli metto il cappottino.” Risposta coerente. Al contrario: “Capisco che il bambino sente freddo e gli tolgo anche la maglietta.” Risposta incoerente.

 

Le risposte incoerenti possono nascere da presupposti errati o eccessivi: “Io penso (erroneamente) che è giusto che egli si abitui al freddo in quanto questo lo farà diventare più forte e robusto e quindi gli tolgo anche la maglietta.” Oppure: “I cappotti non devono mai essere messi ai bambini perché li impacciano.”

 

Questo tipo di risposte incoerenti è proprio degli uomini che vorrebbero per i propri figli il massimo dei comportamenti spartani.

 

Le risposte incoerenti possono essere causate anche da un parallelismo non corretto: “Io sento caldo, quindi anche il mio bambino deve avvertire caldo.” Questo vedere la realtà con i propri occhi e con il proprio sentire e non con i sensi degli altri, fa accettare con difficoltà altri modi di essere ed altri vissuti, pertanto il comportamento del bambino viene visto in modo difforme dalla realtà.

 

A volte la risposta non è coerente con la richiesta in quanto non si ha né la forza, né la voglia di soddisfarla: “Capisco ciò di cui lui ha bisogno, ad esempio del cappottino, ma non glielo posso dare, perché dovrei prenderlo a casa ma ho fretta, non ho tempo, non ho né la serenità, né la pazienza, né la capacità di sacrificio necessaria.” In questo caso la risposta errata nasce da una richiesta avvertita come eccessiva da parte di un Io immaturo, pigro o disturbato. “Io sono stanco, non ho voglia di prendere il cappottino,” pertanto mi convinco e cerco di convincere lui che il cappottino non serva.

 

“Nel mondo economico”, dice Bill Gates, “è fondamentale ascoltare i clienti e accogliere le loro brutte notizie come un’opportunità per trasformare i propri errori nei miglioramenti concreti che essi desiderano.”[1] Purtroppo, molto spesso non si fa lo stesso nel mondo affettivo. Pochi di noi sono disposti a chiedere ai propri “clienti”: marito, moglie, figli, familiari, amici, se sono o no soddisfatti del nostro comportamento e dove stiamo sbagliando, per poter correggere gli errori fatti. Preferiamo, al contrario, trovare mille giustificazioni alle nostre deficienze.

 

D’altronde, buona parte di queste giustificazioni ce la fornisce il mondo dell’economia e dei servizi, proprio per evitare di pensare troppo e di correggerci. Se un bambino piange perché insoddisfatto delle nostre attenzioni e della nostra presenza distratta da una trasmissione televisiva interessante, il mondo economico ci dirà che, molto probabilmente, questo pianto o lamento è dovuto ad un problema digestivo o ai dentini che stanno nascendo e irritano le gengive; pertanto la nostra risposta può essere molto rapida e sbrigativa magari col dargli soltanto un digestivo o un nuovo tipo di ciuccio che gli massaggi le gengive. Questi interventi ci fanno sentire la coscienza a posto anche se il bambino continua a piangere insoddisfatto.

 

Se il bambino strilla, vomita o si rifiuta di alzarsi tutti i giorni per andare all’asilo nido o alla scuola materna, è perché non si è ancora abituato al nuovo ambiente e quindi non bisogna recedere ma insistere nel proprio comportamento, senza approfondire le cause del suo malessere. Se una moglie è triste e depressa, è perché le donne ne hanno sempre una e non si accontentano mai. Se lo stesso succede ad un marito, la moglie si difenderà dicendo che gli uomini non hanno capito che i tempi sono cambiati e che devono adattarsi al nuovo modo di vivere. Se poi è il vecchio padre che lamenta che i figli non vengono mai a trovarlo, è facile che questi figli gli tengano anche il muso perché lui “non capisce” il nuovo stile di vita che porta i giovani ad avere una miriade di impegni improrogabili che impediscono di occuparsi troppo dei genitori.

 

Se un bambino è arrivato alla scuola media ma ancora legge e scrive male, sarà sicuramente vittima della dislessia e della disgrafia, mentre vengono ampiamente trascurate molte altre cause, come gli errori nelle tecniche per l’apprendimento della lettura e della scrittura, da parte della scuola, la mancanza di aiuto e di sostegno nelle varie fasi dell’apprendimento, da parte dei genitori, il grave disagio nel quale vive a causa della conflittualità in famiglia.

 

Per quanto riguarda la stabilità nei comportamenti, ciò significa continuare ad avere, nel tempo, lo stesso tipo di comportamento: “Capisco che il mio bambino ha questa necessità, gli metto sia oggi che domani quello che lui mi ha chiesto, quello di cui lui ha bisogno, senza che me lo richieda ogni volta. Non lo vesto un giorno con il cappotto ed il giorno successivo con la maglietta.”

 

I comportamenti instabili spesso nascono da un Io insicuro che non sa vedere correttamente ed in modo chiaro la realtà, ma soprattutto non sa prendere delle decisioni durature nel tempo: “Faccio bene o faccio male?” “Devo ascoltare il mio istinto o la mia ragione?” “Quello che dicono i medici o quello che mi suggerisce mia madre?” “Quello che dice mio marito o la vicina di casa? Devo fare ciò che è giusto o ciò che più mi aggrada?” L’indecisione può portare ad un blocco dell’azione stessa o ad azioni imprevedibili e mutevoli, spesso in contrasto l’una con l’altra.

 

Si è constatato che nelle famiglie dove sono presenti entrambi i genitori che si relazionano in maniera armonica, i bambini hanno un maggior numero di risposte coerenti ed adatte ai loro bisogni, mentre quando i genitori sono in disaccordo tra loro o è presente un solo genitore, il numero delle risposte incoerenti aumenta sensibilmente.

 

Quando a guidare una famiglia è solo una madre (famiglia madrecentrica) a parte le condizioni economiche più ristrette o precarie, è frequente il senso di solitudine, l’insicurezza, la paura di non farcela, di non riuscire. La paura di non saper bene educare il figlio e quindi il senso di colpa. E poi il sospetto di trasmettergli questa insicurezza e queste ansie, tanto da impedirgli di raggiungere un sano equilibrio. Vi è inoltre il rischio di un rapporto simbiotico con il figlio o con la figlia che possono assumere di volta in volta il ruolo di amici e amiche o sostituire l’amore per un uomo. Questi rapporti simbiotici rischiano di limitare nel figlio la crescita affettiva e sociale. La madre single si chiede se davvero è in grado di dare al figlio tutto ciò che gli serve. Pesa eccessivamente ogni decisione, avendo continuamente paura di sbagliare, tende ad oscillare tra atteggiamenti permissivi e autoritari senza mai trovare un equilibrio stabile, una linea di condotta coerente. [2]

 

Ma anche il padre single ( famiglia padrecentrica) ha i suoi problemi. L’uomo non essendo geneticamente predisposto per le cure più personali fa fatica, nel vivere quotidianamente con i propri figli, ad assumere un rapporto flessibile, caldo, delicato ed accogliente. Egli tende ad irreggimentare la famiglia con una serie di regole e norme che rendono soffocante e rigida la relazione con i figli. Giacché con difficoltà egli vede e sente le sfumature emotive nei dialoghi e nelle situazioni è più propenso a dare risposte immediate ai problemi, piuttosto che a far rivivere e far sedimentare le emozioni.

