Ruolo materno nell'educazione affettiva

Ruolo materno nell'educazione affettiva

 

 

 

Chi sono gli attori dell’educazione affettiva?

Come nel teatro vi sono i primi attori, ai quali seguono gli attori di secondo e terzo livello fino alle comparse, anche nell’educazione affettiva vi sono i primi attori, i genitori del bambino, inizialmente soprattutto la madre, e poi gli attori secondari, rappresentati dalle persone che in qualche modo vivono con i bambini, i ragazzi ed i giovani e con loro hanno un rapporto affettivo stabile come i fratelli, le sorelle, i nonni, gli zii.

 

In posizione più marginale stanno gli insegnanti e gli amici. Le comparse sono le persone con le quali ci relazioniamo molto poco. Esse non ci coinvolgono con la loro presenza e con il dialogo, come i colleghi di lavoro, le amicizie e le conoscenze occasionali.

Ma anche questi personaggi hanno la loro importanza. Così come nel teatro gli errori delle comparse possono compromettere l’intera rappresentazione, a volte, anche personaggi minori, possono incidere positivamente o negativamente sul bilancio dell’educazione affettiva. Una vicina di casa affettuosa, presente, dialogante, disponibile all’ascolto, al sostegno e all’aiuto risulta preziosa e importante per il nostro cuore, così come un parente o una persona di famiglia. Al contrario, può agire in senso negativo una vicina aggressiva, polemica, fastidiosa, irritante.

Lo stesso avviene per il mondo economico e dei servizi. Per comprenderne tutti i suoi meccanismi, per saperlo utilizzare e migliorare, per imparare a gestirlo al meglio sono importanti inizialmente i genitori, soprattutto il padre e poi, nel periodo dell’inserimento scolastico, gli insegnanti e, successivamente, gli operatori ed i colleghi del settore.

Se è vero che gli attori principali non sono inizialmente diversi, in seguito divergono notevolmente. Soprattutto è l’attività scolastica che, mentre inizialmente ha una grande valenza sull’educazione affettiva, per cui la scuola collabora strettamente con i genitori per la formazione e l’educazione umana del bambino, successivamente, con la prevalenza dell’attività istruttiva su quella formativa, la scuola si attiva maggiormente a favore dello sviluppo del mondo economico e dei servizi trascurando spesso l’attività più strettamente formativa ed educativa.

 I GENITORI

Chi sono i genitori?

I genitori sono chiamati educatori primari “perché non solo sono i primi ad accostarsi al bambino e ad avere con lui un rapporto dialogico, ma soprattutto perché hanno, nella formazione di una nuova personalità umana, il compito fondamentale.”[1]

 

Innanzi tutto sono persone che lavorano e scommettono per il futuro. Perché i figli sono il futuro. A differenza di quelli che amano vivere, godere e dedicare le proprie energie ad arraffare nel presente, essi lavorano e sacrificano il loro tempo e le loro migliori energie per costruire l’avvenire della razza umana.

I genitori sono quindi degli adulti che si sono assunti un compito ed un impegno fondamentale, sicuramente il più importante compito nell’ambito della società: quello di trasmettere la vita umana nella sua accezione più vasta e complessa.

Intanto procreare una vita umana, mediante un rapporto d’amore, e poi? E poi curarla fin dai primi attimi in cui sboccia nel grembo della madre, mentre è assistita, seguita e attesa anche dal padre. Curarla in quei lunghi nove mesi necessari affinché si sviluppi. Nove mesi per iniziare un dialogo. Nove mesi per iniziare un cammino insieme. Nove mesi per adattare la propria vita personale, di coppia e familiare all’accoglienza di un nuovo essere umano.

Trasmettere la vita umana allora significa procrearla certamente, ma anche e soprattutto curarla, prima e dopo la nascita, ed infine educarla. Sarà l’educazione che permetterà ai piccoli dell’uomo di sviluppare tutte le qualità specifiche della specie. L’educazione potrà permettere lo sviluppo dell’intelligenza. L’educazione attenta ed efficace permetterà la crescita culturale, la maturità spirituale e morale del nuovo essere umano, insieme allo sviluppo delle capacità affettivo - relazionali e sociali.