 

Lo stesso avviene nelle famiglie nelle quali i genitori sono presi dalla fretta o da mille impegni.

 

In questi ed in molti altri casi il bambino, in realtà, si ritrova a relazionarsi con persone che, per immaturità, per una non corretta o carente educazione al ruolo genitoriale, per problematiche psicologiche, sociali o relazionali, o per un non corretto appoggio e sostegno esterno, non sono in grado di dare ciò di cui lui ha bisogno.

 

Una delle cause più frequenti, che porta a risposte non corrette o incoerenti è spesso l’ansia. Se il genitore è divorato dall’ansia o dallo stress comincia a dare delle risposte corrette e coerenti ma poi, non avendo sufficiente e stabile energia psichica per proseguire nel suo impegno, tralascia i bisogni del bambino offrendo a lui risposte incoerenti o non corrette. Tutto ciò porta ad una deprivazione del soddisfacimento dei bisogni, che può essere più o meno grave, più o meno duratura.

 

A volte vi è difficoltà a dare delle risposte complete e soddisfacenti. Le risposte ci sono, sono coerenti, ma sono insufficienti. Pertanto i bisogni del bambino vengono soddisfatti, ma solo in parte. Questi genitori sono come dei poveri ai quali si chiede troppo. Essi sono consapevoli della richiesta e dei bisogni del figlio ma non hanno capacità sufficienti per rispondervi adeguatamente. E’ una situazione oggi molto frequente. La società dei consumi spinge molti genitori ad attivarsi in modo eccessivo nel lavoro per avere il denaro atto a soddisfare dei bisogni, richieste ed esigenze sempre maggiori, il più delle volte assolutamente superflui, ma che sono proposti da parte della pubblicità come bisogni essenziali. Pertanto, anche se è presente una buona consapevolezza delle necessità affettive dei figli, queste non possono essere adeguatamente saziate in quanto si ha la necessità di soddisfare altri bisogni che erroneamente vengono giudicati come bisogni primari.

 

A questo proposito, mi viene in mente la conversazione tra un padre bancario ed un altro genitore sindacalista. Il primo confessava che il suo stipendio non gli permetteva di soddisfare alcuni bisogni che lui riteneva importanti, come scarpe, magliette e zaini firmati che tutti i bambini avevano ma che non si poteva permettere di comprare ai suoi figlioletti. Pertanto, temendo che questa privazione li potesse traumatizzare e far sentire inferiori agli altri, cercava disperatamente, con l’aiuto dell’amico sindacalista, un secondo lavoro per il sabato e la domenica. In tal modo si sarebbe sentito un buon padre e si sarebbe messo in pace la coscienza.

 

L’aspetto tragico di questo modo di sentire il lavoro e il soddisfacimento dei bisogni della famiglia è che il povero bancario era disposto a sacrificare gli unici due giorni di riposo e di possibile sereno dialogo con i figli e con la moglie, per comprare gli zaini ed i vestiti firmati per i propri figli; l’aspetto comico è che i dirigenti di quella banca che avevano convinto questo padre a mettere in primo piano come beni essenziali vestiti e zaini firmati erano gli stessi che fra qualche mese si sarebbero lamentati del calo della produttività del povero impiegato costretto a lavorare sette giorni su sette, ed erano forse gli stessi che già borbottavano di non trovare più nei giovani nuovi assunti quella maturità, quell’educazione e quella serietà e serenità che c’era nei giovani dei buoni tempi andati.

 

Quando i genitori hanno problemi nella comunicazione o non danno risposte coerenti, le conseguenze sono notevolmente gravi. Il bambino avverte che è inutile parlare o comunicare se non si è ascoltati; che non è utile comunicare quando le proprie richieste non sono esaudite;[3] che è dannoso comunicare se la comunicazione ha sugli altri dei risvolti negativi. Ad esempio, se fa aumentare la loro ansia o se li porta a scontrarsi.

 

Il bambino impara a non fidarsi delle possibilità insite nella comunicazione. Impara a non fidarsi dei genitori, ma anche degli adulti e poi degli esseri umani in generale. Quando persistono gravi difetti nella comunicazione la sfiducia verso gli altri può ampliarsi a tutta la realtà esterna e, conseguentemente, si può instaurare una chiusura (autismo) verso il mondo reale. Il bambino in questi casi rimane solo e prigioniero delle sue fantasie ed elaborazioni mentali.[4]

 

 

 

Anche il padre deve possedere buone capacità nella comunicazione verbale e non. Ma le differenze sono sostanziali. Mentre la comunicazione materna[5] ha lo scopo di accogliere, confortare, dialogare, coccolare, dar sfogo e lenire le sofferenze, la comunicazione paterna è più indirizzata alla conquista, all’azione, alla scoperta, all’impegno. Se la prima consola, quella paterna stimola ed indirizza, provoca, attiva al massimo le capacità del figlio indirizzandole e finalizzandole all’azione. Se la comunicazione materna lancia segnali di prudenza, quella paterna lancia segnali di coraggio, che spingono il bambino ad osare, senza però mai oltrepassare i limiti imposti dalla prudenza e dal buon senso. Se la comunicazione materna è consolatoria, quella paterna è più attivante e sferzante.

 

Se la comunicazione materna insegna a comprendere i bisogni individuali e quelli del ristretto gruppo di appartenenza familiare, quella paterna insegna a comprendere i bisogni della società più ampia di cui si fa parte, fino ad arrivare ai bisogni dell’umanità in senso lato.

 

Se la comunicazione materna mette in primo piano il cuore ed i sentimenti, quella paterna mette in primo piano la ragione. Se la comunicazione materna ha lo scopo di sviluppare e confortare l’Io del bambino, quella paterna ha lo scopo di dare slancio, forza, determinazione, coraggio, sicurezza a questo Io.

 

E’ per questo motivo che la comunicazione paterna è più razionale, stringata, lineare, diretta, priva di fronzoli, priva di inutili aggettivi, più tagliente e apparentemente più fredda.

 

Anche la comunicazione paterna serve a sviluppare buone capacità di ascolto per rispondere esattamente ai bisogni degli altri, per evitare di chiedere troppo, di far osare troppo, per amalgamare i bisogni del cuore con quelli della ragione.

 

Per quanto riguarda la stabilità nei comportamenti e la coerenza delle risposte, queste qualità dovrebbero essere maggiori nella comunicazione paterna rispetto a quella materna, la quale può permettersi di essere più flessibile, volubile e legata alle mode del momento.

 

 Buon equilibrio.

 

Avere dei genitori che possiedano un buon equilibrio non significa avere dei genitori psicologicamente perfetti, maturi e saggi, senza alcun disagio o problema psicologico. La razza umana si è evoluta e ha raggiunto dei progressi mirabili pur avendo molti limiti.

 

Fin dal suo primo esordio nel paradiso terrestre sia la madre di tutti noi (Eva), che il rappresentante del sesso forte (Adamo), non hanno proprio manifestato né saggezza, né equilibrio, né coerenza davanti al buon Dio!

 

Ma anche successivamente la storia è piena di stragi, guerre e lotte intestine nelle quali il buon senso, la saggezza e l’equilibrio, sembravano scomparsi dalla mente umana.

 

Un buon equilibrio psichico significa possedere una realtà interiore non particolarmente disturbata. Significa avere un Io normalmente e armonicamente formato e sviluppato, che non sia preda di gravi conflitti interiori non risolti.

 

Un Io armonicamente sviluppato non è in preda all’ansia; si relaziona con serenità, facilmente e bene con se stesso e con gli altri; sa osservare la realtà con obiettività; riesce a mantenere buone capacità di giudizio e di critica anche nelle situazioni difficili.

 

Un Io ansioso, depresso, confuso, è come una persona nella tempesta o su una zattera in preda alle rapide vorticose di un fiume. Anche se non riesce a capire il motivo della sua ansia, vive molti momenti della sua vita con apprensione e angoscia. Ha difficoltà a vedere la realtà con serenità ed obiettività; le sue azioni sono spesso dettate dall’impulso del momento, piuttosto che da una razionale analisi dei fatti.

 

Ciò comporta frequenti e facili errori. Basta un nonnulla affinché queste persone si irritino o si crei in loro apprensione, inquietudine, insicurezza, aggressività, che con facilità trasmettono all’altro coniuge e ai figli.

 

Una madre, con un bambino affetto da autismo, confessava di essere la migliore cliente del pronto soccorso in quanto, per eventi che lei giudicava importanti, ma che obiettivamente non lo erano, quasi due – tre volte la settimana era nella sala d’attesa dell’ospedale per far controllare il figlio per problemi che solo la sua ansia patologica le faceva giudicare particolarmente gravi e importanti. Un colpo di tosse, un aumento della temperatura, un suo aspetto “strano”, bastavano per farla correre in ospedale.

 

L’ansia altera i comportamenti, impedisce o rende incoerenti le decisioni. Crea attorno a sé, nella casa e nei figli, un clima di allarme ingiustificato che innesca un circolo vizioso: ansia > malessere e ansia nel bambino > accentuazione dei disturbi su base ansiosa nel figlio > accentuazione della situazione di allarme nei genitori…

 

Nel caso che abbiamo riferito le immotivate paure creavano ansia incontrollata, alla quale il bambino reagiva con angoscia, fuga dalla realtà, sintomi di tipo psicotico e psicosomatico. Questi ultimi non facevano che aumentare l’ansia della donna, con conseguente richiesta di nuovi interventi medici i quali, a loro volta, traumatizzavano ulteriormente il bambino, causando un aggravamento della sua situazione fisica, ma soprattutto psichica.

 

In definitiva l’ansia non solo crea problemi dove non esistono, ma rende difficile anche affrontarli e risolverli correttamente e coerentemente.

 

Altrettanto problematica è la vita con quei soggetti che focalizzano le loro paure in uno o più oggetti appunto chiamati “fobici”. Gli oggetti fobici possono essere numerosissimi e possono cambiare con il passare degli anni. Gli insetti, i roditori, l’ascensore, gli spazi aperti, gli spazi chiusi, gli aerei, lo sporco, la scarsa presenza di persone o la loro eccessiva presenza, la sessualità ecc., possono causare un’ansia notevole, che limita la vita di queste persone e quella di chi li circonda.

 

Qualche anno fa venne alla nostra osservazione un bambino il quale aveva la strana abitudine di dormire nel balcone di casa sua. Questa decisione era la conseguenza di una intensa fobia per i ladri: ”Io ho terrore dei ladri, pertanto è meglio dormire nel balcone in modo tale che, se dei malintenzionati dovessero entrare in casa, posso sempre fuggire dal balcone in strada e chiedere aiuto.” Ma la cosa non è affatto strana se si pensa che anche la madre del bambino non era esente da paure. Questa confessò che anche lei aveva la stessa paura dei ladri, tanto che, tutte le sere, prima di andare a letto, aveva l’abitudine di guardare dentro gli armadi e sotto i letti per accertarsi che qualche malintenzionato non vi si nascondesse.

 

Le ansie, sia che abbiano un oggetto fobico o no, si trasmettono non solo per quella parte di ereditarietà sempre presente anche nei disturbi psicologici, ma soprattutto per il clima angoscioso e limitante che questi comportamenti creano nei minori.

 

Diverso anche se altrettanto grave è il discorso sulla depressione.

 

Se nella forma depressiva grave non si ha neanche la forza di chiedere aiuto, mentre si ha la sensazione di andare sempre di più verso il precipizio, anche quando questa patologia non si manifesta in modo grave, essa è capace di limitare notevolmente le possibilità relazionali, sia nei confronti del coniuge che dei figli.

 

Giacché la realtà interiore ed esterna viene avvertita in modo notevolmente alterato, il mondo del depresso è colorato a tinte fosche. Le ombre sono notevolmente più diffuse e ampie delle luci. Il pessimismo e la tristezza non riescono a far godere neanche gli eventi più lieti e deformano in modo sgradevole ogni realtà anche la più piacevole. L’apatia e l’astenia impediscono o rendono estremamente gravoso anche il minimo impegno. I sensi di colpa e d’indegnità lacerano l’anima di chi li prova. Pertanto questi pazienti avvertono la vita, gli altri, se stessi, il mondo, con nero pessimismo, chiusura e tristezza.

 

Com’è facile comprendere, questi genitori, immersi nel lutto e nella tristezza, non riescono a dare ai figli quella gioia, quell’apertura al mondo e agli altri indispensabile in ogni momento della vita ma soprattutto nella fase evolutiva. D’altra parte anche per il partner, stare accanto a una persona che vive ogni momento della sua giornata senza speranza, senza piacere, senza gioia, senza desideri, è estremamente doloroso.

 

Se, a volte, gli eventi depressivi hanno una causa nelle situazioni difficili, traumatiche o sgradevoli e luttuose della vita, altre volte queste patologie sono provocate dalle variazioni ormonali, dall’età o da altre condizioni organiche e genetiche. In tutti i casi però, se queste sintomatologie sono frequenti o perdurano nel tempo, le conseguenze negative sullo sviluppo psicologico dei minori sono rilevanti.