Non basta. Il compito dei genitori non finisce qui. Il loro ruolo continua anche quando il figlio ha sviluppato una buona maturità. Continua in quanto è necessario che l’adulto maturo che si è formato si integri e si impegni in maniera armonica, attiva, critica e solidale nella società e nell’ambiente nel quale vive.

A differenza degli animali quindi, il periodo della crescita umana, a causa della sua complessità, è particolarmente lungo, circa un terzo della durata media della sua vita, mentre per i mammiferi più evoluti è solo la quinta parte.[2]

Possiamo allora distinguere quattro fasi:

1)      una fase generazionale;

2)      una fase finalizzata alla cura del corpo e allo sviluppo e arricchimento delle qualità umane;

3)      una fase che punta alla piena maturità e autonomia;

4)      una fase nella quale, i nuovi esseri umani sono stimolati all’impegno familiare e sociale.

 

In tutte e quattro le fasi della crescita umana ha notevole importanza sia l’apporto affettivo relazionale che quello economico e dei servizi, in quanto l’ambiente che facilita lo sviluppo affettivo è fatto anche di benessere materiale. Un bambino ha bisogno anche di una casa, di cibo, assistenza sanitaria, servizi sociali e poi istruzione, lavoro ecc. Non vi è dubbio che è dalla collaborazione e perfetta integrazione tra questi due mondi che è possibile la sopravvivenza e lo sviluppo della specie umana.

PADRE E MADRE

Mentre fino agli anni settanta in Italia era facile parlare della madre e del padre in quanto personalità, caratteristiche, compiti e ruoli erano ben chiari, definiti e delineati, attualmente parlare di queste due figure fondamentali è diventato estremamente difficile. Si rischia di essere immediatamente etichettati come antiquati, retrogradi maschilisti.

Altrettanto difficile è parlare di uomini e di donne, di mariti e mogli. Per avere la dimostrazione di ciò basta leggere uno dei tanti libri dedicati all’amore e alle problematiche della coppia. In questi libri, nonostante i consigli siano dati a uomini e donne, a mariti e mogli, a fidanzate e fidanzati, troverete per lo più termini generici ed indefiniti come “partner” o “l’altro elemento della coppia” “a volte “il compagno”. Non importa se maschio o femmina, se gay o lesbica.

Leggendo si ha la netta sensazione che i problemi siano identici e trasferibili dall’uno all’altro senza alcun problema.

Se si chiede oggi ad un bambino che cos’è una madre, una delle poche risposte che avrete è “una che fa da mangiare”. Se chiedete poi che cos’è un padre, non vi daranno probabilmente nessuna risposta. Se poi chiedete ad una studentesca di un liceo classico, come noi abbiamo fatto, cosa vorrebbero fare da grandi, vi riferiranno una serie di mestieri e professioni: il poliziotto, il vigile, l’ingegnere, il medico, ma quasi nessuno vi dirà che vorrebbe essere una buona madre o un bravo padre, un buon marito o un’affettuosa moglie.

La distinzione riemerge però quando spontaneamente giovani e adulti parlano dei loro problemi relazionali. Allora sì che spuntano prepotentemente e continuamente i termini suddetti: “Gli uomini sono…” “ Le donne sono... “ “Le mogli, per carità sono tutte…” “I mariti hanno tutti lo stesso difetto…” “Per fortuna, noi uomini…” “Meno male che noi donne…”

Questa strana situazione e la riluttanza a parlare di ruoli e compiti, mi fa venire in mente le immagini trasmesse dalla Tv quando alcuni paesini vengono disgraziatamente investiti da una valanga di fango. In quelle immagini si vede la melma che copre tutto e tutti e a tutto dà lo stesso colore terroso, eliminando ogni forma originale. Il grigiore del fango tutto appiattisce e cancella. Persone, animali, case, oggetti assumono caratteristiche confusamente simili.

Eppure, che lo vogliamo o no, il futuro delle generazioni si gioca su concetti come: padre o madre, marito o moglie, maschio o femmina. E’ su questi che ci dobbiamo interrogare se vogliamo delle risposte vere e coerenti ai problemi più gravi delle nostre famiglie e della vita sociale.

Abbiamo allora il dovere di riscoprire questi termini e di pulirli con l’acqua limpida della ragione e dell’esperienza, come i soccorritori dei paesi investiti dal fango fanno con gli oggetti, gli animali e le cose. Pulirli pazientemente fino a far riemergere i colori e le forme primitive, le luci e le ombre, gli scopi e le funzioni attualmente confusi o notevolmente distorti.