 

Quando Maria si presentò a noi per parlare del figlio Giovanni ci colpì il medaglione dorato che aveva al collo. Nel centro di quel medaglione spiccava la foto a colori di un bel giovane sorridente. Quel sorriso contrastava nettamente con il volto scavato e triste di quella donna dai lineamenti fini ma che sembrava prematuramente ingrigita e invecchiata. Ci parlò di Giovanni, il figlio più piccolo, delle sue paure e fobie: della scuola, dei rumori, dei pagliacci, della morte della madre. Paure e fobie che limitavano notevolmente la sua vita sociale e scolastica, tanto che da mesi rifiutava di andare a scuola. Quando le chiedemmo del medaglione, parlando del figlio perduto in giovane età, uno dei tanti giovani morti per incidente stradale, non riuscì a trattenere le lagrime. Ci parlò di come la sua vita, da quel giorno, fosse radicalmente cambiata: non più sorrisi, non più gioia, non più feste. Quell’evento l’aveva fatta rintanare nella casa, dalla quale non usciva se non per effettuare la spesa nei negozi vicini. Giovanni, nato dopo quell’evento e che portava lo stesso nome del figlio morto, era il frutto dei consigli dei familiari ma anche di alcuni medici che, vedendola in quello stato pietoso, le avevano suggerito di combattere la morte, e la conseguente depressione, regalandosi una nuova vita. Ma questa istintiva terapia non era servita a nulla e la donna da anni aveva rinunciato a combattere contro il lutto e la depressione che, con le sue ali nere, aveva coinvolto in maniera massiccia Giovanni fin dalla nascita.

 

Se si tiene presente che in prevalenza sono le donne che soffrono di depressione e se è vero che le cause della depressione reattiva nelle donne sono da ricercarsi soprattutto nei problemi legati all’ambito familiare e affettivo: solitudine, delusioni amorose, tradimenti, abbandoni, non vi è dubbio allora che la tanto sbandierata libertà sessuale rappresenta, in definitiva, un pesante fardello proprio per il sesso femminile.

 

Un altro tipo di patologia è rappresentato dalle sindromi di tipo ossessivo - compulsivo. Le persone affette da tali problematiche, per diminuire la loro ansia angosciante si sentono “costrette” a compiere ripetutamente, a volte fino allo sfinimento, una o più azioni fisiche o mentali, i “rituali ossessivi”. La vita di questi soggetti è notevolmente limitata da queste operazioni che devono effettuare, in quanto questi rituali, nel tempo, si fanno sempre più complessi, elaborati e lunghi.

 

La paura dello sporco li può portare, ad esempio, a lavarsi le mani continuamente, a sterilizzare la casa con una miriade di detersivi. La paura di disgrazie li può spingere a ripetere determinate formule mentali, o gesti scaramantici. Il non sopportare il minimo disordine, li costringe a sistemare con pignoleria ogni oggetto della casa, mentre non sopportano che altri possano spostare quanto da loro ordinato.

 

Non è difficile immaginare quanto sia penosa la vita di un minore affidato alle cure di questi genitori. Il bambino inevitabilmente sarà afflitto da continui rimbrotti per aver toccato, sporcato o spostato gli oggetti, oppure per aver eseguito o no determinate azioni. “Togliti i vestiti, lavati le mani, mettiti composto, non sporcare, non disordinare”, sono le continue rimostranze che questi bambini devono subire. Così come questi genitori si trovano in una situazione di costrizione interna da cui non riescono ad evadere, se non per brevi momenti, essi fanno altrettanto nei confronti dei figli, i quali sono costretti a vivere legati da mille divieti o obblighi in un clima di continue frustrazioni.

 

Altre volte i conflitti interiori si evidenziano mediante atteggiamenti irritanti, scontrosi o chiaramente aggressivi, che non tengono in alcun conto la sensibilità di chi vive vicino a queste persone. Le aggressioni sono il più delle volte verbali nelle donne, mentre nei maschi possono sfociare anche in violenze di tipo fisico, ma il risultato non cambia di molto in quanto, in ogni caso, a chi sta attorno a loro vengono imposte continue umiliazioni e sofferenze.

 

 

 

Per comprendere le conseguenze dei vissuti psicologici, bisogna tener presente che i sentimenti, sia positivi che negativi, tendono a generalizzarsi, ampliarsi ed allargarsi, sia nello spazio che nel tempo. Così come un sentimento di gioia, di amore o di fiducia si allarga ed espande anche a persone sconosciute, un sentimento di tristezza e di poca attenzione o di ansia, porta al risentimento e all’aggressività verso tutto e tutti. Lo stesso avviene per quanto riguarda il tempo. Se oggi, la mia fiducia negli altri è stata ben accetta, riconosciuta e ricompensata è facile che lo stesso avverrà domani e domani ancora. Al contrario, se i miei comportamenti sono stati frustrati e mi hanno portato disillusione e sofferenza, mi aspetto che la stessa cosa avvenga anche nel futuro.

 

Un buon equilibrio psichico è fondamentale in entrambi i genitori ma, se la donna può senza alcun problema per la prole avere una vita emotiva intensa e varia anche se non patologica, lo stesso non si può dire per l’uomo. Questi deve avere un’emotività più controllata e stabile, sia per poter svolgere correttamente il suo ruolo di guida uniforme e lineare, sia per permettere alla sua compagna di vivere con i figli un rapporto affettivo più tenero, delicato e coinvolgente, cosa che non sarebbe possibile se anche l’uomo avesse e vivesse con la stessa emotività realtà ed avvenimenti.

 

Atteggiamento altruistico e generoso.

 

 Una qualità che non può mancare nelle persone che vogliono costruire una famiglia, e quindi nei genitori, è una propensione all’altruismo e alla generosità. Impegnare buona parte del proprio tempo e delle proprie energie nell’ascoltare, allevare, curare, assistere, aiutare e sostenere dei figli, presuppone grande disponibilità al dono di sé in favore di un altro.

 

Il darsi per l’altro comporta sacrifici e rinunce del proprio tempo, delle proprie personali aspirazioni e desideri. Queste rinunce potranno essere attuate facilmente solo se sono vissute con piacere e gioia, mentre al contrario, difficilmente ciò che viene avvertito come una sofferenza e perdita del sé, può essere offerto ad un altro.

 

Presupposti di una personalità generosa e altruista sono la maturità e serenità interiore. Il bambino tende a chiedere e a ricevere più che a dare, solo l’adulto maturo e sereno si sente pienamente gratificato e felice nel dare. Solo l’adulto maturo riesce a vivere con gioia il dono anche in situazioni molto difficili che, agli occhi delle persone egocentriche ed individualiste, sono viste come grandi, impossibili sacrifici. Altro presupposto di una personalità generosa e altruista è l’avere ricevuto, a loro volta, molto dai propri genitori. L’essere ricco di affetti prepara al dare. Chi ha ricevuto poco o male dal mondo affettivo difficilmente potrà dimostrarsi generoso nei confronti degli altri.

 

Le gravi carenze presenti nel mondo affettivo si ripercuoteranno inevitabilmente nelle generazioni successive creando una valanga di atteggiamenti negativi e sterili nei confronti della vita e dell’amore.

 

Ma vi è anche un’altra condizione che prepara all’altruismo ed al dono di sé ed è lo stile educativo. Vi è uno stile educativo che premia e gratifica il potere, l’efficienza, le capacità culturali ed intellettive, la grinta nell’affrontare gli altri e la vita, e vi è un o stile educativo che premia e gratifica le capacità di aprirsi agli altri e di donare, sopportare, accettare. Vi è uno stile educativo consumistico che spinge a chiedere per sé sempre di più e vi è uno stile educativo che insegna ad accontentarsi ed essere felici anche del poco. Vi è uno stile educativo che tende a gonfiare oltre misura il proprio Io, e vi è uno stile educativo che tende a valorizzare l’Io degli altri.

 

In una società nella quale predominano i valori del mondo economico vi è poco spazio per l’altruismo e per la generosità.

 

Per Fiorentino, nelle moderne civiltà occidentali “In primo piano vi è quello che ognuno guadagna, la gratificazione del sé, i danni e i fastidi che un bambino può dare. Il baricentro si è spostato sulla gratificazione e sulla conservazione, anziché in avanti, in rapporto ad un progetto di vita impegnato, personale o di coppia. L’atteggiamento consumistico è maggiore di quello di investimento in avanti, di rischio fiducioso. Le forze che governano ciò che si fa sono prevalentemente autocentrate, spesso difensive, anziché di dono a lungo respiro.”[6] Quando i giovani vanno incontro l’uno verso l’altro con le valigie vuote, le carenze affettive dell’infanzia e della giovinezza si ripercuotono con effetti disastrosi sul legame di coppia e familiare.

 

Buone capacità educative e di cura.

 

La cura non è un’emozione, non è un sentimento. Di questa parola si parla pochissimo, anzi oggi è quasi sconosciuta insieme all’altra parola negletta: “sacrificio”, tranne che nelle corsie dell’ospedale o negli ambulatori medici.

La cura è un impegno, è un lavoro, è un’attività rivolta verso l’altro.

 

Può comportare, anzi comporta sicuramente fatica e limitazioni notevoli, ma anche intensa gioia, piacere e gratificazione. Presuppone disponibilità e dedizione verso gli altri. Richiede costanza, continuità e pazienza.

 

Quest’argomento mi riporta alla mente alcune scene alle quali da bambino assistevo quasi giornalmente.

 

 

 

All’imbrunire, che era anche l’ora del nostro ritorno a casa, dopo aver scorrazzato per vie e cortili, improvvisamente iniziava la processione dei carri. Prima quelli piccoli, tirati dai cavalli, poi quelli più lenti ma grandi, con le loro alte ruote, che un po’ ci spaventavano, tirati da una pariglia di buoi e, sopra i carri, una montagna di fili d’erba e, sopra o accanto alla montagna verde, gli uomini, con i cappelli di paglia sotto i quali si intravedevano i volti stanchi, avvampati dal sole e dalla calura estiva. Carri da cui rubare con perizia e astuzia i teneri fili d’erba con i quali fare tremule e fragili zampogne dal buon sapore d’erba e di campagna. Carri sotto cui appendersi per dimostrare coraggio, bravura e agilità. Carri da odorare per avvertire il profumo dei prati e dell’erba appena tagliata.

 

Questa processione di carri saliva snodandosi, dapprima ben ordinata, nelle strade che portavano al paese e poi, come ad un cenno, si apriva e disordinatamente si sparpagliava tra le vie e i cortili che sembravano inghiottire in un attimo buoi, cavalli, carri, erba e cavalieri.

 

Anche noi bambini seguivamo la sorte dei carri. Come ad un cenno il gruppo compatto, numeroso e vociante che li aveva accolti all’entrata del paese, si divideva in tanti rivoletti che correvano dietro il carro del padre, del nonno o dello zio per poi scomparire nelle piccole case bianche, interessati ad assistere alla seconda parte dello spettacolo serale.

 

Gli animali, liberati dai finimenti, venivano puliti, strigliati e asciugati dal sudore e amorevolmente condotti nelle stalle a riposare, con una pacca sul sedere, che era quasi una carezza, un grazie ed un arrivederci.

Mentre cavalli, buoi e asini, mangiavano esausti una parte della stessa erba che avevano portato, già noi correvamo dietro i padri, i nonni e gli zii per pescare, nelle capaci tasche delle giacche, i regali che avevano portato per noi bambini: la prima arancia o mandarino della stagione da odorare prima che assaporare; un uccellino quasi implume da accarezzare nella notte; una preziosa piccola biscia nera con la quale far spaventare l’indomani le bambine più paurose.

 

E poi vi era il momento del silenzio. Le donne della casa: madri, moglie e figlie grandi, comparivano come dal nulla per imporci, con il silenzio, la massima compostezza per il nuovo rito che stava per iniziare.

 

Mentre gli uomini sedevano in cerchio nel povero soggiorno con le mattonelle rosse d’argilla, le donne, anche loro come noi in silenzio, dopo aver indossato grandi grembiuli bianchi, entravano nelle cucine come per una cerimonia misteriosa. Da quelle stanze fumose uscivano in fila indiana, dopo un tempo che ci si sembrava lungo, portando nelle mani o sulle braccia, come nella messa si portano i doni all’altare, bacili smaltati, panni bianchi di cotone, asciugamani e per finire grandi brocche dalle quali uscivano volute di fumo bianco.

 

Lentamente si accovacciavano davanti agli uomini e, delicatamente ma con sicurezza, ripetevano gesti fatti mille volte. Scioglievano legacci, slacciavano bottoni, tiravano via giacche, cavavano scarponi, stivali e calze imbrattati di terra nera, fino a far immergere i piedi neri anch’essi di terra, nelle bacinelle piene d’acqua calda. Qualche minuto di attesa e poi giù a insaponare e lavare quei piedi immobili per la stanchezza e poi a massaggiarli, delicatamente, come cercando di far rivivere un dito dopo l’altro. E dopo i piedi, le mani; e dopo le mani, per finire, il volto. E solo dopo i sorrisi, qualche carezza e un piccolo bacio di sfuggita. E poi le parole, poche parole per comunicare gli avvenimenti della giornata.

 

Anche per noi bambini, solo dopo quel rituale, era concesso di abbracciare i nostri padri, zii e nonni e ricevere da loro le carezze, le parole o i meritati rimproveri.

 

Una scena come questa, che si ripeteva tutte le sere, se fosse stata filmata sarebbe potuta servire a dimostrare, nelle assemblee femministe, la passiva, rassegnata schiavitù delle donne di una volta. Ma ad una condizione: non far vedere il volto di quelle donne che, inginocchiate, lavavano i piedi, le mani ed il viso dei loro uomini. Perché io li ricordo quei volti come fosse ieri. Erano volti sereni, fieri e austeri, tutt’altro che di schiave. C’era in quei visi la netta consapevolezza ed il bisogno che quel rito andasse fatto e andasse fatto proprio in quel modo. Senza nulla togliere o modificare. Non il silenzio, non l’acqua calda ed il sapone, non le ginocchia piegate per terra, non i panni bianchi per asciugare, non le mani delicate ad accarezzare e massaggiare quei piedi doloranti sporchi di terra.