 DONNA MADRE

 

Parliamo intanto delle caratteristiche dei comprimari dell’educazione affettiva: del padre e della madre, iniziando da quella che dovrebbe essere la regina e principale protagonista del mondo affettivo: la donna - madre.

In questo periodo storico del mondo occidentale è difficile parlare di donna – madre, in quanto questa dizione così diffusa ed importante in tutti i secoli ed in tutti i popoli, tanto da essere vista come elemento sacro e divino ( la Dea Madreper millenni è stata oggetto di venerazione in molte civiltà), viene oggi superficialmente ed erroneamente giudicata come una definizione limitante e parziale della funzione femminile.

Sempre più vengono sopravvalutate ed esaltate le qualità professionali e le “conquiste” sociali: “donna - pilota”, “donna - magistrato”, “donna - architetto”, per carità, vanno benissimo, “donna - madre” no. Questo termine fa pensare a pappine da cucinare, a sederini da pulire, a lavatrici da riempire e panni da stirare.

In definitiva, si mette sempre più l’accento sulle caratteristiche e realtà di tipo occupazionale e produttivo, svalutando nel contempo il ruolo educativo e di cura. Tuttavia, come definire una donna che si assume questo compito particolare se non chiamandola con il dolce nome di madre? D’altra parte, come vedremo, il suo compito è molto più impegnativo, vario e fondamentale che preparare pappine e pulire sederini.

 Caratteristiche della donna-madre.

Affinché il progetto dell’educazione affettivo-relazionale venga realizzato correttamente e pienamente è indispensabile che questa donna possieda delle particolari qualità. Winnicott chiama questo tipo di madre “madre normalmente devota”.[3] Mentre al contrario non deve avere caratteristiche che potrebbero rendere difficile, se non impossibile, lo sviluppo armonico del bambino.

Per quanto riguarda le capacità, durante l’attesa è necessario che la donna abbia già sviluppato tutte quelle qualità femminili che le permetteranno di vivere la gravidanza con istintiva partecipazione di evento naturale e carnale. Una visione troppo razionale le impedirebbe quel contatto empatico indispensabile nei primi mesi di vita del bambino. Purtroppo, questo atteggiamento istintuale contrasta nettamente con i bisogni di efficientismo professionale che si richiedono alle donne inserite nell’ambito lavorativo.

Alla donna in gravidanza la società offre, almeno apparentemente, un’assistenza proprio come madre mediante i congedi parentali. In realtà questa protezione non solo non è completa ma soprattutto non è duttile e adattabile alle situazioni ed esigenze sia della madre che del bambino.

Se è vero che il rischio di parto prematuro aumenta negli ultimi mesi, è anche vero che non vi sono due gravidanze uguali e che ogni donna vive questo evento fondamentale della sua vita, sia dal punto di vista psicologico che fisico, in modo particolare. La madre, pertanto, dovrebbe avere il diritto di lavorare se e quando avverte che il lavoro è perfettamente compatibile con il benessere suo e del bambino, nelle ore e nei momenti nei quali si sente di potersi impegnare. Così com’era d’altronde nelle società preindustriali di tipo agricolo, che privilegiavano il ruolo materno e affettivo rispetto a quello lavorativo e produttivo.

 

Per quanto riguarda poi il periodo successivo alla gravidanza, mentre per la donna sono in genere sufficienti due – tre mesi per riacquistare buone capacità fisiche, per soddisfare efficacemente le esigenze psicologiche, intellettive e di cura del nuovo nato, pochi mesi di congedo parentale obbligatorio non sono affatto sufficienti. Se si dovessero tenere in debita considerazione questi bisogni il congedo parentale dovrebbe durare obbligatoriamente non due- tre mesi ma almeno tre anni, in quanto è nei primi tre anni che il bambino ha bisogno di particolari attenzioni e cure materne.

Il periodo del nido, che è il periodo più delicato ed importante nello sviluppo psicoaffettivo dell’essere umano, come di tutti gli animali superiori, nel quale la figura materna è fondamentale, copre, infatti, questo lasso di tempo. Ma è anche di due - tre anni il periodo nel quale la madre immergendosi totalmente nel suo ruolo può acquisire quelle particolari attitudini che noi chiamiamo materne, che le serviranno per tutta la vita e che potrà trasmettere alla discendenza come valore e cultura di base specifica.