 

Nulla poteva essere diverso, perché solo in quel modo poteva e doveva essere dimostrata la gratitudine per quei corpi e per quegli uomini martoriati dal sole, dal sudore e dalla fatica. Nulla di quelle cure poteva essere tolto a quegli uomini sfiniti che, ancora una volta, avevano provveduto al benessere della famiglia lavorando, piegati sulla terra arida, dall’alba al tramonto.

 

 

 

Sempre a proposito di cure, ricordo la rivolta delle donne di famiglia contro una di loro, la zia Nunziata, la quale, nelle cure rivolte al suo marito e uomo, a loro giudizio, esagerava e quindi le metteva in ombra. Verso di lei, le altre donne, provavano una sorta di invidia e gelosia che non mancavano di far notare.

 

Quando ormai, da anni, tutte le donne della nostra famiglia si erano liberate dalla fatica del pane fatto in casa e lo comprovano direttamente dal fornaio, lei era l’unica che ancora si alzava all’alba, si legava attorno ai capelli color del rame un fazzoletto e poi giù ad impastare chili e chili di farina che lavorava a lungo con molta acqua, lievito naturale ed un filo d’olio, utilizzando i suoi grandi pugni chiusi. Dopodiché accendeva il forno a legna e quando questo era ben caldo vi metteva a cuocere le pagnotte, una accanto all’altra come tante grasse sorelline.

 

Ore di lavoro, pur di far mangiare a suo marito il pane fragrante fatto in casa, che lui preferiva e che aveva sempre mangiato fin da bambino. Ma le attenzioni verso il fortunato marito non finivano qui. Lei era anche l’unica che si scottava le dita per spellare i peperoni appena arrostiti, per farli mangiare ben caldi e conditi con ottimo olio, al suo uomo, perché così lui li preferiva: sottili, caldi e immersi nell’olio d’oliva.

 

Ed era solo lei che a pranzo e a cena, dopo aver ringraziato il Signore con una breve preghiera, mangiava insieme allo sposo in un’unica grande scodella, perché aveva scoperto anche questo modo, per dimostrare il suo legame ed il suo amore.

 

 

 

Quali tipi di cura conosciamo?

 

Vi sono delle cure di tipo materialeche possono ad esempio riguardare tutte le attenzioni che un marito o una moglie può avere nei confronti del coniuge e dei figli. Nell’era preindustriale, da parte dell’uomo, queste cure erano tese a proteggere e tutelare la salute fisica della donna e della prole, ed era pertanto un prendersi carico del benessere di tutta la famiglia. L’uomo con il suo lavoro costruiva la casa dove abitare, procurava il cibo, l’acqua e gli strumenti necessari per il lavoro, si attivava nei trasporti e nei commerci, si impegnava nella ricerca dei luoghi e delle strategie necessarie per garantire il massimo della sicurezza e dell’accoglienza, costruendo le opportune difese o direttamente offrendo la propria vita contro i nemici in battaglia.

 

A sua volta la donna offriva le sue cure provvedendo a rendere ogni angolo della casa accogliente, pulito e ordinato; preparava i cibi; utilizzava con maestria e arte le sue dita per filare la lana e tessere le stoffe, indispensabili per gli indumenti e gli arredi; si impegnava nella pulizia non solo del proprio corpo ma anche di quello del proprio uomo e dei propri figli.

 

A queste cure aggiungeva le sue attenzioni per sanare o contrastare le malattie e le infezioni con i rimedi che la scienza medica dell’epoca o la tradizione popolare metteva a disposizione.

 

Vi sono poi delle cure di tipo affettivo-relazionale.

 

 

 

Queste cure, utilizzando il dialogo, la presenza, l’ascolto, le coccole, le tenerezze, la sessualità, mirano a soddisfare le più profonde ed intime necessità psicologiche, stimolando anche la crescita affettiva. Nel mentre viene sviluppato un caldo ed intenso legame con l’altro, si mira a renderlo più sicuro, forte, sereno, in modo tale da allontanare o diminuire ansia, depressione, tensione, stress, turbamento.

 

Accanto alle cure di tipo materiale e affettivo vi sono quelle di tipo sociale. A queste cure dovrebbe dedicarsi ed impegnarsi soprattutto il padre. Questi ha il dovere di accompagnare e guidare il bambino nella conoscenza e nell’integrazione con il più vasto mondo sociale e politico. Sempre il padre, mediante l’impegno educativo stimola, sostiene e sviluppa la volontà, la determinazione, il coraggio e la lealtà dei figli e poi, con una serie di interventi rivolti a collegare i minori alla realtà esterna alla famiglia, egli li aiuta, prima a scoprire e poi ad inserirsi nella vita sociale e politica della città e della nazione.

 

Dando ai suoi figli sicurezza e offrendo loro le istanze morali fondamentali per la formazione di una coscienza etico – sociale il padre riesce a mediare con la società, per la famiglia, e soprattutto per i figli, il migliore rapporto possibile. Inoltre egli si adopera affinché vi sia un buon equilibrio tra mondo del lavoro, dell’economia e dei servizi e mondo affettivo relazionale, in modo tale che nessuna delle due realtà ne abbia a soffrire.

 

Quando, per qualunque motivo non c’è un padre, le conseguenze per i figli sono spesso gravi e numerose. Aumentano i rischi di atteggiamenti delinquenziali, si hanno maggiori problemi nell’apprendimento e nell’inserimento nel mondo del lavoro, maggiori difficoltà di integrazione, minore equilibrio psicofisico.

 

Vi sono delle cure di tipo spirituale e morale.

 

Questo tipo di attenzioni, altrettanto importanti, aiutano le nuove generazioni a scoprire nel proprio cuore e nel mondo, i valori etici e morali delle proprie azioni, ma anche la presenza divina che sottostà a questi valori.

 

E’ bene però tener presente che molto spesso anche le cure materiali hanno dei risvolti affettivi. Come quelle affettive, relazionali e spirituali hanno dei risvolti materiali. La pulizia, le cure mediche, l’assistenza nelle malattie, la prevenzione dei disturbi organici e dei disordini alimentari hanno dei notevoli risvolti affettivi.