Sappiamo però che questi bisogni si scontrano ed entrano in conflitto con le necessità gestionali delle ditte e degli enti o servizi che assumono donne lavoratrici in quanto, ogni ditta o ente che assume una donna, vorrebbe che questa desse il massimo delle sue capacità e tutto il suo tempo allo sviluppo della ditta o dell’ente, senza lunghi periodi di congedo parentale.

 

Quando un bambino viene al mondo passa da un ambiente morbido e caldo, (cosa c’è di più morbido e caldo del liquido amniotico del ventre materno?), al freddo e duro lettino della sala parto. Passa da un ambiente nel quale i suoni sono soffusi e dolci, scanditi dal battito rassicurante del cuore della madre, al rumoroso ambiente esterno. Passa, da una situazione in cui tutti i suoi bisogni sono automaticamente soddisfatti mediante gli afflussi del cordone ombelicale, alla necessità di respirare e nutrirsi per poter vivere.

Per non parlare del momento della nascita. Evento traumatico per la madre ma soprattutto per il bambino, il quale viene pressato, spremuto e costretto nel canale da parto, a volte per parecchie ore, prima di poter venire alla luce.

Il nuovo essere umano che si affaccia alla vita, riesce a superare questo trauma e questo evento fisicamente e psicologicamente stressante che lo potrebbe spingere a chiudersi in se stesso per sfuggire ad un mondo interpretato come traumatico e aggressivo, nel momento in cui si accorge, attraverso le braccia che lo portano al petto e mediante la dolcezza delle carezze di chi lo circonda, che il mondo fuori di lui non ha solo valenze negative ma anche positive.

Positive sono, infatti, le sensazioni che avverte quando la madre l’accoglie, e lo culla, lo stringe al seno e lo allatta mentre il proprio Io costruisce e forma l’Io del bambino e con questo si sintonizza.[4]

Il bambino accetta che esiste un luogo fuori di lui e vi si apre per il modo con cui su di lui la madre posa il suo tenero sguardo e con lui comunica.[5] Ed è per il senso di sicurezza e di accoglienza festosa e per le cure materne “abbastanza buone” che il bambino sviluppa l’innata tendenza verso l’integrazione con la realtà interna ed esterna.

Ed è da una buona integrazione con la madre che il bambino distingue il sé dall’altro, dall’esterno, e può costruire una membrana delimitante, così da poter dire: “Io sono”, mentre, infine, è dopo aver acquisito una sua individualità che può veramente far parte di un gruppo.

 

All’interno di questo sé possono essere raccolte memorie ed esperienze e può essere edificata la struttura infinitamente complessa che è propria dell’essere umano.

La sua globale crescita emozionale ed affettiva è, quindi, direttamente influenzata positivamente o negativamente dal modo con il quale la madre sa accogliere, giocare, comunicare, curare e soddisfare i suoi bisogni. Per fare ciò, per comprendere e per rispondere meglio alle necessità del bambino, la madre, come dice Winnicott, si fa piccola e fragile come il suo piccolo.[6] Ma affinché questo farsi piccola e fragile non comprometta il suo Io e quello del bambino, la persona che assume questi atteggiamenti e comportamenti deve possedere una notevole solidità e maturità di base e deve avere accanto a sé un uomo ed una rete familiare ed affettiva che l’aiuti e la sostenga. Quando ciò non avviene, quando la madre si ritrova sola o troppo fragile, si presentano per lei e per la sua creatura dei gravi pericoli. I rischi per la madre sono abbastanza noti: depressione post partum, ansia, inquietudine, difficoltà ad entrare in relazione con il nuovo nato. I rischi per il bambino sono altrettanto gravi e numerosi e vanno dal rischio di essere trascurato sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista psicologico a quello di essere abbandonato o addirittura ucciso. Questi rischi vengono descritti dai mass media come momenti di follia, mentre in realtà sono la conseguenza di una serie di comportamenti sociali incongrui che non hanno dato alla donna i necessari apporti affinché questa potesse vivere bene questa fondamentale esperienza.

In sintesi, anche se a livello genetico vi sono tutti i presupposti per una buona costruzione del sé, nulla è scontato.

Ritornando all’esempio della costruzione della casa, fino a quando un buon muratore non ha materialmente costruito fondamenta, pilastri, pareti, la casa non c’è. Fino a quando non ha costruito le finestre che permettano di far entrare la luce dentro la casa e nello stesso tempo di guardare all’esterno di essa e fino a quando non ha costruito una porta che permetta di uscire da quella casa per incontrare gli altri e comunicare e interagire con loro, la porta e la finestra non ci saranno, anche se nel progetto era previsto che vi fossero. Pertanto, fino a quando qualcuno non costruisce un Io autonomo, la persona non c’è. Fino a quando qualcuno non costruisce le capacità sociali e relazionali, queste mancheranno o non si svilupperanno pienamente.

Ma chi può essere questo qualcuno? Chi sono gli specialisti capaci fare ciò?

Un essere umano certamente, perché l’umanità nasce dal contatto con altra umanità. Ma non è sufficiente. Questo essere umano deve avere capacità e preparazione necessarie per fare questo lavoro e la piena disponibilità e adattabilità a questo compito. Non sappiamo cosa avverrà nel futuro, ma fino ad oggi i migliori specialisti nella costruzione di un essere umano si sono dimostrati, tranne rare eccezioni, i suoi genitori, e di questi, nei primi anni di vita, soprattutto le donne-madri.

 

 Ruolo della madre prima dei tre anni.

La madre già prima della nascita ha il compito di creare attorno al figlio che porta in grembo l’ambiente più favorevole. Un ambiente privo non solo di inquinanti fisici (farmaci, cibi adulterati, radiazioni pericolose ecc.), ma anche un ambiente privo di tutti quegli inquinanti psicologici che potrebbero danneggiare il bambino che porta in seno. L’ansia, la fatica, la tensione interiore, la conflittualità, lo stress, rappresentano dei potenziali pericoli per il nascituro.

Per fare ciò ella deve saper attingere a tutti gli elementi positivi della propria esperienza e capacità istintive di base, come deve anche saper utilizzare, con intelligenza e accortezza, gli apporti della rete familiare e affettiva nella quale è inserita. Le funzioni di queste due reti: rete familiare e rete affettiva che dovrebbero essere ampie, ricche, calde e disponibili, sono fondamentali per l’equilibrio e per il benessere psicologico suo e del suo piccolo.

Il primo e principale nodo di questa rete è sicuramente il marito, padre del bambino, che, inizialmente, ha il compito di dare a lei e al figlio gli indispensabili apporti di cura e protezione, mentre, successivamente, concorrerà al processo educativo e formativo del nuovo nato attraverso un arricchimento ed un ampliamento del rapporto madre – figlio.

Il dialogo tra madre e figlio nasce molto presto. Anche prima della nascita la donna ed il figlio dialogano. Il bambino avverte dal respiro della madre, dal suo calore, dall’odore, dai rumori e dal battito cardiaco[7] se l’ambiente che lo circonda è sereno e accogliente oppure è ansioso, pauroso, aggressivo, scostante e freddo.

Alla nascita pertanto ogni bambino, qualunque sia il suo programma genetico, ha bisogno di una presenza calda, tenera, disponibile, capace di accoglienza e comunione con lui. Una presenza che abbia buone capacità di cure, grandi capacità comunicative e relazionali e notevole disponibilità. Questa presenza noi la individuiamo proprio nella madre, anche se presto i suoi bisogni si allargheranno e si amplieranno ad altre figure: padre, nonni, fratelli, zii, cugini, amici ecc.. La quantità di questo rapporto varia nel tempo. Mentre nei confronti della madre, inizialmente, è di quasi 24 ore su 24, gradualmente diminuisce fino a quando, nell’adulto, il bisogno della figura materna diventa, nell’ambito della giornata, solo di pochi minuti.

Per capire meglio il compito della madre abbiamo il dovere di entrare nel mondo del nuovo essere umano che si affaccia alla vita. Scopriremo che questo suo mondo è particolare.

Intanto, dal punto di vista degli adulti, il mondo nel quale vive il bambino neonato è molto piccolo, in quanto è rappresentato fondamentalmente dalla figura materna.