 

Un letto pulito non è soltanto un letto igienicamente perfetto. In un letto pulito è piacevole lasciarsi andare al sonno ristoratore. Un letto sporco o disordinato, non è soltanto igienicamente non confacente allo scopo, ma è soprattutto un letto nel quale è sgradevole addormentarsi e quindi è un oggetto che comunica le scarse attenzioni che la donna ha nei confronti del figlio, del marito o della casa. Una camicia pulita non è soltanto un indumento privo di microbi da indossare; essa comunica anche l’amore, l’impegno, l’attenzione e la dedizione della persona che ha lavato e stirato l’indumento. Questo oggetto, toccato dalle sue mani, è portatore del suo calore, del suo amore, della sua attenzione, della sua fatica, del suo sacrificio gioioso. La consapevolezza di ciò rasserena, dà sicurezza e gioia, dà calore e amore, e spinge a contraccambiare con altro calore, con altro amore, con altre cure e attenzioni rivolte non solo al genitore o coniuge che ha fatto questo ma anche alla società e agli altri.

 

Si allarga e si diffonde l’amore e la cura come si allarga e si diffonde la freddezza, l’egoismo e l’individualismo.

 

Capiamo meglio quanto siano importanti le cure, in rapporto alle persone che le offrono, quando pensiamo a quei bambini che vengono ingiustamente accusati di fare i capricci se vogliono che sia la mamma a preparare la zuppa di latte la mattina e non la nonna o, peggio, un altro estraneo.

 

Questi bambini hanno fame e piangono e si disperano, ma chiedono insistentemente che una determinata cura venga effettuata da una certa persona e non da altre.

 

Questo non significa che il bambino non ha fiducia nelle capacità della nonna nel riscaldare il latte ma evidenzia il bisogno che ha il bambino che nel cibo vi sia quel valore aggiunto dato dalle mani e dall’attenzione di una figura particolarmente a lui cara: la madre.

 

Questo collegamento tra l’azione di cura e la persona che la attua è ancora più evidente nei bambini che presentano gravi problematiche psicoaffettive. Questi bambini, pur avendo buone capacità fini-motorie, spesso chiedono che siano determinate persone (più spesso la madre, a volte il padre, la nonna o la tata) ad aver cura di loro. Ed è solo da una determinata persona che vogliono essere vestiti, imboccati o puliti. Essi hanno ancora molta fame, hanno fame di carezze, fame di attenzioni e cure e cercano di soddisfare questa fame facendosi toccare solo da alcune persone “speciali”.

 

Tale comportamento non è poi così strano se pensiamo che anche noi adulti avvertiamo o ricordiamo come molto più buona e gustosa la crostata, la pizza o un’altra pietanza fatta con le mani di nostra madre o di nostra moglie, piuttosto che quella comprata al supermercato o in rosticceria.

 

Queste realtà psicologiche, così profondamente scolpite nel nostro cuore, conoscono bene i pubblicitari che cercano, in tutti i modi, di associare agli oggetti e agli alimenti da vendere, non le macchine che le hanno prodotte o gli anonimi operai che hanno collaborato alla loro fattura, ma famiglie e figure umane affettivamente rilevanti, che possono far ricordare o far sgorgare sentimenti positivi. E allora, se è la pasta o dei biscotti che vogliono vendere, metteranno una nonna o una madre, o una famiglia ricca di sorrisi, calore, dolcezza e disponibilità. Se vogliono vendere un’auto, a questa accosteranno un grande corridore o una bella ragazza sexy, con atteggiamento disponibile e sorridente. Se vogliono vendere un detersivo, metteranno per invogliare le massaie un bel giovane, meglio se con poteri super, che offra il detergente come un amante offrirebbe un mazzo di rose rosse.

 

Da quanto abbiamo detto si deduce che non è indifferente per il bambino, come per l’adulto, il legame che si stabilisce tra il cibo, gli oggetti e le attività di cura a lui offerti e la persona o le persone che li offrono.

 

Allo stesso modo non è indifferente per i genitori, il piacere ed il legame di attaccamento che si instaura in tal modo con il figlio. Se questo manca, se sono altre braccia a cullarlo, consolarlo, altre mani ad asciugare le sue lagrime, altri occhi a rispondere al suo sorriso, altri cuori a dialogare con lui, qualcosa di importante si spezza, qualcosa di importante si altera o non si costruisce.

 

Il bambino si ritrova in uno stato d’animo simile a quello di un automobilista che, per sua disavventura, scopre che la strada che sta percorrendo è a vicolo cieco. Questo sfortunato automobilista dapprima, incredulo, guarda il muro o la siepe che gli sta di fronte, poi sbalordito, impaurito, si guarda intorno e solo dopo, arrabbiato, stizzito ed incollerito gira l’auto in cerca di un’altra strada.

 

Di queste basilari realtà psicologiche non sembra tener conto il mondo dell’economia e dei servizi, quando cerca, sempre di più, di ampliare il mercato degli oggetti, strumenti e servizi, offerti alle donne e alle madri, ammantandoli come un aiuto ed un sostegno alla donna e alla famiglia.

 

Perché perdere tempo e fatica, perché bruciacchiarsi le dita e le mani per preparare e cucinare dei cibi se questi possono essere già acquistati precotti, o già pronti per essere riscaldati e serviti?

 

Perché utilizzare il proprio tempo per impastare, amalgamare, lavorare farina, zucchero, uova e altro quando le torte o i biscotti sono già impacchettati nelle loro luccicanti confezioni sigillate?

 

Perché accompagnare i figli a scuola quando vi è un efficiente servizio di pulmini appositamente organizzati per fare questo?

 

Perché seguire i propri figli a casa quando vi sono gli asili nido pronti a soddisfare i bisogni dei bambini piccoli?

 

Perché perdere tempo e mettere a dura prova la pazienza nel far fare i compiti scolastici ai figli più grandetti quando abbondano insegnanti e laureati in lettere o pedagogia che, per qualche euro, possono dare meglio di noi questo aiuto scolastico?

 

Il numero e la qualità delle offerte è sempre più alta. “Per liberare la donna delle incombenze più sgradevoli e faticose, in modo tale che possa dedicarsi completamente e pienamente ai figli” viene detto dai Mass media. In realtà sappiamo benissimo che il mondo economico si propone esplicitamente di eliminare o sostituire quasi completamente il lavoro di moglie e di madre, in modo tale che questa dedichi sempre più tempo ed energie al lavoro esterno alla famiglia.

 

Viene sottaciuto inoltre quanto questa “liberazione” costi in termini di gratificazione, piacere e gioia, per i figli, per il marito, per la società e per la donna stessa.

 

Non viene detto che in realtà si sta attuando, nei confronti delle future generazioni, una chiara espropriazione della figura più importante per la loro crescita psicoaffettiva: la madre.

 

Viene sottaciuto che a questa donna sarà tolto, forse per sempre, il piacere e la gratificazione più importante e bella che avrebbe potuto avere nel sentirsi pienamente capace e integrata in un ruolo insostituibile.

 

Non viene comunicato che una persona che non cura sufficientemente l’altro non potrà mai con quest’ultimo avere un valido legame, come non sarà mai da questo amata e rispettata, che anzi verso quella persona nascerà livore, aggressività e risentimento. Sentimenti questi capaci di soffocare un amore nascente e di impedire la formazione o di distruggere per sempre, ogni futuro o preesistente profondo legame.