Già questo dovrebbe darci il senso esatto dell’importanza di questa presenza e l’attenzione che dovremmo avere nei suoi riguardi.

Il nostro mondo di adulti è ampio e variegato. È fatto di lavoro, di amicizie, incontri occasionali, amori e passioni. E’ fatto di relazioni parentali, ma anche di uomini e donne del passato che abbiamo conosciuto indirettamente dai libri o dalle opere da loro scritte. Tutte queste realtà lasciano una traccia nel nostro essere. Il mondo degli adulti è fatto anche di personaggi immaginari, ai quali ci avviciniamo attraverso i libri dei poeti e dei romanzieri, è fatto di attori, attrici, cantanti che abbiamo ascoltato alla radio, visto in TV o che dal vivo abbiamo applaudito a teatro o nei concerti.

Tutti questi personaggi arricchiscono il nostro animo di rapporti affettivo-relazionali da cui possiamo attingere al bisogno, per avere ascolto, consolazione, forza, sicurezza, piacere e gioia.

Vi è poi il mondo della religione, sconosciuto al bambino piccolo, che però negli adulti è fonte di notevoli apporti positivi. Se c’è infatti un Dio che giudica e punisce, vi è anche e soprattutto un Dio che capisce i nostri affanni, che ascolta le nostre preghiere, come i nostri bisogni. Un Dio che consola e accoglie. Un Dio che ci è vicino e sostiene nei momenti di tristezza e sconforto.

Ebbene, nel mondo del bambino piccolo, tutti questi elementi affettivo-relazionali si riducono a una e una sola persona: la propria madre.

Dalle caratteristiche di questa donna, dalle sue capacità di creare e mantenere attorno al bambino una realtà accogliente, amorevole, calda, affettuosa, dialogante, deriva la nascita e la robustezza dell’Io stesso del nuovo essere umano. Se il corpo e il sangue della madre sono insostituibili per costruire il corpo del bambino, le sue caratteristiche di personalità e le sue capacità sono altrettanto insostituibili per modellare la struttura psicologica fondamentale del nuovo essere umano: identità personale e sessuale, socialità, capacità relazionali, salute mentale.

Se tutto procede bene, se la madre ha caratteristiche e comportamenti adeguati, il mondo del bambino sarà fatto di piacere, gioia, soddisfazione, serenità, calore, apertura e fiducia verso se stesso, gli altri, la vita. In caso contrario, se le cose non procedono per il verso giusto, il suo mondo e quindi anche il suo Io sarà invaso dalla sofferenza, dalla delusione, dall’ansia e dalla paura che egli manifesterà attraverso il pianto, il lamento, i sintomi somatici e, nei casi più gravi, attraverso la chiusura agli altri e al mondo.

 

I messaggi affettivi che il bambino riceve dall’ambiente esterno, soprattutto dalla madre, possono allora colorare il suo Io di sentimenti positivi, come l’amore, la gioia, la speranza, il piacere, il desiderio, l’affetto, la stima verso se stesso e verso il mondo che lo circonda. Oppure, al contrario, se i messaggi affettivi non sono validi il suo mondo e quello attorno a lui sarà investito di elementi negativi, come la rabbia, la collera, l’aggressività, l’inquietudine, la paura, l’ansia, la depressione, la tristezza, il rifiuto, la negazione, la conflittualità.

Tra l’altro, queste qualità non sono stabili: hanno bisogno, per essere conservate, dello sforzo continuo, della comunanza emotiva e del sostegno degli altri.

Le funzioni della personalità del bambino sono orientate in due direzioni: verso l’interno dell’organismo e verso l’ambiente sociale. Sia l’uno che l’altro hanno bisogno dei continui apporti materni per svilupparsi.

 Per Winnicott, infatti, “…la salute mentale dell’individuo è fondata sin dall’inizio dalla madre che fornisce ciò che ho chiamato un ambiente facilitante, tale cioè da permettere ai processi di crescita naturali del bambino e alle interazioni con l’ambiente, di evolversi in conformità al modello ereditario dell’individuo. La madre, senza saperlo, sta gettando le basi della sua salute mentale. Non solo. Oltre la salute mentale, la madre (se si comporta in modo giusto) sta ponendo le fondamenta della forza, del carattere e della ricchezza della personalità dell’individuo.”[8]

Se la madre non riesce a capire i bisogni del suo piccolo e/o non sa rispondere adeguatamente, nel bambino nasce uno stato d’animo che Winnicott descrive come “offesa”.[9] Nell’animo “offeso” c’è delusione, sofferenza e tendenza alla chiusura, verso chi ci ha fatto soffrire. E se questo “chi” è la madre – mondo il rischio è che questa chiusura si estenda anche verso tutto e tutti.

I grossolani errori di adattamento non producono inizialmente collera, perché ancora il bambino non è organizzato in modo da potersi arrabbiare per qualcosa, la collera, e quindi le sue manifestazioni come l’aggressività, presuppongono il conservare nella mente l’ideale che si è frantumato. La collera e l’aggressività verranno dopo, quando il bambino sarà più grandetto, per Osterrieth verso i due - tre mesi. Collera quando le sequenze abituali non vengono rispettate o le gratificazioni che era abituato a ricevere non si presentano al momento giusto e con le persone giuste.[10]

Il bambino, ma anche i piccoli degli altri animali, sono esseri abitudinari. Essi avvertono tranquillità e fiducia solo quando attorno a loro gli avvenimenti si svolgono sempre nel medesimo modo. I cambiamenti, specie se repentini e non adeguatamente preparati, li mettono in ansia e li caricano di paure che, agli occhi degli adulti, appaiono strane ed eccessive, mentre in realtà sono solo la logica conseguenza di comportamenti ed atteggiamenti non adeguati.

Quando la madre non sa o non riesce ad avere una buona relazione con il figlio, quest’ultimo prova angoscia, sensazione di andare in pezzi, sensazione di completo isolamento, scissione tra psiche e soma, interruzione nella comunicazione.[11] Il rischio più grave è che il bambino appena nato non riesca neanche a strutturare il proprio Io, perché l’ambiente che lo circonda non ha le qualità per accogliere un nuovo Io. Avviene allora ciò che avviene al seme che cade sulla pietra o su un terreno non fertile: cerca di schiudersi ma subito dopo si rattrappisce e muore prima ancora di essere diventato una piantina.

 

Spesso queste “offese” sono fatte dalla madre ma anche dai medici, dalle infermiere e dal personale che assiste il bambino nei giorni nei quali si trova in una struttura di ricovero. Questo personale, a volte, è più preoccupato della pulizia, della gestione e dell’organizzazione della struttura, che non delle emozioni e sentimenti che si agitano e vivono nell’animo dei loro piccoli ospiti.[12]

Succede sempre più spesso di scoprire, dopo attenti studi e ricerche, che tra l’altro sono anche molto costosi, quello che qualche vecchietta semianalfabeta sapeva già perfettamente da sempre. Ad esempio, viene proposta come una novità per i prematuri, piuttosto che la gelida e fredda incubatrice, il seno e le braccia della madre. Con questa tecnica che si chiama Kangaroo care, ovvero Marsupioterapia, il bambino nudo viene messo in posizione verticale tra i seni della madre, in modo tale che il calore di questa, il suo odore, la sua voce lo rassicurino. Con questa “nuova (?)” tecnica il recupero ponderale è più veloce. Le degenze sono più brevi. Il mantenimento dei parametri vitali e l’equilibrio ormonale viene raggiunto più rapidamente.

Una delle caratteristiche necessarie in una buona madre è l’adattabilità.

“Alla nascita il bambino non è tabula rasa, tra un bambino e l’altro vi sono differenze significative di carattere ereditario e congenito. I bambini variano per il tipo fisico, il potenziale intellettivo, il temperamento, il metabolismo, l’affettività, l’attività motoria, le reazioni nervose. Nonostante ciò l’influenza ambientale nel plasmare in modo definitivo l’espressione di queste potenzialità è enorme,”[13]e quindi le capacità adattative della madre sono fondamentali.

Simbolo di questa intimità fisica madre - bambino è il periodo dell’allattamento. Periodo nel quale il dialogo è fatto di parole ma soprattutto di sguardi reciproci, di toccamenti e massaggi leggeri, di carezze e di calore. Nella nostra società occidentale la carenza di conoscenze e soprattutto di preparazione affettivo-relazionale da parte delle neo mamme è talmente grande che è spesso necessario per loro un corso specifico da parte di insegnanti specializzate, per prepararle al contatto con i loro piccoli mediante il massaggio infantile.