 

Non viene detto che quella donna perderà per sempre la sua immagine speciale nel cuore dei figli e del marito, per diventare, ai loro occhi, uno dei tanti ingranaggi presenti nella società atto a produrre ricchezza e denaro.

 

 Età fisiologicamente adeguata.

 

Si può avere un bambino anche se non si è adulti, ad un’età molto giovane, però sappiamo che la maturità biologica rende più favorevole per la donna portare aventi la gravidanza ed il parto, mentre nel contempo la maturità psicologica risulta indispensabile per affrontare adeguatamente l’educazione e la cura del bambino.[7]

 

Sul versante opposto non è una madre adeguata, una donna troppo in là con gli anni,[8] per possibili patologie cromosomiche,[9] perché il suo corpo, non più giovane, non sempre è perfettamente in grado di portare avanti una gravidanza senza l’aiuto di sussidi medici e, soprattutto, perché l’età più avanzata rende l’essere umano, uomo o donna che sia, emotivamente più fragile, meno elastico, depresso e insicuro, mentre invece un bambino ha bisogno per molti anni di avere, accanto a sé, dei genitori psicologicamente gioiosi, forti, sereni e sani, che sappiano crescere insieme a lui.

 

Per quanto riguarda l’uomo non è importante la giovane maturità biologica ma la scarsa maturità psichica e le sue capacità lavorative. Le responsabilità che egli si deve assumere richiedono una buona maturazione personale e sociale, sia per mantenere la famiglia, sia per dare il giusto grado di sicurezza e stabilità al nucleo familiare.

 

Purtroppo l’età della prima gravidanza è sempre più alta e i motivi sono numerosi.

 

Gli anni di studio, obbligatori per uomini e donne, sono in aumento in quanto si vuole una preparazione di base maggiore e più ricca che in passato.[10]Anche gli anni di studio facoltativi sono in aumento. Molte famiglie possono oggi permettersi di far frequentare ai propri figli l’università per conseguire la laurea e poi la specializzazione. Sono inoltre in aumento il numero e gli anni trascorsi da fuori corso all’università.[11]

 

Molti, in seguito, decidono di continuare il loro periodo di studi con il master e con altri corsi sussidiari. A questi bisogna aggiungere gli anni in attesa di un lavoro e di un lavoro stabile.

 

L’indipendenza economica arriva sempre più tardi anche perché la società dei consumi, per ottenere la serenità economica necessaria ad affrontare il matrimonio, propone e richiede degli introiti sempre più alti. Non essendo considerato sufficiente lo stipendio di uno solo dei coniugi, le coppie aspettano che anche l’altro finisca gli studi ed abbia uno stipendio adeguato.

 

A volte l’attesa è causata dal diverso luogo di lavoro. Come sposarsi se lui lavora in una ditta di Milano e lei ha trovato impiego alle poste di Palermo?

 

Un doppio stipendio, anche se uno potrebbe essere sufficiente, viene oggi richiesto anche perché rappresenta una forma di assicurazione nel caso, molto frequente, di divorzio o separazione. “Se lei/lui ha già il suo stipendio non la/lo devo mantenere io”.

 

Vi sono poi una serie di motivi legati al difficile e conflittuale rapporto che si è creato tra uomini e donne che tende a peggiorare con gli anni. Soprattutto gli uomini ma anche le donne, sono sempre più dubbiosi e perplessi nell’affrontare il matrimonio in quanto questo istituto viene visto non più avvolto, come in passato, da leggiadre nuvole rosa ma, al contrario, lo avvertono sconvolto da minacciosi neri nuvoloni, presagio di futuri temporali con annessi fulmini e tuoni.

 

Alcune donne infine vengono sollecitate ad essere madri ad un’età in cui sarebbe più fisiologico essere nonne, da istituti per la fecondazione artificiale che si attivano pensando ai notevoli apporti economici e al desiderio egoistico della madre, senza tenere nel dovuto conto i bisogni del bambino e della società.

 

Per quanto riguarda i padri attempati,[12] dal punto di vista educativo e psicologico questi hanno gli stessi handicap delle madri in avanti con gli anni. I papà maturi hanno meno forza fisica e psicologica, meno energie da spendere dal punto di vista educativo, per non parlare della paura che avvertono i bambini di perdere presto i genitori avanti negli anni.

 

Sia per le madri che per i padri attempati, essendo sempre più lontane le distanze rispetto alla generazione dei figli, si possono accentuare il distacco e l’incomprensione.

 

Purtroppo, i padri italiani sono i più attempati del mondo.[13]

Tratto dal libro: "MONDO AFFETTIVO E MONDO ECONOMICO" DI Emidio Tribulato

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[1] B. GATES, Alla velocità del pensiero, Mondadori, Milano, 1999, p. 190.

[2] J. STEFANI, “Donne al timone”, in Psicologia contemporanea, 2006, 195, p.15.

[3] T. LIDZ, Famiglia e problemi di adattamento, p.115.

[4] D. W. WINNICOTT, I bambini e le loro madri, p.7

[5] E. TRIBULATO, L’educazione negata, p.176-177.

 

[6] L. FIORENTINO, “Occuparsene? Solo se è povera e lo Stato liquida la famiglia”, in Rezzana notizie, 1997, 6, p. 1.

[7] E’la Gran Bretagna che, nell’Europa occidentale ha il più alto numero di bambini nati da adolescenti. Nel1997 in Inghilterra i bambini concepiti dalle adolescenti sono stati 90.000. Solo tre quinti di questi sono stati dati alla luce (56.000). Il 90% di essi erano figli di ragazze non sposate.

[8] L’età media alla nascita del primo figlio è passata da 24,7 anni del 1975 – 1976 ai 28,7 anni del 2001. Dati Istat – “Avere un figlio in Italia”, 32, 2006.

[9] Da una recente ricerca americana condotta dal prof. Nagy, le donne che aspettano di diventare madri oltre i trent’anni rischiano oltre alla sindrome di Down anche di avere figlie sterili. Sembra infatti che il danno genetico presente nelle madri attempate, possa essere ereditato dalle figlie.

[10] Attualmente gli anni di studio obbligatori sono dieci.

[11] Se la durata teorica dei corsi di laurea è di 4-6 anni, la durata reale è di 7,3 anni in media. Gli studenti fuori corso rappresentano il 38,6% della popolazione universitaria, mentre i fuori corso tra i laureati costituiscono l’88,4%.

[12] Mentre in quasi tutta Europa la maggioranza dei giovani a 25 anni ha già lasciato la casa dei genitori, in Italia, nella classe d’età tra i 25 e i 29 anni, la grande maggioranza coabita ancora con mamma e papà. Fonte: Istat comunicato stampa del 2005.

[13] L’età mediana al primo figlio per gli uomini nati nella prima metà degli anni ’60 supera i 33 anni ed è aumentata di circa 3,5 anni, rispetto ai nati all’inizio degli anni ’50. Fonte: Istat, comunicato stampa del 2005.

 

 

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