Il bambino mentre succhia il seno guarda ed è osservato dalla madre che spesso gli parla dolcemente per comunicargli la sua gioia nell’averlo tra le braccia, il suo piacere nello stringere al cuore un cucciolotto così bello, la sua gratificazione nel dargli con il caldo, dolce latte una parte di sé. Dice, infatti, il Bartolo: “Il nutrimento affettivo è essenziale allo sviluppo tanto e più del latte che esce dal seno materno.”[14]

Nel volto della madre il bambino vede se stesso e, se la madre ha un atteggiamento dolce, sorridente e sereno, vede se stesso sorridente e sereno; se la madre è turbata questo turbamento si trasmette immediatamente al suo animo e all’immagine che il bambino ha di sé. Ma la madre, mentre lo allatta o si cura di lui, inizia anche a parlargli delle altre persone che incontrerà e che gradualmente cominceranno a far parte della sua vita: il padre, i nonni, i fratellini. E nel parlargli di questi lo rassicura. Come dire: “Puoi fidarti anche di loro. Sapranno accoglierti ed ascoltarti, come io ti ho accolto ed ascoltato.” Ed è per questo che “Il latte è vitale, ma come viene dato è essenziale allo sviluppo. Non si può allattare guardando la televisione o leggendo il giornale con il pretesto che quello è l’unico tempo in cui inserire un’attività ricreativa rilassante.”[15]

L’allattamento al seno non sempre è possibile. “Personalmente tuttavia provo sempre rincrescimento quando l’allattamento al seno fallisce, semplicemente perché ritengo che la madre e il bambino o entrambi perdano qualcosa se non fanno questa esperienza.” [16]

Quando ciò avviene per cause non dipendenti dalla personalità della madre, il danno è minimo. Anche mediante il biberon è possibile dare al bambino calore e tenerezza ed instaurare un primo dialogo fatto di sorrisi, carezze, parole dolci e accattivanti. Il problema si pone quando l’allattamento al seno è rifiutato dalla madre o è reso impossibile dalla sua imperizia o dai suoi problemi psicologici (ansie, paure, fobie). In questi casi è già un segnale importante della presenza di difficoltà nella relazione madre – bambino. Difficoltà che, se non risolte prontamente, potranno incrinare il loro rapporto rendendolo teso e difficile.

Il bambino avverte immediatamente le difficoltà della madre e risponde con segni di disagio (pianto, irrequietezza, insonnia) o con sintomi organici (vomito, diarrea). Sintomi che spesso peggiorano l’ansia della madre e rendono le sue risposte ancora meno efficaci e congruenti, ancora più tese e ansiose. S’innesca allora un circolo vizioso dalle conseguenze imprevedibili.

A questa figura fondamentale per lo sviluppo psichico si richiedono pertanto numerose e specifiche qualità ma, “quando una madre ha la capacità di essere semplicemente una buona madre, non dobbiamo interferire”,[17] in quanto una buona madre sa quello di cui il bambino ha bisogno in quel determinato momento.[18]

Le interferenze possono essere di vario tipo. Alcune sono causate dal mondo economico e dei servizi.

Questo richiede alla madre l’esecuzione di mille controlli e mille esami. Molti di più di quanto non siano veramente necessari. Il rischio della medicalizzazione di quest’atto fisiologico è che la madre dovendo agire, preoccuparsi e occuparsi di troppe cose, perda la cosa più importante che è rappresentata dalla serenità necessaria all’incontro ed al rapporto con il nuovo nato. Le interferenze da parte dei servizi continuano con le indicazioni, anche queste spesso eccessive, riguardanti la quantità di alimenti che il bambino deve mangiare, il peso e l’altezza che deve raggiungere, le vaccinazioni ed i controlli da effettuare.

Le interferenze nascono anche dagli amici e familiari che si sentono in dovere di fare lunghe e frequenti visite di cortesia alla neo-mamma, senza pensare che questa dovrebbe dedicare buona parte del suo tempo e delle sue energie non agli ospiti ma all’incontro e al dialogo con il suo bambino.

 

Tratto dal libro: "Mondo affettivo e mondo economico" Di Emidio Tribulato

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